L’Ordine che vorrei secondo Rocchi

15 dicembre 2012

L’Ordine che vorrei!

L’ordine che vorrei é strettamente legato alla societá che vorrei. Se dobbiamo parlare in funzione ipotetica allora la mia societá ha come obiettivo centrale il benessere dei suoi cittadini: benessere intellettivo e fisico.

Tutto dovrebbe girare intorno al concetto di uguaglianza, meritocrazia ed eguali possibilitá di accesso ai servizi a prescindere dalle possibilitá economiche.

Il liberismo sarebbe ben accetto solamente vincolandolo ai criteri sopradescritti. Non accettabile in questo tipo di societá alcuna furberia o raccomandazione o peggio malvessazione. In caso di malvessazione la mia societá sarebbe in grado di dare risposte veloci, attraverso una giustizia agile, snella, ed inflessibilmente giusta. Tolleranza zero per coloro che tenteno di aggirare le regole.

In una societá cosí fatta non avrebbe senso parlare di come dovrebbe essere un ordine, perché questo avrebbe un solo modo di essere. Sarebbe una garanzia sociale. La societá chiederebbe agli ordini di garantire la sicurezza degli immobili costruiti secondo i servizi resi dagli iscritti all’albo.
La competizione dunque si sposterebbe dal piano prettamente economico a quello tecnico/qualitativo. La serietá del professionista, il suo comportamento, il suo credo deontologico sarebbero un valori irrimediabilmente necessari per poter progettare e/o dirigere opere pubbliche e private.

Questo in un pensiero ipotetico.

Ora però facciamo i conti con la realtá.

La nostra societá ha dimenticato quale sia la funzione degli ordini professionali, e con loro ha dimenticato la valenza prima che i servizi tecnici dovrebbero garantire.

Il punto centrale é questo: la societá ci ha dimenticati. Ricordo come le parcelle minime inderogabili nel privato fossero solo un riferimento giá prima del decreto Bersani. La concorrenza sleale, della scontistica da mercato delle vacche, imperava. Nessun problema per il committente se poi i lavori costavano di piú: obiettivo principale risparmiare sui costi diretti dei servizi tecnici. Per prendere poi soldi da tutti i fornitori e dalle imprese ed avere alla fine dei manufatti solo sulla carta rispondenti alle normative.

I fabbricati poi crollavano, e crollano, e la colpa é dei terremoti o delle commissioni rischio sismico.

Ipocrisia!

La politica ha deciso di far sua questa visuale buttando nel mercato della vacche i servizi tecnici, ed il benessere dei suoi cittadini nel cesso!

Arrivano i terremoti e a crollare stavolta non sono solo case private, ma anche gli edifici pubblici. Sotto quegli edifici pubblici MUOIONO PERSONE: bambini, insegnanti, studenti, ospedalizzati!

Gli edifici pubblici che per loro natura dovrebbero essere i più sicuri, su questi si basano i piani di emergenza della protezione civile, diventano i più cedevoli, i più insicuri.
I livelli di sicurezza sia in fase di cantiere sia post cantiere si assottigliano notevolmente.

I politici vanno ai funerali!

Ipocrisia!

I politici rimediano al danno procurato ai loro cittadini? Certo chiedendo un’assicurazione obbligatoria a coloro che progettano e dirigono la costruzione di edifici. Così sono manlevati. Come se avere soldi potesse tacitare il dolore immenso di una perdita di un caro.

Ipocrisia massima!

In una società così fatta, a cosa serve un sistema ordinistico? A niente!

Devono esser chiusi?

Si, se ci rassegnamo a vivere nella società in cui viviamo.

NO, se si ha intenzione di rivendicare il nostro ruolo in una società che deve essere trasformata.

Non credo che i sindacati siano la soluzione giusta per gli architetti.
Avere bisogno di un sindacato è come dichiarare di aver fallito.

Questa società in cui viviamo fa schifo e deve essere detto a viva voce. Devono cambiare i pilastri su cui è fondata. Oppure è destinata a marcire per sempre nell’ipocrisia.


11 Commenti a “L’Ordine che vorrei secondo Rocchi”

  1. Christian, mi dispiace codesta tua intolleranza verso i sindacati.
    Comunque visto che tu dici che “avere bisogno di un sindacato è come dichiarare di aver fallito”, ebbene ti do’ una notizia: abbiamo bisogno di un sindacato. Le conclusioni tirale da solo.
    Pietro

  2. Giulio Pascali scrive:

    he he
    ultimamente Pietro a acquistato il dono della sintesi….
    forse il problema è nel senso che comunemente si da alla parola sindacato
    diciamo che dietro ad un sindacato ci si aspetterebbe di trovare un po’ di lavoratori dipendenti

    però non ne farei una guerra ideologica, in fondo il problema non sono i sindacati, il punto sarebbe mettersi daccordo su cosa e come si vuole ottenere

    cmq Chistian come sempre centra il nodo
    siamo arrivati ad un punto in cui parlare di liberismo, di ordini, di sindacati o di qualsiasi altra regola del vivere civile ci vogliamo dare, è divenuto definitivamente inutile perchè qualsiasi regola possiamo provare a darci viene sistematicamente disattesa dal sistema stesso che non le rispetta (perchè non è tramite le regole che il sistema si è abituato a governare)

    Non è una critica al sindacato, è una critica al sistema che rende inutile persino discutere tra la necessità di un ordine o la sua abolizione (in entrambi i casi i favoriti saranno i soliti amici degli amici).

  3. CHRISTIANROCCHI scrive:

    Pietro,
    non dolerti per ciò che penso sui sindacati, perche’ lo sconforto oggi non riguarda il sindacato in se, ma la sua stessa necessità all’interno di una società iniqua! Sono due i binari del pensiero. Uno concettuale, il mondo equo, dove l’interesse primo e’ il cittadino, l’altro e’ quello reale dove gli interessi di ciascuna categoria si devono curare attraverso rappresentanze. Ma il cittadino in questo caso ha sempre la peggio.

    Il fallimento a cui mi riferisco e’ un fallimento ben piu’ grave di quello che pensi. E’ il fallimento della democrazia.

  4. CHRISTIANROCCHI scrive:

    @Giulio

    E’ vero parlare di regole e’ inutile quando, come si diceva in altro post, non c’e’ un terreno fertile dove le regole possano attecchire.

    Questo pero’ non ci esime dall’invocarle e dal dissodare quei terreni resi sterili, o quasi (spero), da quelle compagini di gruppi di potere ai quali conviene che esso rimanga sterile. Per farlo però e’ inutile rivolgersi a quei desertificatori dicendogli “Attenzione state desertificando” perchè questi si muovono scientemente.

    Dobbiamo rivolgersi al paese, al terreno, cercando di risvegliare in esso la sua vocazione primordiale nell’interesse dell’intera società. E bisogna farlo con le nuove regole della comunicazione creativa, con l’inventiva di impatto, con azioni intelligenti capaci di attirare l’attenzione.

  5. Chi immagina una società perfetta è costretto a rimanere deluso. La società è imperfetta, sempre, e aggiungerei per fortuna, dato che essendo composta da uomini, che non sono affato perfetti, se lo fosse la società sarebbe una società autoritaria, governata dall’alto, in cui l’essere perfetti è legge, palesemente una violenza alla natura umana.
    Viva l’imperfezione quindi! E viva il conflitto! Magari… noi ci siamo fatti prendere un pò troppo la mano
    Pietro

  6. Christian Rocchi scrive:

    Parliamo di cose diverse. La perfezione concettuale e quella di sistema. In ambedue i casi la perfezione rappresenta un limite a cui tendere, ma mentre nel concetto la dialettica ed il confronto portano ad avvicinarsi al miglioramento, nella societá che condividiamo attraverso regole quello che tu asserisci, l’imperfezione come valore, é una idiozia.
    Perfetta, o quasi, nelle regole e nei compertamenti sociali.
    Ossia: se una persona viola un regolamento, non posso pensare che é una risorsa in quanto costituente una diversitá.
    Mi traduco: se l’ispel dice che con il casco in cantiere si evitano molti incidenti (piú o meno gravi) e per legge lo devi indossare, se non lo fai io non posso dire, come tu fai, “evviva l’imperfezione”!!!!!!!!!
    Poi, postulato (non filosofico, ma di regolamento della realtá creata dall’uomo) che le regole che si dá una societá dovrebbero garantire pari opportunitá e diritti per le persone che la compongono se per una pressione distorta di un gruppo di potere (come sono anche i sindacati) una legge viene distorta dal suo obbiettivo finale (il benessere dei cittadini) e mi si alza il tasso di rischio di crolli di edifici (con o senza terremoto) non posso dire evviva l’imperfezione!!! E neanche penso:” che bello morire in una societá imperfetta!!!!!!”
    Se una legge permettesse a persone di candidarsi e diventare “onorevoli” anche con condanne definitive fino a due anni, io non penso “evviva l’imperfezione”, e tanto meno che sia una fortuna vivere in codesta societá. Ce ne sono di migliori.

    Non si tratta di un’imperfezione estetica, ma di imperfezione di struttura di regole. É un tantinello diverso.

  7. CHRISTIANROCCHI scrive:

    @Fabrizio,

    le parole che scrivo vogliono dire solo quello che dicono: non sottendono nulla. Non sono mai stato un politico. Ho sempre odiato la dietrologia e le cose le ho sempre dette senza il bisogno di ammiccare o sottendere un bel niente; alcune volte proprio anche da queste pagine.

    Con un poco di attenzione, ci vuole poco a capire il contesto che vado disegnando. Oggi gli ordini non servono più a nulla, perche’ sono stati svuotati della loro funzione primaria di garanzia sociale. A cosa mi serve ora un ordine? A fare formazione continua con persone che fanno della formazione una professione? Per cortesia!

    Siamo stati svuotati definitivamente di un senso fondamentale per essere riempiti di aria fritta, e tutto questo con il consenso delle nostre rappresentanze, che non solo non hanno mosso un dito, ma hanno plaudito alla riforma delle professioni. Il cna addirittura paventava un adiuvandum al governo contro il ricorso degli avvocati.

    Il cna ha preferito, assecondando il governo, ad avere l’uovo oggi, il salvataggio del sistema ordinistico, non pensando che il senso stesso del sistema, con i nuovi regolamenti delle professioni, veniva meno.

    Dobbiamo avere il coraggio di alzare gli occhi e di allargare la prospettiva, anche se questo significasse l’abolizione del sistema ordinistico. Si deve scegliere la gallina domani ed e’ una scelta obbligata, perche’ prima di essere architetti siamo cittadini e dobbiamo volere che la società funzioni perchè ne va del nostro benessere fisico e psichico.
    Tutte le attività svolte devono concorrere al progresso materiale e spirituale della società a cui tutti apparteniamo. Perciò serve un sistema ordinistico “serio” di controllo delle attività di noi architetti e perciò non serve un sindacato che faccia gli interessi di un singolo gruppo: perche’ l’uovo oggi e’ una scelta sbagliata perche’ genera danni domani.
    Al mio ordine rimprovero di non essere stato all’altezza della situazione. Avrebbe dovuto funzionare da sprone per il cna, in questa situazione di riforme assurde. Non avrebbe dovuto imbarcarsi in un adiuvandum al suo presidente per una inopportuna azione legale nei confronti del cna. Soprattutto in un momento dove la posta in gioco era proprio il senso stesso del sistema ordinistico. Abbiamo perso tempo combattendo battaglie su fronti sbagliati. Avremmo potuto, dalla nostra posizione di ordine piu’ grande di Italia, cambiare l’atteggiamento lassista, del nostro cna nei confronti del governo, che ci ha regalato leggi che vanno contro il benessere dei cittadini? Non lo sapremo mai.

    Avremmo dovuto, comunque, promuovere dibattiti accesi anche rischiando un confronto ed una contestazione dura, ma si e’ deciso di proseguire da soli, anche in un momento FUNESTO per la professione di architetto. Qui sono d’accordo con il Pagliardini: dal confronto si sarebbero potute generare opportunità nuove di critica alle nuove riforme. Invece l’ordine ha deciso di arroccarsi in un castello, divenuto con le riforme in atto, stucchevolmente barocco, vuoto e senza senso.

    Oggi l’unica certezza che ci rimane e’ che la società, con la riforma professionale che si sta attuando, e’ meno sicura di prima e questo e’ un fatto gravissimo!

  8. Caro Christian, non voglio addentrarmi sul filosofico, ma se non si tiene presente nel considerare la società, e prima di tutto la persona, come un grumo di imperfezione, allora si dà per scontata l’esistenza della perfezione come regola.
    In questo caso non ci può essere tensione alla perfezione ma, viceversa, devianza a questa. Vale a dire che, dando per scontata la perfezione, chi non è perfetto è fuori regola e quindi deve rientrare nella regola.
    C’è insomma un “obbligo”, una necessità di perfezione piuttosto che un obiettivo, una “tensione verso”, peraltro irraggiungibile.
    Tutto ciò ha conseguenze rilevanti sulla forma della società e sul modo di pensare. La prima conseguenza è una società autoritaria, per definizione l’unica società ritenuta perfetta da chi ci crede o, più probabile, da chi ci vuole credere per scopi personali; la seconda è che il cittadino, tramite media, è portato a credere alla favola della perfezione come regola e quindi non troverà mai un rappresentante politico che possa rientrare nei canoni della perfezione, con l’aggravante che ciascuno invece si considererà perfetto e incorruttibile (è la famosa “buona fede” di chi poi sbaglia più degli altri).
    E allora, nel caso di passaggio dalla condizione di cittadino comune a quella di un ruolo di responsabilità decisionale per gli altri cittadini, cioè il politico, non avrà gli anticorpi, cioè la capacità critica e il realismo, quello che ha insegnato Machiavelli, che fa giudicare con un certo disincanto e cinismo e, alla prima occasione, ci cadrà facilmente come un frutto maturo dall’albero. Non a caso è “l’occasione che fa l’uomo ladro”: tutti onesti e perfetti fino a quando non capita appunto l’occasione. Esempio emblematico è quel Fiorito che era al Rafhael a tirare le monete a Craxi e poi ……
    Meglio, molto meglio, un imperfetto assai consapevole di esserlo e consapevole dell’altrui imperfezione. Churchill tutto era meno che perfetto, anzi era parecchio difettato, eppure….
    Hitler e Mussolini non possedevano niente per sè, eppure……
    Buon Natale
    Pietro

  9. Christian Rocchi scrive:

    Pietro,

    Perché continui a confondere le acque? Le regole della democrazia si basano su un fatto semplicissimo: siamo tutti uguali, abbiamo pari dignitá, pari diritti e questo si realizza tramite delle regole.

    Le regole devono essere seguite e basta! Chiedere che tutti seguano le regole é un diritto di tutti. Io decido di esercitare questo diritto. Tu ho capito che abdichi a rivendicare i tuoi diritti per sposare una triste e opaca realtá macchiavellica.

    Oggi proprio per l’agire macchiavellico, per le pressioni di una ristretta cerchia di cittadini, ci hanno dato regole ingiuste che ledono i diritti essenziali di tutti, anche degli idioti che hanno favorito quelle regole. Questo deve essere detto, non deve essere taciuto, devono essere modificate quelle regole fuorvianti. Se ci si riuscirá allora la societá, come struttura reale e non filosofica(!!!!) sará meno imperfetta.
    Come fare?
    Io credo che oggi con gli strumenti di condivisione si possa far molto. Anche attraverso una nuova comunicazione di massa di forte impatto. Si deve lavorare sulla coscienza sopita dei cittadini. Hitler e Mussolini? Cosa c’entrano i delinquenti in un discorso di democrazia e di pari dignita e diritti sociali per tutte le persone?

  10. Christian, mi spiace ma devo dirti che hai messo insieme diverse scempiaggini:
    – non siamo palesemente tutti uguali, abbiamo uguali diritti, che è tutta un’altra cosa;
    – Machiavelli è il fondatore della teoria e della filosofia politica moderna e non un cattivone sopravvalutato;
    – Hitler e Mussolini non sono “delinquenti”, cioè non sono due camorristi più importanti degli altri, ma sono stato ben altro.
    Cosa c’entrano? Se non mi sono spiegato prima dubito che sarà capace di farlo adesso.
    Viene il momento in cui si deve accettare di non essere d’accordo senza farne drammi.
    Ti rinnovo i miei Auguri di Buon Natale
    Pietro

  11. Christian Rocchi scrive:

    Per essere d’accordo o dissentire bisognerebbe prima capirsi. È una condizione “sine qua non”.

    Peccato non esserci capiti perchè si sarebbe potuto addivenire anche ad un pensiero modificato e condiviso. Forse il tema della legalità è un tema ancora troppo soggettivo.

    Buon Natale anche a te

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