Dodici – se la periferia viene raccontata da un fumetto

11 novembre 2013

dodici“Mi pare che la carta dell’ONU reciti tipo: <un quartiere ha diritto di essere chiamato tale quando ha una popolazione disposta a scrivere ‘NOMEDELQUARTIERE + REGNA’ in ogni angolo della città”

Così Zerocalcare (fumettista italiano) nell’ultima sua opera (DODICI) ci propone la sua definizione di quartiere.

“Rimango convinto che dopo ‘Forza Roma’ e ‘Viva la fica’ la scritta di senso compiuto più diffusa a Roma negli anni novanta fosse ‘REBIBBIA REGNA’. “

Rebibbia, per chi non lo sapesse è un quartiere romano, addossato alla Tiburtina, che prende il nome dalla presenza ingombrante dell’omonimo carcere.

Rebibbia è un quartiere dove non si arriva per caso, ci devi volere andare, ed è anche un quartiere, come tanti a Roma, frutto di evoluzione urbana caotica e incontrollata, privo di riferimenti forti; in bilico tra l’abusivismo anni ’70 e i quartieri modello INA-Casa. Qui vicino è stato realizzato il quartiere modello di Ridolfi e Quaroni, ma nemmeno questi pregevoli interventi hanno saputo dare al quartiere una identità urbana.

Rebibbia non è più neanche periferia: il centro si è allargato inglobando i suoi confini ma tenendoli debitamente fuori da sé. La Periferia è oggi molto più lontana. Il confine della città si misura ormai con il Raccordo (il GRA del Leone d’Oro). In mezzo però ancora molte zone faticano a trovare un senso o una identità. E quando cominciano a trovarlo, la sensazione di chi ci ha vissuto è che qualcosa si perda per strada. Ciò che prima era margine, territorio di emarginati ed esclusi, oggi comincia a essere luogo di “conquista” da parte di estranei: gli zombies immaginati dalla storia sono infatti, non a caso morti-viventi, figure ibride adatte ad un quartiere sospeso a metà tra il centro e gli estremi, incapace di sapere se vivere o morire. A contrastare l’imminente gentrification restano la presenza ingombrante del carcere e i suoi abitanti più fedeli; personaggi al limite tra il reale e il mitologico, che nel tempo hanno costruito l’identità stessa del quartiere. Nascono così nell’immaginario popolare personaggi come “er Paturnia”, bullo del quartiere, a cui viene accreditata niente di meno che la diffusione dell’aviaria in europa, deciso a salvare quel che resta dei superstiti perché Rebibbia “è il suo quartiere” e dopo anni di vessazioni, sente di portare il peso della “educazione” dei suoi abitanti: “nessuno pensa mai alla responsabilità sociale del bullo”. Oppure Ermete che difende eroicamente la sua casa dall’invasione preveggendo il complotto che sta dietro l’arrivo degli zombies: “questa non sarà mai una terra di fottute apericene. Quantevveroiddio Rebibbia non sarà il nuovo Pigneto!”

Un quartiere che, se privo di elementi e icone architettonici, non manca di crearseli. C’è il carcere che caratterizza il quartiere con la sua granitica lentezza, il suo ritmo lento, dovuto da chi sa di dover aspettare. Ci sono però anche luoghi e miti che nascono totalmente dalla fantasia popolare; luoghi come la piazza del Mammuth, dovuto ad una storiella inventata per rimorchiare, o come il Cristo di Hokuto, nato dalla ibridazione vandalica di una edicola sacra con il Manga di Ken il Guerriero.

Miti e luoghi che per resistere, hanno bisogno che qualcuno continui a raccontarli o a tramandarli, almeno finché qualche architetto/urbanista non decida di rappresentarli o di scoprirne il mistero radendoli al suolo.

I ragazzi protagonisti della storia alla fine fuggono via disillusi ma il racconto del quartiere resta, nascosto tra le pieghe di una storia di fantasia.

Amate l’Architettura REGNA!


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