Archive del 2014

L’Albero della vita – il diritto d’autore in Architettura

4 dicembre 2014

Alle innumerevoli discussioni che stanno accompagnando la realizzazione dell’Expo 2015 se ne è aggiunta un’altra legata al progetto dell’opera simbolo del Padiglione Italia di Expo 2015: “l’Albero della vita“.

Infatti non appena è stato dato il via libera alla gara per la realizzazione dell’opera l’architetto Chris Wilkinson, progettista dei noti “Supertrees” di Singapore, ha subito gridato al plagio.
In effetti non è difficile riscontrare la similitudine tra i due progetti e sembra che l’architetto stia valutando se agire per le vie legali.

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La questione assume una certa rilevanza se si tiene conto del fatto che una delle tematiche cardine dell’EXPO è la lotta alle contraffazioni dei prodotti italiani all’estero.

Ma come? Noi ci lamentiamo tanto del fatto che qualcuno nel mondo ci ruba le idee e i prodotti, con grande responsabilità del lontano oriente, e poi quando dobbiamo scegliere il monumento simbolo della nostra italianità, finiamo per copiare a nostra volta, proprio da qualcosa che proviene dal mondo orientale.

Che c’è di sbagliato in tutto ciò?
C’è che traspare sullo sfondo una precisa visione in tema di copyright.

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Infatti questa storia assomiglia a quella di Walt Disney che dopo aver prodotto Cenerentola (e innumerevoli altre storie tratte da famose favole), ha intrapreso (e tuttora intraprende) una battaglia agguerritissima per preservare i suoi diritti d’autore; facendo di tutto per negare ad altri quella libertà di utilizzo delle idee che a lui ha portato tanta ricchezza.
L’idea, maturata nell’ottocento, e sviluppata nel novecento è che il diritto d’autore sia uno strumento a tutela di chi produce nuove idee; se mi invento una soluzione ad un problema, il diritto d’autore mi consente lo sfruttamento economico della mia innovazione; sulla carta quindi il diritto d’autore, tutelando gli investimenti sul mio progetto, è un elemento di stimolo alla ricerca da parte dei privati e quindi indirettamente, la tutela del diritto d’autore porta un beneficio anche alla comunità.
Oggi il sistema è seriamente messo in discussione per almeno due motivazioni.
La prima è che, con l’evoluzione delle tecnologie digitali, è diventato sempre più difficile esercitare e far valere un copyright. La moltiplicazione dei sistemi di riproduzione e la velocità di circolazione delle informazioni rende praticamente impossibile tenere sotto controllo tutte le innovazioni; soprattutto quelle che si esercitano in campo creativo.
Ne sanno qualcosa le grandi case discografiche e le major cinematografiche, per le quali l’avvento dei sistemi di distribuzione Peer to Peer (da Napster in poi) è stato un autentico disastro; dopo anni di battaglie tecnologiche e legali in difesa del copyright tradizionale, solo recentemente stanno emergendo nuovi modelli di business in grado di sfruttare al meglio le nuove tecnologie disponibili.
La seconda è che, proprio sulle trasformazioni culturali innescate dalla rivoluzione digitale, si sta prendendo coscienza in maniera più stringente, dei limiti che il sistema pone proprio allo sviluppo e all’innovazione. È abbastanza intuitivo il fatto che l’innovazione e l’evoluzione avvengano più facilmente dalla libera circolazione delle idee; le società si evolvono e si sviluppano dove le idee oltre che circolare liberamente, possono anche essere liberamente riutilizzate e manipolate. Ma se su quelle idee vi sono dei limiti giuridici di utilizzo è molto probabile che su di esse non si sviluppi niente di nuovo, generando quindi un danno al potenziale miglioramento dell’intera società. Il diritto d’autore genera una condizione di monopolio, che a sua volta blocca la possibilità di sperimentare sull’oggetto tutelato dal diritto stesso.
Un caso di scuola è costituito dalla storia dell’evoluzione della macchina a vapore; Watt spese molto tempo e denaro per tutelare la sua innovazione (il principio del condensatore separato) con la quale migliorò il primo prototipo di macchina; negli anni di validità del brevetto Watt operò in regime di monopolio impedendo con la legge qualsiasi possibilità di miglioramento che molti concorrenti erano riusciti ad apportare alla macchina di Watt. Il sistema dei brevetti britannico, di fatto, ritardò la possibilità di migliorare la macchina a vapore di almeno 30 anni; per tutto il tempo di validità del brevetto, gli altri inventori non poterono sviluppare nessuna delle loro idee. Il risultato è stato un indubbio danno per l’evoluzione tecnologica della società nel suo complesso. E non solo per la società.
“Per ironia della sorte, Watt non solo usò il sistema dei brevetti come randello legale con il quale demolire la competizione, ma i suoi sforzi per mettere a punto una macchina migliore vennero intralciati dal sistema stesso dei brevetti. Una limitazione importante del motore Newcomen originale consisteva nella sua incapacità di fornire un moto rotatorio costante. La soluzione più conveniente, che implicava l’uso combinato di un pedale e di un volano, si basava su un metodo brevettato da James Pickard, il che impedì a Watt di poterne fare uso.”

Torniamo all’architettura.
Le mie reminescenze universitarie mi insegnano che tutta la storia dell’architettura non è altro che un immenso ripetere di schemi formali e tipologie edilizie; forme e soluzioni formali che si ripetono indefinitamente e senza limitazioni contaminandosi a vicenda con minimi aggiustamenti progressivi.
Oserei dire che proprio la ripetizione tipologica è uno gli elementi che maggiormente determina il valore e l’importanza di una certa opera.
C’è bisogno di esempi?
Parliamo delle cattedrali gotiche e romaniche, degli ordini classici, dei palazzi signorili rinascimentali, delle chiese gesuitiche, delle piramidi, delle costruzioni industriali, delle torri, del modulor di Le Corbusier, ecc.

Tutte soluzioni formali che sono state ripetute e rielaborate nel tempo, per le quali sarebbe semplicemente ridicolo pernsare di attribuire un diritto d’autore al primo archietto che ne ha codificato l’utilizzo (sempre ammesso che si possa rintracciare tale primogenitura).
Persino la contemporaneissima produzione architettonica delle Archistar, apparentemente ispirata dalla sistematica ricerca di una futuristica novità, in realtà non è che un riproporsi di schemi formali, per cui alla fine molte opere finiscono per assomigliarsi tra loro, speso citandosi deliberatamente, spesso riproponendo identiche soluzioni formali senza specifico intento di citazione.

Insomma gli architetti, notoriamente, copiano!

Si tratta di una caratteristica peculiare del loro modo di lavorare.
E quando non copiano in maniera esplicita capita che il loro lavoro sia soggetto ad una forma di “Ripetitività Infettiva”; ovvero quella forma di contaminazione delle idee per cui anche involontariamente, anche frequentando ambienti apparentemente distanti, si finisce per giungere alle stesse conclusioni; si finisce per restituire risposte formali simili.
Si veda in proposito un bellissimo articolo di Luca Silenzi sul tema dei memi, dove tra le altre cose, potete trovare anche l’albero genealogico di Rem Koolhas e dei suoi collaboratori fuoriusciti dal suo studio.
“I memi sono idee o parti di idee – come una lingua, una consuetudine culturale, una religione, una melodia, un valore estetico, un approccio teorico, una particolare soluzione tecnica, o architettonica o formale – che, trasmesse da mente a mente e associate tra loro, acquisiscono una sorta di vita autonoma e manifestano una loro caratteristica capacità di diffusione e replicazione. Si arriva, in certi casi, ad una cosiddetta “ripetitivitè infettiva” del meme, che assume i tratti ben noti del tormentone.”

L’idea di fondo è che le opere di intelletto e quelle scientifiche sono il frutto di un processo cognitivo che va oltre il singolo autore. Le idee si sviluppano secondo modalità simbiotica ed empatica. Come se le idee avessero esse stesse una loro identità autonoma e sfruttassero l’uomo come un veicolo attraverso il quale prendere forma.

“le idee, e il pensiero umano in generale, si formano con la composizione/scomposizione di informazioni che esistevano prima di noi ed entrano presto o tardi nella nostra testa per poi trasmettersi di nuovo agli altri, magari con qualche variazione”.

Questa evoluzione concettuale è il frutto di una parallela evoluzione tecnologica; la rivoluzione digitale, che sta scardinando alla radice il modo con cui si sviluppano le relazioni umane e culturali, moltiplicando sia il numero che la qualità delle comunicazioni, anche in ambito architettonico.

“L’architettura, fino a qualche anno fa la più longa delle arti, in cui c’era ampio margine – in Italia forse anche troppo – per la maturazione di pensieri e riflessioni, è diventata anch’essa qualcosa di fruibile in tempo reale. I filtri si sono assottigliati, spesso annullati. Assistiamo giornalmente allo sviluppo delle varie fasi di progetto di un edificio che ci interessa, e possiamo ammirarne o discuterne l’evoluzione, perfino osservarne le fasi di cantiere. Possiamo anche dichiarare a chi vogliamo, o al mondo intero, se quel progetto ci piace, o commentarlo. E tutti possono farlo, non solo i critici propriamente detti. Si è parlato di vouyerismo pornografico nelle pubblicazioni di architettura on-line, e forse è così. E’ un segno dei tempi, non starei troppo a scandalizzarmi: semplicemente, prima non c’erano i mezzi tecnici per fare tutto questo.”

In questa ottica, l’idea di realizzare un’opera come L’Albero della Vita per il Padiglione Ialia, sembrerebbe inserirsi appieno un un caso di “ripetitività infettiva”.

C’è infine un aspetto più filosofico che attiene all’utilizzo delle categorie mentali. È evidente infatti che se l’arch Wilkinson è stato il primo ad utilizzare una specifica forma, quella ad albero, per una costruzione di grandi dimensioni, questo non gli consente di assumere l’esclusiva su quella forma; a maggior ragione se la forma in questione è una forma di origini organiche percepibile e riproponibile in antura sotto moltissime variazioni. Non è che d’ora in poi chiunque voglia fare una qualsiasi costruzione a forma di albero dovrà necessariamente chiedere il permesso a Wilkinson. Sarebbe come ammettere la brevettabilità dell’idea della sedia.
A mio parere questa non è che una deriva degenerativa del modello architettonico basato sulle archistar; tanto più ci si illude che l’architettura sia un processo riconducibile ad un unico soggetto (l’archistar appunto) tanto più emerge la necessità di tutelarne l’opera secondo le forme classiche novecentesce.

Il novecento infatti era l’epoca delle comunicazioni di massa dove i media mainstream veicolavano le informaizoni in maniera piramidale. Il sistema autoriale era funzionale a questa comunicazione

“da uno a molti”

che utilizzava la televisione e i giornali. L’autorialità e lo Star sistem erano per certi versi anche una froma di garanzia dell’utente sulla qualità del prodotto (identificato dal marchio di fabbrica). Il passaggio alla rete, come veicolo di distribuzione delle informazioni ha trasformato il modello comunicativo in maniera orizzontale; il sistema è divenuto

“da molti a molti”

rendendo sempre meno necessaria l’autorialità verticistica e valorizzando l’apporto “dal basso” nelle produzioni culturali.

Il modello che identifica l’archistar come un unico soggetto detentore delle trasformaizni urbane è quindi una deformazione concettuale ereditata da un modello economico ormai palesemente in crisi; il modello economico coltiva l’illusione che i processi produttivi e le trasformazioni urbane possano essere sotto il controllo esclusivo di pochi soggetti, mentre invece la città si evolve e si trasforma secondo dinamiche che il più delle volte sfuggono al controllo dei singoli centri di potere. Ovviamente in molti ambiti fa comodo illudersi del contrario, esattamente come fa comodo sostenere che il diritto d’autore sia a tutela della crescita culturale.

Forse l’arch Wilkinson, prima di procedere con eventuali azioni legali dovrebbe riflettere meglio su questi aspetti. Prima di lui (che farà ciò che ritiene più giusto per se stesso) mi aspetterei ceh questi temi divenissero oggetto di riflessione anche per l’EXPO 2015, laddove il tema della tutela dei prodotti locali deve necessariamente confrontarsi con la necessità di garantire al prodotto DOP una adeguata diffusione all’interno di un modno oramai totalmente decontestualizzato.

Occorrerà inoltre riflettere come anche sulle caratteristiche di dinamicità della cultura (in questo caso culinaria) e sulla necessità di garantire vitalità ai prodotti nazionali, consentendone la contaminazione e la trasformazione: la pizza avrebbe avuto tanto successo se gli americani non la avessero reinventata alla oro maniera?

A scanso di equivoci, considerato che tuttora esiste un sistema internazionale di tutela del diritto d’autore provo comunque a riproporre alcune opere che a mio parere possono considerarsi dei validi antecedenti.

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Qui invece trovate alcuni esempi di riproposizione della forma ad albero, segno che l’idea è solo agli inizi.

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Inarcassa – ora tocca a ciascuno di noi

16 novembre 2014

Il 19 novembre 2014, alle ore 18.00 è la data ultima di presentazione delle candidature per le elezioni di delegati Inarcassa.

Link.

Da questa comunicazione di servizio occorre partire per capire perché non è più il tempo dell’ignavia.

Cari lettori, cari colleghi, cosa è successo negli ultimi 5 anni?

E’ stata varata una riforma “lacrime e sangue”, varata, con il compiacimento della dirigenza di Inarcassa, in un momento di grande crisi strutturale di questo paese e, in particolare, della nostra professione.

Quale è stato il risultato immediato di questa riforma?

Che ora si è costretti a pagare un minimo elevatissimo di contributo personale annuo (circa 3000 euro), qualsiasi sia il reddito (salvo la deroga ma state attenti alle trappole!). In compenso sono state inserite molte, molte barriere all’accesso ad una pensione degna per tutti coloro che hanno basso reddito.

Chi ci ha rimesso di più in questa riforma? Verrebbe da dire tutti, ma principalmente i giovani, che vivono nel precariato, che hanno bassi redditi e che quindi sono costretti a pagare un contributo fisso (come i più anziani) ma che hanno grosse probabilità che questo loro sacrificio non sia calcolato adeguatamente ai fini della pensione.

Contemporaneamente, l’unico lascito delle generazioni precedenti, il patrimonio immobiliare, è stato, con un colpo di mano, tolto alla gestione diretta della cassa e dato ad un fondo immobiliare, dove sono presenti alcuni tra i grandi speculatori italiani.
Il nostro patrimonio perciò non è più sotto il controllo degli iscritti (attraverso i loro delegati) e probabilmente non ci ritornerà più.

Di chi è la colpa: nostra.

Principalmente della nostra ignavia, che non ci fa lasciare il nostro comodo, misero (perché gli architetti sono poveri ormai), angolino ereditato dalla nostra famiglia.

Siamo responsabili perché non ci informiamo su quanto accadrà nel nostro futuro.

Siamo responsabili perché non troviamo il tempo per andare a votare un delegato Inarcassa presso il notaio dove è istituito il seggio o per non avere il tempo di inviare una raccomandata con il nostro voto.

E’ anche colpa nostra quando non ci informiamo e non ci mettiamo personalmente in gioco, chiedendo spiegazioni ai nostri delegati o nella circostanza delle elezioni, presentandoci come candidati delegati.

Alle passate elezioni realtà come le grandi città, Roma in particolare, hanno faticato terribilmente ad arrivare al quorum minimo per esprimere un delegato.

Perché – si intende – questo sistema elettorale favorisce le piccole realtà dove bastano poche telefonate a pochi iscritti per raggiungere il quorum necessario e al contrario sfavorisce i grandi centri urbani dove i professionisti fanno la fame vera.
Una rappresentanza di persone motivate, competenti, critiche, possibilmente giovani (ora la maggioranza dei delegati sono pensionati), sfavorirebbe il potere di questo “cerchio magico” di potere che si è creato all’interno della nostra cassa e che la sta portando all’autodistruzione, a cominciare dalla tanto decantata sostenibilità a 50 anni.

E’ arabo parlare della pensione? E’ noioso? Non mi interessa? Accadrà-fra-trent’anni-e-per-ora sono giovane-e-me-la-godo?

Fate. Lasciate spazio agli altri. L’Inarcassa è tale e quale al nostro paese, che sta affondando per colpa della nostra ignavia.

Auguri, caro colleghi, elettori di Inarcassa.

Se invece intendete fare qualcosa sappiate che:

  1. Potete candidarvi entro il 19/11/2014, via PEC, con i moduli scaricabili dal sito di Inarcassa, al seguente indirizzo: elezioni@pec.inarcassa.org
  2. Amate l’Architettura si adopererà per dare informazioni sui candidati alle elezioni e sui loro programmi. Perciò daremo spazio a tutti coloro che vogliano rendere noto ai nostri lettori il proprio programma elettorale, basta chiedercelo.
  3. A Roma, il 20 novembre 2014, presso la sede dell’Ordine degli Architetti di Roma, piazza Manfredo Fanti 47, si terrà un incontro congiunto dell’Ordine degli Ingegneri e dell’Ordine degli Architetti d’Italia, nel quale verranno trattati i temi di Inarcassa in vista delle prossime elezioni.

Lettera aperta all’Assessore alla Trasformazione Urbana di Roma, Giovanni Caudo

Alla C. A.

di

Giovanni Caudo

Assessore alla Trasformazione Urbana

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Comitati del Flaminio – Villaggio Olimpico

Roma, 4 novembre 2014

Gentile Assessore Caudo,

abbiamo appreso, a margine dell’ultimo incontro nel Laboratorio di Via Guido Reni, che le procedure per l’avvio del Concorso Internazionale per il Progetto del Masterplan dell’area degli ex Stabilimenti Militari, sono già in fase avanzata e che, dopo aver firmato gli accordi con CDP, sono stati “individuati” dall’Assessorato, insieme ad altri soggetti come Ordini degli Architetti ed Università, dei gruppi di progettisti (15 ci sembra di aver capito) da ridurre poi a 6/7. Tutto come nella norma quando si sceglie la procedura ristretta ad inviti.

Alcune delle nostre Associazioni che aderiscono a Carteinregola hanno seguito i lavori del tavolo partecipativo, collaborando alla stesura del documento che farà parte delle linee guida  poste a base del Concorso, soprattutto per sostenere un’iniziativa che inaugurava una nuova stagione della partecipazione della cittadinanza e delle realtà territoriali alle trasformazioni urbane. Infatti abbiamo  considerato il progetto delle “ex caserme” un primo passo significativo e, se vogliamo, anche “simbolico” dello stile della nuova Amministrazione. Per questo, già negli elaborati che abbiamo allegato alle nostre proposte per  le linee guida, avevamo voluto sottolineare l’importanza della trasparenza e dell’impiego di  criteri innovativi e democratici anche nella messa  a punto dei meccanismi di selezione dei partecipanti che sarebbero stati ammessi al Concorso Internazionale di progettazione.

In questa direzione è andato in particolare l’impegno di “Amate l’Architettura” che è un movimento di architetti nato anche per sostenere quelle “buone pratiche”, adottate ormai normalmente in Europa, che offrono a tutti i professionisti della progettazione la possibilità di partecipare e poi di vincere sulla base della competenza e della forza delle idee. Basta andare sul sito di Europaconcorsi per rendersene conto, ma a volte basta anche guardare a realtà più piccole e vicine, come il Molise, che oggi mette a Concorso la progettazione della nuova Sede regionale a Campobasso utilizzando la procedura del Concorso aperto, cambiando metodo rispetto a 4 anni fa quando invece era stato indetto un Concorso ristretto ad inviti, a cui poi non è stato dato nessun seguito. Noi riteniamo importante e significativo, oltre che altamente democratico, che una selezione prima di tutto debba favorire la partecipazione di giovani talenti, visto la drammatica situazione lavorativa che viviamo, e non perpetuare quei meccanismi che troppo spesso più che il merito premiano le capacità di relazione e di visibilità dove spesso trasparenza e correttezza professionale sono purtroppo solo degli “accessori” ininfluenti. Per cui ci preoccupa  la  scelta, seppur corretta dal punto di vista normativo, della procedura ristretta ad inviti, non sappiamo con quali criteri (Curriculum? Fatturati?) e/o in base a quali altri titoli, fatta insieme agli Ordini degli Architetti ed alle Università, ai quali, tra l’altro, da tempo attribuiamo  gestioni poco trasparenti e poco adeguate qualitativamente alle Istituzioni rappresentate. Le chiediamo quindi urgentemente un incontro per presentarLe le nostre  proposte, sperando che ci siano ancora dei margini per far sì che anche questa parte del progetto rifletta lo stesso spirito che abbiamo seguito finora con entusiasmo.

A solo titolo informativo ci teniamo a comunicarLe che per il Concorso Internazionale del Nuovo Museo “Guggenheim” di Helsinki, già da noi citato nei documenti presentati, benchè indetto da una fondazione privata che non era tenuta a fare un Concorso, è stata invece preferita la procedura aperta in due fasi per poter poi scegliere i 6 progetti finali che si contenderanno la vittoria. I progetti che hanno partecipato alla I° Fase appena conclusa sono stati più di 1.700 con un successo di rilievo mondiale non solo organizzativo ma anche di trasparenza e di democrazia. Noi possiamo in questo momento solo immaginare l’importanza, anche dal punto di vista politico, e l’impatto che avrebbe una partecipazione di 300/400 gruppi al Concorso per la Città della Scienza. Probabilmente, la sua più forte obiezione potrebbe essere: “Noi non siamo in grado di gestire organizzativamente, ma soprattutto economicamente, un Concorso di queste dimensioni”.

Noi siamo convinti del contrario e siamo disposti ad aiutarla ed a supportarla anche da un punto di vista organizzativo con lo stesso spirito e lo stesso impegno che abbiamo profuso nel Laboratorio di Via Guido Reni. Per quanto riguarda invece l’aspetto economico, riferito ai costi di un Concorso così impegnativo, Lei ha sempre sostenuto che tutti i costi per il Concorso Internazionale saranno a carico della Cassa Depositi e Prestiti. Quindi sarebbe anche importante che l’Amministrazione Comunale, con operazioni di questo genere, cominciasse ad avere qualche ritorno anche sotto l’aspetto dell’immagine, ultimamente un po’ sbiadita.

Cordialmente

Anna Maria Bianchi Carteinregola

Giorgio Mirabelli e Lucilla Brignola “Amate l’Architettura”

Piano Casa della Regione Lazio: meglio di Beautiful!

24 ottobre 2014

Il Piano Casa, una legge temporanea che sembra non avere mai fine, esce stravolto dalla seduta di Consiglio Regionale del 23 ottobre 2014.

All’ordine del giorno c’è la proposta di legge n°75 del 2013, ovvero le modifiche che la Giunta Zingaretti aveva promesso in campagna elettorale e che avrebbero dovuto correggere in positivo l’impianto del Piano Casa targato Polverini/Ciocchetti.

Premesso che si tratta di ben poca cosa rispetto alle attese di quanti hanno sempre pensato che il Piano Casa targato Polverini/Ciocchetti sia un becero insieme di regalie fatte “ad personas”, un coacervo di eccezioni senza motivo ad una norma che avrebbe potuto essere di gran lunga più semplice e dunque più efficace. In ogni caso la proposta, si badi bene elaborata nel settembre del 2013, contiene almeno un elemento positivo, la cancellazione della premialità del 10% sui Piani di Zona. Poche parole che, se corrette nel testo vigente, avrebbero perlomeno l’effetto di eliminare la più vistosa delle regalie fatte alla lobby dei costruttori.

In realtà la partita che si sta giocando, a livello politico, è quella di un braccio di ferro tutto interno alla sinistra. Da una parte Zingaretti e Civita alla Regione, dall’altra Marino e Caudo al Comune. Ciascuno reclama per sé il diritto a governare le trasformazioni del territorio.

Ma che senso può avere apportare modifiche ad una legge a 100 giorni dalla sua data di scadenza? Solo il puntiglio di onorare una promessa elettorale? Sembra difficile solo ipotizzarlo. Il vero argomento di cui si parla è il futuro. La proroga è nell’aria, tutti ne parlano, tutti se l’aspettano.

Il risultato inevitabile è che tanto i cittadini interessati ad un piccolo ampliamento, quanto gli operatori economici, i pochi rimasti perlomeno, stanno alla finestra. Aspettano di vedere se arriva o meno questa proroga. Nel dubbio che si fa? Ci si ferma e si aspetta. Primo risultato negativo raggiunto. Il peggio però deve ancora venire.

Seduta di Consiglio Regionale del 23 ottobre 2014. Va in scena il solito teatrino. Il consigliere Cangemi (nuovo centro destra) dà del maleducato al consigliere Baldi (lista civica Zingaretti) che manca di rispetto all’aula perche ha sul suo tavolo una bottiglietta di Coca Cola. Urlano, si tirano dei fogli di carta, ma la rissa, per futili motivi, viene fortunatamente solo sfiorata. Effettivamente questo Baldi tanto bene educato forse non è se nella precedente seduta di Consiglio Regionale del 16 ottobre veniva così apostrofato da un altro consigliere: “collega Baldi la prego, con i piedi sopra il tavolo non è mai decoroso per l’aula!”

Nel teatrino del Consiglio Regionale poi c’è una consuetudine che tutti conoscono, siccome quelli del Movimento 5stelle sono convinti di essere superiori e danno dei ladri a tutti, tutti gli altri, per ritorsione, non ascoltano una parola quando loro parlano, li ignorano ostentatamente. Non chiedetemi perché è così, è semplicemente un dato di fatto, come in quelle famiglie da commedia all’italiana in cui viene messa in scena la figura del nonnetto rompicoglioni che parla da solo. Un qualunque consigliere 5stelle fa una domanda diretta all’assessore e lui non gli risponde, la rifà per cinque volte, e lui per cinque volte non gli risponde.

Tanto per far capire come questo teatrino assomigli al teatro dell’assurdo di Eugène Ionesco riporto uno stralcio del verbale del 16 ottobre:

Porrello (consigliere 5stelle): (dopo tre minuti di intervento) … e noi qui ci troviamo a fare un piano casa che distrugge l’ambiente, il patrimonio… e tutte queste persone che parlano senza neanche sentire…. Io potrei dire qui le parolacce, e infatti sto dicendo una cosa fuori tema e manco il Presidente mi ferma! Fermatemi almeno, no?

Presidente: Collega Porrello, non capisco

Porrello: Non capisco io…

Presidente: Nessuno sta dicendo parolacce, altrimenti se ne sarebbe accorto qualcuno.

Porrello: Io ho detto che potrei dire anche le parolacce

Presidente: Ma se lei le dice se ne accorgono tutti!

Porrello: Ma per forza, perché anche se uno parla normale qui fate finta di non ascoltare, è questo il problema, che è un mercato, è un suk questo, non un aula

Interviene un altro consigliere: Ma questo è razzismo!

Porrello: …questo è razzismo? Non è un insulto, è una presa di…

Presidente: Collega Porrello, continui la sua illustrazione, prego.

Porrello: Si, lo illustro. Allora in questo mercato, tra le varie bancarelle che esistono in questo mercato, tra le varie bancarelle io volevo dire…

Presidente: Colleghi per cortesia. Consigliere Baldi, per favore. Grazie.

Porrello: Poi si offendono! Quando c’è Baldi che parla con tutti gli altri, quell’altro che si alza e quello che si gira, poi dico mercato e si offendono tutti! Ma è chiara la cosa! Bene.. (interruzione di un consigliere) …appunto, non sente nessuno! L’ho detto, potrei dire qualsiasi cosa qui, lo dimostrerò! Presidente, lo dimostrerò! Allora, quindi noi ci impegniamo ancora una volta a cercare di migliorare un testo che fa schifo! Grazie.

Presidente: Parere della Giunta?

Assessore: Parere contrario.

Mi scuso per la lunga digressione, ma credo che, oltre all’indiscutibile valore comico, questa premessa sia utile per capire quale sia il clima, l’atmosfera, ma anche il livello, del dibattito nell’aula del Consiglio Regionale, ed è altresì utile per capire quanto è successo nella seduta del 23 ottobre 2014.

Storace assume la Presidenza. Con il suo aplomb e la sua sagacia. Storace, l’ex governatore travolto dagli scandali, ex deputato, ex politico di livello nazionale, di serie A, retrocesso suo malgrado sugli scranni di un Consiglio Regionale. Gli emendamenti si susseguono a un ritmo incessante: interventi, voto, interventi, voto. Tutti respinti dal fronte compatto del PD. Siamo all’emendamento numero 236, ma la strada è ancora lunga, sono più di duemila. Prende la parola un consigliere 5stelle, tutti si distraggono, poi parla un altro consigliere 5stelle, il capogruppo del PD va al gabinetto, due consiglieri vanno a prendersi un gelato, tutti si distraggono, il consigliere 5stelle finisce di parlare, il presidente Storace chiede di votare, prima a favore, e tutti i deputati 5stelle alzano la mano, poi contro, ma nessuno lo ascolta, solo uno se ne accorge, Bellini del PD, nessun altro, né a destra né a sinistra. Storace non alza la voce, non richiama all’ordine o ad una maggiore attenzione, semplicemente dice: “Emendamento approvato.” Punto.

Nessuno in quel momento sa quale sia il contenuto dell’emendamento, ma è una rivoluzione. All’art. 3 comma 6 dopo le parole “la realizzazione degli ampliamenti di cui al comma 1 è subordinata all’esistenza delle opere di urbanizzazione primaria” si aggiungono due semplici paroline, “e secondaria” .

Patatrack!

Ecco smontato il Piano Casa.

Tuscia felix

3 settembre 2014

La Tuscia Viterbese è la più grande risorsa paesaggistica del Lazio. Grazie ad uno sviluppo industriale limitato, alla sua economia prevalentemente agricola e, soprattutto ad un sistema viario poco sviluppato, i paesi dell’Altro Lazio, con l’eccezione di Viterbo, hanno avuto uno sviluppo edilizio assai limitato. Soprattutto, è mancata la speculazione edilizia nei termini delle altre province, soprattutto quella di Latina.

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Perché è una risorsa? Come può essere valorizzata?
Può essere valorizzata scegliendo di affiancare all’economia agricola, già presente, una tipologia di turismo selezionata che affianchi l’economia esistente.

In realtà è un lavoro che è già in atto almeno da due decenni, ma girovagando per questi paesi si notano differenze vistose nell’approccio al problema.

Ci sono centri come Tuscania e Barbarano Romano che hanno fatto del turismo l’obiettivo principale (Tuscania per il suo patrimonio artistico, Barbarano perché è inserito al centro del Parco Regionale Marturanum) e hanno agito di conseguenza.

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Nel caso di Barbarano, per esempio, il centro storico, che è costruito su uno sperone circondato da forre e boschi, le nuove costruzioni sono state localizzate fuori dalla vista del centro ed è stata approntata una regolamentazione sui materiali e gli interventi compatibili con il patrimonio storico.
L’alluminio anodizzato, tanto per chiarirci, è sparito dal panorama della cittadina.

Ci sono infine piccoli centri come S.Martino al Cimino che vantano natali illustri (la ristrutturazione del borgo fu affidata al Borromini) e sono rimasti pressoché intatti.
Queste sono tre eccellenze, dunque, ma cosa hanno in meno Sutri, Civita Castellana, Soriano nel Cimino e Ronciglione (e non solo queste)? Solo e semplicemente una maggiore attenzione e pianificazione dell’attività edilizia, con un occhio di riguardo all’impatto sul paesaggio.
Quando gli amministratori riusciranno a superare gli interessi dei privati (costruisco qui perché mi conviene) in un ottica di valorizzazione del bene comune avvieranno una economia come quella della Toscana, che ha fatto dell’eccellenza e della sostenibilità il suo brand.

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In altre realtà, tempi, sensibilità, sono stati sperimentati interventi volti a coniugare i requisiti funzionali moderni con un richiamo alla tradizione locale.
Una sperimentazione significativa, in questo senso, è stato il quartiere Italia a Terni (città industriale, un contesto differente dalle cittadine citate prima) progettato da Mario Ridolfi.

Amate l’Architettura, anche nell’ottica di sensibilizzazione verso queste tematiche, affianca l’Associazione Stella Errante in un’escursione nella Tuscia Viterbese e nel Ternano, che si terrà il 13 settembre 2014.

Sarà presente anche un rappresentante del nostro Movimento che introdurrà a queste tematiche.
Per informazioni sul viaggio:

Qui un link al nostro album fotografico su Flickr

Della casa-albero, dell’architettura disegnata e di altre speculazioni care agli architetti

Con la bella stagione mi sono recato a Fregene, località balneare vicino Roma, e un pomeriggio ho portato mia figlia e sua cugina a vedere la casa- albero di (dei) Perugini, per vedere la loro reazione (qui le foto).

Questo evento mi ha dato modo di riflettere un poco sull’eredità che ci ha lasciato l’architettura di quegli anni, di cui questo edificio è un esempio significativo.

Va premesso che l’ideazione della casa è comune all’interno della famiglia Perugini. La casa è stata ideata non solo da Giuseppe (1) ma anche dal figlio Raynaldo e dalla madre, Uga de Plaisant. Come ha dichiarato il figlio, la casa:”era un po’ il giocattolo di famiglia, nel momento della realizzazione ognuno di noi proponeva delle soluzioni e nascevano discussioni… era una sorta di grande laboratorio”.

Questa dichiarazione mi ha aiutato a mettere nella giusta ottica un edificio che vuole essere un manifesto dell’anticonvenzionalità nella progettazione della residenza.

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Più ancora, la villa sembra essere un esame di progettazione architettonica tenuto da un professore che chiede ai suoi studenti una ricerca spinta alle estreme conseguenze: la contrapposizione tra leggerezza, suggerita dai volumi appesi alla struttura posta interamente all’esterno, e massività espressa dal calcestruzzo a facciavista; l’immagine di rifugio richiamata dal distacco dalla terra (la casa albero appunto) sottolineata dal corpo (estraneo) della scala, sollevabile dal terreno, per isolare l’abitazione dal mondo; i giochi di pieni e vuoti , spesso basati su moduli cubici, sugli angoli dei volumi reso in parte con gli infissi in vetro e acciaio ed in parte con arretramenti ciechi (cioè di parti di vuoto “scavate” tra i tamponamenti in calcestruzzo); la ripetizione ossessiva del modulo quadrato, espressa anche nei pannelli prefabbricati dei tamponamenti nonché nei solai, sono le manifestazioni più visibili di una ricerca ossessiva sul linguaggio che scivola nell’esercizio di stile. Sono evidenti le suggestioni delle architetture futuribili degli anni ’60, qui espresse nei gusci funzionali sferoidali, attaccate al corpo principale come dei plug-in secondo la lezione degli Archigram.

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Perugini con la sua casa, diviene un emblema dell’ambiente culturale architettonico dell’epoca, in particolare quello romano: l’utopia, il rinnovo della società attraverso l’architettura, scivola nell’esercizio di stile, nella riflessione colta dell’abitare.

È forse il progressivo distacco dalla società degli architetti (più precisamente delle Università) di quegli anni,dovuta anche ad una trasfigurazione ideologica della cultura urbana. In questo senso è significativo l’articolo autocritico di Quaroni sulla “scomposta ribellione neorealista”(2).

Negli anni ’60, alla crisi dell’esperienza del moderno, si “inaugura, anche in Italia, un nuovo approccio alla progettazione architettonica che, a partire dall’esigenza di riflettere sui suoi contenuti espressivi e conoscitivi, tende a rivalutare, fuori da facili retoriche, il processo formalizzante e a ribadire il valore autonomo del progetto architettonico in analogia con le arti figurative”(3).

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Nasce, dunque, in quegli anni una sperimentazione formale ossessiva, talvolta legata alla monumentalità dei lasciti storici italiani o a tarde (rispetto al dibattito architettonico internazionale), rielaborazioni dei temi portanti del moderno.

La crisi edilizia successiva al ’68, la progressiva burocratizzazione del processo autorizzativo dell’edilizia, l’esplosione (successiva alla Legge-Ponte del 1967) dell’abusivismo, portano ad avvicinare l’immaginario architettonico comune alla costruzione spontanea in contrapposizione alle speculazioni narcisistiche (perché per lo più solo disegnate) delle facoltà di Architettura.

Un problema tutto italiano, questo, che la Triennale di Architettura del 1973, tenta di internazionalizzare, a proposito del quale Francesco Moschini scrive ancora: “I materiali esposti in quella Triennale, per la maggior parte costituiti da progetti e da pochissime cose realizzate, alludevano ad una dimensione teorica del progetto, anzi si rileggeva in loro una formazione che era il sintomo di una necessità di rispondere all’eclissi del progetto”.
Tutto ciò aveva “provincializzato”, per gli anni a venire, la cultura architettonica italiana.

Philip Johnson, a titolo di esempio, videointervistato da Ciro Giorgini nel 1993 (4), cita BBPR, Figini e Pollini, Michelucci e, unica eccezione tra i contemporanei, Renzo Piano.

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La casa-albero non ha le responsabilità di altri edifici ben più noti della stessa epoca, è un gioco fatto tra cultori dell’architettura per loro stessi ed è più che lecito che sia così. È comunque un esempio emblematico che ci riporta al problema della conservazione degli edifici di quegli anni, perché sono bastati appena tre decenni a ridurla ad un rudere e perché, nonostante alcune proposte nell’ambito comunale (la trasformazione in museo), nessuno ha la capacità di reperire i fondi necessari (che ad occhio non sono pochi), ma forse di reperire anche un’idea forte, per recuperare questa struttura.

Io sostengo l’idea nata dall’immaginazione delle due bambine, dopo un primo sbigottimento alla vista della casa-albero: una bella ludoteca.

Riferimenti iconografici:

gli stralci dei disegni della villa sono stati presi dal sito ArchiDiAP:
http://www.archidiap.com/works/casa-sperimentale/

le foto nell’articolo e su Flickr sono dell’autore dell’articolo.

Scheda biografica:

Giuseppe Perugini, 1914-1995, ordinario di Composizione Architettonica alla Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma, ha svolto una intensa attività didattica e di ricerca caratterizzata da un rigore formale e dimensionale di natura classica unito ad una matrice razionalista.

Bibliografia minima:

Il paese dei Barocchi – Casabella-Continuità 215 (1945), rieditato in Casabella 539, 1987

Francesco Moschini – Anni Settanta, viaggio corpo conflitto, corteo, performance… – Skira 2007

Architetti del ‘900 – P.Johnson, “….l’Architettura dell’incertezza” – Regione Lazio, Assessorato alla Cultura; RAI Radiotelevisione Italiana, 1993

L’Architettura partecipata è possibile!

10 agosto 2014

Amate l’Architettura per quasi 6 mesi ha fatto parte del “Laboratorio di progettazione partecipata” promosso dall’Assessore alla Trasformazione Urbana Giovanni Caudo, all’interno dell’operazione “Caserme di Via Guido Reni”, e previsto nel Protocollo d’intesa siglato a Dicembre 2013 con Cassa Depositi e Prestiti per la valorizzazione dell’area ed il passaggio di quasi il 50% della stessa dal Demanio al Comune di Roma. Nell’operazione inoltre, a fronte della valorizzazione dell’area e della destinazione della parte Privata a Residenze, Alloggi Sociali, Attività Commerciali e Turistico-ricettive, l’altra parte invece Pubblica sarà destinata alla realizzazione del Museo della Scienza e di Attività ed Attrezzature di quartiere grazie al contributo straordinario che sarà versato dal Privato e che non potrà in ogni caso essere inferiore ai 43.000.000 di euro. Gli accordi con CDP ed il Protocollo d’intesa che dovranno essere resi ufficiali dopo l’approvazione della Delibera contengono, sempre secondo l’Assessore Caudo, altre due cose importanti:

1. la prima è che si faccia un “Concorso Internazionale” per elaborare il progetto del Masterplan dell’Area intera degli Stabilimenti Militari e che le linee guida per il Concorso vengano “tracciate” dai responsabili degli uffici tecnici competenti del Comune di Roma, insieme ad un “Laboratorio di progettazione partecipata” formato da cittadini, movimenti ed associazioni del quartiere Flaminio. Tutto ciò è già avvenuto, ed un documento elaborato da circa 15 Associazioni e Movimenti di cittadini del quartiere e non solo, è stato già consegnato all’Assessore nello scorso mese di Luglio;
2. la seconda è che il costo relativo al Concorso Internazionale di Progettazione sarà completamente a carico di Cassa Depositi e Prestiti, e non peserà sulle risorse economiche del Comune di Roma.

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L’approvazione della Delibera, sgombra il campo da molte critiche e sospetti che erano stati sollevati anche all’interno del “Laboratorio”, obiettando, giustamente, che non è mai stato fornito nessun documento che attestasse quanto detto sopra, anche dopo varie richieste formulate. Ma è altrettanto vero che non è stato mai fornito nemmeno alcun documento che attestasse il contrario. Nessuno ha mai dimostrato l’inesistenza di un Protocollo d’intesa, o che nel Protocollo ci fossero condizioni completamente diverse da quelle fornite da Caudo. Tanto è vero che la Delibera con la richiesta di Variante al PRG era già stata approvata in Giunta il 27 Dicembre 2013. Quindi, dopo più di dopo 5 mesi ed un percorso di “Progettazione partecipata” concluso, con una Variante di PRG pronta per essere approvata in Assemblea consiliare, sostenere che forse era meglio prevedere un Accordo di programma o un Print (Programma Integrato) al posto della Variante, sinceramente noi lo abbiamo trovato “incomprensibile” e soprattutto strumentale ad un chiaro “scontro” politico che, come da copione, le forze della “restaurazione” portano contro chi si propone di cambiare ed innovare. Evidentemente anche in politica la perdita di “abitudini e riferimenti certi e sicuri”, procura spesso panico e disorientamento soprattutto a chi vive l’impegno politico principalmente come professione e non come servizio. Questa purtroppo è una realtà che in Italia ha raggiunto oramai livelli patologici anche in ambiti importanti di rappresentanza.

A noi di Amate l’Architettura non interessa entrare in un “agone politico” e prendere posizione per una parte o per l’altra. Dalla fondazione del nostro Movimento nel 2009, crediamo in una partecipazione politica, non partitica, finalizzata al miglioramento delle condizioni urbane e sociali, offrendo il nostro contributo, sul tema dell’architettura, solo per la realizzazione di interventi utili e di qualità per la città e soprattutto per i cittadini. Per questo motivo eravamo rimasti sconcertati nel leggere, in questi ultimi mesi su tutti i quotidiani, che una parte evidentemente “influente” del PD, era riuscita quasi a convincere il Sindaco Marino della necessità di ritirare la delibera di Variante al PRG, che l’Assessore Caudo aveva preparato, per un’operazione che era stata già avviata da sei mesi (sic!).

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Quali sono le motivazioni per le quali definiamo “straordinario” questo risultato?
Per comprenderle ripercorriamo le principali tappe del cammino che ha portato a questa delibera.
Dal Gennaio/Febbraio 2014, su invito dell’Assessore Caudo e del Presidente del II° Municipio Gerace, si è costituito un “Laboratorio di progettazione partecipata” (al quale abbiamo partecipato attivamente, fin dalla sua formazione) per definire le linee guida del documento con il quale indire un Concorso Internazionale per il Progetto del Master Plan della Città della Scienza.
Nel mese di Luglio il “Laboratorio” ha consegnato all’arch. Geusa, Responsabile del Procedimento del Processo di partecipazione, il documento nel quale sono confluite tutte le proposte, le richieste e le indicazioni che le Associazioni, i Comitati ed i cittadini del quartiere Flaminio hanno formulato, concordato e condiviso dopo circa 6 mesi di riunioni settimanali nei locali messi a disposizione all’interno dell’area delle “Caserme”.
Il numero e la qualità delle Associazioni di cittadini che hanno condiviso e firmato il documento finale, senza entrare nel merito dello stesso, sono il valore aggiunto di questa operazione, che potrebbe diventare un punto di riferimento per operazioni e procedure analoghe.
Questi sono principalmente i motivi che ci hanno fatto accogliere con grande soddisfazione, finalmente, l’altra notte alle ore 2,00 del 7 Agosto 2014, l’approvazione della Delibera per la Variante di PRG sull’area di Via Guido Reni, secondo lo schema e l’iter voluto dall’Assessore Caudo. L’unico emendamento inserito nella Delibera approvata, è stato quello che prevede nel percorso da seguire, dopo il Concorso Internazionale, il ricorso al PRINT (Programma Integrato) nell’accordo definitivo con Cassa Depositi e Prestiti.
All’interno del Documento del Processo partecipativo Amate l’Architettura ha espresso qualche perplessità su quelle che potranno essere i metodi e le procedure di promozione e gestione del Concorso Internazionale che, come tutto il resto dell’operazione, dovrà contenere uguali elementi di innovazione, chiarezza e trasparenza come quelli messi in campo fino a questo momento. Il Concorso Internazionale si farà. Come e in che modo è da decidere e siamo fiduciosi che l’Assessore Caudo terrà fede a quanto promesso e più volte ripetuto sulla presenza e partecipazione del “Laboratorio” dei cittadini, delle Associazioni e Movimenti di quartiere a tutte le decisioni future.
E fino ad oggi non abbiamo proprio nessun elemento per dubitarne.

di Giorgio Mirabelli e Lucilla Brignola