Niente è trasmissibile se non il pensiero

Svanita l’idea che le competenze grazie alle quali hai abbracciato una professione o hai intrapreso un’attività lavorativa siano quelle utili per l’intera vita professionale. Svanita la certezza di potersi ragionevolmente attendere una pensione soddisfacente in seguito a una carriera fortunata. Tutte queste inferenze dal presente al futuro, (…) sono state spazzate via.

Così, qualche giorno fa leggevo su un quotidiano l’incipit di Tony Judt, illustre storico del Novecento e pensavo “ sembra scritto proprio per noi architetti” ma in realtà è la cruda constatazione che i vari decreti e riforme di cui siamo oggetto, come inermi professionisti, (terribile casta da 15/20.000 € annui medi), si iscrivano in un disegno molto più ampio che segue il trend del liberismo oligopolistico, un laissez faire globale in salsa italiana che libera il mercato (per noi le imprese, le pubbliche amministrazioni, le S.p.A ecc..), dalla trasparenza, dai vincoli tariffari e relega noi professionisti ad un ruolo subalterno di “servizio” che forse sarebbe meglio definire come opera servilia in contrapposizione al servizio di alto livello intellettuale che ha origine con le arti liberali, caratteristici delle persone libere intellettualmente ma legate ad un codice deontologico oltreché legale, cioè dai liberi professionisti.

Sul piano del rapporto privato-professionisti, invece, le tariffe erano, già da tempo, di molto al di sotto dei minimi, essendo l’offerta ben più grande della relativa domanda, perchè il libero mercato dei privati è inesistente.

Il piano storico e il piano sociologico dimostrano che il fenomeno delle professioni liberali si pone in posizione centrale rispetto alle esigenze, ai bisogni, alle domande che sorgono dalla società e dall’economia. Esso è in grado di produrre beni, immateriali, di importanza primaria in rapporto alla protezione dei diritti e al soddisfacimento di rilevanti interessi collettivi.

Ciò che dobbiamo chiedere oggi ai politici, ai legislatori, ai nostri inutili e dannosi rappresentanti, è una nuova legge per l’architettura che designi, come quella francese, l’architetto come coordinatore, a capo di tutti i processi che concorrono alla definizione di un progetto e un’opera di architettura, che sebbene sembri un’ovvietà lapalissiana è attualmente contraddetta nei fatti sia dal Codice degli Appalti pubblici che dal Regolamento, oltrechè dalle varie proposte avanzate in ultimo da ilsole24ore e documentate da Amate l’Architettura.

Fortunatamente, per noi, queste timide proposte dormono nelle varie commissioni parlamentari, perché tutte quante, persino quella di iniziativa del Ilsole24ore, giornale di Confindustria, sebbene prenda il primo articolo quasi alla lettera, poi si dimentica di aggiungerci questo piccolo dettaglio, che cioè “chiunque desideri intraprendere dei lavori soggetti ad autorizzazione di costruire dovrà fare appello a un architetto per stabilire il progetto di architettura[…] senza pregiudizio al ricorso di altre persone partecipanti sia individualmente, sia in gruppo nella sua concezione”. (loi 77-2 du Janvier 1977 modifie sur l’architecture)

Questa stessa osservazione la inoltrai, in risposta, proprio a chi del ilsole24ore mi richiedeva la sottoscrizione e rimasi colpito del fatto che non avevano tenuto in minimo conto l’apertura di una discussione critica per la definizione e messa a punto, da parte degli addetti ai lavori, di una legge cosi importante ma fosse calata dall’alto come undici comandamenti! (febbraio 2011)

Ancor più fui colpito di come fu liquidata questa discussione dagli ordini in generale e in particolare dall’ordine di Roma che dedicò una serata e qualche timido e retorico commento, al tema avallando così, superficialmente (con dolo o con colpa?) ma corresponsabilmente lo stutu quo, in cui si trascina la nostra condizione di semiliberi professionisti.

Dopo di che, si può discutere,  e mi auguro che questa mia riapra una discussione su questo blog ma anche nei luoghi fisici dedicati) su tutti gli altri articoli di legge, sugli importi, sulle modalità associative, sull’equiparazione agli standards europei ecc.., ma niente sarà determinante per noi se non si porrà l’architetto a capo del processo che produce architettura, semplicemente perché l’architettura la fanno gli architetti!

E’ sotto gli occhi di tutti che, oramai, quasi la totalità delle gare pubbliche si vincano per i ribassi economici, con punte anche dell’85% ma anche e soprattutto del fatto che molte di queste si basano sul solo principio dei fatturati di categorie d’opera, che prescindono da una valutazione critica della qualità d’insieme dei candidati, determinando di contro improbabili cordate e matrioske societarie che relegano l’architetto ad uno dei prestatori di servizi in subordine.

La vera architettura, quella che apporta innovazione e che si lega alla propria tradizione culturale, fatta dai maestri, (che tutti studiamo?), per la quasi totalità dei casi, però, nasce in piccoli studi, scaturendo da un approccio libero, retto, disinteressato al profitto e veramente appassionato.

In una delle rare interviste di Peter Zumthor, Pritzker dell’architettura, in reazione alla etichetta che vorrebbe liquidare superficialmente il suo modo di lavoro come maniacale, Zumthor si dichiara essere un architetto passionale che non può fare a meno di curare e verificare nei minimi dettagli ciò che fa.

Chi lo avrebbe mai detto che un calvinista delle montagne svizzere fosse un passionale!

E voglio ribadirlo, questo non significa assolutamente la rivendicazione di una condizione, che superficialmente viene considerata “artigianale”, che rifiuta la competizione e il mercato, perché proprio per la sua dimensione controlla e verifica costantemente la validità della concezione architettonica, sempre attraverso il lavoro di equipe specialistiche , in coscienza e responsabilmente.

La configurazione di società d’ingegneria, la grande dimensione, la spropositata mole di fatturati richiesti per l’espletamento delle opere, traslano, banalmente, i problemi, che l’architettura è chiamata a risolvere da un piano culturale ad uno meramente economico e tecnico, ma non si grida per ogni dove che in Italia il problema è culturale!

E allora scriviamolo completo questo primo articolo: L’architettura è una espressione della cultura e del patrimonio artistico del nostro Paese. La Repubblica promuove e tutela con ogni mezzo la qualità dell’ideazione e della realizzazione architettonica come bene di interesse pubblico primario per la salvaguardia e la trasformazione del paesaggio …. di conseguenza, chiunque desideri intraprendere dei lavori soggetti all’ autorizzazione di costruire dovrà fare appello a un architetto per stabilire il progetto di architettura […] senza pregiudizio al ricorso di altre persone partecipanti sia individualmente, sia in gruppo, nella sua concezione.

Quello che mi preme qui, ora, è primariamente, smontare quei ragionamenti capziosi che surrettiziamente difendono interessi economici e di potere, che falsi politicanti, e mediocri architetti, propalano come quintessenza della democrazia e del mercato, che, però, non vale mai per tutti, (medici, notai).

A quei politici che, impunemente sostengono, per quanto sia stato abrogato il referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti, di essere contrari all’ abolizione dei rimborsi elettorali perché c’è il rischio per la democrazia che la politica sia fatta solo dai ricchi, dico: Ma in una società dove i liberi professionisti sono sempre più schiacciati dalle grandi società di capitali e ridotti a rango di impiegati, non vi è forse il rischio, vero, che quella società diventi meno democratica, più iniqua e più acriticamente uniforme ad un pensiero dominante legato a leggi di mercato?

Questo è ciò che va difeso la propria indipendenza intellettuale, la propria moralità!

Tralasciando il fatto, non secondario, della bruttezza, spesso costosa, di tutto ciò che viene costruito come opera pubblica, molto spesso senza lo strumento del concorso di architettura.

Nel suo ultimo discorso, un mese prima di morire Le Corbusier, scrive questo discorso << (..) Si, niente è trasmissibile se non il pensiero, la summa del nostro lavoro. Questo pensiero potrebbe o no avere un destino vincente, forse, in seguito, assumere una differente e imprevista dimensione (…) Dobbiamo riscoprire la linea diritta che unisce l’asse delle leggi fondamentali, biologia, natura, cosmo. Diritta e Inflessibile come l’orizzonte del mare. Cosi come dovrebbe essere il professionista, diritto e inflessibile come l’orizzonte lo è sul mare, egli dovrebbe servire come una livella, come una linea certa, nel mezzo dei flussi e della mutevolezza. Questo è il suo ruolo sociale. Questo significa che egli deve vedere con chiarezza e averla ben a perpendicolo nella sua mente.

Moralità: non significa preoccuparsi delle glorie terrene, contare su se stessi, agire secondo coscienza. Non è giocando all’eroe che uno può agire, acciuffare incarichi e realizzare progetti. Tutto ciò avviene nella mente, nasce e cresce pian piano nel corso di una vita fuoriuscendo come una vertigine, e la fine verrà prima che noi possiamo realizzarlo>>[1]

[1] Le Corbusier ,Oeuvre complete- vol. 8 . 1965-69 ed. Birkhauser


17 Commenti a “Niente è trasmissibile se non il pensiero”

  1. Saverio scrive:

    C’è poco da discutere: sottoscrivo riga per riga.

    saluti
    Saverio

  2. gianluca adami scrive:

    Ho letto con estremo interesse questo articolo.
    Lo trovo una riflessione di alto profilo sullo stato della nostra professione oggi nel nostro paese.
    Per quel poco che so di Gianluca Andreoletti, di cui conosco il progetto del Ponte della Scienza a Roma e poco altro, attribuisco a questo articolo il valore di essere calato pienamente nelle reali problematiche della professione. Una professione che aspira ad essere alta, in cui si cerca di emergere attraverso i concorsi piuttosto che attraverso le raccomandazioni. Una professione che pur scontrandosi inevitabilmente in maniera quotidiana con il muro di gomma delle pubbliche amministrazioni, soprattutto delle grandi città, evidentemente non ha ancora perso la rincorsa della passione e dell’idea di fondo che si possa e si debba riuscire a cambiare le regole del gioco.
    L’idea di una legge per l’architettura non è una novità evidentemente. Per me in parte però lo è, forse perché fino ad ora non ho mai approfondito l’argomento, né partecipato a passati dibattiti di cui non ricordo di aver avuto notizia. Però credo che sia un argomento centrale. Forse proprio l’oggetto su cui vale la pena di concentrare gli sforzi comuni. La proposta da promuovere. E il referente istituzionale dovrebbe essere il Consiglio Nazionale Architetti
    Peraltro sul sito del Consiglio Nazionale (www.awn.it ) leggo:
    “Il Consiglio Nazionale assume delle determinazioni al fine di fornire il proprio parere e la propria interpretazione in merito a provvedimenti e leggi concernenti l’esercizio della professione.
    L’attività di approfondimento delle tematiche professionali è perseguita dal CNAPPC attraverso il lavoro svolto dai propri dipartimenti.”
    Immagino che il dipartimento dovrebbe essere quello dei Lavori Pubblici, il cui responsabile, leggo sempre dal sito, è l’arch. La Mendola.
    Io, caratterialmente, sono sempre dell’idea di dare inizialmente fiducia agli organi rappresentativi, salvo poi ritirare questa iniziale fiducia in caso di mancato assolvimento del mandato. Questa idea di fondo mi spinge a pensare che qualunque eventuale proposta elaborata in sede ad una associazione di categoria, debba poi essere portata all’attenzione del Consiglio Nazionale, che dovrebbe farsi carico del promuoverla nelle sedi opportune, trovando i giusti interlocutori politici.
    Altrettanto sicuramente, oltre al principio di fondo enunciato nell’articolo, una eventuale proposta di legge dovrebbe poi essere dettagliata e quindi ulteriormente articolata.
    Pur condividendo con Andreoletti i concetti espressi nell’articolo e l’esigenza di intervenire radicalmente sui modi di svolgimento della professione, mi rimane però una perplessità di fondo. Ho l’impressione, in questa bozza di proposta di legge, che si tratti la figura dell’architetto come quella di una specie da proteggere dall’estinzione, attraverso azioni simili all’istituzione di un Ministero per le “Pari Opportunità” o l’istituzione di ” quote rosa” nelle pubbliche amministrazioni. Condivido quindi il fine ma mi pongo domande sul mezzo, temendo che la tutela ex legis di una categoria possa nel nostro paese essere aggirata quasi per principio, o mal sopportata (la resistenza all’ applicazione delle quote rosa è sotto gli occhi di tutti, anche nel consiglio comunale di Roma, tanto per fare un esempio).

  3. Giulio Pascali scrive:

    Bisognerebbe distinguere tra norma e consuetudine e sulle influenze che hanno reciprocamente sul comportamento sociale:
    – in un caso le leggi devono essere (o sono) il risultato della volontà di una società civile. La norma ha il compito di regolare un qualcosa che è già implicitamente accettato dalla società. Se devo istituire una norma che abbia una qualsiasi efficacia, non posso non tenere conto di quanto è già socialmente condiviso. Viceversa una norma troppo impositiva finisce con l’essere percepita come una ingiustizia, rifiutata dalla società che se non riesce a rimuoverla reagisce con forme elusive o la applica in maniera burocratica
    – nell’altro caso le leggi hanno la capacità di imporre alla società determinate trasformazioni, per cui la società civile può essere portata a modificare le proprie consuetudini in virtù di un atto che impone “per legge” determinati comportamenti. Le norme possono imporre delle consuetudini

    sono vere entrambe
    nessuna norma (specie nella terra dell’abuso edilizio) può sperare di essere applicata se non viene calata all’interno di un tessuto sociale disposto ad accoglierne i principi.
    Una norma di carattere impositivo, destinata a modificare il comportamento e le consuetudini di una società, per essere accolta deve essere almeno percepita come una norma necessaria.
    Ancora più difficile l’imposizione di una norma in un contesto sociale che si stà rapidamente trasformando.

    Nessuno vuole il limite a 130 sull’autostrada, molti italiani se possono non lo rispettano; quasi tutti però riconoscono l’importanza di tale limite.

    Vogliamo imporre per legge l’architetto?
    benissimo!
    facciamo però in modo di lavorare affinchè questa imposizione sia perlomeno riconosciuta come necessaria.
    Soprattutto in un periodo di trasformazione culturale che stà scardinando completamente tutti i meccanismi di relazione sociale tra i depositari istituzionali di conoscenze competenze e i destinatari del frutto del loro lavoro.

  4. G.Luca scrive:

    Desolante!
    G.

  5. Christian Rocchi scrive:

    Esatto Giulio! Il problema é proprio questo.
    Gli architetti sono stati relegati in un angolo da politica e affari. L’architetto nella sua ex funzione di garanzia doveva, fino a ieri, controllare il processo di modifica dell’ambiente asseverandone la corrispondenza ai progetti e ai vari termini di legge. E abbiamo visto anche ieri le enormi difficoltá di svolgere questo ruolo soprattutto dovute al sistema di scelta delle imprese, impostato come al solito al massimo ribasso.
    Oggi la funzione di garanzia sociale richiestaci é impraticabile.
    Si diceva in altro post, far volare gli asini per legge. Ecco oggi cosa ci chiedono di fare.

    La nostra categoria ha sempre snobbato il rapporto di comunicazione con la sua societá, mentre altre categorie, come gli inprenditori incidevano profondamente sui fulcri su cui essa si era impostata: centri fondamentali come il benessere dei suoi cittadini (non di una stretta cerchia).
    Oggi il tema é: devono gli architetti cercare di riconquistare il loro ruolo fondamentale di garanzia?
    Io penso che questa sia la battaglia fondamentale. Dobbiamo smettere di parlare tra di noi e iniziare con azioni, forti, dirompenti e coraggiose, per far ragionare la gente.
    La societá sa di essa solo quello che le viene detto. Perciò é ora che le si parli! Il distacco snoob non funziona!

  6. candido scrive:

    @Christian Rocchi
    In linea di massima sono riflessioni che condivido.
    Su un punto però non condivido l’analisi.
    Per alcuni ci sarà stato anche un atteggiamento snobistico ma la questione vera, per me ovviamente, è che gli imprenditori avevano una cosa che noi non abbiamo: i soldi.
    Loro riescono ad incidere perchè sono determinanti in questo processo edilizio ormai basato solo sui soldi.
    Per assurdo, gli architetti sono grandi comunicatori ma hanno poco potere in un meccanismo in cui conta solo il denaro.
    La liberalizzazione selvaggia, poi, acutizzerà questo meccanismo relegandoci in un angolino schiacciati dai “poteri forti”: politica (committenti) e capitale (imprenditori).

    La più grande responsabilità però è comunque della politica che non riesce proprio a comprendere il nostro ruolo; questo sia per ignoranza che per pressioni indebite di altri.

    lo sconsolato candido

  7. Cornelia scrive:

    Non credo, come scrive banalmente Candido, che il problema e la differenza la facciano i soldi.
    (forse si riferisce a una categoria speculativa e palazzinara, vicina a lui, ma che mai ha fatto cultura ma solo cassa); da sempre gli architetti incidono nella cultura e sul tessuto sociale. la storia ci insegna che hanno smesso di farlo quando hanno deciso di chiudersi nell’accademia per privilegiare canali elitari e argomenti bizantini, incomprensibili (giustamente) ai più.
    si può tornare ad avere un ruolo, non con questo tipo di persone agli ordini e al CNA, non, con chi oggi, pensa di rappresentarci. Non quindi, con chi la cultura non sa neppure cosa sia: non basta certo una mostra e un aperitivo, caro Schiattarella e suoi consiglieri,a rendere l’architettura protagonista e socialmente vicina alle persone; voi piuttosto, in questi anni vi siete prestati a fare dell’architettura uno spettacolo da stand o bancarella. QUindi, se si deve ricominciare, lo si faccia senza i protagonisti dell’architettura da bere.

  8. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    >Candido: non condivido parte del tuo ragionamento perché si fonda su un cliché ben radicato tra gli architetti italiani: “noi siamo buoni comunicatori ma nessuno ci capisce, è per questo che non abbiamo soldi”. Gli architetti italiani contemporanei, salvo eccezioni, non sono buoni comunicatori. Comunicare significa anche divulgare e gli architetti italiani si parlano addosso.
    Gio Ponti era un buon comunicatore. Se ti rileggi Domus degli anni ’50, potrai verificare come lui si mettesse al livello del lettore non specializzato. La sua Domus aveva la qualità della critica unita alla propensione divulgativa. C’era da svecchiare l’Italia, da creare un nuovo stile di vita e la rivista si metteva al servizio di questo assunto.
    La sua Domus aveva un po’ di “Casaviva” o di “Cose di Casa” e questo non era male (ora guai a farle vedere in uno studio di architettura!).
    Se la società non trova espressi nell’architettura i propri valori, la società fa a meno dell’architettura. Probabilmente la società ritiene che ci siano nuove forme di comunicazione più efficaci (a parità di costo) di quelle espresse dall’architettura.
    Una delle sfide degli architetti italiani è quella di trovare un nuovo modo di intercettare le istanze della società.
    Andando un po’ oltre al tema posto da Andreoletti direi che una seconda sfida (e qui concordo con te) è quella di prendere posizione netta nei confronti del massacro del territorio. La speculazione edilizia, la bulimia della crescita sono fenomeni che apparentemente arricchiscono i progettisti (per lo meno nel periodo breve) ma di fatto squalificano la qualità della città, cioè la ragione del nostro lavoro.
    La terza e ultima sfida che dovrebbero affrontare gli architetti è quella di lottare selvaggiamente contro l’ipertrofia burocratica. Nulla come la burocrazia uccide la creatività, cioè l’architettura. Mentre al contrario è il liquido amniotico in cui prosperano i geometri. Perché nessuno più della loro categoria sa come sfruttare la cubatura di un sottotetto rispetto ad un regolamento edilizio bizantino.

  9. Giulio Pascali scrive:

    Per definizione, un buon comunicatore è uno che si fa capire.
    Per comunicare qualcosa bisogna essere in sintonia con il destinatario del messaggio.
    Se pensi di non essere capito in genere vuole dire due cose,
    sbagli mezzo e modalità di comunicazione (non va bene in significante)
    oppure ti hanno capito benissimo (non va bene il significato)
    in entrambi i casi ti conviene cominciare a lavorare su te stesso per modificare o il significato o il significante
    continuare a lamentarsi su cosa gli altri dovrebbero fare è perfettamente inutile ed assume un vago sapore vittimista

  10. candido scrive:

    ma che stress…
    adesso pure Cornelia. Ma è possibile che il ragionamento deve necessariamente trasformarsi in attacco dell’altro. Non mi sembra vittimismo ma constatazione.

    Si rilassasse la ragazza e, dall’alto della sua cultura, abbia un approccio sereno e costruttivo.

    Io faccio solo un semplice ragionamento; è evidente che il capitale sia prevaricante. Siamo il paese in cui un ministro ha detto che con la cultura non si mangia… e così via.
    Non accettare o comprendere questo significa solo non voler vedere.
    Il problema non è che non ci facciamo capire o che siamo vittimisti; la questione vera è che la nostre priorità non sono quelle del nostro interlocutore di turno che ha in mente ben altro.

    rilassatevi e buon WE, forse sarete più tranquilli

    lo stressato candido

  11. G.Luca scrive:

    Cari amici,
    vi invito a rileggere il mio testo perché molti di questi commenti non colgono la questione centrale.
    La questione centrale è la questione del declino culturale e politico italiano e non solo, piegato dalle leggi di mercato, le sole che oggi sembrano avere considerazione in supplenza di una visione più ampia sociale e politica.
    L’architettura da sempre esprime la cultura di un popolo e lo ha fa attraverso l’incarnazione politica, cioè ogni leader o partito politico ha rappresentato le proprie istanze socioculturali mediante la legislazione, la pianificazione e l’architettura pubblica, oggi che la crisi della politica è al suo massimo livello non è più in grado di esprimere nulla se non farsi tirare da una parte e dall’altra alla ricerca del consenso. Ovviamente sono cose che tutti voi conoscete, ma a mio parere per aprire una fase nuova, o solamente per fermare questa deriva che ci indebolisce perché non ci pone più al vertice, a pieno titolo, del processo del fare architettura, bisogna farlo con degli strumenti idonei, non con la divulgazione ma con i fatti o meglio con le opere di architettura. Ciò e possibile solo attraverso nuove regole,( legge architettura, concorsi pubblici, trasparenza e condivisione ecc..)
    Perché, voglio ricordare ciò che diceva Moneo, (la solitudine degli edifici), che l’opera di architettura, una volta terminata, gode di una vita propria che fa cultura se ci riesce, se ne è all’altezza, arrivando, raramente, al massimo livello di opera d’arte.
    Per cui, per fare una buona architettura non solo servono delle leggi che facilitino e favoriscano il dispiegarsi di un processo che ha come fine la realizzazione, ma anche una committenza lungimirante e efficiente, da ciò potrà realizzarsi il travaso verso la società.
    Non spostiamo il discorso se non si riesce a risolvere la questione centrale, da un’altra parte, la cultura architettonica si fa soprattutto con le opere realizzate che parlano da sole!
    Per cui , parafrasando L.C. vorrei sapere chi è con me?
    Chi ama l’architettura?
    saluti

  12. […] bell’articolo di Gianluca Andreoletti introduce (oserei dire riporta sul piatto della discussione) il tema centrale del ruolo […]

  13. Cornelia scrive:

    lo stress di chi non sa rispondere con valide argomentazioni..trovo anche piuttosto offensivo chiosare con “rilassatevi” che la dice lunga sul l’arroganza del soggetto.

  14. CHRISTIANROCCHI scrive:

    Gianluca,

    le nuove regole si danno in soli tre casi. Come diceva Giulio nel caso in cui la società le sentisse estremamente necessarie, ed oggi non mi pare proprio il caso, oppure attraverso politici illuminati, e non mi sembra proprio il caso, oppure attraverso le direttive comunitarie.

    Personalmente delle tre la piu`probabile, oggi mi sembra la terza. Anche se la ritengo ancora di non facile praticabilità.

    Non si tratta di amare o meno l’architettura. Se siamo qui a parlarne e’ proprio perche’ l’architettura l’amiamo, ma bisogna essere pragmatici per poter individuare la via più consona per arrivare ai cambiamenti che tu invochi giustamente.
    Stabilito l’obiettivo, l’architettura, dobbiamo focalizzare la via ed il modo in cui percorrerla.

  15. G.Luca scrive:

    Cari Saverio e Cornelia,
    spero vogliate con me e amate l’architettura portare avanti questa battaglia, forse, utopica ma necessaria che presto troverà ulteriori luoghi di dibattito.
    In fondo questo è solo il primo articolo!
    Ogni contributo è utile ad un risultato , condiviso e sentito ancora da una minoranza di noi, ma che avrà un risvolto molto ampio, se mai si realizzasse.

    Grazie e a presto

    Gianluca

  16. stefano scrive:

    Ho letto con interesse l’articolo di Gianluca che condivido in molte parti e ho apprezzato anche il suo link sul progetto Rimed. In pratica la carta vincente si chiama progettazione integrata, che mi sembra da noi stenti a decollare, soprattutto stenta a decollare la figura centrale dell’architetto di cui parla Gianluca. Più spesso o quasi sempre il coordinatore o project manager è un ingegnere, soprattutto per i motivi che diceva Cornelia, cioè del difficile rapporto dell’architetto con la società. C’è bisogno di pensare in “grande” per questo, o con una rete di strutture anche piccole, ma molto ben organizzate e qualificate o su strutture grandi tipo Buro Happold appunto, che però hanno costi molto alti e devono di conseguenza avere anche entrate piuttosto alte. Da noi però i tempi delle costruzioni sono troppo lunghi e le certezze poche http://dovelarchitetturaitaliana.blogspot.it/2012/09/litalia-e-larchitettura.html
    Grazie. Un saluto. Stefano

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