Il falso problema dei docenti professionisti. È lo studente che deve fare esperienza, non il professore!

6 febbraio 2013

A seguito della vicenda, molto spiacevole, che ha visto protagonista l’arch Peluffo, reo di avere esercitato la professione durante il periodo di prova da ricercatore, Luigi Prestinenza Puglisi ha avviato una discussione proprio sul rapporto tra docenza e professione.

Il tema è noto da tempo e mi ricordo che è sempre stato molto dibattuto; come spesso accade nelle istituzioni italiane se ne parla molto ma difficilmente poi si interviene per modificare seriamente il sistema.

A questo link trovate la versione dei fatti dell’arch Peluffo che, mentre evidenzia alcune incongruenze del mondo universitario, propone come ricetta salvifica il riavvicinamento del mondo universitario al mondo professionale.

La sostanza della discussione consiste in questo: se l’esperienza professionale è un elemento essenziale e imprescindibile per chi vuole fare (o insegnare) architettura, allora perchè vietare ai professori di esercitare la professione?

Al contrario: un professore che ha intrapreso una carriera esclusivamente universitaria (senza mai svolgere la professione) potrà mai avere le competenze minime necessarie per insegnare una materia che per definizione si esplica nel “fare”?

È un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

Nella dialettica tra la teoria e la prassi (quindi tra la ricerca pura e la pratica concreta del progetto) appare persino banale ricordare come tra i due estremi non ci dovrebbe essere soluzione di continuità.

Non ci può essere evoluzione tecnica e culturale senza quella “volontà di astrazione” che solo una mentalità sperimentale (quindi anche fortemente teorica) esprime; parimenti, poiché l’architettura è un’arte che si manifesta nella realtà fisica e materiale, un architetto (anche il più visionario), deve necessariamente sapersi confrontare con la pratica costruttiva: deve saper fare stare le cose in piedi, deve saper tradurre le idee in progetto, il progetto deve essere funzionale ad un cantiere, l’opera compiuta infine deve funzionare (nel senso più ampio del termine) nella realtà urbana in cui viene realizzata.

Non può esserci architettura senza entrambe queste due componenti: un eccesso di astrazione teorica è fonte di velleitarismo; una formazione eccessivamente fondata sulla pratica porta ad una cristallizzazione omologante del progetto.

Serve quindi, sia nella didattica che nella pratica quotidiana, una buona dose di idealismo associata ad una solida competenza costruttiva; se così non fosse, cosa ci renderebbe diversi da un qualsiasi geometra o da un ingegnere.

L’ipotesi di LPP e Peluffo è che, mancando totalmente la pratica professionale negli ambienti scolastici, questa mancanza si possa colmare consentendo ai professori di svolgere l’attività professionale.

Le nostre università in effetti non sembrano brillare né per l’insegnamento pratico, né tantomeno per la ricerca teorica sperimentale. Solo che mentre la mancanza di ricerca teorica è in qualche modo mascherabile o comunque inquadrabile all’interno del sistema universitario, la mancanza di insegnamento pratico è molto più evidente; il sistema poi sembra costruito apposta per allontanare il più possibile qualsiasi rapporto con la professione.

Come racconta Peluffo il docente che intende esercitare viene penalizzato sia sul piano economico che su quello della carriera. Conseguentemente molti docenti cercano (e trovano) sistemi e metodi per eludere almeno formalmente le limitazioni istituzionali (sarebbe interessante avere qualche dettaglio in più su questo aspetto, sarà per la prossima volta). Tutto ciò si tramuta in una diffidenza generalizzata tra il mondo dell’accademia e quello della professione.

Come dargli torto?

Una buona parte del mondo professionale vede l’Università come una fonte di concorrenza sleale: dotazioni hardware e software gratis; forza lavoro a basso costo, se non gratuita; capacità di influenza sui risultati dei concorsi; influenza nella definizione delle normative; senza contare la rendita di posizione che conferisce il titolo accademico (meritatamente). Un mondo ostile a cui è precluso ogni accesso.

Simmetricamente l’Università sembra sempre più chiusa in se stessa, isolata in un limbo autarchico fatto di idee che si riflettono continuamente su se stesse. Una realtà costruita come un labirinto di specchi che rifiuta il contatto con il mondo esterno; troppo rischioso introdurre corpi estranei. Troppo rischioso persino introdurre nuove idee (altro che ricerca teorica); le quali necessitano di essere prima sdoganate all’estero; necessitano di essere addomesticate dalla moda; necessitano di divenire maniera, argomento per lezioni accademiche. Una sperimentazione senza sperimentazione, senza rischi. Per questo universo conta solo l’architettura “alta”, quella che passa nelle riviste, che poi sono gestite dallo stesso sistema, oppure quella che vince i concorsi (pochi, autogestiti, poco realizzati). Architetture limbiche che, anche se realizzate, appaiono incapaci di farsi modello ripetibile su vasta scala; opere splendide, splendidamente isolate dalle “opere minori”, che però caratterizzano il tessuto diffuso del paesaggio urbano; “quella non è architettura”, si dice, “quella è edilizia”.

Ma è appunto l’edilizia, il campo in cui si ritroverà ad esercitare la maggioranza dei laureati. È appunto nel campo della professione ordinaria che si gioca la vera partita della credibilità di una professione (fatta anche di professori e accademie). È nell’edilizia che risiedono i maggiori margini di miglioramento per fare architettura. Ma se questo fonte deve restare sotto il presidio dei professionisti, le armi per combattere questa guerra non possono che arrivare dalle università.

In questo contesto, figure come Peluffo appaiono in realtà molto più contigue con il mondo accademico di quanto non vogliano fare credere. Qui mi si conceda, è al Peluffo in quando simbolo che mi riferisco, non alla specifica vicenda; mi riferisco alla metafora dei tanti professor Peluffo che come Peluffo tentano di accreditarsi attraverso la professione, finendo per ibridarsi in questo incongrua figura non riconosciuta né accettata da nessuna delle due parti.

L’idea aprioristica che un docente sia migliore se esercita la professione è frutto evidente dello stesso gioco di specchi di cui è prigioniera l’Università. Nella discussione non è raro sentir precisare che quando ci si riferisce alla attività professionale non si intende la professione dei praticoni: “non sia mai! a tutto c’è un limite!”

Questa distinzione tradisce una visione fortemente crociana dell’architettura.

Un visione a cui piace distinguere il mondo tra buoni e cattivi; tra cultura ufficiale e non ufficiale; tra speculazione e opera d’arte; tra arte maggiore e arte minore. Una cultura ancorata alla certificazione del bello e delle competenze: senza l’esame di stato non sei architetto ma senza la pubblicazione non fai architettura. Da una parte il mondo accademico, il solo degno di essere preso in considerazione, dall’altra il resto del mondo, tagliato fuori.

Se i criteri di giudizio con i quali accreditiamo la professionalità del professore devono assomigliare in tutto e per tutto ai criteri di valutazione delle carriere universitarie allora appare evidente la futilità di tutta la discussione. L’Accademia accetta l’estraneo solo se promette di non rompere (gli specchi). Peluffo, con la sua denuncia tardiva, non appare come uno che ha voluto realmente rompere il gioco; piuttosto dà l’idea di uno che ha provato maldestramente ad entrare nel labirinto e, solo a causa della sua goffagine (o eccesso di orgoglio), ne è stato allontanato. Adesso la discussione avviata da Luigi Prestinenza Puglisi appare come un semplice tentativo di ampliare il campo di gioco; aggiungere qualche specchio in più a condizione che si ristabiliscano in fretta le regole di accesso.

Se vogliamo veramente abbattere il confine tra il mondo accademico e la professione non è concedendo un po’ di “libera uscita” ai professori che si risolve il problema e nemmeno accettando l’ingresso dei professionisti al gioco; bisogna lavorare per smontare pezzo per pezzo l’intero labirinto.

Per questo occorre spostare il punto di vista della questione.

Il problema non è verificare se un docente può vantare esperienze concrete di progettazione e realizzazione, quanto verificare e sistematizzare il travaso di queste competenze dal professore allo studente.

Non chiediamoci quindi se per insegnare, un docente debba possedere determinate competenze pratiche, ma se uno studente debba acquisire quelle competenze, e se per questo processo di acquisizione non debba essere previsto in maniera organica all’interno del sistema scolastico universitario. Allora apparirà evidente come la preparazione professionale del professore acquista senso solo nella misura in cui è necessaria per la formazione dello studente.

È lo studente che deve fare esperienza, non il professore; per questo obbiettivo il semplice svolgere attività professionale da parte del docente, non è sufficiente. Anzi, se questa professionalizzazione non è inquadrata in un sistema ben preciso rischia di avere scarsa utilità; rischia cioè di essere una competenza fine a se stessa, funzionale solo al tornaconto (economico e di prestigio) di chi la esercita.

Supponiamo che la formazione di un laureato sia un racconto; avremmo un inizio, uno svolgimento della storia e un finale. Le nostre università non contemplano né l’inizio (la teoria) né il finale (la pratica): solo un lento reiterato svolgimento. La qualità del racconto però non migliora se inseriamo il finale in un punto a caso della storia.

Detto questo ecco alcune domande sulle quali invito a riflettere.

L’insegnamento della professione di architetto è veramente solo un fatto di esperienza, o deve anche prevedere una parte formativa più teorica? Dando per scontata una risposta affermativa, in che misura i due aspetti si devono integrare? Perchè questo deve necessariamente tradursi in un docente “tuttologo”? Non sarebbe meglio coinvolgere direttamente i professionisti “puri” per la parte pratica della formazione?

Se invece l’esperienza professionale dovesse risultare così centrale nella formazione allora l’università è inutile? Cosa ci distingue dalle altre professioni più “pratiche”?

Se l’esperienza professionale è una conditio sine qua non per determinare la competenza del docente, quali sono le modalità più efficaci per valutare queste competenze e fare si che esse vengano trasmesse agli studenti?

In quale punto del percorso formativo ritiene più opportuno prevedere l’inserimento della pratica costruttiva? Se l’obbiettivo finale è trasmettere esperienza agli studenti, non sarebbe meglio fargli “fare” esperienza, piuttosto che raccontargliela?

Quale è il sistema didattico migliore per la formazione degli architetti di domani? La formazione si deve esaurire con il ciclo universitario? O forse l’Università non è che un tassello di un percorso molto più ampio? Ma in questo caso, l’esperienza professionale non potrebbe continuare a rimanere un percorso estraneo alla formazione universitaria?

Ecco, mi sembra che se non si affrontano questi interrogativi, le questioni sollevate da LPP (e da Peluffo) siano destinate a rimanere un puro esercizio accademico: materia buona per le favole.


7 Commenti a “Il falso problema dei docenti professionisti. È lo studente che deve fare esperienza, non il professore!”

  1. gianluca bucciotti scrive:

    la lettura di questo interessante articolo mi ha suscitato delle riflessioni:
    la prima, cosa accomuna i vari Frank lloyd Wright, Le Corbousier, Tadao Ando, tre nomi famosi, ma non credo siano delle eccezioni, solo per muoverci nel contemporaneo, oltre ad avere inciso profondamente nel linguaggio architettonico della nostra epoca?…se vi sfugge ve lo dico io: non si sono laureati in facoltà di architettura.
    la seconda, nn conosco l’Arch. Peluffo, ma leggere che ha avuto problemi per una cattedra universitaria…”perchè quando faceva il ricercatore ha svolto attività professionale”…mmah, possibile che sia veramente questa la questione dell’arch. peluffo?…se così fosse allora avremmo almeno i 3 quarti dei docenti universitari fuori posto.
    terza considerazione, legata alla prima: siamo propio sicuri che discernere “esperienza” da “teoria”, ovvero attività pratiche da attività intellettuali, sia il modo migliore per produrre sperimentazione? quale dovrebbe essere il principio guida di tale costrutto: l’universitario inventa, quindi il professionista applica nel mondo del lavoro? in che modo se il suo mentore nn si è mai “abbassato” a conoscerlo quel mondo? …inventare fuori dalle dinamiche contestuali è veramente utile a qualcosa?…per fare un esempio eloquente, Filippo Brunelleschi inventò la cupola di S.M. del Fiore…per hobbi, o perchè esisteva una chiara volontà “di stato” di realizzare qualcosa del genere ?
    …da cui ne scaturisce un’ultima considerazione che va oltre la questione del sia giusto o sbagliato vedere professori universitari che, forti del loro titolo e delle agevolazioni che il modo accademico offre loro, operano nella libera professione:
    siamo sicuri che non ci sia niente da rivedere nel sistema formativo che la Facoltà di Architettura si prende l’onere di offrire?

  2. Giulio Pascali scrive:

    @gianluca
    citerei anche Carlo Scarpa che ha addirittura avuto guai giudiziari per millantato credito.
    Però citare sempre nomi di personalità geniali non aiuta a chiarire la discussione.
    I sistemi normativi e burocratici nascono per garantire la normalità; fare in modo che la collettività sia garantita da abusi di figure che con i geni non hanno nulla a che fare.
    L’università non deve funzionare con i geni (al limite sarebbe un risultato se riuscisse a non sopprimerli) ma deve garantire un livello minimo di capacità alla massa di migliaia di studenti che la frequenta.

    Comunque io sono daccordo con te, il mondo della teoria e della prassi devono dialogare; però esistono infinite modalità con cui questo dialogo può avvenire. Guarda caso però, l’unica modalità che sembra sempre emergere dai professori universitari (quando vengono messi alle strette su questo) è quella che prevede la possibilità di esercitare la professione mentre esercitano anche la docenza; nient’altro. Non li senti mai proporre ad esempio: mandiamo gli studenti a fare campi di lavoro nelle imprese, invitiamo i direttori dei lavori e i direttori dei cantieri dei cantieri più importanti a tenere seminari nelle università, distinguiamo i periodi in cui si insegna da quelli in cui si esercita, ragoniamo bene su cosa è necessario realmente insegnare agli studenti e quando. Ognuna di queste riflessioni comporterebbe la rinuncia al diritto morale (non giuridico) ad esercitare la professione senza se e senza ma; da una parte infatti questa necessità verrebbe meno (avresti già i professionisti più esperti sempre disponibili) dall’altra l’Università potrebbe venire a sindacare sulla natura e sul tipo di esperienza che devi garantire (ad esempio se fai solo concorsi e manco li realizzi, dove stà l’esperienza?). La verità è che la storia della superiore capacità didattica del docente che esercita la professione è in genere un alibi utilizzato in larga massima per giustificare interessi più personali.

    Detto questo credo che tu abbia colto il segno, è molto probabile che ci sia una buona fetta dei docenti universitari “fuori posto”, che esercitano la professione al limite delle regole. In realtà la normativa prevede che il docente che esercita la professione lo può fare liberamente se adotta un regime di part time. Questa opzione comporta una riduzione dello stipendio e a quanto pare, anche una limitazione delle prospettive di carriera.
    Questa cosa ha una sua logica; non dico che sia condivisibile, però ce l’ha.
    L’università è una azienda pubblica, come tutte le aziende richiede che i suoi dipendenti assunti a tempo indeterminato lavorino per lei senza dedicarsi ad altro; come in tutte le aziende (pubbliche e private) fa carriera chi dedica il 100% del suo tempo all’azienda; quindi è anche abbastatnza naturale pensare che la scelta di esercitare la professione ricorrendo al part time, porti anceh ad una penalizzazione dal punto di vista della carriera.

    Sono pochi quelli disposti ad accettare il compromesso,
    sono molti quelli che vivono queste limitazioni come un soppruso
    sono pochi quelli che si battono apertamente per modificare il sistema
    sono molti quelli che invece beneficiano del sistema stesso
    sono pochi quelli che affrontano realmente la questione dal punto di vista della qualità della didattica
    sono moltissimi quelli ceh fanno come cavolo gli pare, eludendo le regole o addirittura fregandosene platealmente.

    Il tutto si regge finchè non arriva qualcuno che propone rigore.

  3. Sergio scrive:

    Altro articolo inutile..

  4. Ghigno di Tocco scrive:

    altro commento inutile

  5. Daniele scrive:

    Più o meno come i primi due..

  6. G.luca scrive:

    Posto qui per conoscenza il mio commento su presstletter

    Caro Peluffo e docenti,
    la questione purtroppo è sostanzialmente economica.
    Tutti voi sapete che la carriera universitaria, ormai da parecchi anni , ( ci vogliono 10/15 anni mediamente per diventare Ricercatore e altri 5/10 anni per professore altri 5/10 per ordinario) se la possono permettere solo quelli che non devono lavorare a tempo pieno oppure quelli che hanno uno studio avviato o comunque in società con soci che ti coprono quando non ci sei e che magari ripaghi portando clienti, perchè molti professori universitari non solo non sono corretti contrattualmente ma sfruttano anche la posizione dominante che spesso assume l’università come elemento di riferimento per la pubblica amministrazione, in determinati contesti e studi (concorrenza sleale).
    Proseguendo il ragionamento, se a quei professori togliessimo i loro assistenti che magari hanno ricevuto in cambio un dottorato di ricerca che invece di fare una ricerca per 2 o 3 anni la svolgono in 4 mesi perchè oberati dai corsi dei professori che gli hanno dato la borsa e che a loro volta non possono seguire tutti gli studenti da soli perchè devono andare a studio a lavorare e consegnare anche i contratti ottenuti grazie alla “chiara” (oggi sbiadita?) fama, dove li aspettano studenti non pagati o pagati pochissimo, ecco si se togliessimo i dottorandi/assistenti e ricercatori alla didattica attraverso un serio controllo e se addirittura si facesse una legge che vieti di lavorare gratuitamente all’interno delle università, e che fissi dei compensi in linea con i ruoli d’insegnamento in generale, ecco si tutto il castello di carta cadrebbe e chi vuole insegnare si dedicherà all’insegnamento totalmente perché non avrà assistenti che lo aiutano gratuitamente e se vorrà averli se li dovrà pagare da solo e chi , invece, vorrà fare tutti e due lo potrà fare solo temporaneamente (5 anni?) con contratti annuali non rinnovabili, senza considerarsi ministeriale e libero professionista al contempo!
    Garantendo una maggiore accesso, turnazione e selezione si garantiranno maggiori e migliori condizioni di equità che andranno ad incrementare la qualità della didattica e della professione.
    E-Quality

  7. G.luca scrive:

    Ho postato il commento sopra ma Presstletter dopo una settimana ancora non lo ha pubblicato!
    Non censurerà mica chi decide lui?
    I Blog si dimostrano sempre più un boomerang se non dai a tutti la possibilità di partecipare.
    G

Lascia un Commento