Archive del 2012

L’Ordine che vorrei secondo Tellarini

16 Novembre 2012

Può sembrare paradossale, ma l’Ordine che vorrei … esiste già.

Mi correggo, non esiste realmente ma potrebbe esistere se solo le energie e le capacità delle migliaia di architetti che vi sono iscritti, confluissero in una sola direzione, filtrata e autogestita dagli iscritti stessi e “controllata” dall’Ordine articolato e organizzato per Commissioni, Comitati e Gruppi di lavoro.

Tutto questo sarebbe già possibile, anche se non regolamentato e imposto per legge. Me veniamo alle proposte dettagliate.

Occorre premettere che contrariamente a quanto si legge sulla stampa e a quanto divulgato erroneamente da taluni, dal 2005 in poi le cariche elettive di consiglieri e presidenti degli Ordini, hanno durata limitata nel tempo. Ogni mandato dura 4 anni e un consigliere può essere eletto solo per 3 mandati (max. 12 anni), e può essere nominato presidente solo 2 mandati (max. 8 anni). Quindi le “occupazioni” infinite degli anni trascorsi sono sul punto di cessare. Ultimo mandato possibile per gli “intoccabili” è il prossimo 2013-2017, dopo di ché necessariamente dovrà subentrare una nuova generazione, ed è proprio questo il punto su cui è incentrata la mia proposta: le nuove generazioni e il ricambio generazionale dei Consigli.

Altra premessa indispensabile è che la nuova riforma sulle libere professioni (DPR 137/2012), non è una legge specifica per gli architetti o per le professioni dell’area tecnica, ma riguarda tutte le libere professioni e ha necessariamente comportato misure di lunga gittata con norme che a volte, per noi architetti, sembrano incomprensibili ma che per altre professioni erano pertinenti.

Ultima novità introdotta dalla riforma, è rappresentata dalla creazione dei Consigli di Disciplina. Quindi la gestione dei nuovi Ordini si scompone in due “anime”: il Consiglio dell’Ordine che amministra tutte le attività ordinarie e ordinistiche, e il Consiglio di Disciplina che vigila, controlla e amministra la deontologia. Entrambe le anime convivono e appartengono allo stesso “corpo” costituito dall’Ordine. Tutto questo significa che fino ad oggi occorrevano 9, 11 o 15 consiglieri architetti, da domani invece, per la formazione dei due Consigli ne serviranno almeno il doppio.

La riforma quindi, già comporta e contempla l’apporto di molti più iscritti e tutti hanno durate di carica relativamente brevi. Per questa ragione è indispensabile che gli Ordini siano in grado di garantire e auto gestire un ricambio generazionale continuo, qualitativamente sempre più elevato e formato-informato.

Per attuare un vero rinnovo degli Ordini però, credo siano necessarie anche alcune norme e regolamenti che dovrebbero inevitabilmente riguardare tutta l’area tecnica (geometri, periti, ingegneri, ecc..), e che dovrebbero riguardare sia le definizione delle competenze, sia il livello di formazione professionale (leggi riforma dell’Università).

Tralasciando queste problematiche che comunque hanno e avranno grande rilevanza per il futuro della nostra professione, proverò ora a formulare qualche proposta concreta.

L’Ordine che vorrei …

  • Deve ricoprire una nuova funzione istituzionale, più estesa e ricettiva verso le esigenze della libera professione, con una visione ampia e aperta a tutti gli iscritti. La sede dell’Ordine deve essere un luogo cui tutti gli iscritti possono accedere e usufruire degli spazi e delle attrezzature, compresi i servizi di segreteria, compatibilmente con la gestione ordinaria. All’interno dell’Ordine deve essere possibile costituire gruppi di iscritti che intendono promuovere e divulgare la figura dell’architetto e l’architettura, attraverso l’organizzazione di attività di qualsiasi genere, purché compatibili con l’istituzione ordinistica e con l’immagine della professione.
  • All’interno dell’Ordine deve essere possibile organizzare e gestire gruppi autonomi, favorire incontri tra vari liberi professionisti e consentire esperienze lavorative di gruppo, con laboratori “aperti” a tutti gli iscritti che intendono sperimentare forme di aggregazione e di collaborazione professionale con altri colleghi.
  • La gestione culturale e organizzativa dell’Ordine deve essere demandata ad una serie di Commissioni composte dagli iscritti – che vi hanno libero accesso – e che vigilano, controllano e stimolano l’attività del Consiglio dell’Ordine e verificano l’attività del Consiglio di Disciplina.
  • Le Commissioni devono essere coordinate da un referente del Consiglio (consigliere di riferimento) che deve fungere da collegamento con l’organo centrale, e devono avere mandato anche per curare eventuali rapporti con istituzioni ed enti esterni.
  • L’Ordine deve nominare e organizzare Commissioni di controllo inerenti materie normative, regolamenti edilizi e urbanistica, con mandato a trattare con Comuni, Provincie e Regioni che ne facciano richiesta. Le Commissioni devono anche svolgere attività di ricerca, di analisi e critica sulle materie di competenza.
  • L’Ordine deve essere in grado di fornire consulenze sui parametri di valutazione dei compensi, sui criteri di stima dei costi della progettazione e sulla costituzione delle STP (Società Tra Professionisti), favorendo la formazione e l’aggregazione di studi multidisciplinari.
  • L’Ordine deve f0rmare e organizzare appositi Comitati di consulenza e di ricerca sui “mercati” esteri in grado di fornire informazioni agli iscritti interessati a rivolgersi oltre i confini nazionali, per favorire e sostenere lo svolgimento della libera professione all’estero.
  • Il Consiglio dell’Ordine deve intrattenere rapporti con il CNA e la Conferenza degli Ordini, promuovere le Federazioni regionali degli Ordini e attraverso un’apposita Commissione, deve elaborare e trasmettere proposte di riforma e modifiche alle leggi che complicano con processi burocratici avulsi, lo svolgimento della libera professione e la progettazione.
  • L’Ordine deve tutelare la “professione” nel suo significato più esteso, garantendo il rispetto delle norme vigenti e intraprendendo tutte le azioni possibili per la tutela e la dignità professionale, compresa una stretta sorveglianza verso le violazioni di competenza.
  • L’Ordine – purtroppo – deve gestire con cura e con efficienza, la formazione continua degli iscritti, intraprendendo tutte le iniziative volte a facilitare l’accesso ai corsi, ridurre o ad azzerare i costi per la formazione.

La domanda che nasce da questa sorta di decalogo sull’Ordine che vorrei .., dovrebbe essere la seguente: ma quante persone servono per assolvere a tutti questi compiti?

È una domanda che ci riporta immediatamente all’argomento iniziale: la riforma prevede l’apporto di molti più iscritti rispetto ad oggi, e quindi l’ordinamento dovrebbe adeguarsi, adattarsi e cogliere l’occasione. Per questa ragione ritengo che l’Ordine debba prevedere e consentire l’accesso a tutti gli iscritti, e quanti più iscritti aderiranno alla gestione dell’Ordine, quanto meglio l’Ordine stesso assolverà alle sue funzioni. Con una differenza sostanziale rispetto allo stato attuale: se l’Ordine non dovesse funzionare, la colpa non potrà più essere imputata al Consiglio o al Presidente di turno, ma ricadrà sugli iscritti, tutti. Noi tutti, tutti gli iscritti sono l’Ordine ed è compito e obbligo morale di tutti gli iscritti, occuparci dell’Ordine.

Questa si, sarebbe una vera grande riforma auto determinata, e qui torno alla prima affermazione introduttiva: può sembrare paradossale, ma questo genere di Ordine sarebbe già possibile, se solo i Consigli degli Ordini lo volessero, se solo gli iscritti lo chiedessero, ove fossero ascoltati e accolti. L’attuale legislazione non impedirebbe alcuna delle attività e funzioni sopra elencate e dunque, cari colleghi, non dimenticatevi mai che l’Ordine siamo noi tutti insieme.

Ultima nota: se questo fosse un modello proponibile, perseguibile e attuabile da tutti gli Ordini, anche senza riforme e stravolgimenti, oggi sarebbe possibile dimostrare che gli architetti italiani sanno rinnovarsi, sanno auto rigenerarsi e sanno “leggere” e risolvere gli attuali problemi, anche tra mille incognite e difficoltà economiche.

Nota dell’amministrazione – qui trovate i precedenti contributi di

Marco Alcaro

Gianluca Adami

Amate l’Architettura ha un nuovo Presidente

Il nuovo presidente del Movimento “ Amate l’Architettura” è l’architetto Giulio Paolo Calcaprina, libero professionista iscritto all’Ordine degli architetti di Roma, non fa parte di commissioni edilizie, nè occupa alcuna posizione all’interno di istituzioni.

La nuova direzione del Movimento si propone di dare voce ai professionisti che in questi anni ritengono di non aver trovato alcuna tutela presso le proprie istituzioni di riferimento. In una congiuntura storica di grande difficoltà per i professionisti, tra la stupefacente inerzia e l’assenza  di azioni significative di CNA, Ordini professionali e sindacati, Amate l’Architettura non si limita a promuovere il  dibattito, ma ritiene di dover progettare azioni concrete, avvalendosi, per la comunicazione, dei social network facebook e Linkedin e del blog che ha una media di 30.000 visite/mese.

Per le azioni sul territorio nazionale, il Movimento Amate l’Architettura si coordina con 150K architetti (link), una piattaforma libera che riunisce architetti, rappresentanti di associazioni di architetti e giovani che stanno accedendo alla professione.

Amate l’Architettura ringrazia Marco Alcaro – che continuerà  il suo lavoro nel direttivo – per aver guidato il Movimento dalla sua fondazione ad oggi.

LE RAGIONI DI UN IMPEGNO

di Giulio Paolo Calcaprina

Sono passati quasi quattro anni dalla nascita di Amate l’Architettura e, come è naturale che sia, c’è stato un avvicendamento nella presidenza.

Sono un libero professionista, non ho alcun incarico nell’ambito del mio Ordine, non faccio parte di commissioni edilizie, non traggo vantaggio da alcuna “rendita di posizione” all’interno di istituzioni.

Sono stato scelto dal consiglio direttivo di Amate l’Architettura non perché io abbia proposto una particolare linea politica, ma perché sono l’espressione di una modalità partecipata e collegiale di condivisione del lavoro che si è sviluppata all’interno del gruppo dirigente.

Sono un convinto sostenitore dell’orizzontalità, della democrazia partecipata. Voglio un’associazione che sia inclusiva e non esclusiva.

Quando abbiamo cominciato il nostro lavoro, nel 2008, avevamo in mente di promuovere l’Architettura contemporanea, schiacciata dal nostro glorioso passato e dall’incuria attuale.

Tuttavia, quasi subito, ci siamo resi conto che in Italia non si può parlare di Architettura (contemporanea o no) se non si creano le condizioni necessarie al lavoro degli architetti.

Così abbiamo ampliato la nostra “ragione sociale”.

Attraverso le lettere e le denuncie, attraverso alleanze con i comitati cittadini, mediante l’istituzione di concorsi, lezioni nelle scuole, Forum nella festa dell’Architettura, ma soprattutto attraverso i nostri canali informativi (il blog, la pagina Facebook e quella Linkedin) abbiamo cominciato a fare quello che gli altri non fanno nell’architettura italiana: metter in luce i meccanismi, i retroscena, la palude delle connivenze e dell’opacità che permea il contesto architettonico italiano.

Progressivamente il blog è diventato una piazza virtuale libera e riconosciuta dove sono stati affrontati argomenti di attualità, anche scomodi, e dove tutti, anche i nostri avversari, hanno potuto esprimersi liberamente.

Le classifiche dei blog di architettura, che ci inseriscono stabilmente nei primi posti delle classifiche, al livello di siti professionali, vere “corazzate” come quelli di Abitare e del Giornale dell’Architettura, ci danno il parametro di quanto abbiamo costruito finora.

Vorrei essere il fautore di un’evoluzione dell’operato del Movimento. Vogliamo potenziare i nostri canali informativi, vogliamo proporre azioni di lotta su scala nazionale, vogliamo raccogliere tanta indignazione, voglia di fare e di cambiare che c’è tra gli architetti.

Vogliamo tornare anche a parlare di Architettura – pratica che abbiamo un po’ trascurato – ma a modo nostro: ragionando sulle criticità e sulle contraddizioni di un sistema: nell’ambito della critica, nella promozione e nelle istituzioni a servizio della diffusione della cultura architettonica.

Dopo decenni di muta acquiescenza al potere, la società italiana si sta svegliando. Noi vogliamo fare la nostra parte nel nostro ambito e per fare questo cerchiamo l’aiuto di tutti coloro che vogliono tornare a fare architettura con decoro, a lavorare con dignità.

Cerchiamo adesioni e contributi specialmente tra i giovani colleghi e laureandi, che riteniamo siano quelli che stanno pagando – e pagheranno – il prezzo più alto di questo stato di cose.

Vi aspettiamo. Un saluto a tutti.

Appello per la prossima Biennale di Architettura di Venezia

Indubbiamente l’aver assegnato lo scorso maggio la cura del padiglione italiano per un evento previsto a fine agosto non ha agevolato la riuscita del padiglione.

L’insistenza su temi triti, trattati per di più con superficialità e senza guizzi, ha poi fatto il resto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, almeno fino a fine novembre, quando l’inutile e costoso allestimento verrà finalmente smantellato. Tutto ciò va capitalizzato al meglio per le prossime edizioni.

Per prima cosa è il momento di chiedere al Ministro di assegnare il prima possibile la prossima cura; ricordo che il prossimo anno ci sarà l’edizione dedicata all’arte e la cura è stata già affidata.

Per l’architettura si chiede di poter far ciò anche prima, così che quasi in contemporanea con la chiusura del padiglione di questa edizione possa essere annunciato il curatore della prossima. Penso che sia anche adeguato ripensare al sistema di assegnazione della cura che andrebbe organizzato attraverso un concorso a procedura aperta, o almeno facendo in modo che una parte degli invitati siano scelti attraverso concorso.

Se sposate questa iniziativa mandate una mail con il vostro nome e indirizzo ad “Amate l’architettura” (info@amatelarchitettura.com) entro il 6 dicembre 2012

Gli Scienziati al servizio della politica, una sentenza non solo giusta ma dovuta

7 Novembre 2012

Sei anni di reclusione, interdizione perpetua dai Pubblici Uffici e risarcimento alle parti civili per tutti gli imputati. E’ questa la condanna inflitta dal Giudice unico Marco Billi ai componenti della Commissione Grandi Rischi (Mauro Dolce,  Franco Barberi, Bernardo De Bernardinis, Enzo Boschi, Gian Michele Calvi e Claudio Eva), in carica nel 2009, che avrebbero rassicurato gli Aquilani circa l’improbabilità di una forte scossa sismica che invece si verificò alle 3.32 del 6 Aprile 2009.

Alla sentenza di condanna del 22 Ottobre ha fatto seguito una notevole campagna di disinformazione, da parte dei mass media nostrani, volta a delegittimare una sentenza non solo giusta ma dovuta.

Cosa è successo il 22 Ottobre a L’Aquila?

Un giudice, ha applicato, in nome dello Stato Italiano, la Legge.

La sentenza di condanna riguarda l’irresponsabilità di chi, piegando la Scienza ad esigenze politiche, ha portato la popolazione de L’Aquila a ridurre il normale livello di guardia, portandola a non seguire l’istinto primordiale di uscire dalle case e portarsi in luoghi sicuri (luoghi che, peraltro, nessuno aveva ritenuto opportuno individuare ed indicare). Durante le udienze dibattimentali, i familiari e amici di vittime, chiamati a testimoniare, hanno indicato il repentino cambio di atteggiamento dei loro congiunti, prima spaventati dalle scosse, poi, dal 31 marzo, rassicurate da quanto emerso dalla riunione della C.G.R., le vittime hanno cambiato abitudini.

Una corretta analisi dei rischi e una corretta informazione (il Comune de L’Aquila non era dotato del prescritto piano d’emergenza) avrebbero potuto e dovuto suggerire una consapevolezza e una preparazione all’eventuale emergenza. Una corretta analisi dei rischi e una corretta informazione avrebbero potuto e dovuto suggerire misure di prevenzione a livello individuale.

Informazioni che non sono state diffuse, neanche nei giorni successivi al 31 Marzo. Nonostante i membri della C.G.R. fossero a conoscenza dei potenziali rischi per i cittadini di tutto questo non vi è traccia né nel verbale della Commissione Grandi Rischi, nelle comunicazioni ai rappresentanti delle amministrazioni locali e agli organi di informazione, nelle sommarie informazioni rese dai testimoni presenti riunione.

Nonostante quanto a loro conoscenza membri della C.G.R. Hanno rilasciato, prima della riunione della Commissione, delle dichiarazioni che lasciano, quanto meno perplessi.

Come non si è parlato del rischio correlato agli edifici aquilani. Rischio evidenziato da uno studio, del 1999: “Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia”. Studio, sconosciuto ai più, a cui collaborarono anche alcuni degli imputati Barberi, Eva e Dolce.

Il verbale redatto dalla Commissione Grandi Rischi, evidenziava che da vari mesi era in atto una fenomenologia sismica che non esisteva negli anni precedenti e che non era possibile fare previsioni circa l’evoluzione del fenomeno sismico nell’aquilano. In pratica, in base alle conoscenze scientifiche internazionali non si poteva prevedere se poteva verificarsi o non poteva verificarsi un forte sisma. Elemento significativo è rappresentato dalla conoscenza che i sismi di bassa magnitudo fino ad allora verificatisi avevano già causato dei danni e che questi andavano accertati. Il Prof. Dolce aveva evidenziato la vulnerabilità di parti fragili non strutturali e rilevava che era importante, nei successivi rilievi agli edifici scolastici, verificare la presenza di tali elementi quali controsoffittature, camini, cornicioni in condizioni precarie. In pratica il Prof. Dolce riconosceva che vi erano già problemi agli edifici causati dalle scosse di bassa magnitudo fino ad allora registrate ed evidenziava l’importanza di effettuare rilievi agli edifici scolastici. Altro elemento importante evidenziato nel verbale è connesso ai significativi valori dell’accelerazione connessa ai sismi di bassa magnitudo che già superava il valore previsto dai calcoli strutturali per la media sismicità. Agli esperti della commissione era noto che la classificazione sismica de L’Aquila in media sismicità era inadeguata in quanto il territorio era già stato area epicentrale di sismi disastrosi. Rispetto a questi elementi il verbale ha una conclusione non logicamente conseguente e connessa alle conoscenze scientifiche ma di carattere meramente politico, nel verbale, infatti, si da per certo che non si verificheranno forti terremoti, l’attenzione era posta esclusivamente sull’impatto (entità del danneggiamento) che sismi del tipo fino ad allora verificatisi, cioè di bassa magnitudo, possono avere sui manufatti.

Le conclusioni della Commissione furono “non ci sarà un forte terremoto”.

Il processo perciò è stato incentrato su un’accusa molto solida e completamente diversa dalla versione distorta fornita dalla stampa nostrana. Secondo i Sostituti Procuratore Roberta D’Avolio e Fabio Picuti, la Commissione Grandi Rischi, in realtà, non ha esaminato i rischi possibili che ci sarebbero stati nel caso di future scosse. Nonostante avessero documenti ad hoc per verificare.

I Tecnici, Geologi, Architetti, Ingegneri, ognuno per il proprio ambito professionale, hanno un preciso dovere etico, rispondere secondo scienza e coscienza del proprio operato. Mai e poi mai la Scienza, i Tecnici, devono piegare l’Etica professionale a esigenze meramente politiche, come è stato fatto il 31/03/2009, in occasione della riunione della C.G.R. L’Etica impone, a maggior ragione in presenza di situazioni di possibile rischio, di fornire tutte le indicazioni e le informazioni necessarie a preservare la vita. Non è ammissibile che la scienza e la tecnica, per assecondare esigenze di carattere meramente politico, forniscano risposte nebulose e contradditorie, se non addirittura addomesticate, ad esigenze che con la scienza e la tecnica non hanno niente a che fare.

Da quanto esposto possiamo affermare che la sentenza emessa nei confronti della C.G.R. (Commissione Tecnico/Scientifica, non politica) non è una condanna della scienza ma una condanna al servilismo burocratico e politico di una Commissione che andò a L’Aquila, dimenticando i propri specifici compiti, solo ed unicamente per portare a termine “un’operazione mediatica, per tranquillizzare la popolazione.

PER APPROFONDIMENTI VAI AL LINK

L’Ordine che vorrei … (Adami)

31 Ottobre 2012

Sono convinto che i nostri Ordini professionali non solo sono utili, ma dovrebbero essere potenziati e resi più funzionali al fine di tutelare, oltre alla collettività, anche la nostra dignità professionale.

L’Ordine che vorrei dovrebbe avere il ruolo di aiutare, informare e influenzare la politica del territorio e del governo e di offrire soluzioni politiche che aiutino gli architetti a produrre edifici e comunità migliori. Perché l’architettura È una questione politica e influenza la vita delle persone.

Gli ordini non hanno nella loro ragione sociale nessuna delle attività che vorrei.
La Legge 1395/1923 e il Regio Decreto 2537/1925 stabiliscono gli obblighi degli Ordini, il “minimo sindacale”, ma non impediscono altre attività e oggi gli Ordini devono fare molto di più.

Di fatto il mandato di rappresentanza che ricevono gli ordini è un mandato morale che gli iscritti gli riconoscono.

Gli Ordini non sono scatole vuote, gli Ordini sono scatole che hanno lo stesso contenuto della mente di chi li gestisce.
Sono scatole che possono essere riempite con qualsiasi contenuto.
Oltre ai “doveri” istituzionali, gli Ordini possono intraprendere qualsiasi azione culturale, politica e di supporto alla professione.

L’Ordine che vorrei è:

un Ordine che ha alcuni aspetti di continuità con la presente gestione ma molti e importanti aspetti di discontinuità.

un Ordine serio, sobrio, rigoroso e attivo, adatto ad un momento di crisi come questo.

un Ordine snello, con pochi dipendenti.

un Ordine che fornisce un supporto concreto ai suoi iscritti, sotto forma di servizi tecnici e di formazione gratuita.

un Ordine che insieme ai suoi iscritti, alle libere associazioni e ai sindacati di categoria da vita ad una voce collettiva per l’architettura.

un Ordine che influenza la politica del governo e la legislazione che ha un impatto sulla professione.

un Ordine che lavora per valorizzare e promuovere la professione di fronte a sfide importanti, prima fra tutte quella della conquista di nuovi mercati all’estero.

un Ordine che chieda sistematicamente ai suoi iscritti di cosa hanno bisogno

un Ordine che quando ha notizia o sospetto di un concorso di progettazione truccato si faccia avanti per organizzare un ricorso al TAR, anticipando le spese, e coordinando i danneggiati

un Ordine capace di porsi come un interlocutore valido e di peso nei confronti della Pubblica Amministrazione

un Ordine capace di pretendere risposte e azioni concrete dalla politica, che non si accontenta di qualche incarico per gli amici degli amici

un Ordine che prima chiede la chiarezza delle norme e poi chiede la loro applicazione rigorosa

un Ordine capace di mettersi di traverso per ottenere dei risultati, e non a pecora

un Ordine senza squadra di calcio, senza Associazione Ludica e senza iniziative futili

un Ordine che non boicotta i sindacati e le libere associazioni, ma ci lavora insieme e le promuove

un Ordine che in qualche modo mi sostenga e mi aiuti a farmi pagare la parcella, anche se le tariffe minime sono state abolite

un Ordine con un ufficio legale serio e agguerrito al servizio dei professionisti iscritti che porta avanti delle class-action

un Ordine che se la formazione è obbligatoria, è compresa nella quota dell’Ordine

un Ordine che mi sostenga nel tentativo di recuperare la capacità di indignarsi di fronte all’ingiustizia e la dignità che giorno dopo giorno come architetti stiamo perdendo.

Coloro che sollecitano una “discesa in campo” di Amate l’Architettura, devono farsi parte attiva, devono manifestare il proprio interesse.
E devono usare questo blog per dire che tipo di Ordine vorrebbero.
E’ chiaro che in campo ci sono due tesi contrapposte.
Chi, come l’autore del primo post, vuole la tassa di iscrizione a 30€, e quindi zero servizi e zero carrozzone, e parallelamente la nascita di Associazioni di categoria sul modello dell’ esclusivo e citatissimo Royal Institute of British Architects.
E chi, come me, vuole un Ordine semplicemente più efficiente, è disposto a conferire la quota associativa a patto che sia ben usata, e teme che levare peso agli Ordini non corrisponda poi alla nascita di organismi sostitutivi che possano svolgere un ruolo di tutela della professione di cui c’è forte necessità a tutti i livelli.

In ogni caso qualunque azione dell’Ordine si rivelerà molto più efficace se c’è una ampia partecipazione di tutti gli iscritti che devono volere fortemente un cambio di percorso; altrimenti l’Ordine stesso finisce con l’essere un soggetto isolato privo di reale peso.

Nota dell’amministrazione – qui trovate gli altri contributi di

Marco Alcaro

Lucio Tellarini

L’Ordine che vorrei…. (Alcaro)

In questi ultimi anni ci sono stati grandi cambiamenti, tutti negativi purtroppo, in merito alla professione di architetto, si è parlato molto della riforma degli Ordini, ma, come ci aspettavamo, il Decreto del Governo di questa estate, (Dpr 137/2012), non si è occupato minimamente di riformare delle Istituzioni che sono state create durante il ventennio fascista.

Tutto è iniziato il 04 luglio 2006 con il famigerato decreto Bersani (DL n. 223 /2006), che si prefiggeva di tutelare i consumatori, promuovere la concorrenza, snellire le pratiche burocratiche e addirittura favorire i giovani, poi sono arrivate le manovre estive, la crisi economica, il pressing dei poteri forti (banche, confindustria, massoneria, speculatori), la campagna di aggressione agli ordini e ai professionisti da parte dei mass media e ci ritroviamo oggi in una condizione drammatica per gli architetti che rischiano di scomparire nel giro di pochi anni.

Proviamo a capire perché ci troviamo in questa condizione, esiste un disegno mondiale che spinge a far scomparire la libera professione perché essendo “libera” professione intellettuale, non si presta alle volontà dei poteri forti e crea problemi a chi ha come unico obiettivo il profitto a danno della collettività, (se si realizzano interi quartieri, come è successo a Roma, con nessuna qualità architettonica, con nessuna qualità energetica, con nessuna qualità costruttiva, senza servizi e urbanizzazione primaria e secondaria, chi ci guadagna è uno solo, chi ci rimette è la collettività).

Gli architetti non hanno potuto reagire minimamente a questa tendenza che li vuole vedere “morti”, perché non hanno nessun organo che li rappresenta.

Gli imprenditori si difendono con la Confindustria che sa fare molto bene il proprio mestiere, i commercianti hanno la Confesercenti che li tutela, gli artigiani hanno la Confartigianato, i dipendenti hanno i Sindacati, i costruttori hanno l’ANCE, i tassisti hanno le loro organizzazioni di categoria, come del resto tutti, dagli spazzini ai becchini, persino i pensionati hanno le loro organizzazioni di categoria che li tutelano.

Tra i professionisti, gli avvocati hanno un esercito in Parlamento, i geometri sono organizzatissimi e i loro Collegi e Consiglio Nazionale fanno di tutto per tutelarli, i medici sono molto potenti i loro presidenti degli ordini sono spesso alti esponenti massonici, i farmacisti sono una corazzata, i notai è inutile citarli, rimaniamo soltanto noi architetti, la categoria con il più basso reddito medio tra i professionisti e forse non è un caso, a non avere organi di rappresentanza.

Arriviamo quindi ai nostri ordini professionali, quando sono stati creati avevano dei compiti ben precisi, in Italia esistevano poche migliaia di architetti e non avevano certo bisogno di essere tutelati.

Nel corso degli anni, la maggior parte degli ordini soprattutto nelle grandi città, si sono trasformati in luoghi di potere dove coltivare il proprio orticello, dimenticandosi i compiti principali per cui sono stati istituiti dalla Legge 1395 del 1923 e successivo Regio Decreto n.2537 del 1925.

I compiti che gli sono stati attribuiti sono i seguenti:

1) vigilare sul mantenimento della disciplina fra gli iscritti affinché il loro compito venga adempiuto con probità e diligenza.

2) prendere i provvedimenti disciplinari.

3) curare che siano repressi l’uso abusivo del titolo di ingegnere e di architetto e l’esercizio abusivo della professione, presentando, ove occorra, denuncia all’autorità giudiziaria.

4) determinare il contributo annuale da corrispondersi da ogni iscritto per il funzionamento dell’Ordine, ed eventualmente per il funzionamento del Consiglio Nazionale, nonché le modalità del pagamento del contributo.

5) compilare ogni triennio la tariffa professionale, la quale, in mancanza di speciali accordi, s’intende accettata dalle parti e ha valore per tutte le prestazioni degli iscritti nell’Ordine.

6) dare i pareri che fossero richiesti dalle pubbliche amministrazioni su argomenti attinenti alle professioni di ingegnere e di architetto.

I punti 1 e 2 sono stato fortemente ridimensionati dai recenti decreti governativi, la deontologia di fatto non esiste quasi più poiché sono stati liberalizzati: pubblicità, tariffe, incompatibilità ed altri aspetti importanti della professione. In realtà, se guardiamo alle statistiche degli ultimi 20 anni, la deontologia non è mai esistita, in tutta Italia operano e continuano ad operare architetti che non garantiscono una specchiata condotta morale, come previsto dalla Legge n° 897 del 1938, (il caso Zampolini lo dimostra). Nessuno si ricorda in Italia di un architetto radiato dall’albo.

Il punto 3 dovrebbe riguardare coloro che svolgono la professione abusivamente che dovrebbero essere perseguiti dall’ordine con denunce presso l’autorità giudiziaria. Tra questi ci sono anche i professori universitari a tempo pieno che fanno la libera professione e i geometri che progettano edifici che non potrebbero progettare. Noi di amate l’architettura abbiamo più volte denunciato casi del genere all’ordine di Roma, ma non è mai stato preso alcun provvedimento per motivi che abbiamo spiegato più volte, non credo che la maggior parte degli altri ordini provinciali abbia agito diversamente, pertanto il punto 3 non è stato abolito dai decreti del governo, ma è stato di fatto abolito dagli ordini per convenienza.

Il punto 4 è stato svolto sempre meglio, aumentando sempre più la quota dell’ordine per pagare una serie di attività che la legge che ha istituito gli ordini non ha prescritto di fare, pertanto il punto 4 è stato eseguito per convenienza.

Il punto 5 è stato abolito dai decreti governativi, quindi non esiste più.

Il punto 6 negli, ultimi 20 anni, non è mai stato applicato poiché le pubbliche Amministrazioni non ci pensano minimamente a consultare gli ordini, non ci consultano nemmeno quando promulgano leggi che ci riguardano direttamente.

Ricapitolando su 6 compiti assegnati agli ordini professionali ne sono rimasti 1 e mezzo, pertanto la domanda viene spontanea:

c’è ancora qualcuno che è convinto che gli ordini, oggi in Italia, vadano bene così?

Io credo di no e allora è arrivato il momento di fare delle proposte concrete.

Quello che più mi dispiace è che, in questi ultimi mesi prima dell’approvazione del Dpr 137/2012, quasi nessun ordine ha prodotto delle proposte di riforma credibili coinvolgendo nel dibattito gli iscritti. L’unico ordine che si è adoperato in questa direzione, producendo una proposta seria e innovativa, è stato l’ordine di Firenze che, non a caso, nasce da un’esperienza importante di un gruppo di giovani colleghi (firmiamolalettera) che hanno rinnovato completamente il vecchio consiglio dell’ordine.

Tutti noi non possiamo negare che la maggior parte dei Presidenti e dei Consiglieri degli ordini svolge il proprio ruolo da decenni e non ha nessuna intenzione di mollare l’osso, basta vedere la poco edificante questione dei due mandati risolta con il milleproroghe.

Ciò dimostra che la principale preoccupazione degli Ordini e del Consiglio Nazionale nei confronti del decreto del governo, era soltanto quella di conservare la poltrona per se e per i propri discendenti, non ci dimentichiamo che nella maggior parte degli ordini il ricambio avviene per investitura e non per un reale ricambio, in questo la colpa è degli iscritti che non partecipano alle elezioni.

I messaggi di approvazione e consenso del nostro Presidente Nazionale al Dpr 137/2012 sono una prova delle mie considerazioni, lo scollamento tra gli ordini e gli iscritti è fortissimo, qualsiasi architetto medio avrebbe disapprovato e criticato fortemente questo decreto.

Se gli ordini e il Consiglio Nazionale non fanno delle proposte serie sulla loro riforma proviamo a farle noi e a far sentire la nostra voce, vi butto giù una bozza, ma vorrei che ognuno di voi dia il suo contributo con delle idee.

PROPOSTA:

Gli ordini sono degli enti pubblici che fanno capo al Ministero di Giustizia, l’iscrizione è obbligatoria in quanto non si può esercitare la professione senza essere iscritti, qui già esiste, da pochi anni, un’anomalia poiché  l’art. 90 del comma 3 del d.lgs. n.163/2006 (cd. Codice dei contratti pubblici), prevede che i dipendenti pubblici non debbano essere iscritti obbligatoriamente all’ordine, tutto nasce per motivi economici in quanto le amministrazioni pubbliche non avevano i soldi per pagare la quota di iscrizione dei loro architetti dipendenti che ne facevano richiesta. Quindi esistono dei nostri colleghi che possono progettare, seppur esclusivamente nell’ambito del proprio lavoro di dipendente, senza dover rispondere a deontologia, controlli di qualsiasi tipo, formazione continua e quant’altro. Ciò è evidentemente un paradosso.

Allora proviamo a immaginare una situazione diversa, se deve continuare ad esserci un obbligo di iscrizione per esercitare la professione, (personalmente sono d’accordo), creiamo degli Enti pubblici a livello regionale o Nazionale che si occupino della tenuta dell’albo e della deontologia, (fatta seriamente questa volta), dove tutti gli architetti: liberi professionisti, dipendenti pubblici e privati, siano obbligati ad iscriversi per lavorare, pagando una quota che non potrà essere superiore a 30 euro (ciò che paghiamo oggi per il Consiglio Nazionale).

Gli Enti regionali o l’Ente Nazionale dovrà continuare a dipendere dal Ministero di Giustizia che nominerà anche i membri che ne faranno parte.

Gli attuali ordini provinciali si dovranno trasformare in Associazioni di categoria di carattere privato dove non sarà più obbligatorio iscriversi.

Queste Associazioni avranno compiti e ruoli completamente diversi dagli attuali ordini, dovranno essere al passo con i tempi e tutelare gli interessi degli architetti e dell’architettura.

Oggi il mercato della progettazione si è globalizzato, bisogna competere con studi stranieri che sono molto più competitivi di noi, pertanto il compito delle Associazioni sarà anche quello di creare dei professionisti che possano concorrere in un mercato sempre più difficile.

Ogni architetto sarà libero di iscriversi o meno alle Associazioni di categoria, ma è chiaro che l’Associazione farà gli interessi dei liberi professionisti e quindi gli iscritti saranno in maggior parte liberi professionisti.

I compiti di queste Associazioni di categoria saranno i seguenti:

  • rappresentare e tutelare gli architetti nei confronti delle amministrazioni pubbliche e della società;
  • vigilare e denunciare i casi di esercizio abusivo della professione (tra cui geometri, docenti universitari);
  • vigilare e denunciare i casi di incarichi illegittimi, concorsi fuori legge, incompatibilità;
  • curare la formazione e l’aggiornamento professionale;
  • offrire servizi agli iscritti, (consulenze, recupero crediti, informazioni, etc)
  • dotarsi di un codice etico e professionale a cui gli iscritti si dovranno attenere;
  • dialogare con le istituzioni pubbliche e private che interessano agli architetti per agevolarli nella burocrazia (Comuni, Regioni, Università etc);
  • incentivare l’unione e la collaborazione tra professionisti;

Far parte di queste Associazioni non sarà un obbligo, ma con il passare del tempo, sarà indispensabile per lavorare, oggi non c’è alcuna selezione all’Università, chiunque si può laureare e iscriversi all’albo, ciò ha causato un sovraffollamento degli iscritti all’ordine senza alcuna garanzia di qualità per i cittadini.

Le Associazioni dovranno di fatto operare una selezione naturale dove chi non si aggiorna, chi fa sconti dell’80%, chi vende i progetti su groupon, chi fa certificazioni energetiche a 39 euro, chi non garantisce una specchiata condotta morale, chi non svolge il proprio compito in maniera professionale ….., non potrà essere iscritto e avrà qualche difficoltà in più a trovare un cliente.

I cittadini dovranno sapere che, se si rivolgono a un architetto iscritto a un’Associazione di categoria, pagheranno qualcosa in più, ma saranno garantiti da un servizio professionale di qualità, più è seria e importante l’Associazione è più si avrà garanzia di qualità.

Coloro che si troveranno in una situazione di incompatibilità come i docenti universitari, non potranno iscriversi.

Ci saranno sicuramente Associazioni più esclusive e altre meno esclusive, ma bisognerà studiare un meccanismo che garantisca una presenza uniforme sul territorio nazionale e che impedisca sovraffollamenti di Associazioni in alcune grandi città.

Le Associazioni avranno una quota di iscrizione importante, minimo 500 euro, ma garantiranno servizi di qualità, inoltre dovranno raccogliere finanziamenti privati per incrementare il proprio budget.

I componenti dell’Associazione saranno eletti dagli iscritti, che dovranno essere fieri di essere iscritti all’Associazione che li rappresenta e parteciperanno attivamente alla vita dell’Associazione, non potranno fare più di due mandati di tre anni ciascuno e ci saranno dei meccanismi di controllo e trasparenza.

Le Associazioni dovranno eleggere ogni tre anni i componenti di un Organismo centrale fondamentale, di carattere privato ma con alcuni obblighi di carattere pubblico, che sostituirà di fatto il CNA e si occuperà di rappresentare e tutelare gli architetti, in particolare liberi professionisti, presso le Istituzioni governative, Parlamento, Governo, Ministeri.

Tale organismo dovrà sedersi al tavolo di concertazione in tutto ciò che riguarda la professione dell’architetto: leggi, normative, regolamenti su: architetti, architettura, urbanistica, formazione, competenze, territorio, restauro e tutto ciò che riguarda la nostra professione.

Dovrà avere inoltre un Centro Studi (sulla scia della CGIA di Mestre) che fornirà ai mass media i dati sulla nostra professione e sul mercato dell’edilizia e un importante ufficio stampa che dovrà lavorare molto per farsi ascoltare.

La proposta è soltanto una bozza, ora tocca a voi, fate le vostre considerazioni e mandateci i vostri contributi.

Nota dell’amministrazione – qui trovate gli altri contributi di

Gianluca Adami

Lucio Tellarini

Crowdfuture, Il futuro del crowdfunding

Il 27 Ottobre 2012 si terrà a Roma “Crowdfuture – The Future of Crowdfunding” la prima convention in Italia interamente dedicata al crowdfunding.

Per chi segue Amate L’Architettura c’è la possibilità di partecipare al convegno e al workshop di Co-Design “RicostruiamoCI – il crowdfunding come opportunità di sviluppo sostenibile” con speciali condizioni.

A chi si utilizzerà all’atto dell’iscrizione (al presente link) il coupon di sconto inserendo la parola chiave:

SPECIALARCHITETTI

Sarà riservato uno sconto del 40% sul costo di iscrizione al convegno e sul workshop:
RicostruiamoCI – il crowdfunding come opportunità di sviluppo sostenibile

La conferenza è curata da twintangibles e nois3lab in collaborazione con Università La Sapienza e The Hub Roma e in partnership con RomaStartUp.

Data la recente approvazione del decreto sviluppo dello scorso 4 ottobre 2012, che individua il crowdfunding come uno dei meccanismi di finanziamento per le startup innovative, la conferenza si presenta con un particolare tempismo.

La conferenza tenterà di andare oltre la “buzz word”, sgomberando il campo da molti luoghi comuni che presentano il Crowdfounding come una miniera d’oro o un modo più semplice di altri di raccogliere fondi per il proprio progetto

Il crowdfounding si presenta come un nuovo modello produttivo basato su un approccio partecipativo, trasparente e sostenibile che presuppne una economia basata sulla cooperazione, lavorando sulla la fiducia e il coinvolgimento attivo dei cittadini.
Il crowdfounding è quindi una pratica pratica di finanziamento collettivo dal basso che si è velocemente affermata nel panorama internazionale, e che grazie allo svilupparsi di numerose piattaforme di raccolta fondi in italia e all’estero
(Kickstarter, IndieGoGo, Eppela, ShinyNote, SiamoSoci, Starteed) facendo emergere un nuovo modello di fare impresa.
I provvedimenti contenuti nell’agenda digitale potrebbero aprire a nuove sfide e opportunità per questi modelli.

“Non si tratta solamente di un modello di finanziamento dal basso, ma anche e soprattutto di un processo di co-creazione, condivisione e partecipazione. Il crowdfunding potrebbe avere una portata rivoluzionaria e democratica, abbassando le barriere di entrata e riducendo in un certo senso il rischio per start up innovative, che possono godere sin da subito della validazione sociale del mercato, ancora prima che il prodotto sia realizzato.”

Lo speciale workshop convenzionato da Amate l’Architettua per gli utenti del nostro blog si focalizzera sul tema della ricostruzione delle zone colpite da catastrofi naturali, nel caso specifico quelle emiliane post-terremoto, attraverso la simulazione di una piattaforma che usi metodologie crowdsourcing e crowdfunding.
L’obiettivo dell’incontro è produrre in modo collaborativo uno o più progetti per la ricostruzione che verranno inseriti all’interno di una piattaforma di crowdfunding.

Orario: 14.30 – 18.00
Libreria Assaggi, via degli etruschi 4/14 – 00185 Roma, www.libreriaassaggi.it

Sono previsti in tutto 8 workshop:
1. Donazioni 2.0: il crowdfunding per il non profit di ShinyNote.com
2. Crowdfunding: idee, community, seed capital per le start-up di social innovation di The Hub Roma
3. Massimizzare le opportunità di fundraising nell’era digitale di SiamoSoci
4. Crowfunding per il gaming di Ciro Continisio & Alessio Ricco
5. Crowdfunding for Open Projects (ws in lingua inglese) di Goteo.org
6. RicostruiamoCi di Alessio Barollo & Linda Comerlati
7. Come creare una campagna di crowdfunding di Eppela
8. Oltre il crowdfunding: promozione, co-creazione e social sales di Starteed

La convention si terrà a Roma il 27 Ottobre, presso la Facoltà di Psicologia de La Sapienza, nel quartiere di San Lorenzo, e sarà strutturata in due momenti: conferenza (ore 8.30 – 14.00) e workshop (15.00 – 21.00).

I workshop saranno ospitati Sabato 27 ottobre 2012, ore 14.30 – 21.00, da The Hub Roma, Libreria Assaggi, COWO | 360, EnLabs (sessioni parallele)

per ulteriori informazioni consulta il sito http://www.crowdfuture.net/#venue