Piazza San Silvestro a Roma, manifesto di opportunismi

Il trionfante annuncio che il sindaco Alemanno ha dato lo scorso marzo nel corso dell’inaugurazione della piazza San Silvestro a Roma, è stato fortemente indicativo dell’inadeguato iter (ma anche dell’inadeguatezza) incarnato dal primo cittadino di una capitale europea. Riferendosi all’architetto Portoghesi che, come è noto, si è offerto di ridisegnare senza alcun compenso  la piazza romana, Alemanno, con  enfasi, precisava : (..) ma -lo voglio sottolineare- è stato un regalo a Roma, è stata un’opera totalmente gratuita, che dimostra come un grande architetto, amando Roma, può fare dei grandi regali alla nostra città (..) (sic!)  (vedi link. ) Enfasi e vena encomiastica a parte, colpisce la disarmante inconsapevolezza del fatto che – sottrarre  una pregevole area di una delle città storiche più importanti al mondo – alla pluralità della consultazione democratica e meritocratica di un concorso,  (come peraltro  si usa nei paesi civili), costituisca  un’imperdonabile responsabilità.

Considerato che la P.zza San Silvestro  non era tra le priorità indifferibili della capitale, è inevitabile  ipotizzare che sia stata l’ansia e la fretta di voler  lasciare una traccia del proprio passaggio politico nel tessuto storico della capitale  che abbia portato il sindaco Alemanno a  non attendere i tempi più lunghi e adeguati del  confronto concorsuale. La chiamata in corsa dell’architetto Portoghesi (inizialmente precettato per intervenire sul precedente progetto elaborato dall’ufficio tecnico del Comune (sic!)  in qualità di consulente) nei fatti, come ammette lo stesso Alemanno, si è concretizzato  in una nuova “opera totalmente gratuita” .

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Una beffa, non solo per i 17.000 architetti romani, ma anche per tutti i professionisti italiani e non, che, “amando Roma”, avrebbero trovato di interesse misurare  la propria capacità professionale su un’area storica con caratteristiche di unicità, se solo gli fosse stata concessa l’opportunità del concorso: una possibilità tanto più auspicabile, quanto più molti di loro si trovano anche ad affrontare un mercato  stagnante senza precedenti.  La  mancata consultazione e l’incarico gratuito a Portoghesi hanno scatenato le polemiche sui siti specializzati in architettura, con accuse all’Ordine di Roma per l’ intempestivo intervento (vedi link), ai sindacati per lo stupefacente silenzio, nonché per gli esiti progettuali deludenti che hanno reso Piazza S. Silvestro uno spazio che non suscita alcuna emozione o positivo turbamento.

Archiviato il marginale problema degli alberi – (piazza del Popolo, Piazza Navona, Piazza di Spagna, hanno forse un solo albero? ) – e quello meno marginale di una fonte d’acqua, rimane il fatto che la piazza di Portoghesi è, senza mezzi termini, brutta. E’ brutta nonostante i caratteri tipici della romanità presi a riferimento (come tiene a precisare lo stesso Portoghesi); nonostante  il disegno dell’ellissi, crisma di romanità, sul  cui asse, in linea con  l’edificio delle Poste, si affrontano allo stesso tempo  il palazzo dell’ex Acqua Marcia e l’ottocentesco Palazzo Marignoli; nonostante la  citazione delle panchine in travertino, riprese nella loro sagoma da quelle autografe di Michelangelo nella scala in Campidoglio. Nonostante tutto ciò, Piazza san Silvestro è  brutta.

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E’ una piazza che è stata concepita per essere vista dall’alto, come peraltro è stata sempre  rappresentata e mostrata  pubblicamente. Ma, dal momento in cui nelle piazze ancora si cammina e non si transita  a volo d’uccello, l’immagine restituita ad altezza d’uomo è ben altra, e mostra le corde e i limiti dell’approccio teorico a discapito di quello spaziale.

Ecco allora che il crisma di romanità interrotto in più parti, frantuma il segno e il senso dell’ellissi; la citazione michelangiolesca, nelle nuove panchine di travertino, si stempera, non vi si ritrova  la capacità plastica della pietra: esse si ergono, piuttosto, con il loro volume taurino, a confine e massiccia difesa della piazza,  in un disegno duro, inelegante e senza respiro. Dissuasori e colonnotti sono presenti in numero allarmante, così come i lampioni in stile, brutti nel disegno e nella proporzione: attraversano l’ellissi e, invece di contribuire ad  ordinare lo spazio,  concorrono al disordine visivo.

Immancabili poi, le fioriere (non di progetto), ferite estetiche, simbolo contemporaneo di superflua sciatteria, prodotto della sub-cultura e della  libera iniziativa dei  comuni italiani che le usano come dissuasori, transenne, recinti per nascondere, perimetrare e dissimulare; per “abbellire”- in modo domestico -gli spazi pubblici, così come il centrino e il centrotavola “abbelliscono”  il tavolo da pranzo .

Quanto alla generosità del professore emerito Portoghesi, ci permettiamo di esprimere delle riserve; come maestro  ha forse degli obblighi verso i molti architetti che negli anni ha contribuito a formare e, se davvero intendeva adoperarsi per il bene di Roma e della collettività, usando la sua autorevolezza, avrebbe potuto considerare la propria consulenza o incarico diretto prescindibile, favorendo e, nel caso, esigendo il confronto concorsuale.

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I progetti “donati” dal filantropo Portoghesi cominciano ad essere troppi ed eludono la libera e necessaria concorrenza tra progettisti. Infatti, dopo Via Giulia e San Silvestro, si aggiunge – da ultimo – la sede della Fondazione Istituto di ricerca pediatrica a Padova, inaugurata lo scorso giugno. Portoghesi probabilmente non ricorda che le migliori architetture italiane del ‘900 sono il risultato di un concorso; e – assieme a questo – ha dimenticato democrazia, pluralismo, pari opportunità. Forse il sindaco Alemanno – dal canto suo – non sa che nell’adiacente piazza San Silvestro, già nel 1731-  un Papa (!) – Papa Clemente XII  bandiva un concorso per la sistemazione  della Piazza e della Fontana di Trevi.


22 Commenti a “Piazza San Silvestro a Roma, manifesto di opportunismi”

  1. contributi_addio scrive:

    Sono disposto a fare gratutitamente e per incarico diretto il sindaco di Roma.
    Prometto che assumerò per incarico diretto solo netturbini che lo faranno gratuitamente.
    Anche gli assessori saranno solo scelti per incarico diretto e gratuitamente.
    Ops.
    Ma se tutti lavorano gratuitamente, le tasse per fare le piazze, chi le paga?
    Ma il travertino Alemanno lo ha pagato o lo ha offerto Portoghesi?

  2. stefano nicita scrive:

    Trovo interessante l’articolo e concordo pienamente. Anche io ho scritto mesi fa di piazza san silvestro sul mio blog più o meno con gli stessi “toni”, evidenziando i problemi dell’intervento realizzato e del suo iter progettuale http://dovelarchitetturaitaliana.blogspot.it/2012/04/piazza-san-silvestro.html. Bisogna ammettere a distanza di tempo che la piazza è molto usata e vissuta dai romani e dai turisti e questo dimostra la sua funzionalità (almeno quella!), ma allo stesso tempo l’occasione persa. Quanto agli opportunismi del titolo, dubito fortemente che Alemanno e Portoghesi abbiano guadagnato grandi consensi da questo intervento, anzi! Ma questa è un’altra storia. Saluti.

  3. […] PIAZZA SAN SILVESTRO A ROMA, MANIFESTO DI OPPORTUNISMI […]

  4. Luca scrive:

    Aggiungerei che ciò a cui si è cercato di mettere una “pezza” è stato determinato da una miope politica autocratica urbana di Alemanno ha avuto la furba velleità di pensare e agire secondo criteri e progetti tutti interni all’amministrazione attraverso i suoi “famosi tecnici” o peggio la sua società in-house Risorse per Roma SpA che fa quasi tutti i progetti urbani a Roma ad un costo notevolmente superiore, a quello di un team di bravi professionisti.
    G.

  5. Alberto Giampaoli scrive:

    Concordo, non concordo sulla assenza, non marginale, degli alberi. Oggi mettere gli alberi nelle piazze anche storiche, piuttosto che tristi vasi spogli, è, secondo me, necessario e utile non fosse altro che per il benessere delle persone. Inoltre è un segno contemporaneo che con giusto disegno può concordarsi con qualsiasi epoca architettonica dello stato dei luoghi. Occorre individuare le specie adatte per la sicurezze sia delle persone, sia delle strutture e per il loro mantenimento.
    Oggi a Roma rimangono alcune piazze con alberi, per esempio:
    • Piazza di Spagna (palme);
    • Via Balestrieri;
    • Piazza Mastai;
    • Piazza San Cosimato;
    • Piazza Chiesa Nuova;
    • Piazza Sforza Cesarini.
    etc.

    “LE STRADE ALBERATE TRA CITTA’ E TERRITORIO
    L’albero che in natura non si trova quasi mai isolato ma in associazione con altri alberi di una specie o più specie e con tutto il sistema delle piante degli strati sottostanti, è stato reso “domestico” dall’uomo che lo ha raccolto dal suo contesto naturale-selvaggio, lo ha riprodotto è coltivato per le sue necessità alimentari, abitative e costruttive. In origine le piantagioni degli alberi sia indigeni che forestieri, secondo primitive classificazioni e remoti rituali, sembra fosse collegato ai percorsi che conducevano ai luoghi sacri e ai templi. Alcune strade della Grecia erano fiancheggiate da ulivi sacri che indicavano le distanze, come fossero colonne militari. A Crotone, nel I sec. a.C. un viale (ambulatio) fiancheggiato da platani e arbusti alloro portava al tempio dedicato ad Afrodite. Le grandi città elleniche conoscevano infatti l’uso delle passeggiate ombreggiate dagli alberi nei pressi dei portici intorno ai loro teatri. Il modello fu ampiamente imitato dai romani. Il Platanus orientalis era era tra gli alberi da ombra quello più utilizzato nelle piazze e nelle pubbliche passeggiate, in Asia Minore, in Grecia ed anche in Italia. Si perse l’uso di questa specie come albero urbano , fino a quando il platano ricomparve nel XIV secolo. L’ordine e l’allineamento delle piante accompagnavano luoghi sacri e profani: i paradisi persiani e i giardini assiri riunivano un grande numero di specie arboree produttive ed ornamentali, disposte secondo precise secondo precise simmetrie di piantagione. La “simmetria” , cioè “l’ordinata distribuzione degli alberi” era principalmente legata alle tecniche culturali e derivava dalla consolidata conoscenza degli stadi di accrescimento della pianta in rapporto all’aria e alla luce: ogni albero ha infatti bisogno di spazio adeguato intorno a sè per compiere il suo sviluppo, durante il quale gradualmente espande le radici e i rami. Tale simmetria per tanto non poteva essere determinata che in tre maniere, cioè dal piantare alberi od in filari, od a quardo, ossia a scacco, od a quinconce. L tipologia rappresentata dal filare degli alberi inserito in una siepe di sempreverdi è rappresenta vita di un metodo già consolidato nel XV sec. Tra gli ultimi anni el sec. XVIII ed i primi del sec. XIX si era molto discusso sulla simmetria e sulla linea retta per i pubblici paesaggi, sui rapporti tra percorsi centrali tra alberi in filare. Per Eduard Andrè l’uniformità delle alberature dal punto di vista della scelta delle specie è una garanzia di armonia e di buona riuscita della chioma, ma egli non esclude le piantate di gurppi irregolari ai bordi delle strade. La ricchezza di esempi che egli riporta suffragata da piante a sezioni dei casi citati, mette in evidenza ancora una volta quanto Parigi e la Francia, siano state importanti in Europa per la creazione delle alberate stradali e per l’estensione del “verde” come sistema urbano. Si eseguivano studi molto precisi per scegliere le specie, studiarne il sistema di piantagione, determinare lo spazio dei candelabres, modificare i modelli degli stessi lampioni, curare i chioschi, le panchine, in una parola gli arredi. La documentazione storica sulla presenza degli alberi lungo le starde, dentro e fuori la città, ci giunge da più vie: dalle fonti storiche, dalle fonti iconografiche, dai documenti d’archivio, dalla trattatistica specializzata, dalle descrizioni letterarie, dalle cronache di viaggio, ecc., messi a confronto con tutti i dati delle annali raccolte sul campo. La storia delle strade alberate comprende anche la storia degli uomini degli animali che le hanno percorse: un tempo vi transitava una popolazione che andava per lo più a piedi o a dorso di mulo, singoli viandanti, gruppi in processioni; vi passavano animali, vi transitavano carri e carrozze, viaggiatori, corrieri, soldatesche, drappelli a cavallo… Oggi i vari tipi di pavimentazioni delle strade e il traffico veicolare hanno hanno comportato radicali cambiamenti nell’uso, nella getione delle strade, molte delle quali sono ancora quelle progettate quando storicamente non esistevano i mezzi di comunicazione moderni. Gli alberi per primi hanno pagato il prezzo di quete traformazioni: è mancata in Italia un’adeguata formazione storica, scientifica, paesaggistica e teccnica riguardo al nostro ricco patrimonio vegetale. La tutela e l’uso delle strade alberate rientra nel campo delicato e complesso della difesa dei parchi, del giardini e delle tipologie vegetali urbane e periurbane.
    Documento di Sofia Varoli Piazza tratto dal libro “Storia Dell’urbanistica 1996” volume “Le strade alberate”, Edizioni Kappa, Roma 1996.”

    alberto giampaoli

  6. davide scrive:

    solo per curiosità, ma che fine ha fatto la comica richiesta di chiarimenti fatta dall’ordine di Roma ad Alemanno dopo mesi che tutti gridavano allo scandalo, rimasta in bacheca? c’è stata risposta? mistero..
    ecco come ci tutelano gli ordini…e li dobbiamo pure pagare..

  7. Francesco R. scrive:

    guardate qua,
    “Roma: Portoghesi, Alemanno giovane volitivo e con forza propositiva”
    tutto torna:
    http://www.liberoquotidiano.it/news/1098075/Roma-Portoghesi-Alemanno-giovane-volitivo-e-con-forza-propositiva.html

  8. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    > Davide: leggi questo articolo che ho pubblicato qualche mese fa. Ci troverai la risposta alla tua domanda. Ciao.
    http://www.amatelarchitettura.com/2012/04/come-si-difende-la-dignita-della-professione/

  9. Puck Goodfellow scrive:

    L’architettura si impone ai cittadini – a differenza delle arti figurative per esempio – e questi ultimi, insieme ai turisti, mi sembra che abbiano espresso un giudizio positivo sulla piazza, che viene sfruttata anche grazie al fatto che propone un soleggiamento “per tutti i gusti”: a seconda dell’orientamento delle diverse sedute ci si può abbronzare o avere il sole alle spalle per una visione migliore.
    Definire brutto qualcosa senza argomentazioni mi sembra decisamente opinabile e di sicuro non una questione concettuale di competenza di pochi eletti, ma legata al punto di vista di chi vive uno spazio.

    Io amo l’architettura, non i progettisti – che siano architetti o meno – e quindi quello che mi interessa è il risultato prodotto sulla qualità della vita vissuta in un determinato spazio che viene disegnato.

    Sul fatto che le migliori architetture siano nate da concorso, la storia dice il contrario.
    Prendendo l’indice di un qualsiasi libro di storia dell’architettura contemporanea – Frampton, Giedion, De Seta, De Fusco – è facilmente verificabile che la maggiorparte dei progetti che hanno influenzato il modo di progettare contemporaneo non è frutto di concorsi.

    Gli alberi sarebbero stati piacevoli, pensando una disposizione e una chioma congruente con le proporzioni del luogo, ma chi si sarebbe potuto prendere la reponsabilità di lasciar crescere delle radici in un’area densa di testimonianze archeologiche, senza fare degli accurati sondaggi?

  10. Ceccarelli T. scrive:

    Non posso fare a meno di notare che questo e’ il primo articolo che leggo che non fa sconti al Maestro Portoghesi, nè per il comportamento scorretto dal punto di vista deontologico verso i suoi colleghi, né per l’architettura che ha prodotto, giustamente ” prescindibile”. Colpisce che i “critici” o quelli che si spacciano per tali, per lo più accademici, non siano riusciti a scrivere una riga veramente critica, come mai? devono ancora diventare associati o puntano al posto da ordinari? oppure, peggio ancora, non sanno scrivere di architettura? a questo proposito segnalo gli unici due articoletti su piazza S.Silvestro, scritti da accademici romani e lascio ai colleghi le conclusioni, neppure la metà del coraggio e contenuti critici presenti in questo scritto. Se l’architettura e’ così bistrattata lo dobbiamo anche all’università e agli opportunismi degli accademici.
    http://antoninosaggio.blogspot.it/2012/04/piazza-san-silvestro-roma.html
    presstletter.com/public/File/presSTletter%201212.pdf

    cordialità.
    T.C.

  11. Alberto Giampaoli scrive:

    Gent.mo Puck Goodfellow,
    quando si progetta una piazza è obbligatorio fare indagini nel sottosuolo, non fosse altro per i sottoservizi e a maggior ragione per i resti archeologici ( in ogni parte di Roma non costruisci se non sai che cosa c’è sotto, quindi suppongo anche a Piazza San Silvestro, tu sai una verità diversa?) e le eventuali radici degli alberi. Credo che le indagini vadano fatte continuamente per capire l’andamento delle radici, per esempio per i pini presenti nelle aree archeologiche. Ovviamente ci sono radici e radici, alberi e alberi, se si possono fare dei tetti giardino, si potrebbero fare anche delle piazze “giardino” in modo garbato e contemporaneo, nel rispetto delle preesistenze. Gli alberi ormai in una città, per il riscaldamento termico estivo sono divenati una necessità, insieme all’uso dei colori della pavimentazione e/o dei materiali.
    alberto giampaoli

  12. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Amate l’Architettura non è l’unica che si è espressa negativamente sulla piazza di Portoghesi. Lo scorso aprile anche Paesaggiocritico ( http://paesaggiocritico.com/2012/04/07/piazza-san-silvestro-ultimo-atto-operazione-falso-storico/) recensì negativamente la piazza. Forse in modo meno articolato di Eleonora Carrano. Il punto principale, tuttavia, resta la scorrettezza della gestione dell’affidamento del progetto.

  13. Federico R. scrive:

    a me sembra un articolo che argomenta le debolezze del progetto in modo puntuale, oltre ad aver apprezzato la denuncia dell’evidente opportunismo. fuk goodfellow non conosce né la storia dell’arte né quella dell’architettura, si sta parlando dell’architettura italiana del primo ‘900 e dei concorsi di quegli anni.ma ci articoli pure le Lodi dell’incarico diretto e della portoghesiana piazza, perché se le premesse sono che “ci si può abbronzare di “spalle o di faccia” ed è per questo un buon progetto fa’ parecchio ridere..
    Da uno che dice “amo l’architettura ma non i progettisti” e che “i progetti sono imposti alla cittadinanza al contrario dell’arte “mi sembra che abbia una grande confusione, oltre a non essere un architetto, evidentemente..ma ci dica, a parte i turisti che si sdraiano sulle panchine sfiniti dalla fatica, da un punto di visto architettonico, perché le sembra un buon progetto?

    saluti a tutti.

  14. Carlo scrive:

    È evidente che goodfellow non è n architetto e se lo è molto male. dei libri di architettura ha visto solo gli indici altrimenti saprebbe che l’Italia del dopoguerra si è risollevata grazie ai concorsi di architettura che ci hanno dato le opere migliori. è vergognoso che un sindaco che aveva dichiarato all’indomani della sua elezione che non avrebbe usato l’incarico “calato dall’alto” si sia assicurato un krier e un portoghesi ottantenni a discapito dei giovani e del concorso. e la piazza è brutta davvero,un ammasso di travertino caotico, non avevo notato che l’ellissi spariva ed è vero, si percepisce solo in progetto. e pazienza che l’ottantenne P. abbia scippato la possibilita di fare un concorso a tutti noi giovani in un momento faticoso per la professione per fare quella bruttezza, ma si può scegliere “il soleggiamento” (vero goodfellow?? ah!ah!)

  15. Antonio Marco Alcaro scrive:

    “design tradizionale non modernista” di Mollicone presidente Commissione cultura Comune di Roma.

    Ragazzi, qui o si usa la ghigliottina o si va tutti all’estero!!!!

  16. Alberto Giampaoli scrive:

    da qualche parte fanno concorsi di architettura:

    http://www.salewa.it/it/home-1/pressroom/salewa+headquarter%3A+un+edificio+tra+tecnologia+e++natura?category=corporate

    SALEWA headquarter: un edificio tra tecnologia e natura

    Volumi dal profilo mistilineo, concepiti in modo unitario, unificati da randi vetrate e da una innovativa pelle di alluminio elettrocolorato, per un risultato che riporta ad un massiccio alpino, evocando con forza la mission ambientale di SALEWA. L’edificio si inserisce con naturalezza nel paesaggio delle montagne circostanti presentandosi come il nuovo quartier generale del gruppo OberAlp, una grande “meridiana” cangiante a seconda delle condizioni climatiche e di luce, nuovo riferimento geografico per la città di Bolzano, capace di esprimerne al contempo l’industriosità e il rispetto per l’ambiente.

    È un concentrato di significati e valori il nuovo edificio che ospita il quartier generale di SALEWA: è il risultato di un percorso che ha portato i progettisti ad ascoltare i desideri della committenza per trasformarli in uno spazio in grado di accogliere le attività dell’azienda, e non solo.
    Il nuovo quartier generale del gruppo OberAlp è firmato dal lavoro congiunto degli studi milanesi Cino Zucchi Architetti e Park Associati, e ha visto un tempo di gestazione di cinque anni, dal bando di concorso alla data ufficiale di inaugurazione: un progetto che ha avuto tempistiche corrette in termini di progettazione e realizzazione.
    Ora che l’edificio, ed i servizi ad esso connessi, sono a disposizione dell’azienda e della cittadinanza, si manifesta in tutta la sua interezza la mission dell’opera voluta da Heiner Oberrauch, fondatore e presidente del gruppo OberAlp.
    «L’architettura del nuovo complesso SALEWA risponde con un gesto sintetico alle richieste del programma iniziale, alle questioni ambientali, alla comunicazione aziendale e all’inserimento nel paesaggio della valle – commenta Cino Zucchi – I diversi volumi edilizi, come i magazzini, le torri a uffici, lo showroom e la palestra, si articolano in rapporto ai bisogni spaziali e di affaccio degli ambienti».
    In tal senso il nuovo quartier generale di SALEWA rappresenta un “landmark” nel paesaggio, un punto di riferimento riconoscibile nel contesto ambientale in cui è costruito.
    Il risultato finale non è solo il frutto del lavoro di progettazione degli studi di architettura coinvolti, ma anche di una forte partecipazione del committente che ha sempre manifestato idee chiare e spunti di riflessione.
    «Si potrebbe dire che la struttura ricorda le forme di un cristallo di rocca o di un massiccio alpino – sostiene Filippo Pagliani di Park Associati – una pietra dai profili netti che vengono reinterpretati nel continuo passaggio tra superfici lisce e trasparenti e trame più materiche in alluminio».
    Le grandi vetrate a nord guardano infatti verso la città di Bolzano e nella direzione delle montagne permettendo così l’illuminazione degli spazi con luce naturale diffusa, mentre la pelle metallica che ricopre il lato a sud protegge gli ambienti dal sole e dal rumore dell’autostrada.
    «Verso la città i volumi dell’edificio abbracciano la piazza del parcheggio creando un luogo ospitale, mentre la silhouette mistilinea del complesso risponde alla lunghe vedute dall’autostrada e dal paesaggio dei campi» aggiunge l’architetto Zucchi. Anche sotto questo profilo è stata introdotta una profonda novità, perché si è voluto dare ad una area geografica dedicata prevalentemente a industria e terziario un’occasione di aggregazione che andasse oltre l’attività lavorativa. L’inserimento di elementi “pubblici” quali la palestra di roccia SALEWA Cube, il bistro Bivac, il giardino antistante e lo spazio di vendita SALEWA World hanno così donato a questa importante area di espansione cittadina una dimensione innovativa e una diversa opportunità di fruizione.
    Il nuovo quartier generale del gruppo OberAlp rappresenta anche l’incontro tra tecnologia e ambiente, tra sistemi di costruzione avanzati e gli elementi della natura. Un esempio su tutti è la scelta del materiale che riveste i fronti più esposti al sole come quello a sud ma anche est ed ovest. «Dopo oltre un anno di ricerche e prove abbiamo identificato l’alluminio come materiale base dei pannelli – commenta l’architetto Pagliani – ma con uno speciale trattamento di elettrocolorazione in grado di dare tre diverse colorazioni tra il grigio e l’azzurro». I pannelli così applicati – su una superficie totale di ben 8.500 mq – danno ai volumi una colorazione cangiante in armonia con le montagne e con i meleti intorno.
    Un rapporto tra tecnologia e natura che si manifesta anche all’interno dell’edificio nel controllo microclimatico degli ambienti. In condizioni di picco delle temperature, si è scelto infatti di non ricercare in modo esasperato un comfort assoluto, che altrimenti comporterebbe un alto costo energetico. Anche questo “compromesso” ha colpito favorevolmente la giuria di CasaClima che ha assegnato al nuovo quartier generale di SALEWA il marchio di qualità Work&Life. Si tratta di una certificazione che esamina i progetti non solo sotto i profili economici ed ecologici, ma ne valuta anche gli aspetti culturali e sociali. In altre parole l’edificio è ecosostenibile non solo dal punto di vista energetico (il numero di pannelli fotovoltaici utilizzati rappresenta un record in tutto l’Alto Adige e rende la costruzione totalmente autonoma), ma anche sotto il profilo dell’impatto sul territorio in termini socio-ambientali, in una prospettiva di ulteriore qualificazione di questa nuova area di espansione urbana.

  17. Giulio Pasclai scrive:

    forse si confonde l’uso distorto che si fa in enere del concorso con lo strumento del concorso stesso.
    quandi si richiede che gli interventi di trasformazione pubblica avvengano attreverso concorsi ci si aspetta anche che:
    – avvengano con una chiara deifnizione di obbiettivi di programma da parte dell’ente appaltante
    – abbiano procedure chiare e trasparenti
    – non siano pilotate o peggio ancora totalmente bloccate dai veti incrociati dei baronetti di turno che compongono le giurie
    – prevedano forme serie di coinvolgimento e partecipazione da parte dei cittadini

    Frank Lloyd Wright si dichiarava apertamente contro il concorso in quanto riteneva che giurie mediocri tendessero a selezionare progetti mediocri, non essendo in grado di valutare o riconoscere la genialità (ovviamente la sua).
    Tanto per fare un esempio per scegliere un Brunelleschi ci vorrebbe un Medici.
    Come ebbe a dire Zevi: “ne nasce uno ogni 500 anni”, nel frattempo accontentiamoci del sistema dei concorsi…..

  18. roberto scrive:

    la piazza è una vera porcata, portoghesi dovrebbe vergognarsi e fare ammenda, prima di tutto a se stesso che tanti anni fa aveva un talento notevole.
    stupisce che per l’ara pacis di meier ci sia stato un dibattito che ha interessato anche i comuni cittadini non architetti (muro si muro no ecc.) mentre qui tutto è andato liscio e dire che anche piazza san silvestro ha una criticità e una serie di preesistenze niente male.
    i concorsi se sono fatti male non servono, per esperienza vedo che in italia solo trentino e veneto fanno bandi seri (ad es. con preselezioni e rimborsi spese per tutti i partecipanti) oltre agli enti privati che, quando devono fare una selezione di professionisti sono estremamente oculati, cosa che sarebbe auspicabile anche quando il committente è pubblico.

  19. Giovanni Constabile scrive:

    siamo arrivati ad accettare che i tromboni della facoltà di architettura non scrivano una sola riga critica sulla piazza senza arte ne’ parte del vecchio Portoghesi che ci ha tolto la possibilità di un concorso. siamo arrivati ad accettare a capo chino che l’ordine di Roma abbia fatto orecchie da mercante per mesi sul comportamento di Portoghesi, per non andare contro un suo iscritto eccellente, e solo tardivamente abbia scritto una nota, patetica, che chiede spiegazioni al comune di Roma e che non ha avuto risposta. ci piacerebbe sapere quale è stata la replica dell’ordine se mai c’è stata. ci siamo fatti zerbini, paghiamo un ordine che non ci tutela e poi reclamiamo la dignità professionale, ma se noi siamo i primi che non abbiamo il coraggio e la dignità di mandare a casa tutti questi parassiti, accademia e ordini!

  20. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    > Constabile: nella scorsa assemblea di bilancio dell’Ordine di Roma, unica sede dove ci è concesso il diritto di un confronto pubblico con la presidenza, ho presenziato assieme ad alcuni colleghi del gruppo di Amate l’Architettura ed ho criticato aspramente il presidente per la gestione della “commissione” a Portoghesi.
    Amedeo Schiattarella mi ha risposto che: “aveva verificato, che era tutto a posto e che avrei dovuto stare attento a quello che dicevo”.
    A seguito di questa risposta, dato che non è concesso il contraddittorio alla riunione, ho scritto questo articolo (che ho già segnalato in un altro commento):
    http://www.amatelarchitettura.com/2012/04/come-si-difende-la-dignita-della-professione/.
    Non tutti, come vedi, hanno accettato supinamente la faccenda.

  21. […] sulla Fondazione, sulle quote di iscrizione, sui bilanci dell’Ordine, sulle priorità che l’Ordine si è dato, sulle forme ed i modi della sua organizzazione”; […]

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