Una piazza Taksim per gli architetti

“A Istanbul, nella piazza Taksim, dove si trova il Gazi Park, Erdogan voleva tagliare seicento alberi per costruire una moschea e un centro commerciale. Lunedì della settimana scorsa, quando si sono presentate le ruspe, la piazza era occupata, i «nuovi indignati» erano accampati nel parco.”

Preciso subito che l’intera protesta turca ha ragioni ben più profonde e radicate che vanno oltre la difesa del Gazi Park. Sarebbe riduttivo pensare che la rivolta dei giovani turchi sia riconducibile a una questione di semplice gestione del territorio. E’ indubbio però che una questione urbanistica è divenuta un simbolo forte nel quale si sta catalizzando tutto il malcontento di un popolo che si sente evidentemente escluso e insoddisfatto dal governo di una nazione.

In ogni caso, se fossi il sindaco di una qualsiasi città, oggi ci penserei due volte  prima di aprire un nuovo centro commerciale. Cercherei di capire come migliorare i processi decisionali di trasformazione del territorio; lascerei perdere tutte le pianificazioni “dall’alto” e darei immediatamente ascolto alla cittadinanza. Attiverei subito dei seri processi di partecipazione: non sia mai mi scatenano una protesta come quella di Gozi Park.

Sembra infatti che i cittadini stiano cominciando a pretendere di entrare nel merito delle scelte che si fanno sulla città; pare anche che se non li ascolti tendano ad incazzarsi.

E gli architetti, in questa storia, da che parte si collocano?

Domanda scomoda; secondo me siamo esattamente a metà del guado.

Già, perché il lavoro dell’architetto si esercita costruendo!

Costruendo edifici (anche centri commerciali e chiese); sottraendo cioè terreno per fare spazio a nuove costruzioni; in ogni caso abbattendo e riqualificando manufatti; sempre, per definizione, intervenendo su tessuti esistenti; magari anche tessuti ed ambiti urbani che toccano corde sensibili della cittadinanza; luoghi urbani densi di significato.

Se non si costruisce non si lavora, se non si lavora non si mangia.

Ma quando gli architetti chiedono di lavorare, cosa chiedono, se non nuove costruzioni, nuove opere? Quando a chiederlo sono in centocinquantamila architetti siamo poi così sicuri che per farli lavorare tutti (proprio tutti) ci si possa limitare a dei programmi di riqualificazione? siamo sicuri che non finiamo per intaccare nemmeno un metro quadro di terreno vergine? siamo sicuri che non finiamo per intervenire su opere ed architetture importanti? siamo sicuri che non finiamo per costruire nuovi centri commerciali all’interno di un Gozi Park?

Una posizione scomoda; fare lavorare gli architetti significa intervenire, abbattere, ricostruire. Non costruire significa per corollario non fare lavorare gli architetti. Volete il parco? licenziate gli architetti!

Su un piano opposto, che definirei deontologico, l’architetto dovrebbe, per formazione professionale, essere una figura che difende e tutela il territorio. Una figura che dovrebbe essere in prima fila tra i manifestanti di piazza Taksim, a protestare contro il consumo indiscriminato e inutilmente speculativo del territorio (sia pure un parco urbano). A difendere l’importanza di un luogo che acquisisce valore in virtù proprio dell’assenza dell’architetto.

Un luogo che acquisisce valore, si fa spazio simbolico, si riempie di senso, quindi si fa necessariamente architettura, malgrado (forse proprio grazie a) l’assenza totale di un architetto.

Sono sicuro che tra i manifestanti c’erano anche molti e numerosi architetti. Il mio pensiero ed affetto va integralmente a loro che si sono presi botte e lacrimogeni per la nobile causa di un parco da preservare. Affianco a loro c’erano dei cittadini che con forza chiedevano di partecipare alle scelte che interessano la città: chiedevano di fare a meno degli architetti.

Sembra di vedere un operaio della Fiat che protesta perché si costruiscono troppe automobili. Da una parte è giusto così; c’è l’inquinamento, la mobilità sostenibile, il consumo di petrolio, ecc. Ma l’operaio/architetto che protesta è consapevole che tra un po’ dovrà cercarsi un’altro lavoro? lo sa che deve cominciare a specializzarsi nella produzione di biciclette?

La difesa di questo parco è insieme la difesa di un modello che non sembra più avere bisogno né di architetti né di architettura; almeno nella forma e nei modi in cui siamo abituati a esercitare la professione. Chi ha bisogno di architetti in un mondo che non vuole più costruire nuovi edifici? Quale municipalità può avere bisogno di architetti se le scelte di trasformazione del territorio sono espresse e pilotate direttamente dai cittadini?

Di fronte alla doverosa difesa del parco Gozi dobbiamo pensare a quale ruolo possono o devono avere gli architetti all’interno di un modello che tende ad escluderli. Dobbiamo pensare a come fare evolvere una professione in maniera da dare risposte alle esigenze di una società che rifiuta gli architetti.

Mi consolo pensando che un giorno, non lontano, quando la professione di architetto sarà quasi estinta, e il suo esercizio sarà considerato un valore antico da tutelare, ci sarà sempre un gruppo di nostalgici pronti a incatenarsi prima del nostro ultimo inesorabile abbattimento.

Allora, solo allora, ci sarà una piazza Taksim anche per gli architetti.


5 Commenti a “Una piazza Taksim per gli architetti”

  1. contributi_addio scrive:

    Il dilemma posto, non mi sembra corretto. L’architetto, quando serve, è giustamente per costruire o riqualificare. Se c’è l’esigenza di una moschea, o un centro commerciale, non è detto che debba essere sempre a discapito di piazze o luoghi pubblici. Il centro commerciale, forse si poteva fare a 500 m dalla piazza o a 5km, ma se serve, c’è bisogno dell’architetto, anche se prende le manganellate per difendere il parco. E forse c’era bisogno dell’architetto al momento della pianificazione del supermercato. O forse c’era da dare qualche manganellata all’architetto che ha firmato la pianificazione fatta di quel supermercato in quella piazza.

  2. contributi_addio scrive:

    L’operaio Fiat, se dovesse essere investito sul marciapiede, quando protesterà, non sarà contro le automobili, ma contro chi le guida sopra i suoi piedi.
    E se l’operaio fosse stato al volante, probabilmente non avrebbe neanche pensato di salire sul marciapiede con l’auto. Ma se l’avesse fatto, avrebbe certamente meritato una manganellata.

  3. Giulio Pascali scrive:

    @contributi
    secondo me la protesta di Istambul è sintomatica di una crisi molto più profonda.
    Le stesse proteste e discussioni si rilevano sistematicamente anche in Italia e in tante altre parti.
    Io vedo due aspetti della questione che incidono radicalmetne sul modo di operare dell’architetto.
    – da una parte vi è una critica radicale agli obbiettivi per cui si esegue una progettazione
    – dall’alltra una critica altrettanto forte sulle modalità con cui questa progettazione si svolge

    Entrambe metono radicalmetne in discussione il ruolo dell’architetto come attore principale nella gestione del territorio.

    Gozi park è diventato un caso eclatante perchè è evidente che si è superato il limite della decenza, ma se anche si fosse deciso di costruire un centro commerciale o una chiesa nella periferia della città la questione sarebbe stata esattamente la stessa.

    Quello che sta sullo sfondo sono due modelli di gestione del territorio. Diversi modelli nei quali cambiano radicalmente anche ruolo e funzione degli architetti.

    Il modello Erdogan (applicato anche in molti casi in Italia) è quello che definirei piramidale e dirigista; vi è un vertice unico e una precisa scala gerarchica nei processi decisionali. Il vertice decide quali sono le esigenze della città, affida l’incarico all’architetto, l’opera si realizza. Spesso è l’architetto stesso che si arroga il diritto e la facoltà di decidere quali sono le esigenze della città (modello archistar). In ogni caso né chi governa, né l’impresa, né l’architetto (che alla fine comunque obbedisce ai primi due) hanno realmente come obbiettivo diretto il soddisfacimento delle esigenze della città; nessuno ha un reale interesse a registrare le esigenze della cittadinanza le quali sono spesso contrastanti.
    Il sindaco, l’impresa e l’architetto decidono (a volte ritenendo di interpretare correttamente le esigenze della città) limitando al massimo la relazione con la cittadinanza; quando questa relazione avviene è comunque per effetto di una “gentile concessione”.
    Il sindaco, l’impresa e l’architetto sono, per così dire degli intermediari delegati a interpretare le esigenze della città.

    Il modello oposto mira a scardinare in maniera sistematica questa intermediazione. I cittadini che protestano sono fermamente decisi a entrare nel merito di ogni singola scelta e vogliono poter incidere a monte di ogni trasformazione. I cittadini premono per azzerare i liveli di intermediazione; ne hanno la capacità culturale (si tratta di persone mediamente scolarizzate) e possiedono gli strumenti idonei (la rete e gli strumenti di comunicazione sociali). In questo modello, il lavoro dell’architetto cambia radicalmente, di sicuro si complica; allo stesso modo come cambia il rapporto di chi amministra le città nei confronti di chi è amministrato. Entrambi sono un elemento nodale di una rete molto più ampia e complessa, della quale non è possibile prescindere.
    Il sindaco, l’impresa e l’architetto, in questo modello devono cedere una buona fetta della loro autonomia decisionale; devono operare nella consapevolezza che le trasformaizoni territoriali possono essere anche notevolemnte indeterminate e che questa indeterminazione è fuori dal loro controllo. Una condizione inaccettabile per molti architetti che invece considerano il loro mestiere come un fatto estremamente personale, e l’opera di architettura come un prodotto finito estremamente rigido, indiscutibile e rigorosamente chiuso nella sua forma architettonica.

    Portando alle estreme conseguenze il nuovo modello, anche la progettazione stessa tende a divenire un processo nel quale non si identifica una sola figura “titolare” del progetto. Il progetto stesso è sempre più il frutto di un lavoro condiviso di più professionisti (anche un ampio numero) e sottoposto alla valutazione decisionale di una moltitudine non definita di stakeholder.

    La trasformazione e il passaggio tra i due modelli non è indolore. Il fatto che questa protesta sia degenerata è l’esempio più evidente di come si stiano scontrando due culture contrapposte. In Olanda questa evoluzione è già accettata e si stà manifestando senza conflitti. In altri paesi dove il potere centralista è più forte e meno disposto a cedere sul controllo, la trasformaizone non può che avvenire in maniera traumatica. In Italia le proteste Notav sono un esempio eclatante del problema.

    Ora la mia riflessione è questa:
    Gli architetti che si schierano idealmente con i manifestanti del Gozi Park, quanto sono consapevoli del cambiamento che stanno promuovendo?
    Sono disposti ad accettarne fino in fondo le conseguenze?
    La mia sensazione è che molti colleghi covino l’illusione di essere, in qualche maniera immuni alla rivoluzione.
    Da una parte ci si batte e si promuove il cambiamento, dall’altra si protesta se quel cambiamento ci coinvolge direttamente; una versione cognitiva del NIMBY, cambiate pur eil mondo purchè non venite a toccare la mia profesisone.

    Quanti di noi, una volta ricevuto un incarico di progettare un centro commerciale in un qualsiasi luogo, anche periferico sarebbero disposti ad accettare che una parte consistente delle decisioni e delle scelte di progetto avvengano fuori dal nostro studio di progettazione?
    Quanti esporrebbero i loro progetti al giudizio dei cittadini sia durante la progettazione che durante l’esecuzione? quanti sarebbero disposti ad accettare che elementi consistenti del progetto siano realizzati in maniera autonoma e fuori dal controllo del progettista principale?

  4. contributi_addio scrive:

    Posto così, mi sembra più chiara la questione che sollevavi.
    Nel 1994, la legge Merloni, aveva già previsto tutto, ma nessuno l’ha mai seriamente applicata. Era fatta troppo bene.
    Infatti, si prevedeva il progetto preliminare, il progetto definitivo ed il progetto esecutivo, con vari gradi di discussione da parte degli organi eletti democraticamente.
    Quanti progetti sono fatti passando per queste fasi? Forse uno su mille.
    Un caso recente è stata di un impianto fotovoltaico in città, che ha sollecitato numerose proteste e i politici hanno candidamente dichiarato che non avevano visto il progetto, se non una volta realizzato.
    E’ sempre un problema di funzionamento della democrazia. Se quando il politico si presenta promette una cosa, e poi ne fa un’altra, ci saranno sempre di più conflitti.
    Se si evidenzia quali sono le progettazioni che si intende realizzare, i conflitti forse potrebbero essere ridotti.
    Quanto alla TAV, molte volte mi chiedo fino a che punto sono ammissibili le proteste.
    Ammesso che sia un’opera totalmente errata, se segue tutte le regole della partecipazione democratica e la maggioranza per 10 volte vota per farla, il problema non è la partecipazione, ma la gente. Che cosa bisogna fare allora una guerra civile?
    Ci sono delle opere che possono essere valutate su più generazioni.
    Quando hanno iniziato le piramidi o le cattedrali e sapevano che avrebbero finito 50 anni dopo, erano certi di sapere se una simile costruzione valeva lo sforzo di una generazione?
    Quando si progetta, quali sono le opere che hanno una visione più lunga di 30 anni?
    Se l’architetto non ha una precisa visione di cosa vuole la committenza, per chi progetta?

  5. Giulio Pascali scrive:

    La TAV è un esempio eclatante del fenomeno che descrivo.
    Il quel caso è evidente quanto accanto a questioni di carattere tecnico (protesto perche non ritengo utile la TAV in senso assoluto) si sono aggiunte questioni di carattere ideologico (protesto perchè non condivido il sistema che genera queste grandi opere, indipendentemente dalla loro effettiva utilità).
    Oggi la normativa italiana sui lavori pubblici ha recepito il principio che il maggiore conivolgimento delle popolazioni nelle fasi iniziali del progetto è uno dei fattori determinanti per prevenire fenomeni di protesta e di rifiuto.
    La “Progettazione partecipata” però è ancora vista da amministratori e progettisti come una pratica di cui diffidare, spesso relegata a aspetti marginali, e considerata come un contentino di facciata.

    Non basta però prevedere le tre fasi di progetto, bisogna anche capire chi e come le scelte fondamentali di queste fasi possono essere modificate da parte di un pubblico vasto.

    Le tre fasi del progetto di impostazione ex Merloni rispondono a una logica che è quanto di più bloccante esista. rispndea ad un rigidissimo processo che impedisce qualsiasi interferenza esterna. Si basa su scelte deliberate e decise a monte da organismi che ne valutano i contenuti in base a sclusivi criteri burocratici. Un progetto esecutivo, deve rispondere principalemtne alle esigenze di bilancio, e deve rispettare ogni cavillo normativo che impone la legge sui lavori pubblici.
    In fase di esecuzione ogni variante è rigidamente controllata. Il sistema è rigido anche perchè tende a imbrigliare qualsiasi discrezionalità da parte degli amministratori (si basa sulla presunzione di sfiducia nei confronti di chi ci amministra….).
    L’ultima cosa a cui un bravo progettista pensa quando progetta in regime di Lavori Pubblici è se quel progetto riponde alle esigenze dei cittadini che lo useranno.

    Come dicevo però oggi i movimenti urbani che si catalizzano sotto diverse forme di protesta chiedono solo una cosa: di poter incidere sui progetti modificandone i contenuti adattandoli alle loro singole esigenze; di potere dire di no ad una opera se non la ritengono necessaria (almeno di poter esprimere questa opinione).

    Consentire questa partecipazione in maniera reale costa; costa tempo da dedicare all’ascolto delle esigenze (che non sono né univoche né chiaramente espresse), costa soldi da stanziare per le esigenze di adattamento (la stesura di più versioni dei progetti in maniera da recepire gli aggiustamenti richiesti), costa per il rischio che l’indeterminatezza del processo contiene implicitamente (perchè un sistema simile è sottoposto a continui adattamenti e rischia di essere fuori controllo).
    Questo costo potrebbe essere ampliamente ripagato sia perchè riduce il conflitto sociale, sia perchè il prodotto finale è più rispondente alle esigenze degli utilizzatori (quindi in teoria non richiede ulteriori modifiche una volta finito).

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