Museo della Shoah di Roma, un altro progetto senza concorso

Dopo il via libera dell’Assemblea capitolina e a conclusione dell’iter avviato sotto la giunta Veltroni nel 2005, la notizia è che nel 2013 partiranno i lavori per la realizzazione del Museo della Shoah a Villa Torlonia a Roma che  porta la firma degli architetti Luca Zevi e Giorgio Maria Tamburini.   (vedi link)

La  giunta capitolina ha  approvato la variazione di bilancio che finanzia la realizzazione del museo con un mutuo di 21 milioni e 720 mila euro, per fare fronte ai costi dell’opera, Roma Capitale ha ottenuto un finanziamento da parte della Cassa Depositi e Prestiti. Denaro pubblico  quindi,  ma non c’è traccia di alcun concorso di progettazione, né passato, né futuro, chi ha conferito agli architetti  Luca Zevi e Giorgio Tamburini l’incarico? Perchè il Comune di Roma  non si è avvalso della Legge  che prevede che gli incarichi di progettazione siano conferiti in via prioritaria a seguito di concorsi e  non possano essere affidati ad personam? E perchè  l’Ordine degli architetti di Roma a tutela dei propri iscritti, non è intervenuto a suo tempo, richiamando la giunta capitolina all’osservazione di tali  Norme?

museo-shoah

Come per il recente caso dell’architetto Portoghesi che “donava” gratuitamente (e impunemente a quanto pare), il progetto della P.zza S.Silvestro a Roma  al Sindaco Alemanno, anche quello del museo della Shoah sembrerebbe frutto di “generosità”. Infatti, la cronaca ci restituisce il giorno in cui il progetto veniva donato ufficialmente al Comune dal presidente della Lamaro Appalti, Claudio Toti. La firma del verbale della donazione veniva siglata il 30 giugno 2010  in occasione della cerimonia di consegna del progetto preliminare, alla presenza del sindaco Alemanno, dell’assessore ai Lavori pubblici Fabrizio Ghera, del presidente della Provincia Nicola Zingaretti e del progettista Luca Zevi.

(vedi link) Sempre la cronaca, ci riporta le parole di un  Veltroni ad maiora che annunciava “Verrà bandito un concorso per scegliere il migliore architetto del mondo“;  perchè poi, questi buoni propositi siano andati smarriti non è dato sapere e arriviamo direttamente al progetto che porta la firma di Zevi-Tamburini.  La vicenda solleva non pochi interrogativi: a quale titolo per esempio, l’ immobiliare Lamaro Appalti  “donava” un progetto alla città di Roma e a quale titolo il sindaco l’accettava?  Rientra nella normalità delle cose che una capitale europea investa denaro pubblico dando per buono e realizzando un progetto presentato da due liberi professionisti e una società privata,  senza passare per il concorso di progettazione?

Diversamente dalla Giunta capitolina, restando in Italia, il Comune di Ferrara  con  la Fondazione Meis  non si è avvalso di alcuna “donazione”, ritenendo, evidentemente, la partecipazione democratica un valore e non un fastidioso e insidioso iter che rallenta la volontà politica . Nel 2011 infatti, si rivolgeva agli architetti (tutti) bandendo il concorso  per  il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara al termine del quale, valutava 52 soluzioni progettuali; ente banditore, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

La stessa riserva espressa  a suo tempo per la “generosità” del professore emerito Portoghesi per la piazza San Silvestro, la manifestiamo per il progettista del museo della Shoah Luca Zevi, curatore, tra le altre cose, del Padiglione Italia della XIII Mostra Internazionale di Architettura – Biennale di Venezia, appena conclusasi. A maggior ragione, per questo suo incarico di responsabilità e per quegli stessi giovani architetti italiani che ha voluto protagonisti dell’evento che ha curato, non dovrebbe avvalersi e avvantaggiarsi di una colpevole quanto incomprensibile mancanza della Giunta capitolina. Piuttosto, se davvero intende adoperarsi per il bene della collettività,  usando la sua notorietà, dovrebbe  riconsiderare il  proprio incarico ,  favorendo e, nel caso, esigendo il confronto concorsuale. Del resto, per l’approvazione definitiva del progetto e l’indizione della gara d’appalto internazionale, manca un’ultima autorizzazione che dovrà arrivare dalla Provincia, poi si potrà procedere alla seconda votazione dell’Assemblea capitolina.


41 Commenti a “Museo della Shoah di Roma, un altro progetto senza concorso”

  1. Ghigno di Tocco scrive:

    Bisogna professare fede ebraica o un museo della Shoah è aperto anche ad altri architetti? Sembra che Luca Zevi abbia il monopolio dei museo italiani sull’argomento.

  2. luca scrive:

    poi ci tocca leggere le lezioni di “etica” del presidente Schiattarella,
    evidentemente gli amici non si toccano..e di Luca Zevi ne vogliamo parlare?
    tanto moraleggiare, tanto prendere a prestito la personalità specchiata di Olivetti
    e poi zitto zitto, senza concorso acchiappa il progetto e porta a casa.

    (un indignatissimo architetto che tenta di sopravvire)

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  4. L’assegnazione dell’incarico a un tale nome (e cognome) in questi termini e senza alcun procedimento di selezione, assomiglia ad una tragica barzelletta. Evidentemente chi dona e chi accetta doni con tale disinvoltura non ha il senso nè del ridicolo, né di altri limiti che sarebbe corretto non varcare.
    Segnalo che, purtroppo, la pratica di assegnare incarichi ad personam trascurando ogni norma di legge e anche di elementare buonsenso è ormai diffusa presso molte amministrazioni. L’amministrazione comunale di Reggio Emilia, per esempio, ha seguito la stessa prassi per la sistemazione dei propri Musei Civici, affidando all’architetto Italo Rota un incarico che era regolarmente già stato affidato, in seguito a concorso, agli architetti Arrigo Rudi e Cesare Mari, e la cui realizzazione era già iniziata. Anche qui, spiegazioni poco convincenti da parte dell’amministrazione. E argomentazioni insostenibilmente leggere da parte dell’architetto Italo Rota. Per info: amicideimuseicivici.blogspot.com

  5. Giorgio scrive:

    Solita storia Italiana, solita storia di Architetti.
    Il nostro ordine se ne strafrega di proteggere i nostri diritti, la stampa non parla perchè quando c’è di mezzo la Shoah hanno paura anche solo a contraddire qualcuno, il sindaco come suo solito assegna appalti ad personam e per le cose serie casualmente non ci sono mai i soldi.
    Tutto questo è ridicolo!
    Il risultato è un’altra ferita per la nostra città, un edificio orribile perchè ovviamente fatto da un Arch. ridicolo per fare i soliti favori e noi altri sopravvivendo in questo mare di melma.

  6. Alessandra Muntoni scrive:

    Cara Eleonora,
    forse hai ragione tu, ma è anche vero che le cose non possono sempre rispondere a criteri unificanti e questo mi sembra proprio uno di quei casi.
    Se il metodo del concorso può essere un modo di scegliere basato su ampia partecipazione, non sempre riesce a indicare un vincitore valutato per la migliore qualità e spesso le giurie arrivano a compromessi non condivisibili. Pagano a suo tempo aveva messo bene in evidenza questa contraddizione. È la stessa cosa che riguarda la democrazia, il miglior metodo fin qui escogitato per governate secondo la condivisione, ma nessuno potrà mai sostenere che ciò che sceglie la maggioranza sia la cosa giusta: è soltanto la cosa più condivisa che quindi vale la pena sperimentare.
    Un altro aspetto riguarda il tema: la shoah, vera tragedia del Novecento, riguarda tutti noi, ma credo che soltanto chi è veramente interno alla cultura ebraica possa, certo non capirla e tanto meno spiegarla, ma almeno interpretarla. Io, ad esempio non mi sentirei di affrontare un tema del genere, altri forse si. Luca Zevi è stato rappresentante della comunità ebraica romana e appartiene ad una famiglia che è stata coinvolta in prima persona da questa sventura che ha affrontato con decisione e con misura. Ricondiamo da bellissima figura di sua madre, Tullia Zevi, a lungo presidente della comunità ebraica italiana. Mi sembra dunque un architetto che possa cimentarsi a buon diritto con il ricordo della shoah, o almeno merita che gli se ne faccia credito.
    Certo, può essere discutibile la procedura, ma è simile a quella che si è seguita per il Museo dell’Ara Pacis che, piaccia o non piaccia, ha il grande merito di aver spiegato bene che un’opera moderna può benissimo essere costruita nel centro storico di Roma.
    La questione è quindi piuttosto difficile ed è stato giusto segnalarla. Non la taglierei però con l’accetta.
    Un caro saluto.

  7. Giulio Pascali scrive:

    Cara Alessandra
    Se una giuria può essere soggetta ad errori non si capisce perchè un singolo (nello specificio il Sindaco di una Città o l’amministratore delegato di una società di costruzioni) non possano essere soggetti allo stesso rischio.
    Sul tema ti invito a leggere il saggio di James Surowiecki “La saggezza della folla”
    http://it.wikipedia.org/wiki/Saggezza_della_folla
    Non è l’unico sul tema ma certamente il più illuminante; fornisce una serie di argomentazioni valide a supporto dell’importanza e della superiore capacità di discernimento dei gruppi eterogenei.

    Per il resto ti inviterei a riflettere bene sul senso più ampio di ogni singola parola che hai usato per difendere questo arbitrio del Sindaco di Roma.

    In particolare sul ruolo che hanno le democrazie e i sistemi democratici nella tutela delle minoranze (quali mi pare che le comunità ebraiche siano).

  8. ettore maria mazzola scrive:

    io penso che questo abominio meriti solo il commento di Fantozzi dopo l’ennesima proiezione della Corazzata Potemkin.
    Più che un edificio contro il sadismo nazista si direbbe progettato per celebrare un discutibile gusto masochista.
    Ma non è che Luca Zevi è un po’ troppo sopravvalutato? … E come mai??
    Mi chiedo come possano gli ebrei di Roma accettare un obbrobrio del genere che, più che rappresentare la Shoah sembra voler commettere l’ennesima violenza ad un popolo ed alla città di Roma.
    E’ tutto vergognoso non solo le cose gravissime denunciate nell’articolo, spero che i sindaci e le autorità che si sono rese responsabili di questo scempio paghino per questo.

  9. eleonora c. scrive:

    Cara Alessandra,
    senza voler usare l’accetta, con la tua esperienza ci insegni che l’architettura costruita è regolata da leggi e norme, dalle quali non si può prescindere. Le giurie (quelle italiane), spesso non sono qualificate perchè frutto di combine, compromessi, equilibri di potere. Questa non è una buona ragione per aggirarle, rappresentano l’unico criterio verosimilmente democratico dal quale non si deve derogare, piuttosto, si dovrebbe esigere una giuria competente così come si dovrebbe pretendere il concorso contro l’incarico ad personam.
    Nel caso specifico, non possiamo accettare l’ipotesi che tu sostieni, di un architetto – in questo caso Luca Zevi – che in quanto rappresentante della comunità ebraica romana e appartenente ad una famiglia che è stata coinvolta in prima persona da questa sventura, possa cimentarsi a buon diritto con il ricordo della shoah – senza concorso.

    Non è accettabile perché stabilisce un precedente che legittima equazioni inverosimili che invalidano il concetto di professionalità e che potrebbe far affermare ad esempio, che un architetto di fede cattolica con una comprovata storia familiare di impegno alle spalle, possa cimentarsi a buon diritto – e senza concorso – nel progetto di una chiesa cattolica. Oppure, che un professionista malato di cancro, per la sua esperienza di lungo degente, possa progettare meglio e con maggiore sensibilità di altri suoi colleghi un ospedale; o che una donna architetto (secondo le oziose teorie sull’architettura declinata al femminile o al maschile) possa manifestare una maggiore quanto generica “sensibilità” a garanzia della riuscita di un edificio.
    La storia dell’architettura (e dell’arte) è piena di architetti con esistenze privilegiate che hanno saputo realizzare opere di grande pathos, o di uomini che pure avendo patito sofferenze non hanno mai dato prova di alcuna sensibilità progettuale, o di atei che hanno realizzato magnifiche chiese.

    Per concludere, ribadisco la gravità di questo incarico: credo che Zevi, vista la sua storia personale e il suo ruolo, non avrebbe dovuto accettare un incarico ad personam , ma caldeggiare semmai, il confronto; e, a dirla tutta, il vincitore del concorso del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara , non so se appartenente alla comunità ebraica o meno, mi sembra abbia mostrato maggiore sensibilità e capacità.

    Un cordiale saluto
    Eleonora

  10. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Il vincitore del concorso del museo di Ferrara è un gruppo composto dagli studi Arco (Bologna), Scape (Roma), Michael Gruber e Kulapat Yantrasast.
    La motivazione della scelta, più che condivisibile, è stata: “permeabile, rivolto alla città, flessibile e capace di forti contenuti simbolici”. Qualità che mancano all’edificio romano.
    Per chi avesse voglia di approfondire il progetto, è pubblicato su Archiportale, con tanto di disegni e rendering adeguati.
    http://www.archiportale.com/news/2011/02/risultati/museo-nazionale-dell-ebraismo-italiano-e-della-shoah-di-ferrara_21336_37.html
    Ben altra cosa da quelle immaginette squallide dell’edificio romano che sono state riportate nell’articolo.
    Del resto, se il committente (chi paga) è un costruttore, a chi giova spendere tempo su un progetto e i suoi disegni?

  11. contributi_addio scrive:

    Forse nel codice degli appalti è indicato da qualche parte che l’amministrazione può realizzare progetti donati?

  12. gianluca adami scrive:

    Penso che sarebbe giusto ospitare su queste pagine una spiegazione diretta del loro operato dagli architetti Luca Zevi e Giorgio Maria Tamburini.
    Sarebbe interessante.

  13. ettore maria mazzola scrive:

    Gent.ma Alessandra Muntoni,
    ciò che lei dice non è affatto condivisibile, se non nelle regole di Ponzio Pilato.
    Capisco, ma disapprovo, che per alcuni membri del mondo accademico italiano sia “geneticamente impossibile “attaccare personaggi come Zevi, che a mio avviso vive di luce riflessa – ergo posso definire un “archi-pianeta” e non una “archistar” – ma non è tollerabile ascoltare giustificazioni come quelle che lo vedrebbero un “giusto” progettista del Museo della Shoah in quanto ebreo. Chiunque faccia questa professione partendo dalle indicazioni contenute nel primo libro di Vitruvio, e non basandosi sui principi faciloni della presunta cultura modernista (cui Zevi appartiene), matodi che prevedono di poter fare qualsiasi cosa in nome della modernità e dell’estro dell’artista, sa che deve studiare e capire, deve immedesimarsi nella cultura con la quale si confronta, nelle sensazioni del fruitore dell’edificio, deve comprendere le relazioni tra le parti dell’edificio e quelle con il contesto, ecc., ciò vuol dire che anche un “non ebreo” potrebbe riuscire a progettare un museo che denunci quelle atrocità, piuttosto che realizzare un monumento al masochismo.
    Progettare un edificio abominevole come questo, violentando peraltro Villa Torlonia, non può giustificarsi con frasi che vedrebbero il brutto necessario a rappresentare la sadica atrocità nazista, diversamente potremmo ritenere corretto l’orrendo edificio a forma di flipper progettato negli anni ’80 da Owen-Moss per il collezionista di flipper, ecc.
    Se poi mai valesse la teoria per la quale solo un ebreo possa progettare un Museo della Shoah, mi chiedo perché possa essere accettabile che un ebreo (Meier) possa progettare un’orrenda chiesa e rifiutarsi di metterci una croce “per non danneggiare la sua composizione architettonica” … che facciamo? Due pesi, due misure?
    Tanto per restare in ambito Meier, lei dice che il Museo dell’Ara Pacis “ha il grande merito di aver spiegato bene che un’opera moderna può benissimo essere costruita nel centro storico di Roma” … Potrebbe illuminarci a capire in che modo?
    Forse semplicemente perché è stata realizzata in centro storico?
    Io sono davvero indignato davanti a certe frasi insensate, dette da chi dovrebbe difendere la nostra architettura e le nostre città.
    Il progetto di Meier è una versione ingrandita dell’autogrill di Fabro, ergo possiamo giustificarlo solo riconoscendo che, in qualità di stazione di servizio, ben si integra con il lungotevere che risulta essere un’arteria di grande scorrimento!
    Che dire poi dell’umiliante condizione del monumento augusteo che, a causa delle fasce brise-soleil, risulta illuminato naturalmente a strisce bianche e nere?? … ma giustamente questa non è una colpa del genio di Meier … lui è un’archistar, la colpa è di un’altra stella: il Sole!
    Per cortesia, smettiamola con questo atteggiamento ossequioso nei confronti di personaggi che offendono la nostra cultura (o quella ebraica in questo caso) piuttosto che celebrarla, smettiamola di temere di criticare certi personaggi semplicemente perché in mondo accademico e/o professionale non è il caso di farsi nemici, prendiamo il coraggio di dire le cose come stanno, e anche quei cialtroni politici che danno certi incarichi capiranno che non è detto che il nome di un personaggio corrisponda al successo di un’opera, diversamente smettiamola di piangerci addosso, perché ognuno ha ciò che merita!

  14. Ci sono due questioni nell’intervento di Alessandra Muntoni che non mi risultano chiare:

    Che relazione c’è tra la riflessione di Pagano citata e i concetti di maggioranza e Democrazia?
    Si dice:
    “ma nessuno potrà mai sostenere che ciò che sceglie la maggioranza sia la cosa giusta”.

    Pagano giustamente sostiene che le giurie non sempre premiano il migliore anche se le possibilità ci sarebbero vista l’ampia partecipazione.
    Nel caso di un concorso non sceglie la maggioranza ma una minoranza di persone qualificate che selezionano tenendo conto della “maggioranza” di proposte partecipanti.
    Non c’è alcuna relazione tra un sistema di elezione democratica e un concorso. Semmai nel concorso avviene il contrario che in una elezione democratica.
    Questo non significa ovviamente che il concorso non sia uno strumento democratico in quanto viene concessa a molti la possibilità di essere giudicati da pochi.

    Mi sembra francamente assurdo e imbarazzante che si faccia confusione su questo punto, chiamando in causa il concetto di “Democrazia”.

    Per quanto riguarda la “Cultura Ebraica” sono d’accordo che sia necessario una preparazione (culturale non spirituale) sul tema; Questo si risolve facilmente in due modi. Si includono tra i giurati esperti in materia, studiosi e membri della comunità ebraica.
    Nel caso questo non sia sufficiente si può attraverso il bando di concorso, suggerire o al limite obbligare i partecipanti ad inserire nel proprio gruppo di progettazione degli esperti del settore.
    Non vi è alcuna necessità di eliminare lo strumento concorso.

  15. Romolo T. scrive:

    In tempi di crisi nera, noi architetti dovremmo capire che Zevi ha maturato come un certo diritto morale a progettare senza concorso un museo? Ma stiamo scherzando? Questo dimostra solo quanto
    l’accademia -casta italiana, sia vecchia, inutile, dannosa e lontana dalla realtà e dai giovani, ( a Roma sono sette anni che non si fa un concorso!) . Noi Stiamo alla fame e dobbiamo concedere a un architetto ricco di famiglia e con un curriculum professionalmente modesto come quello di Luca Zevi , di prendersi un progetto di 21 milioni di euro senza neppure l’incomodo di un concorso? Ma non se ne parla proprio!!

  16. stefano nicita scrive:

    La questione è piuttosto delicata ed è giustissimo aver sollevato il problema, perchè di problema si tratta. Incarico diretto per realizzare un edificio in un contesto storico, una villa storica. Tutto questo avrebbe richiesto una procedura molto diversa e possiamo dividere equamente le responsabilità tra Alemanno e Veltroni, evitando quindi qualsiasi inutile battaglia di colore politico. Roma e la romanità oggi e non solo oggi evidentemente, esprimono questo modo di gestire l’architettura e l’urbanistica. In mancanza di procedure adeguate e allineate al resto del mondo, ci aspettiamo almeno la qualità degli interventi, che invece manca clamorosamente. Di San Silvestro abbiamo già parlato. Alessandra Muntoni ha citato il Museo dell’Ara Pacis, nota dolente, cattivo esempio di intervento contemporaneo nella città storica, mal riuscito e indigesto, affidato con incarico diretto a un ottimo architetto poco adatto però a costruire in ambiti storici e forse anche a combattere con Soprintendenze ancorate a secoli passati, ha contribuito ad allontanare ancora di più il cittadino comune dall’architettura contemporanea, vista come il demonio. Il Museo di Zevi sarà il prossimo esempio? Io sospetto che alla fine non si farà o almeno non in quel posto.

  17. studio labzona scrive:

    al solito. perchè non mi stupisco?

    labzona.it

  18. Romolo T. scrive:

    Labzona@ (o chi per te/voi)
    Più che non stupirvi dovreste indignarvi. Che vuol dire “non mi stupisco”? Pensate che chi commenta su questa vicenda sia uno sprovveduto che prova stupore? Voi la sapete piu’ lunga ?
    Forse dovreste muovervi, che se stiamo alla fame e’ perché gli architetti per primi si girano dall’altra parte, perché abbiamo permesso ai ministeriali di lusso,(quei parassiti che popolano l’accademia) Di pontificare sul nulla, e persino di dire che Zevi a buon diritto può prendere un incarico diretto senza il rischio di prendersi una pernacchia o un uovo marcio.

  19. G.Tonelli scrive:

    La ex compagna Muntoni che difende il diritto di nascita! Cara Alessandra, che delusione!

    G.

  20. Luca Cascioli Tondelli scrive:

    Il grande Oscar Niemeyer diceva:

    “Se io fossi giovane, invece di fare architettura mi piacerebbe andare per strada a protestare contro questo mondo di merda in cui viviamo. Quando ciò non è possibile mi limito ad esigere un mondo più giusto, di uomini uguali, che vanno per mano vivendo degnamente questa vita corta e senza prospettive che il destino ha loro imposto”

  21. Franco Purini scrive:

    Gentile architetto Eleonora Carrano,
    qualsiasi regola, anche la più rigorosa, prevede e merita sempre qualche eccezione. Credo come lei e come la quasi totalità degli architetti nella necessità dei concorsi, ma sono convinto che in qualche caso è possibile e doveroso derogare. Che Luca Zevi progetti il Museo della Shoah mi sembra non solo giusto ma necessario, lo considero un fatto storico.

    Cordiali saluti
    Franco Purini

  22. […] Franco Purini nei commenti a  “Museo della Shoah di Roma, un altro progetto senza concorso“ Museo della Shoah di Roma, un altro progetto senza concorso … […]

  23. Giulio Pascali scrive:

    Gentile Purini,
    Lei alimenta una serie di equivoci.

    Lei confonde la sua opinione con l’acquisizione di un diritto legale a derogare su un bene pubblico.
    Anche una deroga presuppone che vi sia una forte assunzione di responsabilità, trasparente, aperta e dichiarata da parte di chi vuole derogare.
    Presuppone che vi sia un processo di accettazione sufficientemente vasto, popolare e istituzionale.
    Presuppone che il riconoscimento della deroga non metta a rischio interessi contrapposti.

    Qui non siamo di fronte a una scelta chiara e trasparente, siamo di fornte ad una semplice furbizia attuata alimentando una situazione di fortissimo conflitto di interesse.

    L’altro equivoco riguarda il giudizio sulla figura di Luca Zevi; non è questo in discussione. La discussione è sul come e sul chi abbia diritto di decidere se Zevi è la persona più idonea a realizzare questo progetto. Il progetto di Zevi potrebbe essere il migliore possibile, ma oggi non ci è dato saperlo.

    L’ultimo equivoco è sul merito del perchè Zevi dovrebbe avere maggiore titolo a progettare il Museo rispetto a chiunque altro.
    Quello che lascia trasparire è un limite culturale che le impedisce di comprendere che l’Olocausto non è un fatto esclusivo che riguarda solo gli ebrei; una cosa la cui piena comprensione sia preclusa a chiunque non sia ebreo; una cosa che non riguardi una intera nazione; un affare di famiglia i cui panni sporchi vadano lavati al suo interno.
    Un popolo che per anni ha subito la ghettizzazione fisica, sociale e morale, costretto a bastare a se stesso in ogni cosa, non dovrebbe essere aiutato, in tutte le forme e modi ad uscire dal proprio isolamento?
    Un popolo da sempre guardato con sospetto proprio perché visto come un mondo chiuso, impenetrabile e autoreferenziale, non dovrebbe approfittare, proprio in queste occasioni pubbliche, per promuovere l’apertura e il dialogo?

    L’Olocauso nasce da qui, dalla convinzione che solo un ebreo possa capire un ebreo.
    La fine dell’Olocausto invece dovrebbe partire dalla accettazione e dal riconoscimento che il dolore e la sofferenza subiti dagli ebrei sono universali, riguardano ciascuno di noi.

    Tutti siamo potenzialmente vittime, tutti potenzialmente carnefici.

    Se invece passa il principio che vi sia un diritto acquisito nell’essere vittima, se passa l’idea di una esclusiva del dolore, nulla potrà impedire che qualcuno possa di nuovo assumere il ruolo di carnefice e, derogando dalle regole, agisca nella convinzione di essere nel giusto e nel necessario.

  24. giovanni Duranti scrive:

    La vicenda ha dell’inverosimile, per quanto risponda ad una prassi ormai consolidata che travalica le leggi in vigore.
    Risulta del tutto fuori luogo cercare ragioni ad improvvide deroghe che non hanno alcuna motivazione oggettiva.
    Per costruire una sinagoga non bisogna essere ebrei. Quando la comunità ebraica di Trieste, agli inizi del secolo scorso, volle costruire il proprio tempio, ricercò non già un architetto di fede ebraica, ma il miglior architetto della città e assegnò l’incarico a Berlam.
    Perchè allora l’incarico per la costruzione del museo della Shoah dovrebbe essere assegnato, senza concorso, ad un architetto di famiglia ebraica? E, poniamo per assurdo, una simile e opinabile eventualità: perchè non bandire un concorso tra tutti gli architetti di fede ebraica? Sbagliato e contro le regole è l’affidamento diretto di un incarico pubblico. Inutile cercare cavilli da retori.

  25. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Gentili signori e signore commentatori, non divaghiamo e riduciamo la questione nei termini essenziali.
    E’ un’opera pubblica? Si. Pagano i cittadini? Si. Allora la via maestra è il concorso.
    E’ un’opera pagata dalla Comunità Ebraica? Allora scelgono il progettista nel modo che vogliono.
    La cosa che desta più perplessità è la notizia che la parcella dell’arch. Zevi sia stata pagata da un costruttore, che si dice sia anche in guai finanziari.
    A che titolo ha pagato? Sono queste le situazioni poco chiare che possono portare ad una “logica di scambio”.
    La subordinazione ad un costruttore, inoltre, può portare il progettista a una scelta, anche successiva, in direzione della mancata qualità dell’opera. E’ questo il modo di organizzare i lavori di un’opera che dovrebbe essere un’alta testimonianza civile nel panorama romano?

  26. Andrea scrive:

    Forse mi sono perso qualcosa… quindi Paolo Portoghesi quando ha progettato la Moschea di Roma era diventato musulmano? ah! no, li c’era un concorso…

  27. candido scrive:

    Forse le poche righe di contributi_addio,cadute nel disinteresse generale, meritavano una risposta ed una riflessione più approfondita.

    Non sono un esperto di opere publiche ma credo che il Museo citato sia un’opera “a scomputo”. Non un’opera pubblica ma un’opera di pubblica utilità eseguita da un privato.
    Procedura che prevede la realizzazione di un manufato poi ceduto all’Ente pubblico, quindi perfettamente eseguibile e legittima.

    A questo punto credo che sia più importante riflettere sulla “visione” e cultura del privato che avrebbe potuto certamente promuovere un concorso, affrontando un tema così delicato con ben altro approccio.

    Devo dire che rimango anche colpito da questa investitura superiore ed “etnica” per cui un ebreo “deve” progettare un museo sull’olocausto. Queste sono argomentazioni che tolgono forza a quella più semplice e banale: quell’opera si può progettare perchè realizzata da un privato con i suoi soldi e poi ceduta alla collettività. Privato che sceglie autonomamente anche i progettisti, che devono rispondere solo a lui e non al Comune.

    Sarebbe più opportuno riflettere su una legge che, trattando argomenti così importanti e delicati, si affidi a dei privati e non assuma su di sè anche la responsabilità di scelte così delicate e cariche di significato; ma questa è l’ennesima dimostrazione della debolezza della nostra classe politica – e delle sue leggi – che cerca la via più semplice per fare le cose, facendole spesso poi male!

    il cattolico candido (mi “dichiaro” così dimostro di avere i titoli per progettare una chiesa)

  28. G.luca scrive:

    Caro Candido,
    ammesso e non concesso che il museo sia un’opera a scomputo, di norma le opere a scomputo vanno a realizzare degli standard urbanistici quali servizi pubblici tipo strade, verde, scuole e servizi in genere, nel quartiere dove avviene il carico urbanistico, e nelle vicinanze di Villa Torlonia non conosco opere di nuova costruzione nei paraggi per cui anche sotto quest’ottica appare una forzatura questo regalo, che come si dice un regalo non è mai ripagato!
    G

  29. Giulio Pascali scrive:

    @candido
    hai dei riferimenti su questo che dici?
    cioè ti risulta che il progetto rientri come opera di urbanizzazione a scomputo?
    se è così si potrebbe aprire un fronte denso di lacune interpretazioni e norme contraddittorie (vedi l’osservazione di G.luca)
    in caso contrario stiamo parlando del nulla

  30. candido scrive:

    @ Giulio Pascali,
    trovo che l’osservazione sia bizzarra. mi spiego.

    Da questo “scranno”si dicono spesso molte cose senza aver affrontato gli argomenti trattati con il giusto approfondimento.

    Anche l’osservazione di G.luca non è molto pertinente; spesso i comuni “sfruttano” i privati per realizzare anche opere situate in altri luoghi. Interventi che non c’entrano nulla con l’intervento del privato ma che comunque và a compensare quanto dovuto.
    I comuni non hanno più soldi e quindi usano i privati per le cose più disparate; si chiamano accordi di programma.

    Capisco che la mia osservazione non è roboante, non incontra il piacere dei facinorosi, ma mi limitavo a dire che anche contributi_addio aveva posto un problema.
    Dicevo solo che dovrebbe essere approfondita la modalità di affidamento prima di gridare all’inciucio, all’atto illegittimo, ecc.

    L’unico a cui si chiedono riferimenti sono io, la solita politica dei due pesi e due misure.

    Altri possono affermare che è tutto un imbroglio – senza argomenti e prove – e nessuno dice nulla.

    Forse questa domanda dovrebbe essere rivolta ad altri; chi scrive gli articoli dovrebbe poter argomentare con fatti e riferimenti quanto afferma. Io, semplicemente, cercavo di argomentare. E’ strano che tutti possano dire tutto e che io debba avere riferimenti altrimenti parliamo del nulla.

    Capire se la procedura è giusta non significa poi avvalorarne la modalità, ma certamente consente una riflessione più pertinente e non la solita battaglia demagogica. Se fosse vero, ad esempio, nulla si potrebbe dire dell’incarico affidato direttamente ai professionisti, ad esempio, e così via. Capire se una legge è sbagliata, ad esempio, potrebbe anche avviare un dibattito sulla sua correttezza e sulla possibilità di cambiarla ma certamente è più comodo mettersi su un pulpito e gridare ai quattro venti che tutti sono gaglioffi ed imbroglioni.

    il gaglioffo candido

  31. Giulio Pascali scrive:

    @candido
    hai ragione,
    ti si chiede di essere migliore degli altri.
    Ne farei un vanto
    nel merito
    hai fatto una affermazione (che ora capisco essere invece una supposizione)
    se fosse confermata sarebbe importante
    e sarei contento di questo chiarimento
    diciamo che ritiro la chiusura caustica (“in caso contrario stiamo parlando del nulla”)
    e siamo pari

    PS – cit. Contributi_addio
    “Forse nel codice degli appalti è indicato da qualche parte che l’amministrazione può realizzare progetti donati?”
    a me sembrava una domanda retorica del tipo: “caro Sindaco ti sembra che il codice degli appalti preveda la fattispecie del dono?”

  32. Antonio Marco Alcaro scrive:

    Proviamo a fare ordine: l’ipotesi di candido è che la Lamaro avrebbe fatto accordi con Veltroni, quindi con Morassut per realizzare il Museo della Shoah direttamente, (quindi scegliendo liberamente il progettista), come se fosse un opera di urbanizzazione in cambio di un certo numero di cubatura in un’altra zona della capitale, (si potrebbe discutere nel merito, ma sorvoliamo)
    Con la caduta di Veltroni evidentemente salta l’accordo e quindi il Comune deve pagare direttamente l’opera (per questo è stato necessario un nuovo passaggio in Consiglio Comunale per stanziare i fondi), e fare una gara per la realizzazione.
    A questo punto noi ci chiediamo visto che la Lamaro non c’entra più niente nella realizzazione del Museo, perché il progetto deve rimanere quello di Zevi e non si fa un concorso per la progettazione, come la gara che si farà per l’aggiudicazione dei lavori?

  33. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Dalle testimonianze dirette di chi ha ha assistito alla riunione di Giunta Comunale, il dibattito si è tenuto tra i consiglieri Athos De Luca, Alzetta e Mollicone. Riguardo all’assegnazione del progetto, Alzetta ha parlato di “assenza di concorso”.
    La discussione, purtroppo, si è ancora una volta trasformata nella diatriba tra foibe e campi di concentramento, un buon metodo per sviare l’attenzione dai problemi reali.
    In tutti i casi se Alzetta ha esplicitamente parlato di assenza di concorso il problema esiste.
    Attenderemo di potere accedere alla delibera sul sito del Comune.

  34. G.Luca scrive:

    Caro Candido,
    non è che c’è l’ho con te ma con una ipotesi che tendeva a giustificare una pratica che seppur diffusa è comunque scorretta, che se fosse legale sarebbe comunque sbagliata.
    Parlo di cose che conosco nella mia pratica professionale di appalti e concorsi pubblici vinti alla luce del sole. Le opere a scomputo sono delle opere che vanno a realizzare servizi che dovrebbe fare il comune con i soldi degli oneri concessori, perchè per avere i permessi di costruire si pagano degli oneri in funzione alla cubatura, ma suppongo che lo sappiate tutti, ma forse, giova ricordarlo. Per cui sempre nella stessa convenzione urbanistica o accordo di programma si determinano gli oneri e si scomputa le opere da realizzare, ma sempre all’interno di un perimetro definito, sia in convenzione che in accordo di programma.
    E’ intuitivo ma anche pratica diffusa e corretta che una modifica apportata da un nuovo intervento comporti una compensazione attraverso servizi aggiuntivi sempre li e non da un’altra parte dove non servono.
    Ci battiamo per regole chiare e trasparenti, per il governo vero ed efficiente del territorio, per una maggiore qualità di vita oppure facciamo passare l’idea che pratiche opache siano possibili per non stare a guardare il capello?
    saluti
    G.

  35. candido scrive:

    Per un attimo ho pensato che avessimo avviato un ragionamento sereno ma poi il buon Fabrizio mi ha ricondotto alla realtà.

    il termine “facinoroso” non è un neologismo schiattarelliano ma un termine usuale nella lingua italiana… questa è la prova della piccola e delirante dietrologia di alcuni, problemi loro!

    A G.Luca, anch’io non c’è l’ho con nessuno ma proprio in questo perodo il comune stà valutano la possibilità di realizzare opere a scomputo “delocalizzate” rispetto alle aree coinvolte in operazioni di questo tipo, non è una mia invenzione ed è una prassi possibile (già utilizzata in alcuni frangenti), solo questo. Non ho mai espresso certezze come altri, ho detto solo di verificare le modalità di procedure perchè la qustione sposta, di molto, i termini di tutta la vicenda. Questo poi non significa giustificare ma solo comprendere. La conoscenzaci pemetterebbe di agire nelle giusta maniera senza aggredire persone che forse (e dico forse) non hanno colpe se non quelle di essere gradite ad una committenza privata.

    Ad Alcaro, gli accordi dei comuni non sono scritti sulla sabbia… il buon Alemanno si è trovato questa polpetta (poi dovremo capire se e come avvelenata) sul tavolo. Facciamo per un secondo un’altro ragionamento: se il primo fascio-sindaco della capitale avesse alterato di un pelino il progetto tutti (compreso io) saremmo insorti perchè con scuse burocratiche si stava bloccando un progetto sull’olocausto. Credo che sia stato costretto dal valore dell’operazione e dalla sua storia personale a digerire il tutto così come era stato congegnato da altri, solo questo.
    Opere di urbanizzazione (secondaria) sono tutti gli edifici pubblici, compresi scuole, musei cc. Non lo dico io ma la legge.
    Per quanto riguarda il concorso, non credo neanche che questa amministrazione abbia forza e capacità di approntalo, ma anche questa è solo una mia valutazione.

    Il cretino candido
    PS ho usato le stesse vocali e consonanti di schiattarella; cosa vorrà dire?
    PS

  36. Giulio Pascali scrive:

    Le parole di Candido sono condivisibili. Purtoppo troppe volete si ha la sensazione che le nostre amministrazioni abusino di pieghe normative nate solo per casi eccezionali ed isolati, per aggirare ed eludere sistematicamente i principi più generali di trasparenza.
    E’ un po’ come la legge sulla privacy, nata per un principio di fondo sacrosanto, che è diventata un alibi artificioso per evitare di rendere conto del proprio operato.
    (sto divagando lo so)

    PS – evviva, finalmente potremo continuare a rompere le scatole senza che qualcuno ci addebiti di volere fare guerre personalistiche

  37. candido scrive:

    Ma che problemi ha il buon Fabrizio?

    Persone così livorose e banalmente ripetitive nelle loro piccole cattiverie non lasciano spazio alle riflessioni che dovrebbero contribuire alla circolazione d’idee su questo blog.

    Mi incurioscisce il bieco e cieco livore di un personaggetto che vive per umiliare (pensa lui) gli altri, ma ogniuno si diverte come può e come le sue capacità gli consentono.
    E’ talmente preso dal suo delirio che non riesce a cogliere anche le positività di una riflessione in cui non sono tutti allineati sulle sue stesse posizioni.
    Unico modo per andare d’accordo con lui è fare come lui, attaccare tutto e tutti, aggredirli, offenderli, con la complice tolleranza ed indifferenza di altri. Certamente non esercita l’antica e positiva arte del dubbio visto che è chiuso in un guscio fatto di certezze psico-alterate.

    Parla di banalità, supposizioni e dietrologia ma poi il suo unico esercizio è l’attacco seriale da killer dè noantri senza mai argomentare nulla e senza mai andare oltre l’epiteto e l’offesa, bel modo di discutere!! La sua autoreferenzialità adulterata percepisce il DPR 380 (fonte della definizione delle urbanizzazioni primarie e secondarie) come nulla, oziose supposizioni; gli “accordi di programma” come mie ipotesi vaghe e fantasiose. E’ molto più facile (e triste) attaccare il Zevi del momento. Se poi quello non c’entra nulla pazienza; è solo un effetto collaterale della sua personale guerra alimantata da un’errata rivalsa verso tutti.

    Certamente dimostra un approccio non sereno di qualcuno che evidentemente ha problemi personali da risolvere, anche se qualcun’altro dovrebbe fargli capire che questa non è la sede opportuna.

    Per non parlare della paranoia da compotto planetario di “facinorosi” che vorrebbero distruggere il suo piccolo mondo fatto di tristezza ed invidie.

    Per litigare bisogna essere in due ma io trovo utile anche uno come Fabrizio, atteggiamenti così fanno capire molte cose…

    il facinoroso candido

  38. Δημόκριτος scrive:

    Saltando il siparietto di psicologia a buon mercato aperto da Candido (anch’io lo trovo inconsistente e seccante ma non ci si deve perdere tempo, caro Fabrizio, anche se sarebbe divertente leggere il suo, di profilo psicologico), vorrei sapere se Amate l’Architettura o chi per loro, ha intrapreso una battaglia contro il Comune di Roma e Ordine per l’aggiramento e il mancato rispetto della legge che prevede di avvalersi del concorso pubblico. Qualora vi fosse una iniziativa in tal senso, vi pregherei di renderlo pubblico per dar modo a tutti di dare man forte con sottoscrizioni o altro.

    saluti e buon lavoro
    Democrito F.

  39. candido scrive:

    Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire…

    Siparietti, ma quali siparietti.
    Svegliatevi e scendete dal vostro scranno di “facinorosi” – mi piace il termine – privi di umana comprensione per l’altro. Chiunque sia!
    La tristezza è che uno che si firma Δημόκριτος poi non comprenda che prima delle sottoscrizioni dovrebbe capire cosa sottoscrive. Ma qualcuno ha capito che forse non c’è nulla da sottoscrivere? Ma a nessuno interessa la verità?

    In realtà Calcaprina ha scritto una cosa che condivido: vediamo la delibera. Se poi è come altri dicono farò ammenda ma prima credo sia fondamentale verificare la correttezza delle notizie che si divulgano, sembra peró che questo sano principio interessi a pochi. Eppure dovrebbe esere un valore condiviso.

    Capisco che è faticoso ma ogni tanto un piccolo sforzo non guasterebbe

    Il triste candido

  40. Democrito F scrive:

    Mi chiedo, ma se Candido ne sa qualcosa di più non la stia a fare troppo lunga e dica se il concorso poteva essere aggirato altrimenti e’ la solita fuffa.
    E soprattutto, ma l’Ordine, invece di inzeppare il sito con notizie superflue, perché non ha speso una sola riga per informare gli iscritti sul perché non c’è stato il concorso? Ma dia un servizio utile ogni tanto!

  41. Monica scrive:

    Leggo i commenti e alcuni sollevano problemi davvero interessanti e importanti. I vantaggi e limiti del concorso di progettazione, gli effetti spesso disastrosi dell’architettura contemporanea nei centri storici, ecc.. Tuttavia nel caso specifico del museo della Shoah di Roma mi sembra che ci siano tutti gli estremi per indagare chiaramente e prendere posizione come dice Democrito. Si tratta di un progetto pubblico sí o no? Se sì, allora ci sono leggi e regolamenti non solo italiani ma della comunità europea relativamente alle soglie di importi, oltre alle quali, il concorso pubblico è un obbligo e non serve discutere. Se ci sono fondati dubbi in proposito si può fare ricorso e si blocca tutto. Ovviamente concorso non significa “aperto a tutti”. Esistono anche le procedure ad invito o con preselezione. Anche queste sono regolamentate ma in genere risultano inaccessibili per il 99% degli architetti.

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