Inarcassa, una riforma non sostenibile

Teatro Comunale di Vicenza, I° Marzo 2013: “Enrico, ricordati che fuori dal Comitato dei Delegati tu sei nessuno!” con questa frase espressa verso di me dal Vice Presidente si avvia alla conclusione l’assemblea con gli Iscritti indetta da Inarcassa (Cassa di Previdenza degli Ingegneri ed Architetti) indetta per illustrare la riforma previdenziale appena varata.
Pertanto ti avverto sin d’ora, caro lettore, che le domande che mi sono posto non hanno nessun significato e peggio, le risposte che mi sono dato non hanno nessun valore. Preciso anche che le mie riflessioni non generano nessuna “aspettativa nei confronti di Inarcassa”.

Che la riforma riduca le pensioni è intuibile da tutti, ma io mi chiedo:quanto verrà ridotta la pensione?
La risposta è un drammatico taglio delle pensioni, allorquando la riforma sarà a regime, cioè per tutti coloro che si iscrivono dal I° gennaio 2013, di oltre il 50% rispetto alle attuali.

La riforma è sostenibile … per gli Iscritti?
In sintesi per un fondo pensione la sostenibilità si basa sulla capacità di gestire con efficienza il patrimonio versato dagli iscritti. Per gli iscritti la sostenibilità è invece un concetto più complesso perché si associa all’equità, alla dignità, in definitiva alla stabilità nel lungo periodo in termini sociali. Se gli iscritti pagano i contributi, li tengono vincolati per trent’anni e se li vedono restituire con un rendimento dell’1%, c’è il forte rischio che il sistema non sia più socialmente stabile nel lungo periodo. Infatti come reagiranno i giovani e i futuri iscritti,  quando si renderanno conto della pessima resa attribuita ai loro versamenti? Si chiederanno: perché mai mi devo iscrivere obbligatoriamente ad Inarcassa?

Ma a partire dal prossimo anno, non è l’1,5% il tasso minimo garantito con cui verranno capitalizzati i contributi versati e quindi restituiti come pensione?
E’ vero: l’1,5 % è il tasso minimo promesso. Però non tutti i contributi concorrono a generare la futura pensione. Il contributo soggettivo nella sua interezza sì, invece quello integrativo solo per una parte. In altri termini, al massimo il 77%  dei contributi raccolti, verrà impiegato per creare le future pensioni di tipo contributivo a ripartizione.

E la capacità gestionale dell’Ente?
Si azzera in partenza la ricerca di una gestione competitiva e meritocratica degli investimenti, l’unica premiante per le nostre pensioni. E visto che l’Europa non è una società  collettivistica chiusa, l’eventuale fuga dall’Italia, attraverso le società di ingegneria, dei migliori redditi dei Colleghi professionisti, causerà un ulteriore taglio delle pensioni, dovuta alla riduzione delle entrate contributive e quindi del patrimonio investibile.

E’ stato il ministro Elsa Fornero con l’imposizione della sostenibilità a 50 anni, ad obbligare Inarcassa a varare questa riforma “innovativa”?
La sostenibilità di un ente previdenziale non può mai essere misurata in anni. Ipotizziamo che un bilancio prospettico determini che  Inarcassa esaurisca ogni riserva patrimoniale fra 51 anni. A quella data,  permarrebbero ancora in vita almeno metà degli attuali iscritti o i loro superstiti. Che senso avrebbe, per questa moltitudine di professionisti, continuare a rimanere, oggi, associati? Il ministro ha imposto non tanto un nuovo sistema previdenziale bensì uno stress test, una verifica di robustezza. Gli stress test, come quando li hanno imposti alle banche, servono a prevenire i collassi del sistema. Gli stress test devono essere superabili, altrimenti anziché consolidare il sistema, ottengono l’effetto opposto di quello che intendevano prevenire e cioè il collasso del sistema: la corsa agli sportelli (per le banche) e il rifiuto a pagare i contributi (per gli Enti di previdenza).  Con la riforma del 2008, cioè appena quattro anni fa, Inarcassa aveva aumentato – più del 50% – gli oneri previdenziali. Lo stress test sarebbe stato facilmente superato riducendo qualche dissimmetria nelle prestazioni, ad esempio correlandole al progressivo aumento della longevità. Infatti la sopravvivenza, non solo dell’Iscritto ma dello stesso ente previdenziale privato di noi liberi professionisti,  non può prescindere  dall’adeguatezza dei ritorni pensionistici e dalla capacità di tenere sotto controllo il proprio debito.

Enrico Oriella – Ingegnere Delegato Inarcassa per la provincia di Vicenza.

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37 Commenti a “Inarcassa, una riforma non sostenibile”

  1. ettore maria mazzola scrive:

    mi congratulo con Enrico per il suo illuminante e drammatico (sig!) intervento durante l’incontro di Testaccio.
    Grazie
    Ettore Maria Mazzola

  2. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    alcuni giovani colleghi presenti all’incontro sono rimasti basiti

  3. Non solo i giovani colleghi Giulio Paolo.
    Il risultato certo di un sistema “pensionistico – assistenziale” così “organizzato” non può che portare alla fuga di un’ampissima porzione di iscritti oltre che alla riduzione delle future iscrizioni.
    Siamo alla follia pura, secondo questa riforma, professionisti con un reddito medio annuale che si aggira sui 20.000 € lordi, che al netto di tasse, spese e quant’altro (se ti va bene), si riducono a 10.000 € netti, dovranno pagare quote minime annuali di 3.000 € e sopravvivere con i restanti 7.000 € (meno di 600 €) al mese.
    Questa è una manovra che porta dritti dritti alla scomparsa della libera professione.
    Grazie Enrico per la chiarezza della tua esposizione.

  4. contributi_addio scrive:

    Riflessioni al contrario
    1) Non sarà che le pensioni di oggi sono il 300% di quanto dovrebbero essere?
    2) Non sarà che è insostenibile essere presi per deficienti?
    3a) Non sarà che qualcuno deve pagare l’assistenza?
    3b) Non sarà che con il sistema a ripartizione con il metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata, non c’è niente da capitalizzare?
    4) Non sarà che con i redditi calati del 27% non c’è più niente da gestire?
    5a) Non sarà che l’INPS è sostenibile senza patrimonio?
    5b) Non sarà che senza Fornero il patrimonio finiva dopo 20 anni? Quello di Fornero non è uno stress test ma un tetto allo scippo. Che rimane sempre stratosferico, ma non totale come era prima visto che la cassa senza interventi sarebbe fallita lasciando gli iscritti non con una misera pensione ma con una grande illusione pensionistica.

    P.S. In un sistema squilibrato demograficamente e gestito a ripartizione come il nostro, il patrimonio è lo strumento principale per il trasferimento di risorse tra generazioni successive visto che non viene accumulato per le ultime, bensì per quelle che vanno in pensione oggi.

    Ma gli interessi non sono tanto sul Regolamento di previdenza che forse cambieranno, bensì sulla gestione del patrimonio di 7 milardi destinato a crescere a dismisura nei prossimi anni. Chi controlla? Il comitato nazionale dei delegati quando si riunisce due giorni per l’approvazione di un bilancio incomprensibile? Il collegio dei revisori dei conti con una relazioncina di 20 pagine? Siamo seri.
    Un saluto e un abbraccio per il coraggio, se non è sana incoscienza giovanile.

  5. contributi_addio scrive:

    La riforma del 2012 di Inarcassa, è lo specchio fedele dei casini dell’Italia di ieri, di oggi e di domani.
    E’ il summa di tutto quanto di peggio siamo riusciti a costruire in 20 anni di autonomia gestionale e del peggior modo per uscirne negli anni a venire.
    Innanzi tutto, se leggete il bilancio di previsione 2013, la riforma è insostenibile per la cassa (ai sensi delle leggi vigenti), prima ancora che per gli iscritti. Ne dovrebbero prendere atto i delegati nella prossima approvazione del bilancio consuntivo 2012, confortati dai ministeri vigilanti, ma non è detto.
    La legge Dini che ha introdotto il metodo di calcolo contributivo per i dipendenti, è del 1995 e lo Stato all’epoca, ci dette la possibilità di gestire in autonomia l’abbandono del metodo di calcolo retributivo.
    All’epoca le casse dovevano dimostrare la sostenibilità a 15 anni in termini di saldo totale.
    Gli ingegneri e gli architetti, non hanno trovato, per 18 anni, la forza di guardarsi nelle palle degli occhi, farsi un esame di coscienza e tirare le somme. Si sono voltati dall’altra parte ed hanno detto: freghiamocene poi quel che sarà sarà.
    Così è andata avanti fino al 2007 quando lo Stato ha lanciato l’allarme che il gioco non poteva continuare (innalzando la sostenibilità a 30 anni).
    Fino ad allora il sistema si era retto su una crescita continua degli iscritti e su un numero contenuto di fortunati pensionati.
    Nel 2007, quindi lo Stato ha detto che bisognava garantire la sostenibilità a 30 anni (un sistema previdenziale dovrebbe garantirla a 90). Quando arrivano queste sveglie la risposta ufficiale di solito è: non toccateci l’autonomia, giù le mani dal patrimonio della cassa privata che non ha aiuti dallo Stato.
    Da novembre sappiamo che non è così e che Inarcassa è pubblica al pari dell’INPS, che i contributi sono tasse per gestire il sistema e il patrimonio è quindi dello Stato.
    I nostri delegati con la manovra del 2008 hanno pensato di aumentarle dal 12,7% al 20% per riequilibrare “temporaneamente” i conti (le pensioni erano reali per i nuovi pensionati ma bellissime promesse o come si dice ora “aspettative nei confronti di Inarcassa” sicuramente non esaudibili, per i futuri pensionati).
    E’ arrivata la crisi che ha buttato il tavolo in aria. Crollo del 26% dei redditi sommato all’aumento delle tasse e dei contributi, hanno di fatto dimezzato le entrate degli iscritti.
    Lo Stato, vista l’ennesima inerzia della Associazione, detta delle blandissime regole e dice fate voi.
    I delegati decidono di tassare ulteriormente gli iscritti fino al 22,5% (vedi bilancio 2013) ma ancora non basta e le scintillanti aspettative irrealizzabili nei confronti di Inarcassa, vengono ridotte al livello di pensione sociale, anche se ora con qualche probabilità di concretizzarsi.
    Lo scontro è generazionale. I numeri sono a favore dei giovani, ma questi sono totalmente ignari di quanto sta avvenendo. La riforma vuole portare piano piano gli iscritti verso una piccola INPS cercando di favorire al massimo chi sta in pensione o in procinto di esserlo.
    Come si fanno i conti? E’ molto semplice: pensione = montante / 17,7.
    17,7 è il reciproco del coefficiente di trasformazione per 65 anni.
    Se nel 2013 si raccoglie un miliardo di contributi, si distribuiscono le nuove pensioni per una somma di un miliardo/17,7 che sono poco più di 40 milioni di euro di nuove pensioni (ma per il 2013 il miliardo non basta).
    E questo anche se hanno pagato per meno di un quarto ossia 250 milioni.
    In conclusione in questi primi anni, la riforma mantiene perfettamente la gestione a ripartizione e determina un salasso tra gli iscritti di circa 750 milioni l’anno che diviso 160.000 fanno circa 4.500 euro cadauno/anno girato al delegato.
    Quando nel 2015 si andrà a votare, ognuno saprà che come minimo quel voto gli costerà (mediamente) per i successivi 5 anni più di 20.000€ (in più o in meno a seconda del risultato).
    Riassumendo, lo Stato Italiano permette la sopravvivenza di una piccola repubblica al suo interno dove i cittadini (per attività professionale, non per nascita) hanno liberamente deciso di raddoppiarsi le tasse in un periodo di crisi per mandare in pensione con decoro i propri anziani.
    Quindi la colpa non è né del presidente né del vicepresidente, ma dalla maggioranza degli iscritti, io compreso che democraticamente, votando o non votando, si sono dati una mazzata gigantesca sulle palle.
    Forse se hanno una colpa, è di non aver detto la verità, ma chi lo ha fatto?
    Ora sapete il contenuto della riforma, e non penso che ve la spiegheranno agli incontri.
    Salutoni.

  6. contributi_addio scrive:

    Ritornando alle domande volevo fare qualche chiarimento:
    1) Le pensioni non vengono affatto ridotte del 50%, ma numericamente parlando, per alcuni vengono aumentate all’infinito. Se infatti prima era previsto il default dopo 30 anni, significa che le consistenti prestazioni promesse non venivano affatto erogate (a meno di riforme previdenziali o manovre economiche come è avvenuto). Quindi la Fornero ha semplicemente detto di smetterla con le bugie pensionistiche.
    2) La risposta sul perché un giovane si deve iscrivere obbligatoriamente alla cassa è nell’art. 38 della Costituzione. Lo Stato garantisce la pensione di vecchiaia, invelidità ecc. con suoi enti o istituti, nel nostro caso Inarcassa. Nel nostro caso aggiunge anche l’autonomia gestionale che se non adeguatamente utilizzata può determinare gravi diseguaglianze.
    3) Una quota di contribuzione serve per l’assistenza. La parte restane non viene capitalizzata ma rivalutata all’1,5% senza inflazione. Infatti il metodo di calcolo contributivo è a “capitalizzazione simulata”. Quella reale si fa a tassi di mercato. I contributi che rientrano nel metodo di calcolo retributivo della pensione di vecchiaia sono rivalutati con il tasso di inflazione. I contributi con il metodo di calcolo contributivo della pensione di vecchiaia all’1,5% quindi meno dell’inflazione. Volendo si può comunque aggiungere un altro 8% del reddito che sarà anch’esso rivalutato all’1,5%.
    4) http://www.ingegneri.info/forum/viewtopic.php?p=383038#p383038
    5) “Lo stess test sarebbe stato facilmente superato riducendo l’asimmetria delle prestazioni”. Fino al 2008 non vi era asimmetria delle prestazioni, ma solo una promessa pensionistica che non sarebbe stata mantenuta. Oggi abbiamo l’asimmetria delle prestazioni per legge. Quello che la presidente ha definito uno stress test superato è una grande bugia. Il sistema non reggeva alle regole della Fornero e pertanto è stata necessaria una pesante manovra sia dal lato delle entrate con ulteriori aumenti di tasse che dal lato delle uscite con drastiche riduzioni delle promesse.
    Saluti.

  7. […] il patrimonio versato dagli iscritti. E’ invece, un concetto più complesso perché si associa all’equità, alla dignità, alla stabilità nel lungo periodo in termini sociali.L’epilogo della politica che consegna a un Paese […]

  8. contributi_addio scrive:

    http://www.cassaforense.it/Cassafor/RivisteCassa/LaPrevidenzaForense/PrevForense/Anno2006/Num4/previdenza_opinione00_4-2006.pdf

    E’ già tutto scritto, solo che nessuno può leggerlo.
    Una cosa sono le Aspettative, una cosa sono i Diritti quesiti.

  9. Enrico Oriella scrive:

    Rispondo a contributi_addio su le riflessioni al contrario:

    1. Non erano il 300% di quanto avrebbero dovuto essere. Le pensioni di ieri erano dignitose per chi aveva redditi bassi, buone per chi aveva redditi medi, molto buone per chi aveva redditi elevati (tenendo conto che in questo caso l’iscritto versava un contributo di solidarietà su tutto il reddito oltre gli 86.000 euro, mentre la pensione aveva un tetto massimo che si aggirava sui 56.000 euro. Già con la riforma del 2008 le pensioni erano state ribassate, mentre quelle di anzianità (queste sì privilegiate) andavano brevemente a estinguersi. L’errore che si fa è contrapporre pensioni a contributi, dimenticando che questi ultimi devono rendere. Con un rendimento netto del 3%, Inarcassa avrebbe assorbito il baby boom delle iscrizioni avvenute dopo il 1995 (riforma Dini).

    2. Io mi sono sentito preso per deficiente, tanto che ho votato contro questa riforma

    3. 3a) Non capisco. Inarcassa non fa assistenza. 3b) Ma se i contributi che tu versi devono servire per pagare gli altri allora, in un sistema contributivo, vieni preso per deficiente due volte (vedi INPS)

    4. A maggior ragione c’è da gestire: è tutto quello fino ad ora accumulato. Poco più di 6 miliardi di euro (non 7).

    5. 5a) L’INPS è sostenibile per un anno, non per 50 anni. E lo è solo grazie alle nostre, oltre che altrui, tasse, che servono a ripianare il suo deficit annuo. 5b) Ognuno può pensare della Fornero ciò che vuole. Fare previsioni a 50 anni è giocare con i soldi, non garantire. Infatti con le misere pensioni, da oggi garantite con la riforma, chiunque può giocare con i nostri sudati contributi.

    P.S. L’unico modo per ridurre il “temuto” trasferimento di patrimonio tra generazione (ripartizione) è raggiungere rendimenti del patrimonio adeguati. A memoria un rendimento costante del 6% composto permette il raddoppio del capitale in 10 anni. Sulla gestione, sul controllo e sulla trasparenza, alla luce degli ultimi regolamenti approvati, ho grossi dubbi.

    Enrico Oriella

  10. contributi_addio scrive:

    Dico subito che non sono d’accordo su molte cose.

    1a) Le pensioni con la riforma 2008, entrata in vigore nel 2010 non sono state affatto ribassate (vedi bilancio tecnico 2006 e 2009, la spesa cambia in modo insignificante anche nella proiezione a 50 anni, forse per le limitazioni sulle pensioni di anzianità).

    1b) In un sistema previdenziale che si finanzia a ripartizione a parziale copertura, il patrimonio copre una frazione infinitesima del debito previdenziale che nel 2006 era di 25 miliardi (v. bilancio tecnico a gruppo chiuso 2006). Il rendimento gestionale degli ultimi anni non ha superato l’inflazione. Il rendimento reale previsto con la riforma è l’1%, ma il bilancio di previsione 2013 è ampiamente sotto e non copre l’inflazione.

    1c) “L’errore che si fa è contrapporre pensioni a contributi, dimenticando che questi ultimi devono rendere.” Il metodo di calcolo retributivo si guarda bene dal fare questo errore, infatti le pensioni correnti sono pagate con i contributi degli altri (in altri campi si parla di schema Ponzi).

    1d) Metodo di calcolo contributivo, non significa che i contributi sono capitalizzati (si parla di capitalizzazione simulata). E’ solo un metodo di calcolo per abbattere le aspettative di qualcuno a scapito delle pretese di altri.

    3a)”Non capisco. Inarcassa non fa assistenza.” Inarcassa si chiama Cassa Nazionale di Previdenza e ASSISTENZA Ingegneri e Architetti Liberi Professionisti. Se poi non la fa, è un’altra cosa, ma il contributo dello 0,5% era per l’assistenza che sarebbe dovuta essere per le pensioni di invalidità, inabilità, maternità, distinte da vecchiaia, reversibilità, superstiti.

    3b) http://it.wikipedia.org/wiki/Capitalizzazione_simulata
    In effetti, si usano dei termini ingannevoli quali “montante contributivo individuale” o “tasso di capitalizzazione”, ma se tu porti i soldi in banca e ti calcolano gli interessi all’1,5% ma quando li vuoi ritirare ti dicono che le “aspettative non creano un impegno per INARCASSA” e che ti devi ripresentare 5 anni dopo per iniziare a ritirare la pensione altrimenti la cassa non è sostenibile, se non è una presa in giro due volte che cosa è? (Cioè per non darti una pensione ridicola, ti dicono di passare un attimo prima che crepi in modo che la rata fa più figura).

    4) Bisogna stare attenti a parlare di gestione perché essendo il patrimonio l’anticipazioni delle pensioni in essere, ogni volta che si fa una svalutazione dei titoli, bisogna pagare i pensionati due volte. http://www.ingegneri.info/forum/viewtopic.php?p=357545#p357545

    5) L’INPS oggi è molto più equo di Inarcassa anche se non ha un minimo di patrimonio di copertura. Infatti il rapporto pensionati/iscritti è molto meno sbilanciato di Inarcassa. Le tasse che lo stato prende dalla fiscalità generale sono solo 80 miliardi e li unisce alle imposte chiamate contributi per garantire il servizio. 80 miliardi rappresentano il 30% della spesa. In Inarcassa, i contributi integrativi rappresenteranno secondo il bilancio di previsione 2013 il 35% dei contributi complessivi.
    Il fatto che la gestione INPS unisca tutte le professioni la rende molto più stabile ed infatti sta assorbendo tutti i fondi in default. Per i professionisti si parla di accorpare le casse proprio per raggiungere la stabilità dell’INPS.

    P.S.) Premesso che parlare di rendimento al 6% è totalmente assurdo, (basta che vedi i redimenti dei fondi pensione), un modo per ridurre il reale (e non temuto) trasferimento di patrimonio tra generazioni è ridurre le pensioni attuali (i commercialisti hanno iniziato dal 2004 a ridurle dell’8%) e allungare da subito l’età pensionabile, visto che in tanti continuano a lavorare. Un’altro modo è quello di mettere gli aumenti in un altro fondo a gestione separata.
    Saluti

  11. N. Di C. scrive:

    Stop ai contributi retroattivi (di CRISTINA PUGLISI)
    Una sentenza civile destinata a fare storia e a bloccare le richieste di pagamento avanzate dall’Inps. Le richieste di pagamento dell’Inps ai professionisti iscritti alla cassa previdenzi…ale non sono dovuti se non associati alla gestione separata.
    _____________________________________________________
    Il Tribunale di Nicosia fa giurisprudenza ed emette, con giudice Riccardo Trombetta, primo in Italia, una sentenza civile destinata a fare storia e a bloccare le richieste di pagamento avanzate dall’Inps, in forma retroattiva, ai professionisti iscritti alla cassa previdenziale ma non alla gestione separata. A ricorrere, con l’assistenza legale degli avvocati Angela Anello e Anna Maria Gemmellaro, e ad ottenere ragione sono stati 9 tra architetti e ingegneri con regolare iscrizione previdenziale come insegnanti che due anni fa si erano visti recapitare accertamenti esorbitanti nell’ambito della cosiddetta operazione Poseidone. A giugno 2011 l’Inps aveva inviato delle lettere di invito al pagamento di contributi alla gestione separata a studi legali, studi di architettura, ingegneria e ingegneria integrata, commercialisti, ragionieri, attività paramediche, con le quali chiedeva il pagamento degli arretrati perché, sul reddito libero professionale, andavano pagati i contributi alla gestione separata in quanto non coperti da altra contribuzione. L’Inps aveva imposto l’iscrizione d’ufficio, quindi obbligatoria, alla gestione separata sulla base della Legge 111/2011, in maniera retroattiva a partire dal 2005. Per l’Inps si apriva la possibilità di ottenere milioni di euro per cinque anni di contributi di contributi arretrati da parte di quei professionisti che hanno svolto attività senza iscriversi alla gestione separata dell’Inps né alla cassa, perché quest’ultima prevedeva la libertà di scelta se pagare o no i contributi, o come nel caso degli ingegneri non contempla la doppia iscrizione. “Gli ingegneri e gli architetti odierni ricorrenti – scrive il giudice Riccardo Trombetta nella sentenza – già nel 2005 beneficiavano dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, in quanto tutti iscritti all’Inpdap quali docenti pubblici dipendenti. Se è vero dunque che, giacché destinatari di altra forma previdenziale obbligatoria quali pubblici dipendenti, ai sensi dell’articolo 7.5 dello Statuto, la Cassa previdenza professionale Inarcassa non consente loro l’iscrizione e non offre pertanto i relativi trattamenti pensionistici, con conseguente esonero dei medesimi dal versamento del contributo previdenziale soggettivo, deve ritenersi altrettanto vero che un tale esonero statutario dal versamento non potesse costituire nel 2005 presupposto per l’iscrizione alla gestione separata Inps”. Il giudice ha quindi condannato l’Inps alla cancellazione dei 9 professionisti dall’iscrizione alla gestione separata, dichiarando che le somme pretese non sono dovute, e al pagamento della metà delle spese processuali.

    http://www.gds.it/gds/edizioni-locali/enna/dettaglio/articolo/gdsid/256974/
    https://www.facebook.com/previdenza

  12. N. Di C. scrive:

    Riprendendo il punto 3.a) di contributi_addio, volevo evidenziare al collega Enrico Oriella che:

    Con sentenza n. 6014/2012, il Consiglio di Stato, ribaltando due sentenze del Tar Lazio favorevoli agli enti di previdenza privati, ha stabilito che le Casse previdenziali private dei professionisti conservano una funzione strettamente correlata all’interesse pubblico, costituendo la privatizzazione una innovazione di carattere essenzialmente organizzativo.
    Il carattere pubblicistico dell’attività istituzionale svolta dalle Casse trova fondamento nell’obbligo di iscrizione e contribuzione e nella natura di pubblico servizio dell’attività svolta.
    Inoltre, la direttiva 2004/18/CE, include tra gli organismi e le categorie di organismi di diritto pubblico , gli “enti che gestiscono forme obbligatorie di previdenza e di assistenza”.
    Tale elencazione del resto non è tassativa, giacché, la stessa direttiva citata e la normativa nazionale di recepimento rimettono all’interprete l’individuazione dei requisiti sostanziali che qualificano un ente come organismo di diritto pubblico assoggettato alle discipline pubblicistiche sugli appalti.
    I giudici del Consiglio di Stato, hanno sostenuto che la privatizzazione – datata 1994 – di tali enti “ha lasciato immutato il carattere pubblicistico dell’attività istituzionale di previdenza e assistenza” .
    http://www.casaeclima.com/index.php?option=com_content&view=article&id=13551:consiglio-di-stato-le-casse-di-previdenza-dei-professionisti-sono-pubbliche&catid=1:latest-news&Itemid=50

    Il primo effetto immediato della sentenza del Consiglio di Stato è stata l’applicazione alle Casse dei professionisti delle regole della spending review (legge n. 135/2012).
    Con l’art.8, comma 3 del decreto legge n.95 del 6/07/2012, convertito con modificazioni nella legge n.135/2012, il legislatore ha previsto per gli enti e gli organismi anche costituiti in forma societaria, dotati di autonomia finanziaria, che non ricevono trasferimenti dal bilancio dello Stato, che la riduzione della spesa per consumi intermedi sia tale da assicurare risparmi per 5% nell’anno 2012 e 10% a decorrere dall’anno 2013 della spesa sostenuta per consumi intermedi nell’anno 2010.
    La relazione tecnica chiarisce che la norma è rivolta, quindi, a ridurre la spesa inefficiente mantenendo al contempo inalterata sia la qualità dei servizi resi che la stabilità della gestione.

    All’epoca sosteneva l’Adepp: “La sofferenze dei giovani professionisti, le difficoltà di oltre due milioni di persone che generano quote importanti del Pil in assenza di qualsiasi ammortizzatore sociale, non possono essere superate soltanto da un atto giudiziario”. La funzione “assistenziale” delle Casse viene esplicata quando interviene in casi particolari della vita dei cittadini, sostenendo gli iscritti economicamente in determinate situazioni: periodo di disoccupazione o in pensione, periodo di maternità, malattia, contributi per i libri di testo, ecc… (vedasi artt. 13 e successivi del Regolamento di previdenza dei dottori commercialisti).
    http://www.cnpadc.it/index.php?q=regolamento_di_disciplina_funzioni_di_previdenza.pdf

    Altro aspetto previdenziale, socialmente ed eticamente qualificante, da sempre sottostimato da Inarcassa, è l’adeguatezza e la sicurezza delle prestazioni, come sottoscritto dalla stessa Muratorio, contemplato all’art. 4 del MEMORANDUM” PER IL RIORDINO ORGANICO DELLA NORMATIVA
    CHE DISCIPLINA GLI ENTI PREVIDENZIALI PRIVATI: “La necessita di ottenere obiettivi condivisi in termini di adeguatezza dei trattamenti, come elemento sostanziale per la sostenibilita “sociale” di un sistema di previdenza del pilastro obbligatorio, richiede soluzioni legislative aventi la nalita di incrementare 1e risorse nanziarie destinabili alla funzione di tipo assicurativo previdenziale e a quella di natura assistenziale”
    …… omissis ……
    “La necessita di ottenere obiettivi condivisi in termini di adeguatezza dei trattamenti, come elemento
    sostanziale per la sostenibilita “sociale” di un sistema di previdenza del pilastro obbligatorio,
    richiede soluzioni legislative aventi la nalita di incrementare 1e risorse nanziarie destinabili alla
    funzione di tipo assicurativo previdenziale e a quella di natura assistenziale. A tale proposito risulta indispensabile prevedere 1’evo1uzione verso bilanci pluriennali (triennali) che consentano una maggiore efcienza della gestione dei proli di rischio/rendimento e una conseguente maggiore redditivita del patrimonio degli Enti”.
    Inoltre, Inarcassa non ha mai ricercato di istituire il cosidetto 2° pilastro (preferibilmente chiuso), la cosidetta previdenza complementare. Tale scelta è chiaramente strategica al fine di evitare diatribe/scontri con INARSIND (i cui iscritti, ad esempio i dipendenti degli studi che hanno tale facoltà).
    Comunque, Inarcassa si è mossa in maniera diversa (in realtà non si è affatto mossa) da quanto specificatamente previsto dal sopracitato MEMORANDUM: ” l’eventuale estensione della platea dei destinatari a liberi professionisti non iscritti alla Cassa ma anche all’Ordine di riferimento, che istituisce la forma pensionistica complementare”.
    Infine, una ultima valutazione marginale rispetto al punto considerato, ma non di poco conto rispetto alle analisi di tipo economico: il Regime scale. Le Casse sono sottoposte ad un regime scale di tassazione sul modello ETT (esenzione dalla tassazione dei contributi previdenziali, tassazione dei redditi patrimoniali, tassazione delle prestazioni previdenziali erogate), a fronte del modello EET (Tassazione dei soli trattamenti previdenziali) applicato al sistema della previdenza obbligatoria gestita dagli Enti pubblici.
    http://www.itinerariprevidenziali.it/allegati/memorandum_enti_privati.pdf

  13. geo_tritone scrive:

    preg.ma contributi_addio,
    sono molto lieto di incontrare una collega (anche io sono un ex provinciale), che analizza con passione i numeri di Inarcassa e, per questo, mi permetto di segnalare alcune osservazioni:
    1a) se i bilanci tecnici 2006 e 2009 registrano le stesse proiezioni di spesa pensionistica, allora le pensioni dovrebbero essere state tagliate di circa il 10 %. Essendo questi due bilanci “stazionari”, l’incremento della longevità relativa, dovrebbe produrre un aumento delle uscite pensionistiche. Le stesse unità di conto adottate – cioè l’euro corrente del 2006 e quello del 2009 – implicano una differenza di valore del 7-9%.
    1b) sospetto un errore di calcolo nell’estrarre (dal bilancio tecnico 2006) un controvalore di 25 miliardi per il debito di Inarcassa. Nel 2006 dovrebbe risultare un debito minore di 18 miliardi. I 25 miliardi sarebbero stati raggiunti solo nel 2009, successivamente all’aumento (oltre 60 %) dei contributi obbligatori. Per un ulteriore scambio di opinioni, io valuto (dal bilancio 2011) in 37 miliardi il debito latente raggiunto da Inarcassa, prima dell’ultima riforma. Il recente taglio delle future pensioni (non quelle in essere) dovrebbe essere di poco più di 14 miliardi. Considerando anche il nuovo aumento dei contributi (questi dovrebbero crescere di quasi 3 miliardi), il debito di INARCASSA dovrebbe scendere a circa 20 miliardi. Questo disavanzo, permane di complessa gestione. Per dare una idea della cifra, corrisponde ad oltre 3 volte il reddito globale annuo di tutti gli associati.
    1c – 5) Condivido le ulteriori considerazioni espresse. Sicuramente il sistema rimane di tipo “a ripartizione” e, quindi, ogni estratto conto previdenziale, dei singoli associati, rimarrà solo “figurativo” , senza alcuna segregazione protettiva dei capitali versati. Cambia, e di molto, il metodo di calcolo delle pensioni. Si ha l’impressione che, in cambio dei contributi versati, Inarcassa emetterà le future pensioni sotto la forma dei celebrati, quanto arcani, derivati finanziari, cioè di titoli di debito il cui controvalore sarà definito dall’andamento di uno o più sottostanti. Elenchiamoli: la crescita della speranza di vita, il monte-redditi degli iscritti, il risanamento del debito previdenziale, le rendite degli investimenti patrimoniali e gli stanziamenti destinati alla “assistenza” . Le stesse erogazioni per l’assistenza non sono più contingentate (prima erano circoscritte allo 0,50 % del reddito globale), né residuali perché – ora – le pensioni di reversibilità, indirette e di invalidità, vengono conglobate nei costi per l’assistenza. Essendo queste forme di pensione commisurate all’ammontare delle pensioni di vecchiaia, si può affermare che, con la riforma, le prestazioni previdenziali sono indefinite e, quindi, forzatamente assoggettate alle future volontà e determinazioni del Consiglio di Amministrazione e, in parte, del Comitato dei delegati. Insomma, se un metodo di calcolo della pensione, per quanto innovativo, non può generare, di per sé, nuove risorse, senz’altro può essere utile ad occultare occasionali deficit di gestione. L’esempio più calzante è la riforma Dini del 1995. Per non creare allarmismi tra i giovani di allora, si preferì definire “nuovo metodo di calcolo contributivo” il semplice dimezzamento progressivo delle pensioni.
    Il P.S. “un rendimento del 6 % è totalmente assurdo”, merita un approfondimento. Si tratta di rendimento nominale lordo, cioè comprensivo di tutto: tasse, spese, inflazione, commissioni, compensi. Le rese medie storiche degli investimenti nel mercato internazionale dei capitali, in attivi e beni reali, sono superiori al 6 % annuo. Così come non possono che essere superiori – per l’effetto leva degli investimenti – al risultato medio globale, il PIL mondiale. Nei secoli, l’umanità ha sempre prodotto beni sufficienti a superare sia le ricorrenti carestie e catastrofi naturali, che gli effetti dell’incremento progressivo del tasso di crescita demografica. L’osservazione di queste serie numeriche, non può che farci ritenere che sia cautelativo ed efficiente il perseguire un obiettivo d rendimento medio lordo del 6 %. Ragionando sempre in ottica di rapporto rischio/rendimento, Inarcassa è favorita da una popolazione di associati giovane, con una età media di circa 40 anni. Pertanto, può capitalizzare l’extra-rendimento di lungo periodo, cioè con risultati – a parità di esposizione al rischio -superiori a quelli della ordinaria gestione patrimoniale. Un’ulteriore beneficio, costituito dall’innalzamento del premio al rischio, si troverebbe nell’adozione di una politica degli investimenti correlata alla natura reddituale-lavorativa degli iscritti; al riguardo, l’elenco delle possibili opportunità, stiamo parlando di ingegneri e di architetti, sarebbe lungo e corposo. Per questa precisa ragione, sono sorti – in tutto il mondo – i fondi pensione di categoria e, per la stessa ragione, sarebbe una iattura confluire nell’INPS o una Cassa professionale indefinita.

  14. Geo Tritone scrive:

    preg.ma contributi_addio,
    sono molto lieto di incontrare una collega (anche io sono un ex provinciale), che analizza con passione i numeri di Inarcassa e, per questo, mi permetto di segnalare alcune osservazioni:
    1a) se i bilanci tecnici 2006 e 2009 registrano le stesse proiezioni di spesa pensionistica, allora le pensioni dovrebbero essere state tagliate di circa il 10 %. Essendo questi due bilanci “stazionari”, l’incremento della longevità relativa, dovrebbe produrre un aumento delle uscite pensionistiche. Le stesse unità di conto adottate – cioè l’euro corrente del 2006 e quello del 2009 – implicano una differenza di valore del 7-9%.
    1b) sospetto un errore di calcolo nell’estrarre (dal bilancio tecnico 2006) un controvalore di 25 miliardi per il debito di Inarcassa. Nel 2006 dovrebbe risultare un debito minore di 18 miliardi. I 25 miliardi sarebbero stati raggiunti solo nel 2009, successivamente all’aumento (oltre 60 %) dei contributi obbligatori. Per un ulteriore scambio di opinioni, io valuto (dal bilancio 2011) in 37 miliardi il debito latente raggiunto da Inarcassa, prima dell’ultima riforma. Il recente taglio delle future pensioni (non quelle in essere) dovrebbe essere di poco più di 14 miliardi. Considerando anche il nuovo aumento dei contributi (questi dovrebbero crescere di quasi 3 miliardi), il debito di INARCASSA dovrebbe scendere a circa 20 miliardi. Questo disavanzo, permane di complessa gestione. Per dare una idea della cifra, corrisponde ad oltre 3 volte il reddito globale annuo di tutti gli associati.
    1c – 5) Condivido le ulteriori considerazioni espresse. Sicuramente il sistema rimane di tipo “a ripartizione” e, quindi, ogni estratto conto previdenziale, dei singoli associati, rimarrà solo “figurativo” , senza alcuna segregazione protettiva dei capitali versati. Cambia, e di molto, il metodo di calcolo delle pensioni. Si ha l’impressione che, in cambio dei contributi versati, Inarcassa emetterà le future pensioni sotto la forma dei celebrati, quanto arcani, derivati finanziari, cioè di titoli di debito il cui controvalore sarà definito dall’andamento di uno o più sottostanti. Elenchiamoli: la crescita della speranza di vita, il monte-redditi degli iscritti, il risanamento del debito previdenziale, le rendite degli investimenti patrimoniali e gli stanziamenti destinati alla “assistenza” . Le stesse erogazioni per l’assistenza non sono più contingentate (prima erano circoscritte allo 0,50 % del reddito globale), né residuali perché – ora – le pensioni di reversibilità, indirette e di invalidità, vengono conglobate nei costi per l’assistenza. Essendo queste forme di pensione commisurate all’ammontare delle pensioni di vecchiaia, si può affermare che, con la riforma, le prestazioni previdenziali sono indefinite e, quindi, forzatamente assoggettate alle future volontà e determinazioni del Consiglio di Amministrazione e, in parte, del Comitato dei delegati. Insomma, se un metodo di calcolo della pensione, per quanto innovativo, non può generare, di per sé, nuove risorse, senz’altro può essere utile ad occultare occasionali deficit di gestione. L’esempio più calzante è la riforma Dini del 1995. Per non creare allarmismi tra i giovani di allora, si preferì definire “nuovo metodo di calcolo contributivo” il semplice dimezzamento progressivo delle pensioni.
    Il P.S. “un rendimento del 6 % è totalmente assurdo”, merita un approfondimento. Si tratta di rendimento nominale lordo, cioè comprensivo di tutto: tasse, spese, inflazione, commissioni, compensi. Le rese medie storiche degli investimenti nel mercato internazionale dei capitali, in attivi e beni reali, sono superiori al 6 % annuo. Così come non possono che essere superiori – per l’effetto leva degli investimenti – al risultato medio globale, il PIL mondiale. Nei secoli, l’umanità ha sempre prodotto beni sufficienti a superare sia le ricorrenti carestie e catastrofi naturali, che gli effetti dell’incremento progressivo del tasso di crescita demografica. L’osservazione di queste serie numeriche, non può che farci ritenere che sia cautelativo ed efficiente il perseguire un obiettivo d rendimento medio lordo del 6 %. Ragionando sempre in ottica di rapporto rischio/rendimento, Inarcassa è favorita da una popolazione di associati giovane, con una età media di circa 40 anni. Pertanto, può capitalizzare l’extra-rendimento di lungo periodo, cioè con risultati – a parità di esposizione al rischio -superiori a quelli della ordinaria gestione patrimoniale. Un’ulteriore beneficio, costituito dall’innalzamento del premio al rischio, si troverebbe nell’adozione di una politica degli investimenti correlata alla natura reddituale-lavorativa degli iscritti; al riguardo, l’elenco delle possibili opportunità, stiamo parlando di ingegneri e di architetti, sarebbe lungo e corposo. Per questa precisa ragione, sono sorti – in tutto il mondo – i fondi pensione di categoria e, per la stessa ragione, sarebbe una iattura confluire nell’INPS o una Cassa professionale indefinita.

  15. ing. scrive:

    “Quindi la colpa non è né del presidente né del vicepresidente, ma dalla maggioranza degli iscritti, io compreso che democraticamente, votando o non votando, si sono dati una mazzata gigantesca sulle palle.
    Forse se hanno una colpa, è di non aver detto la verità, ma chi lo ha fatto?”

    Condivido la tua analisi che, tra l’altro, mi dà modo di conoscere e capire cose che prima erano per me oscure.

    Ciò detto, mi pare un assurdo affermare che la presidente “a vita” non abbia colpe. Anche ammesso (e non concesso) che fosse obbligata a male agire per via di pressioni interne ed esterne fortissime, resta la disonestà dell’operato suo e del consiglio. Il fatto poi che in Italia nessuno dica la verità non può rappresentare – in automatico – una giustificazione a favore di chi questa verità la nasconde sistematicamente.
    Di sicuro gli iscritti alla cassa hanno il loro fardello di colpe, non essendo andati a votare. Manchiamo di coscienza civile, non facciamo valere i nostri diritti, manchiamo soprattutto di organizzazione (siamo pigri?). E d’altra parte, nei fatti, scardinare l’attuale blocco di potere in seno alla cassa era compito improbo per una base che non sa o non vuole organizzarsi. Adesso, dopo la porcheria di riforma che hanno approvato, verrà spontaneo andare a votare contro questi signori.

  16. contributi_addio scrive:

    @ ing

    Essendo in clima di “responsabilità nazionale” avevo preferito una conclusione del genere “chi è senza peccato, scagli la prima pietra” anzichè “occhio per occhio, dente per dente”.

    Fa piacere comunque che ci sia condivisione sui temi.

  17. contributi_addio scrive:

    @ Nunzio

    Mi hai fatto conoscere altri aspetti della questione in modo chiaro e documentato.
    Il fatto della tassazione, io lo vedo così: visto che vi potete permettere di pagare pensioni non dovute, allora è meglio che una fetta la fate ritornare allo Stato.
    Con la riforma che in futuro restituirà somme ridicole, la cosa dovrà cambiare, ma non ora.

  18. contributi_addio scrive:

    @ Geo Tritone
    1a)
    http://it.wikipedia.org/wiki/Cassa_Nazionale_di_Previdenza_ed_Assistenza_per_gli_Ingegneri_ed_Architetti_Liberi_Professionisti#Bilanci

    bilancio tecnico 2009 anno 2056 uscite 9,1 miliardi di euro (pag. 51) per 118.00 pensionati
    bilancio tecnico 2006 anno 2056 uscite 8,6 miliardi di euro (pag. 67) per 98.000 pensionati

    Una riduzione c’è, non so dire perchè, se dipende dalle pensioni di anzianità o altro.

    1b) fin quando non sarà pubblicato il bilancio tecnico 2011 non posso dire nulla, il dato l’ho riportato a memoria ma era:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Cassa_Nazionale_di_Previdenza_ed_Assistenza_per_gli_Ingegneri_ed_Architetti_Liberi_Professionisti#Debito_previdenziale_e_patrimonio

    Quindi il debito del 2006 era di 17 miliardi. Ma cambia poco. Ottimo il confronto con il reddito globale di tutti gli iscritti (monte dei redditi, usato anche come parametro per la rivalutazione dei contributi) che fa capire l’ordine di grandezza.

    1c -5) Non penso che dopo la crisi del 2007 si abbia ancora voglia di giocare con i derivati, visto che nell’ultimo periodo ne sono stati liquidati la metà rientrando nei limiti dell’asset allocation. Anche le azioni saranno ridotte del 5%. Il bilancio tecnico 2011 prevede un ragionevole 1% reale e sarei ben felice se fosse raggiunto, basterebbe comperare i BTP Italia. Quanto all’assistenza, bisognerebbe vedere quello che è previsto nel BT2011.

    Sui rendimenti, non sono esperto, ma ho consultato
    http://www.covip.it/?cat=37
    Se togli l’inflazione, penso che siamo intorno all’1% massimo 1,5% (a occhio).

    Praticamente siamo d’accordo sulle cose fondamentali, queste sono sfumature.

  19. contributi_addio scrive:

    @ Geo Tritone

    Mi era sfuggita la conclusione sull’INPS.
    La riforma non è altro che un percorso di avvicinamento all’INPS che si concluderà in 20 anni.
    Come disse la presidente:
    “L’altro parametro da considerare nel calcolo della pensione è la redditività, e cioè come si deve rivalutare il risparmio previdenziale di tutta la vita lavorativa. Il ritorno sui montanti deve essere sostenibile per sempre. Oggi Inarcassa è capitalizzata al 30% rispetto al debito future previdenziale complessivo. La previdenza contributiva è figurativamente rappresentata da uno zainetto pieno di quanto si è versato Pur passando ad un sistema di calcolo contributivo il sistema è a ripartizione e non si trasforma in uno a capitalizzazione. Il sistema a ripartizione è anche quello dell’INPS per intenderci.”

    La differenza è che tra venti anni l’INPS erogherà solo nuove pensioni contributive, con tassi di sostituzione per i dipendenti molto più alti dei nostri, mentre noi vorremmo portare avanti il doppio sistema per altri 40 anni, con tassi di sostituzione dimezzati.

  20. contributi_addio scrive:

    @ Geo Tritone
    Quindi il fatto che Inarcassa deve essere sostenibile per sempre, implica che se a qualcuno si dà di più di quello che ha versato, a qualcun altro si deve dare di meno di quello che ha versato, rivalutando i contributi figurativi ad un tasso minore dell’inflazione. Ecco perchè la rivalutazione annua degli importi delle pensioni in essere è fatta in base all’indice ISTAT e non in base alla variazione quinquennale del monte dei redditi come per i contributi figurativi.
    Quanto al patrimonio, è sempre una minima frazione del debito previdenziale e quindi per quanto si voglia far fruttare, non potrà mai coprire la rivalutazione dei contributi figurativi.
    Concludendo, la riforma ha raddoppiato la pressione fiscale contributiva, per dare soldi veri ai nostri delegati prossimi alla pensione, in cambio di bellissimi contributi figurativi su una colorata busta arancione.

  21. N. Di C. scrive:

    X contributi_addio:
    Di seguito riporto le conclusioni della Corte dei Conti in ordine alla VERIFICA STRAORDINARIA degli equilibri finanziari di lungo termine di Inarcassa (in coda il link del documento pdf lib. scaricab.):

    Conclusioni:
    1) …. omissis …. avanzo economico di esercizio di 357.787 migliaia di euro, anche se in netta flessione (- 19,33%) rispetto all’esercizio precedente, che è stato interamente destinato alla riserva legale;
    2) il rapporto tra assicurati e pensionati mostra un lieve aumento, essendo i primi passati da 155.208 nel 2010 a 160.802 nel 2011;
    3) …. omissis …. incremento delle entrate contributive del 12,44%, determinato prevalentemente dall’aumento della aliquota del contributo soggettivo dal 10 all’11,5%;
    4) la gestione finanziaria ha fatto registrare, nel 2011, un saldo negativo pari a 16,56 milioni di euro, determinato da svalutazioni (pari a -117,1 milioni di euro) …. omissis …. ;
    5) …. omissis …. ;
    6) …. omissis …. Nel 2011, si ritorna alla fase decrescente (-0,52%) causata soprattutto dall’effetto delle svalutazioni operate sui titoli, che hanno influenzato negativamente il
    rendimento contabile. Si dovrà, pertanto, proseguire l’attività di monitoraggio degli investimenti mobiliari, selezionando strumenti finanziari in grado di ridurre al massimo i rischi per il patrimonio della cassa, tenendo presente il fine di previdenza che sottende;
    7) nel medio-lungo periodo il bilancio tecnico al 31.12.2009 evidenzia una situazione di squilibrio secondo la quale si prevede che, a partire dall’anno 2035, l’aliquota di equilibrio previdenziale aumenti in maniera sostenuta fino a raggiungere nel 2059 un livello due volte superiore a quello dell’aliquota
    contributiva effettiva;
    8) …. omissis …. Il nuovo Bilancio Tecnico 2011, inviato ai Ministeri Vigilanti il 13/9/2012, evidenzia una situazione di equilibrio strutturale dei conti finanziari di lungo periodo di Inarcassa, conseguente all’adozione della Riforma contributiva; i risultati, di conseguenza, si differenziano in modo significativo da quelli del precedente Bilancio Tecnico 2009, in particolare con riferimento alla (minore) spesa per prestazioni. Va tuttavia evidenziata la problematica dell’adeguatezza delle prestazioni previdenziali nel lungo periodo;

    Nunzio Di Castelnuovo (nunzio.dicastelnuovo@gmail.com – https://www.facebook.com/previdenza)

    http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_controllo_enti/2013/delibera_23_2013.pdf

  22. N. Di C. scrive:

    x contributi_addio:
    Di seguito si riportanto le conclusioni della Corte dei Conti, la Determinazione n. 23 del 19/04/2013, relativa alla VERIFICA STRAORDINARIA sul risultato del controllo della gestione finanziaria di lungo periodo:

    1) …. omissis …. avanzo economico di esercizio di 357.787 migliaia di euro, anche se in netta flessione (- 19,33%) rispetto all’esercizio precedente, che è stato interamente destinato alla riserva legale;
    2) il rapporto tra assicurati e pensionati mostra un lieve aumento, essendo i primi passati da 155.208 nel 2010 a 160.802 nel 2011;
    3) …. omissis …. incremento delle entrate contributive del 12,44%, determinato prevalentemente dall’aumento della aliquota del contributo soggettivo dal 10 all’11,5%;
    4) la gestione finanziaria ha fatto registrare, nel 2011, un saldo negativo pari a 16,56 milioni di euro, determinato da svalutazioni (pari a -117,1 milioni di euro) …. omissis …. ;
    5) …. omissis …. ;
    6) …. omissis …. Nel 2011, si ritorna alla fase decrescente (-0,52%) causata soprattutto dall’effetto delle svalutazioni operate sui titoli, che hanno influenzato negativamente il
    rendimento contabile. Si dovrà, pertanto, proseguire l’attività di monitoraggio degli investimenti mobiliari, selezionando strumenti finanziari in grado di ridurre al massimo i rischi per il patrimonio della cassa, tenendo presente il fine di previdenza che sottende;
    7) nel medio-lungo periodo il bilancio tecnico al 31.12.2009 evidenzia una situazione di squilibrio secondo la quale si prevede che, a partire dall’anno 2035, l’aliquota di equilibrio previdenziale aumenti in maniera sostenuta fino a raggiungere nel 2059 un livello due volte superiore a quello dell’aliquota
    contributiva effettiva;
    8) …. omissis …. Il nuovo Bilancio Tecnico 2011, inviato ai Ministeri Vigilanti il 13/9/2012, evidenzia una situazione di equilibrio strutturale dei conti finanziari di lungo periodo di Inarcassa, conseguente all’adozione della Riforma contributiva; i risultati, di conseguenza, si differenziano in modo significativo da quelli del precedente Bilancio Tecnico 2009, in particolare con riferimento alla (minore) spesa per prestazioni. Va tuttavia evidenziata la problematica dell’adeguatezza delle prestazioni previdenziali nel lungo periodo.

    Nunzio Di Castelnuovo (nunzio.dicastelnuovo@gmail.com – https://www.facebook.com/previdenza)

    http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_controllo_enti/2013/delibera_23_2013.pdf

  23. Antonio scrive:

    Vi segnalo quanto riportato dal Movimento SALVAINARCASSA riguardo la simulazione (falsa) della Futura Pensione sul Sito INARCASSA.

    Anche SalvaInarcassa, il movimento fondato da Ingegneri ed Architetti Delegati Inarcassa, aperto ai Consiglieri degli Ordini e ai Colleghi iscritti a Sindacati di categoria, ha effettuato varie simulazioni riscontrando però che il metodo di calcolo ufficiale trae in inganno l’iscritto: nel calcolo della pensione infatti il coefficiente di trasformazione è sempre quello dei nati nel 1948 (Tabella H48 del nuovo Regolamento Generale Previdenza)(1).
    Questo vuol dire che la pensione simulata (già molto più bassa di quella in vigore fino al 31.12.2012) va ulteriormente ridotta del 30% medio per i nati negli anni ‘70 e ’80, cioè proprio verso i giovani iscritti. Ma questo non viene enunciato nella simulazione.

  24. Nunzio scrive:

    Risposta al Delegato Inarcassa Antonio Guglielmini:
    Tutti i bilanci devono rispondere a stingenti regole legate alla stabilità e di redazione. La vera novità per Inarcassa è stata la repentina richiesta di stabilità a 50 anni.
    Gli ingegneri e gli architetti, non hanno trovato, per 18 anni, la forza di guardarsi nelle palle degli occhi, farsi un esame di coscienza e tirare le somme. Si sono voltati dall’altra parte ed hanno detto: freghiamocene poi quel che sarà sarà.
    Così è andata avanti fino al 2007 quando lo Stato ha lanciato l’allarme che il gioco non poteva continuare (innalzando la sostenibilità a 30 anni).
    Fino ad allora il sistema si era retto su una crescita continua degli iscritti e su un numero contenuto di fortunati pensionati.
    Nel 2007, quindi lo Stato ha detto che bisognava garantire la sostenibilità a 30 anni (un sistema previdenziale dovrebbe garantirla a 90). Quando arrivano queste sveglie la risposta ufficiale di solito è: non toccateci l’autonomia, giù le mani dal patrimonio della cassa privata che non ha aiuti dallo Stato.
    http://www.amatelarchitettura.com/2013/04/riforma-inarcassa-nessuno-la-spiega/#comments
    L’art. 3, comma 12, della l. n. 335 del 1995, nel perfezionare le disposizioni dirette alla garanzia di stabilità di bilancio degli enti in questione, ha attribuito a questi ultimi incisivi poteri in materia di contributi e prestazioni. Il chiaro tenore letterale di tale disposizione conferma che i poteri attribuiti (agli enti previdenziali privatizzati) riguardano i criteri di determinazione della misura dei trattamenti pensionistici, e non anche i requisiti per l’accesso ai medesimi o per la loro concreta fruizione nel rispetto, sempre, del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti.
    La legislazione vigente ha posto, quindi, dei “paletti” alla libertà di
    intervento da parte degli enti previdenziali privatizzati ex D.lgs. n.
    509/94 e D.lgs. n. 103 del 1996, individuando i provvedimenti che possono essere adottati per sanare i DEFICIT di bilancio o per riequilibrare le gestioni. Inoltre la possibilità per gli enti previdenziali categoriali (privatizzati) di modificare in pejus il trattamento pensionistico in atto, senza il “rispetto” del principio del pro rata e della “tipicità” dei provvedimenti adottabili. Una volta maturato il diritto alla pensione, l’ente previdenziale debitore non può, con atto unilaterale, regolamentare o negoziale, ridurre l’importo, tanto meno adducendo generiche ragioni finanziarie.
    Ulteriore “paletto” imposto dal Decreto, è stata l’imposizione del contributo di solidarietà, evidenziando chiaramente l’iniquità previdenziale intergenerazionale, un contributo di solidarietà dell’1%, per gli anni 2012 e 2013 (e contributo soggettivo non inferiore al 50%) a carico dei pensionati . Solo il Consiglio Nazionale Delegati ed il CdA di Inarcassa ha pensato ad avvitamenti adottando un sistema contributivo a ripartizione, favorendo la prima generazioni di pensionati. L’introduzione della pensione di vecchiaia unificata su base pro-rata, istituzionalizza la disparità di trattamento previdenziale tra gli iscritti in quanto il metodo di calcolo retributivo è mantenuto a “tutela di diritti quesiti” comunemente detti “diritti acquisiti”, inoltre la riforma crea ulteriori forma di disparità all’interno della stessa generazione di iscritti, favorendo la figura di chi riesce a rimanere iscritto alla cassa per tutta la carriera, introducendo retroattivamente per chi ha meno di 20 anni di contribuzione al 31/12/2012 il metodo di calcolo contributivo anche per gli anni precedenti. Quindi è stata attuata una forma di discriminazione intergenerazionale che penalizza chi avrà una vita lavorativa non continuativamente legata ad Inarcassa.
    Infine, dulcis in fundo, come si rileva dall’art. 24, comma 24 (nonchè rinvio al comma 2), del DECRETO-LEGGE 6 dicembre 2011, n. 201, decorso il termine del 30 settembre 2012, senza l’adozione di misure volte ad assicurare l’equilibrio finanziario a 50 anni, la pensione sarebbe stata calcolata con sistema contributivo (addio privilegi previdenziali). A mio avviso è ragionevole nonchè più sensato emendare l’attuale CdA nonchè il CND di Inarcassa per l’incerta capacità ed i risultati di gestione di Inarcassa. Vergognatevi! Mistificatori vergognatevi!
    http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2011-12-02;201~art24!vig=
    Nunzio Di Castelnuovo

  25. N. Di C. scrive:

    L’inevitabile ed ineludibile difesa, prima del “massacro di Fort Apache”:

    I Consiglieri delegati Inarcassa (ultrasessantenni), prima della ratifica della recente riforma previdenziale, avevano ben chiaro tre questioni:
    1) di aver versato poco durante l’intera carriera professionale;
    2) egoisticamente ed avidamente, aspettive esagerate dalle controprestazioni previdenziali erogate da Inarcassa;
    3) incertezza sulla stabilità di lungo periodo (si comprende lo stress test imposto dal Ministro Fornero);
    3.a) la mancata risposta allo stress test di 50 anni, avrebbe implicato l’eventuale calcolo delle prestazioni previdenziali con il sistema contributivo e non con il sistema pro-rata. Il sistema pro-rata è un sistema misto, dove le prestazioni vengono complessivamente determinate dalla somma di due periodi previdenziali valutati diversamente:
    3.a.1.) quota determinata con sistema retributivo per il numero di anni di contribuzione maturati fino alla data del 31 dicembre 2011 (e non più quindi alla data di pensionamento)
    3.a.2.) quota determinata con sistema contributivo per gli anni a partire dal 2012 all’anno di pensionamento;
    3.b) i Consiglieri Nazionali Delegati sono ben coscienti dell’iniquità delle prestazioni previdenziali erogate (si vedano le recenti simulazioni pubblicate sul sito Gestione Separata Inarcassa);
    3.c) non facciamoci prendere per i fondelli dai delegati e dall’attuale CdA di Inarcassa:
    3.c.1) non vi è alcun lodo normativo da risolvere;
    3.c.2) l’operazione Poseidone è figlio di un patto non scritto tra GS INPS ed Inarcassa dove ognuno avrebbe avuto il proprio tornaconto (in particolare Inarcassa avrebbe ottenuto introiti per €. 25.000.000 senza alcuno sforzo);
    3.c.3) i Consiglieri Delegati nonchè l’attuale CdA di Inarcassa farà di tutto per preservare lo status quo, le generosissime poltrone che rendono migliaia di euro annui all’attuale CdA. L’evidenza del tentativo di conservare lo status quo, si ravvede nella recente istituzione della Fondazione Inarcassa (di cui non si conosce con profondità la mission) e la relativa distribuzione di poltrone (di potere) ai delegati più addomesticati.

  26. N. Di C. scrive:

    Una revisione della recente riforma previdenziale, che preveda:
    1) misure di sostegno ai piccoli studi e istituzione di una GS Inarcassa per gli Ingegneri ed Architetti liberi professionisti nonchè dipendenti;
    2) maggior equità intergenerazionale con la definitiva eliminazione del sistema a ripartizione ed introduzione di un sistema previdenziale contributivo di tipo a capitalizzazione.

    1) Non ci faremo prendere per i fondelli, dai Delegati di Inarcassa, il problema non sta nel piccolo libero professionista nonchè dipendente, che si mantiene aggiornato ed arrotonda qualcosa (pagandoci le tasse dovute), ma nei colleghi anziani che in quescienza hanno ancora il coraggio di rubare il lavoro ai più giovani (viste le basse contribuzioni previdenziali che in passato hanno esborsato – 6% – evito di parlare della maggior semplicità in passato di portare in detrazione i costi e di eludere il fisco) per conquistare con il supplemento, la lauta pensione erogata da Inarcassa pari a circa 33.000 euro. Inoltre occorre ragionare sulle STP, ma evito di aprire una lunga discussione. L’insegnante che esercita la libera professione, tra rientri a scuola, formazione obbligatoria, ecc. ha a disposizione ben poco tempo per portare avanti incarichi professionali. Per lo più, si limita a fare la sicurezza e le perizie nei tribunali. Il libero professionista (ingegnere – architetto) dipendente con l’ulteriore reddito, regolarmente tassato, contribuisce sia alla crescita del PIL che agli introiti che entrano sotto forma di tasse nelle casse dello Stato.
    IL FUTURO SARA’ SEMPRE PIU’ PRECARIO ED I GIOVANI PROFESSIONISTI SI VEDRANNO COINVOLTI ED OBBLIGATI A FARE 2 o 3 LAVORI PER SOPRAVVIVERE. INARCASSA DOVREBBE TENER CONTO DELLA PROBLEMATICA E NON ESCLUDERE PER STATUTO TALE CATEGORIA.

    2) l’introduzione del sistema previdenziale contributivo a capitalizzazione: i motivi principali dell’inadeguatezza dell’attuale sistema a ripartizione adottato da Inarcassa è legato sia alla crescita dell’aspettativa di vita degli iscritti che alla diminuizione dei redditi. Queste tendenze che incidono negativamente sul sistema adottato da Inarcassa, vengono ulteriormente alimentate, dalle alte prestazioni previdenziali erogate ai colleghi più anziani, oramai prossimi e/o già in quiescienza. Nei sistemi a capitalizzazione, queste tendenze non causano problemi perché le pensioni non sono pagate con i contributi degli attivi ma con i capitali accumulati dal fondo pensione del sistema a capitalizzazione [vedasi F. Modigliani e M. Ceprini – MIT, Cambridge (Mass.)].
    http://www.rivistapoliticaeconomica.it/pdf/lu_ago/Modigliani-Ceprini.pdf
    Il sistema contributivo a capitalizzazione, ha il pregio di essere semplice e tecnicamente stabile. Inoltre si avrà la garanzia di percepire in futuro una pensione commisurata ai contributi versati nell’arco della vita lavorativa. I contributi vengono accantonati in conti individuali e investiti nel mercato finanziario in attività fruttifere, garantendo in questo modo dei rendimenti che andranno a sommarsi ai contributi medesimi. Il sistema a capitalizzazione opera, quindi, una redistribuzione del reddito individuale tra periodi di tempo diversi nell’ambito della vita di una persona. Per questo motivo si dice che esso attua una redistribuzione intragenerazionale del reddito.
    Essa assicura un elevato grado di garanzia della solvibilità (almeno per quanto riguarda i versamenti effettuati) anche nel caso di chiusura o trasferimento del Fondo ad altra gestione.

  27. N. Di C. scrive:

    Il “pesante” documento di un gruppo di architetti di Firenze sulla riforma dell’Inarcassa.

    E’ stato redatto nel 2012 in seguito a un’assemblea di 50 architetti dell’Ordine di Firenze, ma penso che possa essere interessante per tutti quelli che si pr…eparano ad entrare nel mondo del lavoro con la prospettiva di una pensione sempre più lontana e più esigua.

    OSSERVAZIONI E DOMANDE SULLA BOZZA DI SOSTENIBILITA’

    NB: questo documento di sintesi rappresenta l’espressione degli iscritti come emersa nell’incontro del 22 giugno u.s., è necessario che il Consiglio ne prenda conoscenza e assuma posizione al riguardo in tempi brevissimi, in modo da dargli la forma di una controproposta da opporre alla Presidenza Inarcassa come OAPPC Firenze.

    Il Decreto 201 del 6 dicembre 2011 impone alle Casse Professionali di adottare, entro il prossimo 30 settembre, misure volte ad assicurare l’equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni pensionistiche secondo bilanci tecnici riferiti ad un arco temporale di cinquant’anni.

    La Presidenza di Inarcassa, avvalendosi di consulenti esterni (Dott. A. Trudda dell’Univ. Sassari e Prof. S. Nisticò dell’Univ. Cassino), ha presentato il progetto che risponde alla domanda ministeriale: tale progetto è stato preso in esame venerdì 22 Luglio a Firenze, presso la sede dell’Ordine degli Architetti. Qui di seguito le osservazioni e perplessità al riguardo, espresse dagli iscritti:

    L’aliquota relativa al contributo soggettivo di fatto aumenta dello 0,5%, quota precedentemente destinata ad attività assistenziali. Quindi in futuro tali attività come verranno coperte? Inoltre, in cosa consiste esattamente l’attività assistenziale, chi ne usufruisce e in quali modalità?

    Si parla di contributo volontario (aggiuntivo) da versare fino ad un ulteriore 8,5%, quale garanzia ci sarà di rientro di quanto versato? Si teme di fatto che in futuro tale contributo aggiuntivo diventi obbligatorio per coprire eventuali perdite finanziarie.

    Il tetto reddituale su cui viene pagato il contributo soggettivo passa a € 120000. Gli iscritti con redditi superiori che vantaggi avrebbero a restare in Inarcassa? Può questo favorire un incremento nel futuro di società di progettazione?

    I contributi minimi soggettivi stabiliti nella cifra di € 2250 passando al sistema contributivo hanno ancora ragione di esistere? Non convince la motivazione della pensione minima.

    I 5 anni di agevolazione per i giovani come vengono compensati dopo 25 anni di iscrizione continuativa?

    Per retrocessione si intende la quota incamerata da Inarcassa, attraverso il contributo integrativo, che in una percentuale va accreditata sulla posizione pensionistica dell’iscritto. Perché diminuisce in proporzione con l’anzianità di iscrizione e ha un tetto max di €154.000?

    I pensionati oltre ai minimi soggettivi dovranno pagare anche un minimo integrativo di € 660 tutti o solo quelli di altro ente?

    La quota di denaro incassata con il contributo integrativo si andrà sempre più ingrossando, e alla stessa si aggiungerà anche quella versata nei rapporti fra professionisti. L’impiego del contributo integrativo deve essere rendicontato nel dettaglio. E’ lecito che sia richiesto anche a chi svolge lavoro dipendente e non ne trarrà mai alcun vantaggio?

    Dopo la riforma scomparirà del tutto la pensione di anzianità? Se si, visto che quella di vecchiaia in relazione all’aspettativa di vita arriverà fino a 70 anni , che interesse ci sarà a riscattare gli anni di laurea? Eventuali ricongiunzioni in base a quali criteri saranno conteggiate?

    Per l’erogazione della pensione minima, la presentazione dell’ISEE non la troviamo appropriata, in quanto Inarcassa è un ente autonomo. A tale proposito esistono già sentenze contrarie. Quanto versato dall’iscritto deve essere comunque garantito. Inoltre cosa significa l’affermazione presente nella bozza “che la pensione minima (pur avendo pagato i minimi) non potrà comunque essere superiore alla media dei redditi professionali rivalutati negli ultimi 20 anni? Sarà equiparata a quella sociale?

    Gli iscritti esprimono perplessità nell’ipotesi di un rendimento così basso dell’1,5% e chiedono che:
    1) vengano rese pubbliche le gestioni immobiliari;
    2) venga adottato un criterio di assoluta trasparenza rispetto alla gestione finanziaria;
    3) i bilanci siano pubblici non per capitoli di spesa, ma nella loro interezza;
    4) la dirigenza di Inarcassa si ponga come obiettivo l’inserimento del patrimonio all’interno del pacchetto relativo alla sostenibilità per poter quindi rivedere gli attuali parametri di calcolo e vengano individuate forme concrete di rendimento del patrimonio generale nettamente più alte. In mancanza di raggiungimento di tali obiettivi il CdA e il suo presidente rassegnino le dimissioni.

    http://ombrelloemacchina.blogspot.it/2013/04/il-documento-di-un-gruppo-di-architetti.html

  28. N. Di C. scrive:

    AGGIUNGO ALCUNE CONSIDERAZIONI ALLE VALUTAZIONI DEL GRUPPO DI FIRENZE:
    1) Il contributo aggiuntivo è la vera chicca della riforma infatti si chiede di aumentare volontariamente la pressione fiscale di 8 punti senza nessuna garanzia di quale sarà il ritorno garantito.
    Osservazione:
    1.A) Il sistema è a ripartizione, quindi non ha un tasso di capitalizzazione certo, ovvero quello utilizzato per capitalizzare le contribuzioni (a noi tocca l’art. 26.6 che recita: 1,5 % + quello che decideranno i delegati dapprima con cadenza triennale e poi biennale). Quindi, se qualcuno vuole fruire del contributo aggiuntivo, prima versa e poi solo a posteriori appurerà a quali condizioni. Molto comodo!
    Mentre per l’eventuale capitalizzazione del montante contributivo di colleghi anziani (prossimi alla quescienza), non ci sono problemi di sorta:
    – il 5% composto annuo fino all’anno 2001;
    – alla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL), con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare, per gli anni successivi al 2001 e fino al 31 dicembre 2012.
    2) La quota di denaro incassata con il contributo integrativo si andrà sempre più ingrossando, e alla stessa si aggiungerà anche quella versata nei rapporti fra professionisti. L’impiego del contributo integrativo deve essere rendicontato nel dettaglio E’ lecito che sia richiesto anche a chi svolge lavoro dipendente e non ne trarrà mai alcun vantaggio? Il contributo integrativo è una quota di imposte indirette, a carico dei committenti, che lo Stato garantisce a Inarcassa per fornire i servizi previsti dalla Costituzione.
    Osservazione:
    2.A) La quota destinata a titolo di solidarietà (escludendo la quota destinata ad incrementare il montante individuale – per effetto della cosidetta Legge Lo Presti) costituisce il principio di base della previdenza sociale. Gli indici di natura solidaristica sono:
    2.A.1) trattamento previdenziale minimo (si contrappone all’iscrizione minima di 5 anni affinchè si possa pretendere qualsiasi erogazione previdenziale);
    2.A.2) la permanenza dell’obbligo contributivo in capo ai pensionati che, tuttavia, proseguono nell’esercizio dell’attività professionale (si contrappone un contributo soggettivo esattamente coincidente al minimo di legge, ovvero il 50% del contributo minimo – artt. 4.3, 5.3);
    2.A.3) una contribuzione di pura solidarietà per i redditi superiori ad una certa fascia (i redditi oltre 120.000 non corrispondono l’aliquota dello 0,50% destinata all’assistenza – art. 4 – Tab. A);
    2.A.4) l’introduzione di un livello massimo di trattamento previdenziale (si introduce per il 2013 il massimo volume di affari pensionabile 160.000,00);
    2.A.5) La pensione indiretta spetta ai superstiti dell’iscritto già fruitore di trattamento pensionistico a carico di altro istituto, che abbia compiuto almeno cinque anni di effettiva iscrizione e contribuzione anche non continuativi. Detta prestazione, da erogarsi nelle percentuali indicate all’art. 24, viene calcolata con le modalità previste dagli artt. 19 e 26. (di nuovo puniti con l’art. 29.2 che rimanda agli artt. 19 e 26).

  29. N. Di C. scrive:

    Perchè INARCASSA ed una Gestione Separata Inarcassa? Quali reciproci vantaggi?

    È sufficiente questo patrimonio per far fronte alle promesse previdenziali delle future generazioni di pensionati? Che cosa è il debito latente?
    È la misura delle promesse previdenziali già maturate e di quelle che matureranno che deve trovare garanzia di copertura finanziaria nel lungo periodo nei patrimoni accumulati dagli enti.

    Inarcassa dovrebbe modificare la previdenza dei propri iscritti, avendo il coraggio di chiudere definitivamente con un passato troppo generoso in cui le prestazioni non sono in alcun modo correlate ai contributi versati. Separando le due gestioni previdenziali per fare in modo che il debito latente dell’attuale gestione previdenziale risulti, nel tempo, pagato proprio da chi lo ha generato attraverso l’utilizzo del gettito del contributo integrativo, e dei relativi rendimenti. La gestione separata, basato su di un sistema capitalizzazione, della parte soggettiva della previdenza consente vantaggi innegabili: la creazione di singoli zainetti per ciascun iscritto che accolgono il gettito del contributo soggettivo, quindi nessuna commistione o confusione con la precedente gestione, e la liberazione di risorse per i nuovi iscritti che consentirà di introdurre, modifiche migliorative al sistema di calcolo della pensione contributiva per i giovani. In un sistema contributivo a capitalizzazione, il gettito del contributo soggettivo non concorre alla sostenibilità di lungo periodo e non forma il risultato economico dell’esercizio perché viene completamente accantonato. La garanzia della sostenibilità è implicito nell’adozione di un sistema di un sistema previdenziale contributivo a capitalizzazione.

    I giovani, dovrebbero chiedersi perché non si vuole rompere quel patto intergenerazionale per cui i nuovi iscritti devono pagare nel tempo la pensione di coloro i quali li avevano preceduti e perché il loro nuovo iscritto debba concorrere a pagare un debito che non ha generato?
    Un sistema contributivo generico può, con una piccola forzatura ideologica, considerarsi un sistema in equilibrio per definizione (ovviamente devono essere corretti i tassi di trasformazione in rendita e i gestori devono far rendere il patrimonio almeno in misura pari ai rendimenti da riconoscere agli iscritti) è evidente che il problema della sostenibilità è legato solo a quel sistema a ripartizione reddituale che, troppo generoso, si portava dietro un debito latente consistente. In tale sistema avere più iscritti significa solo avere molto più debito latente.
    Il processo di unificazione tra liberi professionisti puri e quelli anche dipendenti metterebbe fine a una divisione solamente nominalistica. I professionisti sono assolutamente identici e la disputa in atto perde completamente di significato, in quanto i nuovi iscritti non sono necessari per l’equilibrio attuariale. Ciò consentirebbe alle due categorie un salto di qualità affinché unite utilizzino le risorse non necessarie agli equilibri per il miglioramento della pensione che, nel sistema contributivo, ha tassi di sostituzione al limite della dignità. La gestione separata dei due fondi (retributivo e contributivo), con la ricerca degli equilibri attuariali in ciascuno dei due fondi, pongono le condizioni affinché i figli non debbano pagare le pensioni dei padri. Ribadisco, avere più iscritti in un sistema a ripartizione reddituale significa solo avere molti più debiti latenti e non un primato da far valere al tavolo del processo di unificazione delle Casse.
    Affrontare le problematiche dell’unificazione solo dal punto di vista di primazia, è un errore di metodo e non sono pochi i casi in cui, le possibili prede sono diventate predatori. Sono i numeri, quelli della sostenibilità di lungo periodo e non altri, che sanciranno la bontà di un percorso di unificazione. La fusione è un obiettivo da perseguire e un’opportunità da non perdere anche per le sinergie che evidentemente nascono dall’unificazione di due soggetti che svolgono la stessa attività.

    N.B.: il presente testo costituisce una traslazione delle parole rilasciate all’epoca, ad Italia Oggi, il 25 ottobre 2006, da Paolo Saltarelli attuale Presidente della Cassa Ragionieri.
    N.B.: La riforma della Cassa di previdenza dei ragionieri – che con alcuni “buchi” avrebbe dovuto garantire la sostenibilità dei bilanci nell’arco di 50 anni – non ha passato il voto dell’asseblea dei delegati.
    Un sentito ringraziamento a “krik” per il materiale e le tracce messe liberamente a disposizione.

  30. […] è presto detto: la mancata iscrizione di nuovi contribuenti e la cancellazione dalla cassa dei professionisti più giovani e con i redditi più bassi e la fuga dall’Italia, attraverso le società di ingegneria e architettura, dei migliori redditi. […]

  31. N. Di C. scrive:

    Opportunità e modalità per il passaggio dal sistema a ripartizione al sistema a capitalizzazione.

    In primo luogo, questo passaggio implica – per la necessità di sostenere l’onere delle pensioni promesse dal preesistente sistema e al tempo …stesso di costituire le riserve del nuovo – un aumento degli oneri sopportati dalle coorti che si trovano, per dir così, ad attraversare la scena della vita lavorativa nei decenni durante i quali il processo si svolge.
    Una transizione soltanto parziale implica oneri minori, ma pur sempre rilevanti. Queste coorti, gravate da un doppio onere, si trovano in una situazione simmetricamente opposta a quella delle coorti vissute durante la fase iniziale del regime a ripartizione, che ottengono il rilevante beneficio di un trattamento pensionistico senza averlo pagato.
    Il divario tra il tasso di rendimento della capitalizzazione e quello della ripartizione:
    il tasso di rendimento della capitalizzazione dipende dalle attività nelle quali vengono investite le riserve degli enti gestori, e in particolare dalla loro suddivisione tra titoli obbligazionari (che fruttano tassi reali inferiori ma più costanti nel tempo) e azionari (dai quali si attendono tassi mediamente più elevati ma soggetti a rischi maggiori). Alcune valutazioni:
    1) il rendimento della ripartizione, dipende dallo sviluppo del sistema economico, e più precisamente dalla somma dei tassi di aumento della popolazione e del reddito medio;
    2) il rendimento della capitalizzazione superi quello della ripartizione è il convincimento prevalente, ma poiché questo divario dipende (oltre che dalla composizione delle riserve) da previsioni soggettive sull’andamento dei mercati finanziari e dello sviluppo. Della stima del divario varia ampiamente da studioso a studioso;
    3) entrambi i rendimenti, sono incerti e variabili nel tempo.
    Ne segue che un sistema previdenziale misto presenta, rispetto a un sistema fondato soltanto sulla capitalizzazione o soltanto sulla ripartizione, il vantaggio di offrire un meccanismo automatico di almeno parziale compensazione dei rischi.
    Elenchiamo le principali fasi della transizione da un sistema a ripartizione a quello a capitalizzazione (adottando un sistema di transizione misto):
    a) in una prima fase, le classi attive si vedranno costrette ad accettare un aumento del carico loro imposto, dovendo per un verso rispettare le promesse del vecchio sistema, e per altro verso iniziare ad accumulare le riserve del nuovo; in altri termini, continuare a pagare un’aliquota per la ripartizione e iniziare a pagare un’aliquota per la capitalizzazione;
    b) in una seconda fase, una parte delle pensioni viene fornita dal nuovo sistema, ciò che permette, a parità di prestazioni complessive, di abbassare l’aliquota della ripartizione, sino a che il carico complessivo si riporta a quello iniziale;
    c) in una terza fase, la riduzione dell’aliquota della ripartizione prevale sul livello dell’aliquota della capitalizzazione, così che il carico complessivo è minore di quello iniziale, e continua a diminuire sino a che sussistono solo più l’aliquota e il sistema a capitalizzazione.
    Perché minore? Perché a questo punto il rendimento dei contributi previdenziali è quello del mercato finanziario, assai superiore, a quello implicito nella ripartizione.
    A parità di prestazioni, è quindi sufficiente un’aliquota più bassa. Proprio in questa superiorità, sta il punto di forza dei sistemi contributivi a capitalizzazione.
    La debolezza del sistema a ripartizione introdotto da Inarcassa, non è dovuta ad una connaturata e insanabile debolezza del sistema a ripartizione stesso, ma alla scarsa lungimiranza dei Consiglieri Nazionali Delegati, che hanno adottato diritti sempre più ampi a favore delle coorti anziane senza alcuna proiezione degli oneri che, nei decenni successivi, ne sarebbero derivati; senza una attenta analisi del tipo di redistribuzione operata all’interno di ciascuna coorte e nemmeno della considerazione degli effetti di una crisi dell’economia e del lavoro sulla propria categoria.
    Il ritardo alla dolosa incomprensione degli aspetti intrinseci di un sistema a ripartizione, renderà solo più difficile la soluzione, per il delicato intreccio che nel frattempo si verrà a determinare tra gli interessi degli attivi e quelli dei pensionati. In un dato istante, infatti, non si verifica una semplice sovrapposizione fra due generazioni, ciascuna omogenea al proprio interno. Mentre la generazione dei pensionati può considerarsi unita dai medesimi interessi, la generazione degli attivi si distribuisce senza soluzioni di continuità fra coloro che, collocandosi all’inizio della vita lavorativa, debbono ancora percorrere per intero le due fasi del pagamento dei contributi e della percezione della pensione, e coloro che hanno già esaurito la prima fase e si trovano all’immediata vigilia della seconda. Poiché ogni attivo è titolare, in funzione dei periodi già trascorsi, di diritti previdenziali sanciti dalla legislazione vigente, ogni proposta di riforma lo trova esitante, pur quand’egli sia convinto della superiorità del nuovo sistema, per il timore di perdere quanto già promessogli dal vecchio. Questa duplicità di forze, aggiunta all’indubbio interesse dei pensionati a non vedere discussi i diritti già acquisiti, spiega l’universale lentezza con cui procedono la volontà di integrare i liberi professionisti nonché dipendenti all’interno di una Gestione Separata Inarcassa, e gli accesi contrasti che li accompagnano.
    Tanto più tardi avverrà il passaggio dal sistema previdenziale a ripartizione verso quello a capitalizzazione, tanto più elevato sarà l’onere a cui debbono sottoporsi, nello spazio di numerosi decenni, le coorti in età lavorativa. Ne segue che una radicale riforma di un sistema a ripartizione, e ancor più un progetto di transizione a un sistema misto, debbono essere visti non soltanto come scelte, sia pure impegnative, delle attuali politiche previdenziali di Inarcassa, ma come forme di un patto generazionale/morale che coinvolgono più generazioni.

    http://www.inarsind.org/firenze/files/2012/02/RELAZIONE-SULLO-STATO-PREVIDENZIALE-AL-PASSAGGIO-AL-CONTRIBUTIVO.pdf

  32. N. Di C. scrive:

    In realtà, l’esempio in Italia esiste, o meglio un caso di studio interessante: http://www.regione.sicilia.it/presidenza/personale/n2/Sito_HTML/quiescenza/Vigilanza_Entrate/I%20sistemi%20pensionistici%20-%20Il%20caso%20della%20Regione%20Siciliana.pdf
    Premesso, che l’autore sostiene che (pag. 42): La riforma pensionistica introdotta nel nostro paese, quindi, non introduce un sistema finanziario “a capitalizzazione”, ma, cercando di ricondurre l’attuale sistema a ripartizione in condizioni di equilibrio, mira a creare le condizioni affinché una tale scelta politica possa in futuro essere operata. Per l’introduzione del regime a capitalizzazione, è necessario vi sia un accumulo di fondi per le cosiddette riserve matematiche, cioè delle risorse finanziarie che opportunamente investite consentiranno di far fronte agli impegni assunti. In generale, quando le condizioni lo permettono (crescita demografica, crescita del PIL e dei livelli di reddito, costanza nel livello di vita media sperata) se il livello della contribuzione supera quello delle prestazioni erogate, anche nel sistema a ripartizione è possibile conseguire degli avanzi di cassa per la conformazione di riserve.
    Osservando quanto avvenuto nei diversi sistemi di previdenza pubblica obbligatoria, gli avanzi di cassa vengono usualmente utilizzati per la copertura di spese di altra natura, ponendo le premesse per un’espansione delle dimensioni del bilancio (vedasi Inarcassa). Inoltre, l’aliquota di equilibrio in regime a capitalizzazione (ferme rimanendo le ipotesi di base, riguardanti fondamentalmente il tasso di rendimento), al contrario di quella del regime di ripartizione, non varia, di anno in anno, ovvero il tasso di rendimento è strettamente correlato all’andamento dell’occupazione, all’ammontare dei contributi e delle prestazioni.
    Chiaramente nel caso della Regione Sicilia, il Dr. Santomauro, non avendo la possibilità di reperire nuove risorse finanziarie, è stato obbligato a proporre un sistema previdenziale basato su più livelli di copertura, come si legge alle conclusioni (pag. 82), individuando (nella riforma del sistema previdenziale dei dipendenti della regione Siciliana) per la transizione dal sistema “a ripartizione” a quello “a capitalizzazione”, un separato ed autonomo fondo di quiescenza e sperimentando, in tal modo, una esperienza unica in Italia nell’ambito del pubblico impiego.
    Nel caso di Inarcassa, il patrimonio necessario per traghettare l’attuale sistema previdenziale verso quello a capitalizzazione, indispensabile per il riequilibrio dell’attuale sistema previdenziale di Inarcassa lo mettono gli Ingegneri e gli Architetti liberi professionisti nonchè dipendenti.

    2) Long Care Term o welfare?
    Premesso, che l’autore sostiene che (pag. 33): Le assicurazioni sociali obbligatorie dei lavoratori, quindi, erogano sia prestazioni previdenziali che assistenziali e di frequente, è possibile assistere ad una commistione nella gestione delle due tipologie di assicurazioni sociali che, almeno in teoria, dovrebbero invece restare separate.
    Il principio della separazione si fonda sulla considerazione che, mentre le prestazioni previdenziali dovrebbero essere solo a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro, le prestazioni assistenziali dovrebbero restare unicamente a carico dello stato, ovvero dell’intera collettività.
    Nella realtà dei sistemi pensionistici moderni (tutti a ripartizione) la contribuzione previdenziale ha finito molto spesso per finanziare prestazioni assistenziali. Altre volte, invece, il gettito erariale ha finanziato, nell’ambito di manovre di politica economica, la quota di contribuzione previdenziale a carico dei datori di lavoro (c.d. fiscalizzazione degli oneri sociali).
    Il finanziamento delle assicurazioni sociali obbligatorie, dunque, è posto in diversa misura a carico:
    ▫ del datore di lavoro
    ▫ del lavoratore
    ▫ dello Stato
    Le risorse acquisite dal sistema pensionistico con le contribuzioni a carico di lavoratori e datori di lavoro hanno finito per finanziarie prestazioni di altra natura anche per la diversa struttura delle assicurazioni sociali rispetto alle assicurazioni private che non ne ha assicurato la perfetta separazione.
    Esiste, al riguardo, una differenza fondamentale tra le assicurazioni private e le assicurazioni sociali:
    Intanto, mentre la finalità delle assicurazioni private è quella di proteggere assicurativamente il singolo lavoratore (ed eventualmente i beneficiari da lui indicati), mediante l’applicazione di un premio commisurato al grado di rischio, la finalità delle assicurazioni sociali, invece, è quella di proteggere assicurativamente i lavoratori e le loro famiglie, indipendentemente dall’elevatezza del rischio, mediante l’applicazione di un premio (contributo) uguale per tutti (premio medio).
    Tuttavia, il livello di contribuzione versata, comunque, deve essere tale da garantire la copertura finanziaria di tutte le prestazioni erogate.
    D’altro lato, nei moderni sistemi pensionistici a ripartizione, il livello delle prestazioni erogate non è stato sempre stabilito in rapporto alla contribuzione versata e, sino a tempi non molto lontani, non ha neanche tenuto in considerazione le fondamentali mutazioni di alcune variabili demografiche.
    La crisi dei sistemi previdenziali è determinata proprio da questa mancata correlazione tra prestazioni e controprestazioni (contribuzione): quasi tutte le prestazioni sono infatti stabilite con riferimento ai livelli retributivi vigenti al momento di erogazione della prestazione previdenziale o assistenziale. Al contrario, le prestazioni dovrebbero essere determinate in funzione delle risorse disponibili e quindi della contribuzione versata e accumulata.

    Una breve nota di commento, alle misure scarsamente utilizzabili, in un sistema a ripartizione:
    In particolare, a pag. 61: se il livello della contribuzione annuale risulta inferiore a quello delle prestazioni erogate, il sistema a ripartizione produce dei deficit patrimoniali che possono essere coperti o utilizzando precedenti riserve o facendo ricorso a un reintegro posto a carico dell’intera collettività finanziato da gettito erariale.

    Come riuscire a generare accumulo da contribuzione?
     riduzione della speranza di vita media al momento del pensionamento (non possibile);
     riduzione del rapporto pensionati/iscritti per effetto di un aumento del numero di nuovi iscritti alla gestione pensionistica o di una riduzione del numero di pensioni liquidate a seguito di un incremento del numero di decessi in costanza del rapporto di lavoro (non possibile);
     allungamento della vita lavorativa e conseguente accorciamento del periodo di pensione con aumento del numero di anni di contribuzione da un lato e riduzione del numero di anni di pensione dall’altro (possibile, ma limitatamente);
     abbassamento del rapporto di sostituzione (pensione/retribuzione) per effetto della riduzione del livello della pensione o dell’incremento della retribuzione (possibile e necessario in Inarcassa);
     aumento della contribuzione individuale a seguito di innalzamento delle aliquote contributive (possibile, ma limitatamente);
    VARIAZIONI PATRIMONIALI NEGATIVE – DEFICIT PATRIMONIALE
     accrescimento della speranza di vita media al momento del pensionamento;
     aumento del rapporto pensionati/iscritti per effetto di una riduzione del numero di nuovi iscritti alla gestione pensionistica o di un aumento del numero di pensioni liquidate a seguito di un decremento del numero di decessi in costanza del rapporto di lavoro;
     accorciamento della vita lavorativa e conseguente allungamento del periodo di pensione con riduzione del numero di anni di contribuzione da un lato e aumento del numero di anni di pensione dall’altro;
     innalzamento del rapporto di sostituzione (pensione/retribuzione) per effetto dell’incremento del livello della pensione o della riduzione della retribuzione;
     riduzione della contribuzione individuale a seguito di abbassamento delle aliquote contributive.

  33. ivaldo scrive:

    CLASS ACTION!!!
    è possibile avvalersi di questa possibilità legale?
    per non essere espulsi dalla professione di architetti per mano di un ente privato che grazie al monopolio si permette di vanificare anni di studio e di investimenti di famiglie nell’istruzione universitaria dei propri figli, nonchè l’abilitazione alla professione conseguita dopo un esame di stato. Inarcassa è una lobby che si nutre dei risparmi dei deboli per fortificare i potenti.
    Inarcassa ci danneggia e lo fa con i nostri soldi. FERMIAMOLI!!!

    http://www.classaction.it/

  34. N. Di C. scrive:

    LA CLASS ACTION E’ UNA AZIONE CHE NON POTRA’ CHE CONSEGUIRE RISULTATO POSITIVI SEMMAI UTILIZZABILE.

  35. N. Di C. scrive:

    ERRATA CORRIGE:
    LA CLASS ACTION E’ UNA AZIONE CHE NON POTRA’ CHE CONSEGUIRE RISULTATI NEGATIVI SEMMAI UTILIZZABILE.

  36. Giuseppe scrive:

    Ho solo sei anni di libera professione e quindi di iscrizione Inarcassa (prima ero dipendente). Godo (!) di una pensione lorda annua di € 500 circa. Adesso mi viene richiesto di pagare € 1500 (in due rate), quale contributo minimo, cioe’ tre volte la mia pensione annua lorda. Grazie, Inarcassa, vedo che sai trattare le cose con equita’ sparando nel mucchio, senza parametrare i contributi alla reale consistenza delle pensioni. Giuseppe

  37. Maria Luisa buffatto scrive:

    Sono iscritta dal 1980 all’ordine degli Architetti e avendo pagato per 15 anni i contributi all’Inps contemporaneamente a quelli della cassa,mi sono vista negare la pensione,restituito i contributi,ma liquidata con 106 euro di pensione al mese!!!!!!!!!Come posso pagare 3000 euro di inarcassa?Ma questi sono oltre che disonesti,fuori di testa!!!!!!

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