L’Ordine che vorrei … (Adami)

31 ottobre 2012

Sono convinto che i nostri Ordini professionali non solo sono utili, ma dovrebbero essere potenziati e resi più funzionali al fine di tutelare, oltre alla collettività, anche la nostra dignità professionale.

L’Ordine che vorrei dovrebbe avere il ruolo di aiutare, informare e influenzare la politica del territorio e del governo e di offrire soluzioni politiche che aiutino gli architetti a produrre edifici e comunità migliori. Perché l’architettura È una questione politica e influenza la vita delle persone.

Gli ordini non hanno nella loro ragione sociale nessuna delle attività che vorrei.
La Legge 1395/1923 e il Regio Decreto 2537/1925 stabiliscono gli obblighi degli Ordini, il “minimo sindacale”, ma non impediscono altre attività e oggi gli Ordini devono fare molto di più.

Di fatto il mandato di rappresentanza che ricevono gli ordini è un mandato morale che gli iscritti gli riconoscono.

Gli Ordini non sono scatole vuote, gli Ordini sono scatole che hanno lo stesso contenuto della mente di chi li gestisce.
Sono scatole che possono essere riempite con qualsiasi contenuto.
Oltre ai “doveri” istituzionali, gli Ordini possono intraprendere qualsiasi azione culturale, politica e di supporto alla professione.

L’Ordine che vorrei è:

un Ordine che ha alcuni aspetti di continuità con la presente gestione ma molti e importanti aspetti di discontinuità.

un Ordine serio, sobrio, rigoroso e attivo, adatto ad un momento di crisi come questo.

un Ordine snello, con pochi dipendenti.

un Ordine che fornisce un supporto concreto ai suoi iscritti, sotto forma di servizi tecnici e di formazione gratuita.

un Ordine che insieme ai suoi iscritti, alle libere associazioni e ai sindacati di categoria da vita ad una voce collettiva per l’architettura.

un Ordine che influenza la politica del governo e la legislazione che ha un impatto sulla professione.

un Ordine che lavora per valorizzare e promuovere la professione di fronte a sfide importanti, prima fra tutte quella della conquista di nuovi mercati all’estero.

un Ordine che chieda sistematicamente ai suoi iscritti di cosa hanno bisogno

un Ordine che quando ha notizia o sospetto di un concorso di progettazione truccato si faccia avanti per organizzare un ricorso al TAR, anticipando le spese, e coordinando i danneggiati

un Ordine capace di porsi come un interlocutore valido e di peso nei confronti della Pubblica Amministrazione

un Ordine capace di pretendere risposte e azioni concrete dalla politica, che non si accontenta di qualche incarico per gli amici degli amici

un Ordine che prima chiede la chiarezza delle norme e poi chiede la loro applicazione rigorosa

un Ordine capace di mettersi di traverso per ottenere dei risultati, e non a pecora

un Ordine senza squadra di calcio, senza Associazione Ludica e senza iniziative futili

un Ordine che non boicotta i sindacati e le libere associazioni, ma ci lavora insieme e le promuove

un Ordine che in qualche modo mi sostenga e mi aiuti a farmi pagare la parcella, anche se le tariffe minime sono state abolite

un Ordine con un ufficio legale serio e agguerrito al servizio dei professionisti iscritti che porta avanti delle class-action

un Ordine che se la formazione è obbligatoria, è compresa nella quota dell’Ordine

un Ordine che mi sostenga nel tentativo di recuperare la capacità di indignarsi di fronte all’ingiustizia e la dignità che giorno dopo giorno come architetti stiamo perdendo.

Coloro che sollecitano una “discesa in campo” di Amate l’Architettura, devono farsi parte attiva, devono manifestare il proprio interesse.
E devono usare questo blog per dire che tipo di Ordine vorrebbero.
E’ chiaro che in campo ci sono due tesi contrapposte.
Chi, come l’autore del primo post, vuole la tassa di iscrizione a 30€, e quindi zero servizi e zero carrozzone, e parallelamente la nascita di Associazioni di categoria sul modello dell’ esclusivo e citatissimo Royal Institute of British Architects.
E chi, come me, vuole un Ordine semplicemente più efficiente, è disposto a conferire la quota associativa a patto che sia ben usata, e teme che levare peso agli Ordini non corrisponda poi alla nascita di organismi sostitutivi che possano svolgere un ruolo di tutela della professione di cui c’è forte necessità a tutti i livelli.

In ogni caso qualunque azione dell’Ordine si rivelerà molto più efficace se c’è una ampia partecipazione di tutti gli iscritti che devono volere fortemente un cambio di percorso; altrimenti l’Ordine stesso finisce con l’essere un soggetto isolato privo di reale peso.

Nota dell’amministrazione – qui trovate gli altri contributi di

Marco Alcaro

Lucio Tellarini


14 Commenti a “L’Ordine che vorrei … (Adami)”

  1. Giulio Pascali scrive:

    Caro Gianluca,
    il punto è che proprio inseguendo le mille bellissime attività che tu elenchi che gli ordini si sono progressivamente svicolati dal loro ruolo reale.
    L’origine degli ordini è di natura giudiziaria.
    Saresti contento se un giudice, invece di amministrare la giustizia, cominciasse a fare cultura, organizzare mostre, fare feste, pubblicare libri, ecc.?
    ecco questo è quello che accade con i nostri ordini.
    Non so se è un bene o se è una male, ma credo che i periodi di crisi siano utili proprio per stimolare una seria riflessione.
    in quasto caso se ci deve essere un organo di vigilanza che si arroghi il ruolo di fare da centro studi, allora la soluzione più naturale è che questa istituzione esca dalle prerogative di organo ministeriale e si trasformi in una associazione di natura volontaria.

    Faccio a te in ogni caso la stessa obbiezione che ho fatto a Marco nel precedente post: a quale genere di professionista ci stiamo rivolgendo?
    anche quando avremo mantenuto lo status quo (lasciando l’Ordine e potenziandolo) che tipo di professionista vogliamo difendere?
    siamo sicuri che il modello ideale, quello da sostenere con i denti fino alla morte, sia il libero professionista singolo, artigiano, monocratico, operante in uno studio monocomponente?
    o si ritiene giunto ilmomento di agire con decisione verso l’abbattimento di questa deleteria polverizzazione, promuovendo forme associative che:
    – diano più forza economica agli studi professionali vs i grandi poteri economici
    – consentano lo sviluppo di forme di progettaizone integrate

  2. Luca scrive:

    Caro Giulio,
    vorrei fare chiarezza su un punto che mi pare molto importante da cui formulare tutta una serie di ragionamenti, in primis, quello sulla riforma delle professioni, che ha un grosso equivoco di fondo, e cioè che un libero professionista opera solo parzialmente nel mercato, avendo responsabilità civili, penali, stabilite per legge, e morali dalla deontologia nonché dalla propria coscienza individuale e culturale, cosa che un artigiano non ha!
    Ed è proprio questo il punto poco chiaro anche tra di noi che genera l’equivoco di fondo; la libera professione ha origine con le arti liberali, servizi di alto livello intellettuale, caratteristici delle persone libere, in contrapposizione alle opera servilia!
    E ancor peggio la considerazione di essere un casta!
    http://impresa-stato.mi.camcom.it/im_46/polato.htm
    <>
    C’è ancora chi pensa che siamo degli artigiani?
    Il discorso certo è lungo e complicato, ma può essere portato un piccolo esempio riferito non a quello che avviene nella odierna libera professione, che chi la fa sa valutare quanto sia sbagliato equipararci a “servizio di ingegneria e architettura” (non hanno ancora inventato una società di architettura sic! ). L’esempio è quello che la vera architettura fatta dai maestri che tutti studiamo per il 90% dei casi nasce in piccoli studi che poi una volta ingranditi perdono quell’originalità e qualità che non può che scaturire che da un approccio libero, retto, disinteressato al profitto e appassionato.
    In una delle rare interviste di P. Zumthor, racconta che il suo modo di lavoro da molti definito maniacale, lui lo definisce appassionato che non si piega al mero utile ma insegue la ricerca del bello.
    Luca

  3. Luca scrive:

    IL VIRGOLETTATO CONTENEVA QUESTO
    Il piano storico e il piano sociologico dimostrano che il fenomeno delle professioni liberali si pone in posizione centrale rispetto alle esigenze, ai bisogni, alle domande che sorgono dalla società e dall’economia. Esso è in grado di produrre beni, immateriali, di importanza primaria in rapporto alla protezione dei diritti e al soddisfacimento di rilevanti interessi collettivi.
    C’è ancora chi pensa che siamo degli artigiani?
    LUCA

  4. Antonio Marco Alcaro scrive:

    Non è un caso che gli ordini dipendano dal Ministero della Giustizia, il loro scopo principale era quello di controllo e disciplina, se si vuole trasformarli in altro dovrebbero passare al Ministero della Cultura, ma poi chi fa il controllo e la disciplina?

  5. contributi_addio scrive:

    Se hanno una funzione giudiziaria, non sono un poco sovradimensionati come numero?
    Non ne bastano 10 in tutta Italia?

  6. Giulio Pascali scrive:

    @Luca
    purtroppo ci sono molti che pensano che gli architetti siano una sorta di artigiani: io non sono tra questi.

    Figure professionali autosufficienti, che realizzano il loro lavoro completamente isolati dal resto, collaborando con altri professionisti solo se strettamente necessario.
    Mi spiace dirlo, e so che molti amici e colleghi mi contesteranno, ma è proprio il modello del libero professionista che promuove questa idea.
    Il libero professionista idealmente indicato come il baluardo della società contro il capitalismo imperante, idealisticamente contrapposto alle società di ingegneria, frutto di un progetto complottista della grande industria speculativa.
    La contrapposizione idealistica tra il singolo libero professionista e le società di architettura è la spia più evidente di un preconcetto che dipinge il libero professionista come una sorta di eroe, l’unico che agisce in maniera etica a salvaguardia del bene comune della città.
    Non vi è al contrario alcuna prova o dimostrazione che i singoli progettisti siano più bravi e moralmente migliori dei professionisti che operano nelle società di ingegneria.
    Al contrario è evidente che più uno è piccolo ed isolato e più è debole nel confronto con i grandi capitali; si potrebbe anche aggiungere che se un architetto lavora da solo è evidente che larga parte del tempo che dovrebbe dedicare al progetto di architettura, la dedica ad altre attività (progetto degli impianti, pratiche burocratiche, fisco, ricerca degli incarichi, ecc); non si sa come il progetto di un architetto che opera in queste condizioni (dedicando quindi un decimo del suo tempo all’architettura) dovrebbe essere in grado di produre un progetto migliore di chi invece suddivide le attività tra più profesionisti (che presumibilmente dovrebbero anche essere più competenti in ogni singolo campo)
    Ritengo che proprio la polverizzazione delle professione sia la più evidente anomalia del nostro sistema. In europa una situazione simile si riscontra solo in grecia. Mentre i tutte le nazioni del nord europa (dove la qualità diffusa dell’architettura è sotto gli occhi di tutti) i grandi studi e le società di ingegneria sono la norma.
    Senza entrare nel merito delle ragioni storiche e sociali che ci hanno portato a questa situazione, credo che sarebbe utile alle discussione abbandonare la difesa preconcettuale di un modello che evidentemente si è dimostrato fallimentare.
    e la risposta non è “non ci fanno lavorare” perchè maschera un altro retaggio deleterio della nostra professione, l’incapacità di mettersi in discussione……

    Concludo ribadendo che è certamente importante ragionare sul modello di ordine, ma prima di tutto bisogna domandarsi che tipo di professionista serve a questa società, con queli modalità dovrebbe operare, con quali forme di organizzazione della progettazione è in grado di fornire le migliori risposte alle esigenze della società.

    a quel punto potremmo introdurre il concetto di lavoro “connettivo” o di progettazione fluida interdisciplinare e interdipendente, e poremmo anche parlare di architetti come “makers”, figure artigiane del terzo millennio, ma questa è veramente tutta un’altra storia……

  7. Antonio Marco Alcaro scrive:

    caro Giulio, non bisogna confondere le capacità, l’organizzazione, le competenze, la bravura con la libertà.
    Nessuno mette in dubbio che un singolo professionista che lavora da solo non sarà mai in grado di competere con grandi società dove ci sono diverse competenze e professionalità.
    Il punto è un altro i liberi professionisti hanno svolto un ruolo molto importante nello sviluppo del nostro paese dall’unità di Italia ad oggi, il termine “liberi” non c’è per caso, la libera professione è nata perché era una professione intellettuale dove chi la svolgeva non doveva dar conto a nessuno se non alla propria coscienza.
    Oggi il mondo è cambiato e i professionisti architetti italiani, se non si adeguano ai tempi, spariranno, ma questo non vuol dire che l’unica strada è diventare “sudditi” di grandi società di capitali e quindi non più “liberi”, basterebbe sviluppare società di professionisti, senza capitali esterni, sul modello dei big danesi (www.big.dk), dove si continua ad essere “liberi”, ma si diventa competitivi.

  8. Giulio Pascali scrive:

    @marco
    mi pare che la parola “liberi” sia un po’ abusata.
    pur riconoscendo il ruolo dell’architetto nello sviluppo della società contemporanea e l’importanza dell’architettura come veicolo per lo svilupo economico e sociale della società (ecc.), continuo a ritenere che come prima cosa bisognerebbe avviare una seria azione di riconsiderazione di alcuni “luoghi comuni”.
    – il primo, me lo confermi tu ora, è che le società di ingegneria non sono il male assoluto; come in tutte le cose dipende da molti fattori (in primis il peso che hanno i soci non professionisti): il modello danese è un esempio? cominciamo a dirlo con più chiarezza.
    – il secondo è che il professionista architetto, in quanto “libero professionista” sia una figura realmente libera di operare senza condizionamenti esterni

    Il messaggio che trasmetti quando contrapponi i professionisti alle società di ingegneria è quello di uno strisciante (e dannosissimo per la categoria) conservatorismo.

    Per fare chiarezza non sarebbe male cominciare a smettere di idealizzare gli uni e demonizzare le altre, cominciando a riflettere seriamente su forme nuove e alternative di lavoro intellettuale

  9. Alberto Giampaoli scrive:

    Caro Giulio,
    le grandi società di ingegneria per la progettazione, sono lo specchio di una società con interessi molto concentrati, a differenza di una società a ricchezza diffusa, dove dovrebbe essere presente una forte sinergia tra tutte le componenti.
    La società a economia concentrata è la società di: grandi opere inutili, energia nucleare, industrie pesanti, consumi nelle multi utility (gas, luce, acqua privata, etc.).
    La società ad economia diffusa è la società di: risparmio energetico, green economy; acqua pubblica, turismo ecosostenibile, benessere, cura del territorio, trasporti ( treni a due binari), architettura, etc.
    Spesso si premia più l’inaugurazione che il lavoro quotidiano.

    Secondo me, non dobbiamo domandarci quale professionista serva alla società 8quale società), ma che cosa possono e devono fare i professionisti per le persone.

    Qualcuno ha menzionato Zumthor (magari!)
    ” Wikipedia Peter Zumthor (Basilea, 26 aprile 1943) è un architetto svizzero.

    Figlio di un ebanista, Zumthor imparò falegnameria fin da piccolo. Negli anni sessanta ha studiato al Pratt Institute di New York. Zumthor ha lavorato a molti progetti di restauro storici, che gli hanno permesso di conoscere più a fondo le relazioni tra i vari materiali. I suoi edifici esplorano le qualità tattili e sensoriali di spazi e materiali, pur mantenendo una sensazione minimalista”
    Detto questo, sarebbe auspicale una cooperazione tra i professionisti ( vedi BIG, che prediligo), ma autonomi dagli interessi forti. Purtroppo, spesso non sempre è facile, anche nel piccolo realizzarla.
    Ma la direzione sembrerebbe un’altra!
    Come vediamo qui in seguito gli interessi sono enormi, (Banca Intesa):speriamo solo che non sia un modo per entrare nel mercato e distruggere la concorrenza e poi decidere i prezzi in assoluto monopolio ( storia già vista). Speriamo che l’abbiamo fatto per il servizio alla società. Quale società?
    La domanda principale: quale è l’indipendenza che hanno i professionisti in questa società? Impiegati o soci? Se fossero tutti dipendenti, precari,come temo, ma non spero, è un tipo di società che non avrebbe più bisogno degli Ordini, forse meglio, chissà, ma senza Ordini?!.
    Quanto manca per l’entrata nell’edilizia? Se fosse una prospettiva negativa, che si fa per cambiarla? Perché nessuno la menzionata? Perchè, non si cerca di favorire la collaborazione tra professionisti dalla base?

    Ciò che mi sembra sicuro è che in questi meccanismi, o stai dentro ( a livello nazionale, minimo, perchè ci sono già progetti europei che si occuperanno dei vari ambiti), ….. oppure…
    Leggiamo:
    Il fatto Quotidiano
    In tempo di crisi arriva la sanità low cost Visite da 40 euro, ma di buona qualità
    Poliamabulatori specialistici hanno già aperto a Milano e Bologna, in concorrenza sia con il pubblico che con il privato. Spesso sono gestiti da giovani medici che si associano per risparmiare sui costi fissi. Welfare Italia, controllata da Intesa Sanpaolo, apre 25 centri
    di Redazione Il Fatto Quotidiano | 23 dicembre 2011
    Commenti (69)
    Più informazioni su: Banca Intesa Sanpaolo, Crisi Economica, Low Cost, Servizio Sanitario, Welfare.

    È la sanità
    privata sociale la nuova frontiera della salute italiana dei tempi di crisi. Visite specialistiche su
    appuntamento a prezzi sensibilmente inferiori alla media, tra i 40 e i 60 euro. La formula “bassi pre
    zzi e buona qualità” è il cuore della sanità sociale, basata su poliambulatori specialistici gestiti da medici
    associati. Medici low cost per chi vuole una consulenza di esperti, ma non può permettersi le cifre che negli studi privati spesso non scendono sotto i 150 euro. Un trend in forte crescita che fattura già oltre
    dieci miliardi e le cui prospettive si consolidano a ritmi annui del 20-30 %. Cifre, queste, da far
    impallidire qualsiasi Pil.”
    (…)
    di Eduardo Meligrana

  10. Giulio Pascali scrive:

    insisto ma mi sembra che qui si faccia finta di non capire…..

    cito l’esempio di alberto sugli studi medici
    “Spesso sono gestiti da giovani medici che si associano per risparmiare sui costi”

    se ti associ sei una società o no? chiamala pure come ti pare, chiamala “pippo” ma di una associazione di professionisti che condividono costi, strutture, ma soprattutto idee, è una associazione!

    quando intendo che le società di ingegneria non sono il male assoluto,
    DIPENDE DA COME SI INTENDE PER ASSOCIAZIONE!

    se l’alternativa al modello delle grandi società di capitali
    (CHE NON RITENGO PERSEGUIBILE)
    è il modello basato sullo studio professionale monocomponente (che caratterizza la stragrande maggioranza degli studi italiani) stiamo promuovendo, come ho scritto, uno strisciante conservatorismo

    In altre parole gli architetti, se vogliono sopravvivere e stare nel secolo in cui vivono,

    DEVONO TROVARE FORME DI “COLLABORAZIONE” MOLTO PIù STRINGENTI

    in altre parole:

    DEVONO COMINCIARE A LAVORARE CONNESSI TRA DI LORO IN MANIERA SISTEMATICA, TROVANDO FORME DI ASSOCIAZIONE CHE CONSENTANO UNO SCAMBIO DI IDEE COSTRUTTIVO, CHE METTA INSIEME (IN UN SISTEMA ORGANICO) PROFESSIONALITà DIVERSE, MA SOPRATTUTTO CONSENTA LA CRESCITA CRITICA DEL SINGOLO PROFESSIONISTA CHE VIENE PORTATO A CONDIVIDERE IDEE (CEDENDO CONOSCENZA) E AD APPRENDERE DAGLI ALTRI (ACQUISENDO CONOSCENZA)

    Continuare sulla strada del modello Zumtor, caso di architetto isolato non riproducibile su vasta sscala (andiamo! non ci sono 150 mila Zumtor in italia…. ma nemmeno 2 nel mondo, di che parliamo?), promuovendo l’architetto come depositario di una competenza isolata, che già sa tutto di quello che serve alla società e al massimo decide lui se chiamare qualche collega (in maniera occasionale) per fare alcune parti dove lui non arriva, è un modello ottocentesco la cui deriva più evidente è rappresentata dal fenomeno delle archistar di inizio millennio.

    Quando sento che si continua a dibbattere sulla contrapopsizione tra società di ingegneria e libero professionista capisco che si ha in testa un modello sociale ancorato al secolo scorso e che non si sta nemmeno tentando di capire cosa sta succedendo nel mondo esterno.

    Mentre intorno tutto il mondo si stà rapidamente trasformando verso un modello sociale partecipativo di massa (v. fenomeno M5S che propongono la democrazia liquida, a mio parere senza averne compreso a fondo le implicaizoni culturali) dove tutti i processi cognitivi e di trasformazione della cosa pubblica tenderanno ad essere sempre più partecipativi e dove il singolo professionista sarà sempre di più messo in discusisone da utenti attivi, capaci di definire con chiarezza le proprie esigenze e pretendere che queste vengano ascoltate.

    La rivoluzione digitale sta rapidamento portando alla ribalta nuovi modi di lavorare e di collaborare in tutte le attività che hanno risvolti pubblici e comuni. queste modalità presuppongono la perdita del controllo accentrato del processo di progettazione; presuppongono che l’architetto ceda parte delle sue prerogative in favore di una maggiore condivisione del sapere e delle competenze, che non possono più risiedere in una unica figura, ma risultano liquidamente diffuse. il risultato “architettonico” di queste modalità è meta estetico, va oltre il risultato del progetto o della singola realizzazione architettonica; è un prodotto che aquista valore in funzione del processo che lo ha prodotto (processo condiviso e partecipato) e delle trasformazioni d’uso che lo fanno vivere ed esistere dopo la sua realizzazione. tutto ciò ad esempio mette in seria discussione il concetto di autorialità dell’opera.

    quando dico che la figura del libero professionista è inadeguata a fornire risposte alla società contemporanea, intendo proprio il fatto che il modello Zumtor allude ancora a un tipo di architetto che opera in totale autonomia, che decide da solo ogni scelta progettuale, senza un reale scambio;
    “io sono io e voi non siete un cazzo!” direbbe er Marchese.
    Ora se a progettare è Zumtor, ci posso pure stare (nemmeno poi così tanto), ma come la mettiamo con tutti gli altri comuni mortali?
    Le grandi società di capitali hanno lo stesso problema in quanto tendono a imporre scelte che derivano da decisioni personali dettate da interessi privati.
    Peccato però che le grandi trasformazioni restino saldamente in mano a questi soggetti, e non è certo rivendicando la superiorità intellettuale di Zumtor che si contrastano le spinte speculative.

    qundi, vogliamo aprire una seria discusisone su cosa serve a questa società (e alle persone, non capisco la distinzione di Alberto) per capire come l’Architetto possa ancora continuare a giocare un ruolo determinante, o vogliamo continuare a tenere la testa sotto terra, fare finta che nulla stia succedendo e rivendicare il mantenimeno forzato di vecchi schemi, relegando la professione a un’oasi protetta per specie in via di estinzione?

    facciamo a capirci……

  11. Giulio Pascali scrive:

    aggiungo uno spunto di riflessione ulteriore:
    il sistema delle libere professioni nasce con l’istituzione degli Ordini, a sua volta nato in periodo fascista (già questo dovrebbe fare riflettere non poco sulla reale libertà delle libere professioni, ma lasciamo perdere…)
    Oggi si grida a gran voce che è necessaria una riforma del sistema anche perchè basato sul modello antiquato.
    Però poi quando si propongono soluzioni alternative alla becera riforma in corso, il modello che si riesce a tirare fuori torna ad essere sempre e solo una ripetizione papale del vecchio sistema

    a me pare un paradosso…

  12. Alberto Giampaoli scrive:

    Caro Giulio,
    forse mi sono spiegato male,
    personalmente, come Marco prediligo l’esempio dello studio BIG, novanta persone che collaborano attraverso diverse discipline e mestieri, Zumthor è chiaramente un grande, ma un esempio unico. Nessuno ha mai detto che gli architetti debbano continuare a lavorare da soli.
    Altra cosa, dall’esempio danese, anche da te citato, sono le società comandate dalla finanza, che gestiscono e molto probabilmente gestiranno sempre più, tutto il lavoro professionale e che rappresentano un altro tipologia di società ( ricchezze concentrate). A quel punto, una volta realizzato ciò, o stai dentro … o fai un altro mestiere, o….. fai Zumthor ( un po’ difficile, effettivamente). Ciò che non capisco è perché mentre si va verso questa direzione gli architetti litighino tra loro, senza creare nuove prospettive.
    Per esempio grandi capitali: pare che le banche abbiano imposto a tutte le Casse private previdenziali di far fare le perizia a Società di Capitale, invece che a professionisti, loro iscritti. Che sarebbe auspicabile. La difesa di tale posizione, sembrerebbe, contro ogni idea d’Ordine, preferibilmente riformato o Associazione di professionisti.
    Leggiamo da Wikipedia:
    “Lo studio “BIG” viene fondato nel 2005 dopo che Bjarke Ingels insieme al suo precedente socio Julien De Smedt decidono di interrompere il loro lavoro in comune, che sin dalla nascita nel 2001 aveva ottenuto un notevole successo. Il nuovo studio, “BIG” ha vinto diversi premi nazionali ed internazionali già dalla prima commissione: una serie di abitazioni su di una collina artificiale ottenuta costruendo un parcheggio coperto al di sotto delle abitazioni nel quartiere di Ørestad, Copenaghen, che era stato iniziato da PLOT. Negli anni BIG ha vinto diversi concorsi internazionali ed ha ottenuto altrettante commissioni in tutto il mondo. Il lavoro di “BIG” si concentra soprattutto su progetti in cui la componente di ricerca segue una logica step by step in cui si cerca la migliore soluzione ai problemi o vincoli che il progetto deve risolvere.
    Tra le opere degne di nota ci sono:
    • “8Tallen” Copenaghen, Danimarca un edificio residenziale che si caratterizza per il tetto verde che sale dal livello del terreno
    • “Moutain Dwellings”, Copenaghen, Danimarca un edificio di appartamenti a terrazza orientato a sud che si sviluppano su di una montagna artificiale ottenuta costruendo un parcheggio coperto alla base dell’edificio
    • il Villaggio mondiale dello Sport femminile a Malmö, Svezia,
    • il Padiglione Svedese in Cina, per l’Expo 2010
    Dal 1º dicembre 2009, in risposta alla rapida crescita dello studio, la partnership è stata ampliata con i nuovi membri: Thomas Christoffersen, Jakob Lange, Finn Nørkjaer, Andreas Klok Pedersen, e David Zahle. Nello stesso periodo, Sheela Maini Søgaard, amministratore delegato, e Kai-Uwe Bergmann, il direttore business e comunicazione, sono stati nominati partner associati. Nel 2010 “BIG” ha aperto una filiale a New York, luogo in cui avevano ottenuto una commessa per un grattacielo.”

  13. gianluca adami scrive:

    In quanto autore dell’articolo sotto il quale si stanno accumulando questi post, articolo che peraltro era sull’”Ordine che vorrei”, voglio rispondere a quelle primissime domande di Giulio che hanno originato la discussione e che ormai sono finite sepolte da una decina di successivi commenti:

    “a quale genere di professionista ci stiamo rivolgendo?”

    “siamo sicuri che il modello ideale, quello da sostenere con i denti fino alla morte, sia il libero professionista singolo, artigiano, monocratico, operante in uno studio monocomponente?”

    Secondo me esiste un solo tipo di libero professionista da un punto di vista di protezione e di assistenza da parte dell’Ordine. Quello che cambia sono i lavori con cui si confronta, che possono essere di tipologia e di scale diverse.

    Il professionista è colui a cui viene affidato l’incarico. Colui che nei rapporti con il cliente garantisce il processo economico, la sua durata e il suo buon esito. E, nei confronti della pubblica amministrazione, è colui che si assume la responsabilità del procedimento amministrativo.

    Facendo riferimento alla mia pratica professionale io sono abituato a lavorare in gruppo. Ho un socio e insieme abbiamo un collaboratore, quindi siamo in tre, in un regime di sostanziale parità intellettuale. Quindi non siamo uno studio monocomponente, né monocratico. In precedenza per qualche anno ho lavorato da solo, e prima ancora per diversi anni sono stato dipendente in studi grandi, ma penso che sia parte di un processo di crescita, peraltro personale e molto dipendente dalle caratteristiche caratteriali. Ho avuto colleghi che stimo molto che non aspirano ad essere titolari di uno studio, ma preferiscono essere dipendenti, è una scelta diversa dalla mia, ma altrettanto rispettabile.

    La crescita a mio modo di vedere è una vocazione perlopiù caratteriale, frutto dell’ambizione personale e della combinazione di una serie di altri fattori. Il lavoro di gruppo invece è un fattore connaturato alla nostra specifica professione. Non c’è edificio, piccolo o grande che sia, che possa essere costruito senza l’apporto di una serie di professionalità diverse. Solo nella scala minima della ristrutturazione d’interni l’architetto è autosufficiente. Appena passa al campo della nuova costruzione è assolutamente normale entrare in una logica di lavoro di gruppo.

    Il rapporto con il geologo, con lo strutturista, e con gli impiantisti e in certi casi anche quello con il coordinatore della sicurezza, sono di collaborazione alla progettazione. La logica è quella della rete. Il gruppo è sempre lo stesso, le dinamiche si affinano nel corso del tempo. Ognuno ha coscienza del suo ruolo e rispetto del ruolo degli altri. Una gran parte del lavoro la riusciamo a fare in contatto digitale ma per le decisioni importanti ci vediamo e discutiamo, a volte tutti insieme.

    Ci piacerebbe dividere lo stesso spazio, ma siamo anche affezionati alla nostra autonomia individuale, chissà forse domani ci arriveremo, personalmente non penso ci sia fretta. Soprattutto ci arriveremo se e quando la crescita del livello di lavoro ci indurrà a farlo, quando per iscriversi alla lista fornitori di un ente l’unico modo sarà fondere i nostri rispettivi fatturati ed elenco lavori, quando non basterà più sottoscrivere l’impegno alla creazione di un associazione temporanea di professionisti in caso di assegnazione di un lavoro.

    Mi sono addentrato in un racconto di esperienza personale perché sono convinto che sia l’unico modo per condividere valori generali. E allo stesso tempo mi sono reso conto scrivendo che per me la costituzione del gruppo è più o meno sinonimo di crescita professionale. Però sono anche convinto che l’architetto prima di tutto nasce artigiano, impara in prima persona a fare le cose, e solo dopo nell’arco del suo processo di crescita, incomincia a delegare, a trasferire le competenze, a insegnare ai più giovani e a dedicarsi di più solo a questioni strategiche o alla parte di ideazione del progetto.

    A me peraltro piace molto la parola artigiano riferita ad un architetto. Molto più che la parola artista. Trovo che ci sia dentro implicitamente la passione verso il proprio lavoro, senza la pretesa di stupire con gli eccessi.

    Ma per concludere, per rispondere alla tua domanda iniziale, Giulio, io penso che l’Ordine debba assistere gli architetti nello svolgimento della loro professione, che non ci sia nessun problema di conflitto di competenze fra la difesa del “singolo, artigiano, monocratico, operante in uno studio monocomponente” e la difesa dei una eventuale “società di architettura” in cui la progettazione si sviluppa in maniera fluida interdisciplinare e interdipendente, come tu ti auguri.

    Ti invito a rileggere la lista degli interventi che secondo me sarebbero necessari nell’”Ordine che vorrei”, e ti chiedo: ci sono azioni che riguardano gli interessi dei singoli e che andrebbero in conflitto con gli interessi dei gruppi multidisciplinari?

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