Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu

6 agosto 2012

Un altro eclatante esempio di come il potere economico e finanziario operi per deturpare il nostro paesaggio storico. Un altro centro storico aggredito da un’opera realizzata assolutamente fuori dal contesto.

La storia è sempre quella: il potere economico e finanziario è alla ricerca di opere che ne celebrino il potere; le archistar di turno hanno capito che in questa civiltà dominata dal culto dell’immagine, costruire senza alcuna regola, in barba a qualsiasi riferimento contestuale, seguendo la semplice regola della spettacolarità autoreferenziale, è la scelta che paga di più.

Questa scelta paga poi di più se calata al centro delle città, dove il valore culturale è massimo e universalmente riconosciuto e dove le loro invenzioni hanno più probabilità di generare clamore.

Così governanti e architetti  se ne vannoa braccetto per le città storiche a cercare sempre nuove occasioni di celebrare il loro onanismo; mostrano i loro muscoli per suscitare l’ammirazione del popolo, e così facendo calpestano e deturpano quell’ecosistema fragile che è il patrimonio dei nostri centri storici.

Se mai ci voleva un ulteriore esempio di come il delirio di onnipotenza di chi governa le città e degli architetti che danno forma a questo delirio, ecco un ulteriore caso.

Ecco quindi nel bel mezzo di uno dei più straordinari centri storici italiani, l’ennesimo edificio eretto a celebrere il potere istituzionale: il Palazzo dei Consoli a Gubbio (progetto di Angelo da Orvieto).

Esso svetta come un macigno per almeno 50 metri sopra la città, rendendosi visibile in tutta la sua imponenza da ogni parte del bogo eugubino; una massa bianca, un cubo astratto calato dall’alto, noncurante della trama urbana che lo circonda.

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Come se non bastasse questo cubo bianco (slegato dal contesto anche per l’uso dei materiali) è stato poggiato su una piazza aperta che l’architetto ha pensato bene di realizzare sui tetti delle case limitrofe. Un altro schiaffo al Genius Loci urbano, in omaggio al demiurgo di turno che, pur di dare ai frequentatori della piazza la possibilità di godere del panorama sottostante, non ha esitato a lasciare un segno indelebile nella città. Una ferita che difficilmente il tempo o la storia potranno rimarginare.

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Non possiamo inoltre tacere i colossali errori di progettazione dovuti al dislivello tra il piano della piazza e l’accesso al palazzo, che ha reso necesario aggiungere una scala di accesso (e i disabili?), divenuta subito un pretesto per aggiungere scempio su scempio; un inutile vezzo artistico e creativo, velleitario nella forma (pura gestualità fine a se stessa), realizzato a spese dei contribuenti.

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Come recita un proverbio siciliano “Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu” (chi nasce tondo non può morire quadrato), una saggezza popolare che è sembrata sfuggire a chi ha realizzato il Palazzo dei Consoli a Gubbio. I danni e le ferite al tessuto urbano della città sono ancora oggi ben visibili e hanno condizionato il paesaggio in maniera indelebile.

Non resta che augurarci che le future amministrazioni si rivelino più sagge e abbiano il coraggio di demolire questa opera, restituendo al continuum storico la primitiva dignità.

Ultimora!

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Dobbiamo tristemente constatare che anche le nuove generazioni sembrano piegarsi alle logiche conformiste del potere e della speculazione; ecco infatti un esempio di come questo modo di progettare la città stia già facendo proseliti in altre parti del mondo.

Ecco infatti un altro cubo spaziale che Koolhaas ha fatto cadere dallo spazio in quella meravigliosa città che è Porto (tra l’altro patrimonio dell’Unesco). Non nascondiamo le affinitità formali: un cubo immerso in una larga piazza, noncurante del contesto; c’è persino la scalinata di accesso esterna…..

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39 Commenti a “Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu”

  1. Rob scrive:

    “Ecco quindi nel bel mezzo di uno dei più straordinari centri storici italiani, l’ennesimo edificio eretto a celebrere il potere istituzionale: il Palazzo dei Consoli a Gubbio (progetto di Angelo da Orvieto).
    Esso svetta come un macigno per almeno 50 metri sopra la città, rendendosi visibile in tutta la sua imponenza da ogni parte del bogo eugubino; una massa bianca, un cubo astratto calato dall’alto, noncurante della trama urbana che lo circonda”
    Premetto che concordo pienamente con quanto scritto.
    Ma credo che la composizione del paragrafo riportato qui sopra crei un po’ di confusione, perlomeno a me l’ha creata: così steso, il testo sembra indicare come lo stesso Palazzo dei Consolo a Gubbio il motivo di disturbo.

  2. Antonio Marco Alcaro scrive:

    Secondo me, lo capiscono in pochi il post, ci vorrebbero i sottotitoli. Bellissimo il raffronto tra le due scale, chissà se Koolhaas è mai stato a Gubbio.

  3. Giulio Pascali scrive:

    rob
    forse troppo ironico il testo
    Il palazzo in questione è proprio quello di Gubbio, che emerge come un sasso di 50 m su tutto il contesto, assolutamente estraneo a quel contesto
    una estraneità mitigata dal tempo e dall’abitudine a vederlo li
    un opera che all’epoca doveva suscitare scalpore e merviglia non certo per il suo essere inserito nel contesto
    una straordinaria creatività nel realizzare un opera assolutamente innovative
    esprime il potere finanziario dell’epoca
    si tratta di uno splendido pezzo di architettura, ovviamente

    è impressionante la “somiglianza” con l’opera di Koolhaas

  4. Alberto Giampaoli scrive:

    A volte l’architettura, molto spesso con successo (come nell’esempio qui riportato), anche in contraddizione del “Genius Loci”utilizza gli archetipi, archetipi che a loro volta sono oggetti “moderni” del loro tempo, che non rispecchiano modelli esistenti e per questo unici. Gli archetipi vengono utilizzati per lo più con codici semantici diversi dagli originali (proprio in questi mesi c’è una importante mostra su “Tendenza”), a volte con trascrizioni iconiche, altre volte con trascrizioni simboliche, ma quasi sempre come oggetti contemporanei. Sarà compito dell’iconografia descrivere l’oggetto e dell’iconologia descrivere i suoi significati; ma occorre sempre ricordare che l’architettura è e dovrebbe essere vita e vita accessibile a tutti oltre l’applicazione delle leggi. L’accessibilità non è il solo valore acquisito rispetto al passato, ma sicuramente il più o tra i più importanti. E non può essere una limitazione alla eventuale ricerca estetica. Si ricordi come i Greci, come i Romani (non certo nel rispetto dell’accessibilità e di altri valori) proprio grazie alle difficoltà rese da alcuni limiti, spesso creavano capolavori.

  5. Giulio Pascali scrive:

    Alberto,
    bentornato!

  6. Alberto Giampaoli scrive:

    “L’imponente complesso costituito dal Palazzo dei Consoli , dal Palazzo Pretorio e dalla piazza pensile che li unisce, fu costruito nella prima metà del XIV secolo. Le deliberazioni del 1321 e 1322 prescrissero che i palazzi fossero eretti in un luogo che confinasse con tutti i quartieri. Si realizzò così un centro direzionale che non era inserito in alcun quartiere ma li toccava tutti. Per attuare il progetto fu necessario modificare pesantemente lo stato naturale del terreno e per collegare i due palazzi si costruirono le grandi volte che sorreggono la piazza che si reputa essere tra le più grandi piazze pensili esistenti. Il complesso ha carattere unitario, che in qualche modo anticipa la nascita di una nuova civiltà italiana. G.De Angelis D’Ossat scrive in proposito: “Il recupero della frontalità, il gusto per i proporzionamenti classici, il ripudio dell’arco acuto, l’essenziale semplicità dell’impianto sono tutte conquiste che sbocceranno, circa un secolo dopo, nel periodo prestigioso del Rinascimento fiorentino”. Fu l’eugubino Matteo di Giovannello, chiamato Gattapone, che realizzò i due edifici: uno, il Palazzo dei Consoli, destinato ad essere la residenza della suprema Magistratura del libero Comune e l’altro, il Palazzo Pretorio, residenza del podestà. Lo splendido portale della facciata del palazzo dei consoli va attribuito ad Angelo da Orvieto. Attualmente i due edifici sono di proprietà comunale. Il Palazzo dei Consoli è sede della pinacoteca e del museo archeologico e all’interno sono contenute le tavole eugubine, che sono il più importante documento per la storia dei popoli italici.”
    Visitare Gubbio
    ……erano in anticipo di circa 100 anni…….verso …..”la nascita di una nuova civiltà italiana”………

  7. Alberto Giampaoli scrive:

    per qaunto riguarda altre tipologie di scale:

    “IL PROFFERLO

    Il profferlo, caratteristica tipica dell’abitazione civile nella Viterbo Pre-rinascimentale, è una specie di loggia sporgente dal primo piano della casa, collegata col piano stradale per mezzo di una scala.
    La scelta di questo tipo di costruzione è riconducibile principalmente a due motivi: il primo di carattere difensivo, l’altro di carattere funzionale. La maggior parte dei profferli ha la scala che lo collega al piano stradale sul lato destro della casa, scala che nel primo tratto è priva di parapetto. Questa scelta è fatta im modo che l’eventuale assalitore sia in qualche maniera impedito nell’uso della spada avendo alla sua destra il muro della casa e allo stesso tempo fosse facile spingerlo di sotto non essendoci il parapetto a impedirne la caduta. Il carattere funzionale viene dal fatto che la loggia costituiva una tettoia sopra la bottega sottostante che si apriva sul piano stradale e questo permetteva di avere uno spazio riparato dalla pioggio sul quale esporre la mercanzia.
    Numerosi profferli, che conservano intatte le loro caratteristiche, si possono ammirare nel quartiere medievale di San Pellegrino. ”

    Angelo M. Ambrosini

    ________________

    Opere consultate:
    ENZO BENTIVOGLIO, SIMONETTA VALTIERI, Guida di Viterbo, Bari, Dedalo, 1982.

  8. Ho visto ieri questo ironico, al limite del sarcastico, post su Gubbio. Merita tuttavia una risposta più approfondita con qualche immagine per rispondere in maniera più argomentata e per dare un quadro un po’ più corrispondente alla realtà.
    Ammetto che è suggestivo il paragone tra i due edifici (evidentemente i viaggi estivi ispirano) e mi ci è voluto un po’ per realizzare, ma la suggestione è spesso solo un’impressione. Vedremo se in questo caso un’affermazione così assertiva come la tua sia proprio incontestabile.
    Quando l’avrò scritto lo comunicherò.
    Ciao
    Pietro

  9. Ecco una mia interpretazione del Palazzo dei Consoli a Gubbio in relazione, orrore, alla casa della Musica di Porto.
    http://www.de-architectura.com/2012/08/gattapone-archistar.html
    Buon ferragosto

  10. Antonio Marco Alcaro scrive:

    Aspettavo con ansia il commento di Pietro, come immaginavo, non si è fatto attendere. E’ ormai noto a tutti il suo pregiudizio atavico nei confronti dell’architettura contemporanea e delle archistar, quando afferma: “Questo è distillato di opera di archistar dove è impossibile, perché espressamente rifiutata, trovare qualsiasi relazione con il tessuto viario ed edilizio esistente”, è accecato dalla sua ira ancestrale nei confronti di qualsiasi archistar. Io ci sono stato a Porto e vi posso assicurare che la relazione con il tessuto viario e non solo, esiste, non la si può percepire certo da una foto aerea, l’architettura è fatta di volumi, di pieni, di vuoti, di luce, di materiali, di trasparenze, di aria, di emozioni, di tutto di più. E’ chiaro che l’autore del post non voleva mettere sullo stesso livello il progetto di Gubbio con quello di Porto, ma si voleva far notare che l’architettura con la A maiuscola si può fare oggi come la si faceva nel passato.
    In ogni caso il contesto del progetto di Koolhaas non è certo il centro storico di Porto, ma siamo in una situazione molto diversa di città “moderna” non perfettamente consolidata che, con la realizzazione della Casa della Musica, ha guadagnato notevolmente in qualità urbana. Io ci sono stato sia prima che dopo e vi assicuro che l’opera di koolhaas ha portato “valore” alla città, contrariamente a quello che pensa Pietro, anche le archistar servono e soprattutto non sono tutte uguali, le archistar.
    Buon ferragosto a tutti.

  11. Per essere accecato da “ira ancestrale” dovrei avere almeno 700 anni, invece ne ho molti meno, anche se non pochi, e non sono cugino di Gattapone.
    La pianta, la foto area racconta molto più di quanto tu possa immaginare ma questo dimostra quanto ho detto: si guarda l’architettura come oggetto a se stante, come puro design e quell’affare, di cui parlerò in un prossimo post, potrebbe essere collocato ovunque, tanto è indifferente alle relazioni urbane. Se miniaturizzato potrebbe essere messo sulla mensola del tuo soggiorno. E se dici il contrario non rendi giustizia a Koolhaas e non lo conosci, lui che invece è cinicamnete ben consapevole di questo. Non a caso ha teorizzato questa idea in Fuck the contest, cioè, in culo al contesto.
    Lui almeno è coerente con se stesso (ci campa, lo credo bene), te lo vuoi fare apparire per quello che non è e non vuole essere.
    Mi aspetto, tuttavia, obiezioni più argomentate, contestazioni puntuali a quanto ho scritto che cerca di spiegare le motivazioni per cui sono in totale disaccordo, e non solo legittime ma inutili sparate ideologiche.
    Non fare come una mia “amica” di facebook che, zelante quanto acritica iscritta ad un partito, che ci riempie di post inneggianti a quotidiani discorsi del suo segretario, ad ogni mia garbata contestazione, stretta all’angolo e in crisi di argomenti razionali, mi risponde sempre: “Comunque io la penso così”. Bella scoperta! Anche un bambino di 9 anni è capace di rispondere in questo modo.
    Ciao
    Pietro

  12. ettore maria mazzola scrive:

    Caro Pietro, questo è il commento che ho postato in 2 pezzi sul tuo blog:
    impossibile non condividere il tuo pensiero, semmai posso rimproverarti di essere stato troppo “politically correct” con Qfwfq.
    Infatti, sebbene abbia aderito a delle iniziative pregevoli di “amatelarchitettura”, e stimi molto alcuni dei suoi membri, non posso non far notare loro l’assurdità di questo articolo, e non posso non definire malafede quella con la quale Qfwfq ha cercato di manipolare la realtà dei fatti … una cialtronata.
    Purtroppo ci troviamo davanti al tipico articolo che evidenzia una profonda ignoranza della storia di Gubbio, nonché della Storia dell’Urbanistica e dell’Architettura più in generale. Siamo davanti ad un uso improprio della capacità lessicale al fine di perseguire i propri fini, ovvero davanti al più cialtrone dei comportamenti di chi pratichi un “insegnamento” ideologico della materia, senza minimamente porsi il problema di verificare se si stia, o meno, dicendo delle idiozie.
    Come dici tu, il complesso Palazzo dei Consoli, Piazza, Palazzo dei Priori è un luogo dove portare gli studenti, tutta Gubbio lo è. Noi, con la Notre Dame, ci portiamo i nostri studenti una volta all’anno. Gubbio è uno degli esempi più antichi del passaggio dalla “non città” altomedievale alla “città” dell’epoca comunale. Gubbio è un luogo in cui è ancora possibile leggere la forma della città minuziosamente descritta nei riti di purificazione ed espiazione delle Tavole Eugubine, nonostante la forza della forma della “nuova” città, concepita come progetto unitario in epoca comunale, epoca in cui il Gattapone (il cui confronto con l’ignorantissimo Koolhaas mi dà i conati), mise a servizio della collettività la sua maestria di tagliapietre, di progettista e di costruttore!
    La piazza venne realizzata lì, come si legge nei documenti dell’epoca, perché fosse nel luogo in cui potesse ritenersi appartenere a tutti i quartieri eugubini … è il punto in qui tutti i quartieri convergono! Questo fece sì che, a causa dell’incredibile situazione orografica, venisse operato il grandioso terrazzamento, le cui arcate sottostanti vennero utilizzate per scopi utilitaristici da parte della collettività.
    Quello stesso luogo, guarda il caso, nella Tota Ikuvina, era quello occupato dalle pietre sacre dove gli augures osservavano i segni divini per il tracciamento della “Tota Ikuvina” (Gubbio), vista come un “Templum Terris”, quel luogo era anche quello dove gli stessi augures sostavano, per osservare il cielo e dirigere i movimenti, in occasione dei principali riti di “purificazione ed espiazione” che si svolgevano nella città antica, riti che, incredibilmente, si sono mantenuti seppur modificati, nella cerimonia della “corsa dei ceri”.
    Gubbio è uno di quei luoghi dove è possibile vedere come la celebrazione della nuova entità politica costituita, il Comune laico, e la realizzazione della città ideale cattolica, con la nuova “croce di chiese” degli ordini mendicanti che vanno a ridefinire i quattro punti cardinali, riescano a convivere meravigliosamente, definendo uno spazio e un carattere unico, che è figlio della “volontà comune” e non del “superego dell’architetto”.
    Inoltre, va considerato quello che era il clima del tempo, dove i diversi Comuni “gareggiavano” tra loro utilizzando le armi dell’urbanistica, della cultura e dell’arte che, diversamente dal piattume contemporaneo, erano fortemente incentrate sulla celebrazione del carattere locale. Ecco quindi che il Palazzo dei Consoli, quello dei Priori, quello del Capitano del Popolo di Gubbio risultano profondamente diversi da quelli di Orvieto, di Todi, di Perugia o di qualsiasi altro luogo!
    Quanto alle dimensioni di questi edifici – che sicuramente dovevano emergere dalla massa del tessuto residenziale per ragioni tipologiche – c’è da dire che, grazie al rispetto delle “leggi proporzionali” locali (il palmo, il piede, il braccio, la canna, ecc., cambiano da città a città), ed al rispetto dei materiali locali, essi risultano sempre perfettamente integrati nei contesti in cui sorgono, svolgendo quell’indispensabile ruolo di “emergenza” che gli edifici pubblici hanno sempre svolto, e giustificando con la loro presenza l’esistenza di una piazza. Oggi questi discorsi “gerarchici” sugli spazi urbani si sono dimenticati del tutto, si progetta in maniera puntiforme e si fa molta confusione attribuendo a dei “vuoti urbani” il termine di “Piazza”.
    Oggi si tende anche a ritenere che “architettura classica” sia solo quella dei monumenti, dimenticando l’importanza degli edifici minori che, con la loro presenza, “ambientano” quelli più nobili secondo il principio del decorum.
    Penso che sarebbe non poco utile ritornare a capire quelle che erano le “leggi” urbanistiche che sottendevano al “disegno della città” … concetto ormai dimenticato!
    Per concludere, perché penso di esser stato sufficientemente noioso, ritengo che guardare allo splendido Palazzo dei Consoli di Gubbio (il cui profferlo a ventaglio è il mio preferito!!) come ad un progetto a sé stante figlio dell’egocentrismo di una archistar, o ancora peggio paragonarlo all’obbrobrio di Koolhaas a Porto sia un’eresia assolutamente inaccettabile.

  13. vilma torselli scrive:

    Il post mi ha molto divertita, una lettura della storia in chiave surreale, intelligente e disinibita, che ironicamente coglie gli echi simbolici dell’archetipo nella rivisitazione contemporanea di un tema. Non credo che K si sia posto alcun problema di continuità e sia ricorso alla citazione col preciso intento di stabilire una relazione neanche limitatamente formale, ma il post ci dimostra che le possibilità interpretative sono, come le vie del Signore, infinite.
    E un dubbio rimane, mi chiedo spesso se Palladio o Longhena siano state archistar ante litteram, come l’avranno prese i loro contemporanei le invenzioni tipologiche dell’uno e le rotture stilistiche dell’altro, che in una città di facciate piatte e leggeri merletti policromi cala il suo pesante barocco bianco.
    Non c’è il rischio che, dato che le analisi minuziosamente didascaliche o strettamente storiografiche sono fattibili, e devono esserlo, a posteriori, oggi si attribuiscano al passato intenzioni e motivazioni che in realtà non c’erano o erano solo latenti o addirittura si sono consolidate a posteriori, per uno dei tanti casi in cui è l’architettura a connotare un luogo e non viceversa?
    Forse il post , mettendo in evidenza i paradossi derivati dalla lettura del passato e del presente nella stessa chiave, vuole insinuare il dubbio sulle certezze della storia che, per la maggior parte, è fatta dagli storici che la scrivono e dirci che l’esagerazione iconica nella comunicazione visiva non è affare solo di oggi?

  14. Alberto Giampaoli scrive:

    A volte leggiamo la storia dell’architettura come un continuo ripetersi, senza strappi, che invece vi sono stati (molto spesso con scandalo contemporaneo): avanguardia, scuola, accademia; avanguardia, scuola, accademia ..(…a volte si è avanti di 100 anni, altre volte … un po’ meno).
    Archistar si o no? Oggi ci sono in tutto il mondo, architetture contemporanee corrispondenti alle esigenze, ai materiali etc. senza tornare all’uso di colonne e capitelli, contemporanei e locali, non progettate da archistar,i quali hanno avuto il massimo della loro fama mediatica intorno all’anno 2000 – una decina di anni fa, ormai.
    Gattapone archistar o no?, chi era Gattapone? Chi ha progettato il Palazzo dei Consoli? Secondo la Treccani:

    “Per ragioni cronologiche è ormai unanime l’attribuzione del palazzo del Popolo o dei Consoli, iniziato attorno al 1322, e precedentemente assegnato a M. dalla storiografia locale, ad Angelo di Orvieto, architetto del palazzo del Popolo di Città di Castello.”
    “MATTEO di Giovannello, detto Gattapone. – Nacque a Gubbio verso il 1310 (Belardi) o 1320 (Gurrieri), da Giovannello di Maffeo soprannominato Gattapone, fabbro e presunto usuraio. Ebbe due figli, Giovanni e Giacomo.
    L’attività di M. nella città natia è documentata a partire dal 1341 in relazione alla nomina di consiliarius per il quartiere di S. Pietro. Soltanto nel 1349 M. risulta impegnato come mensurator e geometra in un’impresa edilizia: il cantiere del palazzo del Podestà.”

    MATTEO di Giovannello, detto Gattapone
    Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 72 (2008) Treccani.it
    di Simona Ciranna
    MATTEO di Giovannello, detto Gattapone. – Nacque a Gubbio verso il 1310 (Belardi) o 1320 (Gurrieri), da Giovannello di Maffeo soprannominato Gattapone, fabbro e presunto usuraio. Ebbe due figli, Giovanni e Giacomo.
    L’attività di M. nella città natia è documentata a partire dal 1341 in relazione alla nomina di consiliarius per il quartiere di S. Pietro. Soltanto nel 1349 M. risulta impegnato come mensurator e geometra in un’impresa edilizia: il cantiere del palazzo del Podestà.
    Per ragioni cronologiche è ormai unanime l’attribuzione del palazzo del Popolo o dei Consoli, iniziato attorno al 1322, e precedentemente assegnato a M. dalla storiografia locale, ad Angelo di Orvieto, architetto del palazzo del Popolo di Città di Castello.
    Il ruolo di M. nell’esecuzione del palazzo del Podestà è ancora dibattuto.
    La questione nasce dall’interpretazione della qualifica «geometra», corrispondente per taluni a un tecnico esperto estraneo al cantiere (Gurrieri), per altri a colui che lo diresse (Serra Desfilis, 1992) con capacità di architetto pratico nella geometria (Belardi). Resta quindi dubbio se ad Angelo da Orvieto vada riconosciuto il progetto generale dello spazio pubblico del governo comunale di Gubbio inclusa la variante nel palazzo del Podestà, strutturalmente distinta dalle tre sale sovrapposte coperte da quattro crociere acute convergenti su un pilastro centrale ottagono (Fiore), o se in quest’ultima sia da riconoscere anche l’intervento di M. (Belardi).
    A partire dal 1362 il nome di M. si lega a quello del cardinale Egidio Albornoz, dal 1353 legato pontificio in Italia con l’incarico di riorganizzare i domini della Chiesa: un mandato, eseguito anche attraverso un’intensa attività nell’edilizia militare. Il 2 apr. 1362 il cardinale nominò M. ufficiale e soprastante della rocca di Spoleto (Filippini, 1922-23), forse iniziata nel 1358 (Benveduti): la stessa carica, già rivestita nel 1356 nella costruzione di un non identificato fortilizio presso Montefalco (Nessi, 1992). L’assenza, nella pur ricca documentazione, dell’esplicita qualifica di magister della costruzione del cassaro spoletino, ha fatto identificare M. anche come unico responsabile economico (Nessi, 1983). La convergenza di più incarichi nelle sue mani gli assicurò fino al 1370 una posizione preminente nella direzione del cantiere.
    Le grandi responsabilità affidate da Albornoz a M. devono essere lette come un riconoscimento delle sue capacità tecniche e imprenditoriali. Un abile esecutore di un progetto elaborato forse da altri, secondo precise direttive maturate nell’ambito della corte papale di Avignone e scelte tipologiche e linguistiche mediate dall’aggiornata cultura palazziale e fortificatoria spagnola del committente (Kerscher). La rocca occupa l’intera collina di S. Elia e domina la città con la regolare geometria di un rettangolo scandito da sei torri, quattro angolari e due centrali. Queste ultime segnano la divisione dello spazio interno, articolato attorno ai cortili degli armigeri e d’onore e diversificato per funzioni, difensiva e residenziale. Una tipologia, di cui sono stati individuati precedenti nel castello federiciano di Lagopesole (De Angelis d’Ossat), nel palazzo di Avignone e nelle fortezze conosciute da Albornoz, come quelle di Perpignan e di Almudaina e Bellver a Palma di Maiorca (Kerscher) e, ancora, nella distrutta rocca di S. Cataldo ad Ancona costruita tra il 1355 e il 1359 sempre per il cardinale spagnolo (Serra Desfilis, 1999).
    Il ruolo di M. come progettista sembra meglio delinearsi nella realizzazione del collegio di Spagna a Bologna, fondato da Albornoz per disposizione testamentaria. A M. fu affidata la supervisione dell’0pera; nei pagamenti emessi tra il 1365 e il 1367 a suo favore, egli oltre a essere ricordato come «soprastante» è nominato anche in qualità di «magister, factor» e di «ingegnerius» (Serra Desfilis, 1992). Queste funzioni prevedevano, probabilmente, anche la verifica del lavoro condotto dai maestri bolognesi Andrea di Pietro, Giovanni di Francesco di Montechiari, Mino di Panfilo e Zanone di Tura, firmatari della convenzione del 5 apr. 1365, in cui si impegnavano a consegnare l’opera entro il giorno di Ognissanti del 1366 e dove M. compare solo come testimone (Filippini, 1922-23).
    Le funzioni di collegio e di sede ufficiale e privata del legato Albornoz si distribuiscono nei quattro corpi rettangolari dell’edificio, i quali si dispongono su due piani attorno a un cortile ad arcate superposte, a sesto ribassato, su pilastri ottagoni in laterizio e capitelli in pietra. Un impianto, che, oltre a divenire modello nell’ambito della successiva architettura universitaria (Kiene), rivela, nella chiarezza geometrica e nelle soluzioni architettoniche del cortile, precise analogie con la rocca spoletina, in costruzione negli stessi anni e proprio sotto la guida di Matteo.
    Nella costruzione della fortezza di porta Sole a Perugia, iniziata nell’aprile del 1372 (Duprè-Theseider), M. compare nel 1374 impegnato a esigere il concorso economico del Comune di Assisi all’edificazione della fabbrica (Abate).
    La fortezza, distrutta nel 1376 dalla cittadinanza, quale simbolo dell’oppressione papale, era composta di tre elementi: il nucleo centrale sul monte di Porta Sole e due casseri disposti uno alla porta di S. Antonio, l’altro a quella di S. Matteo nel rione di Porta S. Angelo (Grohmann). Le imponenti costruzioni di questa fortezza, riconducibili a quelle del palazzo dei Consoli di Gubbio, hanno indotto ad attribuire a M., sulla base di sommarie analogie stilistico-costruttive e per il legame con Albornoz, la realizzazione del ponte delle Torri a Spoleto e quella dell’infermeria nuova del sacro convento di Assisi (1337-77), nonché le numerose rocche commissionate dal cardinale nell’Italia centrale. Conferme documentarie si hanno soltanto sull’incarico di M., ancora come soprastante, nel completamento e nella decorazione della cappella di S. Caterina nella basilica inferiore di Assisi, destinata a ospitare temporaneamente la tomba del cardinale. Un’attività per la quale egli venne retribuito con 500 fiorini il 18 dic. 1367 (Filippini, 1922-23).
    Il 4 febbr. 1371 il Comune di Spoleto ordinò un pagamento a favore di M. e di Giovanni da Arezzo definendoli ufficiali del castello di Campello (Nessi, 1983), forse il borghetto fortificato di San Giacomo posto a circa 5 km da Spoleto (Dal Mas, 1992).
    Nessuna testimonianza certa, ma solo labili e piuttosto diffusi elementi linguistici sono alla base dell’attribuzione a M. del chiostro di S. Giuliana a Perugia (Muñoz).
    M. morì forse di peste nel 1383, anno in cui gli vengono riferiti gli ultimi incarichi (Benveduti).
    Fonti e Bibl.: G. Mazzantini, Documenti per la storia delle arti a Gubbio, in Arch. stor. per le Marche e per l’Umbria, III (1886-87), pp. 9-12; Id., I palazzi del Gonfaloniere, dei Consoli e del Podestà in Gubbio, ibid., IV (1888), pp. 5-16, 33, 37, 48; F. Filippini, Il cardinale Albornoz e la costruzione dell’infermeria nuova nel convento di S. Francesco in Assisi, in Rass. d’arte umbra, I (1910), 2, pp. 61 s.; F. Filippini, Andrea da Bologna miniatore e pittore del secolo XIV, in Boll. d’arte, V (1911), 2, p. 50; R. Schulze, Gubbio und seine mittelalterliche Bauten, Berlin 1915, pp. 25 s.; F. Filippini, M. Gattaponi da Gubbio architetto del collegio di Spagna in Bologna, in Boll. d’arte, s. 2, II (1922-23), 1, pp. 77-93; A. Muñoz, M. Gattaponi da Gubbio e il chiostro di S. Giuliana in Perugia, ibid., 2, pp. 295-300; E. Duprè-Theseider, La rivolta di Perugia nel 1375 contro l’abate di Monmaggiore ed i suoi precedenti politici, in Boll. della R. Deputazione di storia patria per l’Umbria, XXXV (1938), pp. 95-98; A. Bertini Calosso, M. Gattaponi, Fieravante Fieravanti e i primordi dell’architettura del Rinascimento in Umbria, in Atti del II Convegno nazionale di storia dell’architettura, Assisi… 1937, Roma 1939, pp. 77-84; G. Abate, Rapporti di M. Gattaponi con Assisi per la costruzione della fortezza di Porta Sole a Perugia, in Boll. della R. Deputazione di storia patria per l’Umbria, XXXVIII (1941), pp. 185-189; O. Gurrieri, Angelo da Orvieto, M. di G. Gattapone e i palazzi pubblici di Gubbio e di Città di Castello, Perugia 1959; B.M. Marti, The Spanish College at Bologna in the fourteenth century, Philadelphia 1966, pp. 20 s.; P. Benveduti, M. di Gattapone, in Ist. tecnico commerciale «Gattapone» di Gubbio. Annuario (1961-1971), Tolentino 1971, pp. 61-73, 213-250; A. Grohmann, Perugia, Roma-Bari 1981, pp. 67-72; G. De Angelis d’Ossat, L’architettura della rocca: qualificazioni, significati e problemi, in La rocca di Spoleto. Studi per la storia e la rinascita, Spoleto 1983, pp. 33-79; M. Dal Mas, Contributo alla conoscenza dell’architetto M. (di G.) Gattaponi da Gubbio, in Boll. del Centro di studi per la storia dell’architettura, 1983, n. 30, pp. 33-41; S. Nessi, M. Gattapone è stato mai architetto?, in Atti del IX Congresso internazionale di studi sull’alto Medioevo… 1982, II, Spoleto 1983, pp. 955-975; M. Kiene, L’architettura del collegio di Spagna a Bologna: organizzazione dello spazio e influssi sull’edilizia universitaria europea, in Il Carrobbio, IX (1983), pp. 233-242; G. Kerscher, Palazzi «prerinascimentali»: la «rocca» di Spoleto e il collegio di Spagna a Bologna. Architettura del cardinale Aegidius Albornoz, in Annali di architettura, 1991, n. 3, pp. 14-25; S. Nessi, Nuovi documenti sulle arti a Spoleto. Architettura e scultura tra romanico e barocco, Spoleto 1992, pp. 81-88; F. Paolo Fiore, Il complesso trecentesco della piazza e dei palazzi pubblici di Gubbio, in Quaderni dell’Ist. di storia dell’architettura, n.s., 1992, nn. 15-20, pp. 195-210; M. Dal Mas, M. Gattaponi architetto, ibid., pp. 217-232; A. Serra Desfilis, M. Gattapone, arquitecto del Colegio de España, Bologna 1992; M.E. Savi, in Enc. dell’arte medievale, VI, Roma 1995, pp. 477-480; A. Serra Desfilis, La rocca di Spoleto: M. Gattapone, il cardinale Albornoz e il palazzo fortificato nell’Italia del Trecento, in Castellum, XLI (1999), pp. 19-28; M. Belardi, Il palazzo dei Consoli a Gubbio e il centro urbano trecentesco, Ponte San Giovanni 2001, pp. 41-75, 101-113; U. Thieme – F. Becker, Künstlerlexikon, XIII, pp. 246 s. (s.v. Gattapone); Allgemeines Künstlerlexikon (SAUR), L, pp. 121 s. (s.v. Gattapone). S. Ciranna

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    ANGELO da Orvieto
    Enciclopedia dell’ Arte Medievale (1991)
    di M. E. Savi
    ANGELO da Orvieto. Architetto attivo in Umbria nella prima metà del sec. 14°, citato per la prima volta in un documento che ne testimonia la presenza a Perugia nel 1317 (Rossi, 1873) (..)
    L’altra opera legata al suo nome è il palazzo dei Consoli di Gubbio, la cui costruzione fu decisa nel 1321. Nel 1332 iniziarono i lavori e nel 1336 venne affissa sopra il portale l’iscrizione con il nome di Angelo (Mazzatinti, 1888). La storiografia locale (Lucarelli, 1888; Giovagnoli, 1932) aveva attribuito la costruzione del palazzo dei Consoli a Matteo di Giovannello, cosa che è tuttavia da escludere in base all’analisi dei documenti condotta da Mazzatinti (1888; 1901). I dubbi relativi all’ideazione del complesso eugubino da parte dell’A. architetto a Città di Castello erano dovuti in parte a mero campanilismo, in parte invece alla constatazione che il palazzo dei Consoli è stilisticamente molto diverso dal palazzo comunale di Città di Castello. Quest’ultimo, in arenaria, è a due piani e forse non fu mai portato a termine; ha un rivestimento in bugne, le aperture sono a sesto acuto; le bifore, trilobate, hanno nello spazio di risulta un quadrilobo e, intorno all’arco che le inquadra, conci posti a raggiera. L’aspetto è molto simile a quello di edifici toscani pressoché contemporanei, quali il palazzo dei Priori di Firenze, anche se l’assenza di coronamento dà all’edificio tifernate un aspetto più dimesso.Più imponente è il palazzo dei Consoli di Gubbio, vicino, per impostazione, all’architettura orvietana (Toesca, 1951). Il progetto era anche molto più elaborato di quello di Città di Castello, in quanto prevedeva lavori di sostegno all’intero complesso del quale fa parte anche la piazza e l’antistante palazzo del Podestà o Pretorio, poi non portato a termine. Nel palazzo dei Consoli, in pietra calcarea, venne utilizzato l’arco a pieno centro nel portale e nelle finestre, sormontate da un’elegante cornice continua, ripresa dal palazzo orvietano del Capitano del Popolo. All’interno prevale la volta a botte, mentre nel palazzo comunale di Città di Castello si hanno volte a crociera costolonate. Il compito di movimentare la superficie muraria nel palazzo eugubino non è affidato al taglio della pietra, come accade nel palazzo tifernate, ma a contrafforti notevolmente aggettanti e alla soluzione scenografica del portale sopraelevato, al quale si accede tramite una scalinata (soluzione questa che può ricordare quella della scala esterna del palazzo del Capitano del Popolo di Orvieto). Bibl.: M. Guardabassi, Indice-guida dei monumenti pagani e cristiani riguardanti l’istoria e l’arte esistenti nella provincia dell’Umbria, Perugia 1872, pp. 57-58, 105-106; A. Rossi, Lorenzo e Ambrogio Maitani al servizio del Comune di Perugia, Giornale di erudizione artistica 2, 1873, pp. 57-72; G. Mazzatinti, I Palazzi del Gonfaloniere, dei Consoli e del Podestà in Gubbio, Archivio storico per le Marche e per l’Umbria 4, 1888, pp. 5-48; O. Lucarelli, Memorie e Guida storica di Gubbio, Città di Castello 1888, pp. 434-485; G. Magherini Graziani, L’arte a Città di Castello, Città di Castello 1897, p. 65 ss; G. Mazzatinti, L’architetto del palazzo de’ Consoli in Gubbio, RassA 1, 1901, pp. 187-188; C. Selvelli, Per la cronaca dei restauri nel Palazzo dei Consoli di Gubbio, Le Marche illustrate nella storia, nelle lettere, nelle arti 2, 1902, pp. 210-213; id., Monumenti eugubini, ivi, pp. 332-336: 332-334; G. Sacconi, Relazione dell’Ufficio regionale per la conservazione dei monumenti delle Marche e dell’Umbria, Perugia 1903, pp. 126-130; A. Colasanti, Gubbio, Bergamo 1905, p. 80 ss.; A. Bellucci, s.v. Angelo da Orvieto, in Thieme-Becker, I, 1907, pp. 510-511; A. Briganti, M. Magnini, Perugia, Gubbio, Todi. Guida storico-artistica, Perugia 1910, pp. 266-281; P. Cenci, Le iscrizioni medioevali e della Rinascenza di Gubbio e del suo territorio, Bollettino della R. Deputazione di Storia patria per l’Umbria 20, 1914, pp. 3-92; R. Schulze, Gubbio und seine mittelalterlichen Bauten, Berlin 1915, pp. 25-41; A. Muñoz, Matteo Gattaponi da Gubbio e il chiostro di S. Giuliana in Perugia, BArte, s. II, 2, 1922-1923, pp. 295-300; E. Giovagnoli, Gubbio nella storia e nell’arte, Città di Castello 1932, pp. 195-203; Toesca, Trecento, 1951, p. 64 ss.; M. C. Faina, I palazzi comunali umbri, Milano 1957, pp. 57-61; O. Guerrieri, Angelo da Orvieto, Matteo Gattapone e i palazzi pubblici di Gubbio e di Città di Castello, Perugia 1959; C. Rosini, Città di Castello. Guida estetica della città, dei dintorni e luoghi vicini, Città di Castello 1961, pp. 62-63; Palazzi dei Consoli e Pretorio di Gubbio, Architettura 14, 1968, pp. 332-340; S. Nessi, Matteo Gattapone è stato mai architetto?, “Atti del IX Congresso internazionale di studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1982”, Spoleto 1983, II, pp. 955-975.M. E. Savi

  15. Antonio Marco Alcaro scrive:

    caro ettore maria mazzola
    definire l’articolo assurdo, in malafede e una cialtronata è un tuo giudizio e ribadisco tuo, non puoi pensare di imporre le tue idee o ideologie agli altri, sono tutti adulti e vaccinati per capire il significato di questo post e per condividerlo o meno. E’ inutile voler dimostrare che Gubbio non ha niente a che fare con la casa della musica di Porto, perché ognuno vede le somiglianze e assonanze che vuole, non vederle è un limite tuo e di tutti coloro che hanno la tua visione “talebana” dell’architettura.
    Gli studenti di architettura, se vogliono imparare qualcosa, devono andare sia a Gubbio che a Porto a vedere la casa della musica, come vedi io ho una visione costruttiva che aggiunge e non distruttiva che sottrae.
    Viva l’Architettura quella di oggi e quella di ieri.

  16. Alberto Giampaoli, ma non ha alcuna importanza chi abbia progettato il Palazzo dei Consoli, anche perchè difficilmente esiste un unico “progettista”! Probabilmente è opera collettiva cui il capomastro avrà dato il suo apporto principale di esperienza, conoscenza delle regole, dei materiali. Basta leggere la storia della costruzione della cupola del Brunelleschi per comprendere che sì, Brunelleschi ne è l’autore, colui che l’ha progettata, ne ha vinto il concorso con il modello, da orologiaio esperto di meccanica ne ha progettato addirittura le macchine per il sollevamento (ti immagini in cosa possa essere paragonato ad un architetto di oggi e anche di ieri!), ha studiato in corso d’opera come risolvere molti problemi costruttivi, che sono anche problemi architettonici, ma ha avuto l’apporto determinante di mastri di ogni genere.
    Conoscere l’autore delle opere, almeno il principale, è certamente importante, per la storiografia soprattutto, ma per gli architetti è una vera maniacale ossessione. E’ l’opera che conta, non il cognome che c’è dietro. Certo, nel caso di Porto in effetti conta solo il cognome, perchè l’opera senza quel cognome vale davvero ben poco.

    Antonio Marco Alcaro, ognuno può vedere le assonanze che vuole, però un architetto deve vedere quello che c’è in un’opera, non quello che pare a lui. Potrà non piacergli un’opera, ma è tutto un altro discorso. Se non la vede e peggio non la vuol vedere mi sa che è meglio cambi mestiere.
    Se proprio devo fare una evvivata, direi, Viva l’architettura buona. Lo direbbe anche Catalano questo. Già, ma voi siete troppo giovani per conoscere Catalano.
    Ciao
    Pietro

  17. ettore maria mazzola scrive:

    Caro Antonio Marco Alcaro,
    non si tratta di essere talebani (altra definizione cialtrona e fuori luogo), bensì di comprendere il fatto che questo genere di ironia, e in particolar modo questo paragone, risulti totalmente fuori luogo, specie su di un blog che affermi di amare l’architettura.
    Certi articoli non fanno affatto bene all’amore per l’architettura, semmai istigano a pensare che le cose strane possano esser fatte e, se non vengono comprese dai contemporanei, è solo a causa della loro ignoranza sull’architettura, perché il tempo dimostrerà la validità dell’opera … atteggiamento questo particolarmente arrogante e presuntuoso, ovvero quello che porta la gente comune a non amare affatto l’architettura contemporanea, e ad essere perennemente sospettosa e sul piede di guerra quando vede che si sta per costruire qualcosa di nuovo!
    Se si vuole andare a visitare l’edificio di Porto, non c’è nulla di male, se però si pretende di poter fare un parallelo assurdo, possibile solo nella mente distorta di un architetto ideologicamente schierato, allora la cosa diviene ben differente.
    Quanto alle preziose citazioni enciclopediche di Alberto Giampaoli relativamente all’attribuzione della progettazione dell’edificio, è indubbio che esista la diatriba ma, paternità o meno del progetto al Gattapone, come giustamente dice Pietro, qui non si discute dell’architetto, ma l’opera e il suo impatto sulla città, e quindi del presunto rifiuto della stessa da parte del popolo, perché realizzata in spregio al carattere locale ed alla “volontà comune” … come semmai può dirsi nel caso di Koolhaas

  18. vilma torselli scrive:

    “un architetto deve vedere quello che c’è in un’opera, non quello che pare a lui ……”, Pietro, l’errore di base, il padre di tutti gli errori è proprio questo, perché ognuno di noi, e non solo in architettura, vede inevitabilmente “quello che pare a lui”, credo che siate rimasti solo tu e Mazzola convinti del contrario.
    La lunga e dettagliata cronistoria di Giampaoli vale quella di Mazzola e forse, ipotizzo, è anche una ironica presa in giro dello stesso Mazzola. Il commento del quale mi ha lasciata allibita, tanto che nel mio commento precedente ponevo due domande che volevano essere un sollecito all’autore del post a chiarire, per chi non l’avesse capito e anche se era molto difficile non capirlo, lo spirito del racconto, ma mi pare che il dibattito dia tutte le risposte.

  19. ettore maria mazzola scrive:

    Vilma,
    coloro i quali vivono nell’ideologia non sono in grado di essere onesti con se stessi … figuriamoci con gli altri, così preferiscono manipolare la realtà dei fatti a loro piacimento.
    Solo coloro i quali credono di avere il verbo nelle loro mani e la “colta” capacità di leggere ciò che gli altri (ignoranti come me e Pietro) non comprendono, possono apprezzare determinate cose, specie quando la loro incapacità di produrre qualcosa di valido e rispettoso del bene comune gli faccia preferire di considerare quella cosa errata.
    Peccato che la stragrande maggioranza degli abitanti di questo pianeta non sia costituita da architetti, né tantomeno da “critici”, sicché quella che a te appare una minoranza (limitata a me e Pietro) risulta essere la stragrande maggioranza degli esseri umani … a meno che per te la maggioranza non si misuri solo in base ai frequentatori di un blog di architettura che, come tale, ha una imbarazzante prevalenza di architetti ideologicamente schierati.
    Sembra una versione aggiornata del mito della caverna.

  20. vilma torselli scrive:

    Credo che abbiamo perso di vista il nocciolo della discussione, che, almeno all’inizio, verteva sulla reale o presunta ironia del post. Io l’ho letto dal principio alla fine in chiave ironica e dato che lo scritto è, come dire, bivalente e si può leggere invertendo le due parti senza che il suo significato cambi, l’ironia viene equamente divisa tra i due progetti in un parallelo che potrebbe aprire molte tematiche trasversali sulle quali confrontarci.
    Per chiarire ogni equivoco voglio aggiungere che, quando parlo o scrivo, esprimo “quello che pare a me”, avendo difficoltà ad entrare nella testa di altri né volendolo fare, così come presumo che ognuno esprima “ciò che pare a lui”, è per questo che, come si dice, ognuno ha il parere suo.
    La varietà di pareri ci permette di discutere, se fossimo tutti d’accordo questo blog non avrebbe commenti né frequentatori-architetti che, come a tutti è noto, non costituiscono la maggioranza del genere umano, su questo sono ciecamente d’accordo.
    Personalmente preferisco un approccio ‘critico’ alle discussioni piuttosto che nozionistico, perché il mondo è pieno di enciclopedie e libri di storia e ognuno può informarsi da sé, mentre per discutere costruttivamente bisogna avere idee, ovviamente soggettive, magari opinabili, controverse, confutabili, alle quali si contrappongano altre idee, ciascuno mettendoci le proprie.

    Devo dire che in un certo senso, seppure molto lato, il mito della caverna adombra un po’ questi due tipi di approccio, l’uno volto alla conoscenza ‘intellettiva’ e l’altro a quella ‘sensibile’, anche se non credo che venga citato con questo proposito, ma confesso la mia ruggine sulle reminiscenze liceali e non vado oltre.

  21. Vilma, non è come dici te. L’urbanistica ha regole, l’architettura ha regole anche se può sembrare strano o può non piacere. E infatti non piace, dato che ognuno fa quello che gli pare. E’ un po’ come in Prova d’orchestra di Fellini in cui ogni musicista va per la sua strada e suona ciò che vuole, invece che seguire spartito e maestro. Questo è lo stato attuale dell’architettura.
    Io ad esempio, non conosco Gubbio, ci sono stato molti anni fa e quasi di passaggio ma, sollecitato dal post, ho guardato le piante, le foto dal basso, dall’alto, e pur non essendo urbanista, mi sono avvicinato abbastanza alla lettura corretta di quel tessuto. Sono bravo? Sono un mago? No, ho studiato qualche regola ed Ettore, che invece conosce bene Gubbio, mi ha confermato anche con la storia e la permanenza nei secoli del carattere dei luoghi, che mi ci sono avvicinato parecchio. Non sono regole iniziatiche o segrete, non siamo nell’esoterismo, sono libri in vendita, peccato che pochissimi all’Università le insegnino, nonostante siano regole studiate e approfondite proprio in ambito universitario. Non lo fanno perchè è difficile e non remunerativo in termini di successo accademico, cioè pochi studenti. E perchè pochi studenti: perchè bisogna studiare. Caspita, anche ad Architettura si potrebbe correre il rischio di studiare, non sia mai. Troppo più facile stimolare, sollecitare, solleticare l’idea che uno possa essere creativo, tanto poi chi ti controlla i risultati. Mi verrebbe da chiamarlo, se non fosse un’offesa per la grande pedagoga, un’architettura insegnata con metodo montessoriano, solo che è applicato a bambini un po’ cresciuti.
    Detto questo, uno può pure vederci quello che gli pare in ogni cosa, la libertà c’è anche per gli architetti, ma per fortuna che i medici seguono le regole per curarci, altrimenti ancora saremmo affidati agli stregoni e alla fortuna.
    Saluti
    Pietro

  22. Antonio Marco Alcaro scrive:

    caro Pietro
    è proprio il tuo esempio a dimostrarti che ti stai sbagliando, in medicina le regole di oggi sono molto diverse da quelle di ieri perché il mondo e la ricerca vanno avanti, allo stesso modo le regole dell’architettura cambiano si evolvono a meno che tu non voglia un mondo fermo “ibernato”.
    Buon ferragosto.

  23. candido scrive:

    la critica militante non è un’invenzione di oggi. E’ forse stato uno dei problemi dell’Italia in tempi passati. La faziosità di una tesi è il limite di questo approccio che certamente risponde a logiche ideologiche, come qualcuno dice.
    Un tale metodo non solo richiede capacità da parte di chi espone ma anche grande capacità di “lettura”, di filtro, da parte di chi ascolta (sia essa una lezione, un articolo, uno scritto…).

    Detto ciò però quando si parla di cultura, di idee, affrontare l’argomento, qualunque esso sia, con i termini cialtrone, assurdità, malafede e via dicendo, non giova a nessuno.
    Si può condividerlo o no ma tutti, dico tutti, devono poter esprimere le loro idee e forse generare il dubbio negli interlocutori. Esercizio fondamentale, specialmente per quelli con la nostra formazione.

    Anche affrontando altri argomenti, ho cercato di chiarire questo approccio ma spesso sono stato tacciato di …, problemi di chi lo afferma!

    Condivido, e quando accade mi preoccupo sempre, la posizione di Don Alcaro della Mancia (oddio, cosa mi stà accadendo!?!?), anche se lui, come suo solito, usa a sua volta altri termini sbagliati. Dare anche del talebano non mi sembra una buona maniera per cominciare un ragionamento, ma conosciamo il nostro, la sua superiore ogettività.
    E’ possibile che anche un argomento “neutrale” come Gubbio debba sempre avere le fazioni? Che noia. Godiamoci invece un interessante articolo e poi, se proprio non ci piace, se non condividiamo la sua tesi, avremo la cortesia di dirlo usando i toni appropriati ad una rilfessione che comunque, essendo tale, merita rispetto.

    Affrontare le cose in modo “diverso”, questo sì, è una caratteristica nostra che dovremmo tutti coltivare, senza se e senza ma (come diceva qualcuno) e, come sostiene il Don, “Gli studenti di architettura, se vogliono imparare qualcosa, devono andare sia a Gubbio che a Porto a vedere la casa della musica”, Giusto!

    lo spaventato candido

  24. massimo d scrive:

    anch’io trovo il post decisamente fuori luogo, forse perchè trattato con eccessiva superficialità.
    non mi piace koolhaas e la sua algida teoria architettonica, ma questo edificio mi pare stranamente affascinante.
    un saluto a tutti

  25. Qfwfq scrive:

    torno ora dalla vacanze (anche le entità astratte si riposano a volte….)
    cercherò di leggere con calma i comenti
    cercherò di rispondere
    cercherò di mantenere salda la linea dello scherzo
    della furbizia ironica che cerca di proteggere una idea con lo scudo (un po’ vigliacco) del sarcasmo.
    amo Gubbio
    ma amo allo stesso modo le visioni astratte di Koolhaas
    non riesco a trovare contraddizione tra antico e moderno, come mai ce ne è stata
    è un mio limite

  26. Caro Qfwfq, tu hai il diritto di amare tutto quello che vuoi, nessuno te lo vuole contestare, ma se scrivi del palazzo dei consoli a Gubbio:
    “una massa bianca, un cubo astratto calato dall’alto, noncurante della trama urbana che lo circonda”
    scrivi una sciocchezza. E in questa frase non c’è ironia che tenga, c’è un errore e basta.
    Io ho provato a dimostrarlo con due post argomentati, altri mi hanno contestato senza argomenti. Aspetto i tuoi.
    Ciao
    Pietro

  27. vilma torselli scrive:

    Pietro, dimmi che stai scherzando

  28. candido scrive:

    Errori, errori. Beati quelli che vivono di certezze, che credono che esista in solo punto di vista, il loro, e che quando non rispondi loro ti valutano con aria superficiale credendo che tu non abbia argomenti da contrapporre ai loro. Anche perché se tenti di dire cose diverse ti tacciono di ignoranza.
    L’errore può essere vitale, l’evoluzione sembra che spesso sia frutto di casuali errori che mutano il corso delle cose. W l’errore.
    La storia è fatta di errori che poi si sono rilevati argomenti interessanti. Nel campo dell’Arte,poi, dove il fattore interpretativo e soggettivo è rilevante abbiamo assistito a tesi, contro-tesi, a corsi e ricorsi. L’unica cosa che sempre manca è l’umiltà e il sano dubbio (ricordate Cartesio?!) che dovrebbe accompagnare tutti noi quando affrontiamo argomenti diversi dalla matematica (sembrerebbe una delle poche certezze insieme alla morte).
    Il cartesiano candido

  29. robert maddalena scrive:

    anch’io, come vilma, mi sono chiesto se il palladio fosse un archistar antelitteram. mi sono dato una risposta positiva. basilica: una teca astratta (rispetto ai canoni dell’epoca), modernissima, pochissimo rispettosa dell’edificio che ingloba, calata dall’alto come un’astronave bianca su una piccola città coperta di affreschi colorati. che dire… meier a roma in confronto è un lettore sensibile e delicato del contesto.
    i 4 libri dell’architettura: se li auto-pubblica e mescola i propri edifici con quegli degli antichi. no… dico… se non è egocentrismo e iper-stima di se stesso…
    non contento di auto-promuoversi “photoshoppa” i propri progetti: la basilica è inclinata nella realtà? la raddrizziamo; ci manca i tre scalini? ecchecavolo… ce li metto nel libro… chi vuoi che si accorga… (nel secolo scorso i gradini ce li hanno messi, adesso la teca “modernista” ha il suo piedistallo, era meglio prima, la continuità piazza porticato era assicurata).

    una cosa differenzia palladio dagli archistar e anche da noi… la tecnica: è la stessa (più o meno) dei suoi predecessori. noi, così come le archistar, usiamo tecniche diverse e iper-potenti rispetto ai nostri avi. è questo il principale dei motivi che fa saltare regole, grammatiche, sintassi e rende difficile la sedimentazione del contemporaneo rendendolo spesso effimero nel tempo (così come la città compatta e continua è saltata con l’avvento della tecnica auto). sedimentazione che invece avviene nel pre-moderno rendendo normale e ordinaria una situazione che all’epoca dovette senz’altro apparire agi occhi dell’abitante se non stridente comunque innovativa e fuori luogo.
    comunque è una questione di scelta, si può optare per l’architettura secolare oppure decennale. ma, se si opta per la prima vanno cambiate le tecniche. ciò non toglie che l’uso di tecniche tradizionali non significa automaticamente uso di linguaggi del passato, un’architettura può essere contemporanea e denunciare la propria diversità rispetto al passato anche con tecniche tradizionali.

    robert

  30. No Vilma, non sto scherzando affatto. Che il post sia ironico e provocatorio sono stato il primo a scriverlo sia qui che nel mio primo post. E ho anche scritto che è stimolante. Ma ironia, provocazione e stimolo non vuole dire travisare la realtà, vuole dire esasperare certi caratteri, farne una parodia ma cogliendone l’essenza, non inventandosene un’altra.
    Ti faccio un estratto di alcuni commenti che la dicono lunga su come sia stato interpretato il post:
    “E’ inutile voler dimostrare che Gubbio non ha niente a che fare con la casa della musica di Porto, perché ognuno vede le somiglianze e assonanze che vuole”.
    E io non nego mica il diritto di farlo, però se uno mi dice che la torre eiffel è troppo bassa, beh io gli faccio notare che è una stupidaggine.
    “Io ci sono stato a Porto e vi posso assicurare che la relazione con il tessuto viario e non solo, esiste, non la si può percepire certo da una foto aerea, l’architettura è fatta di volumi, di pieni, di vuoti, di luce, di materiali, di trasparenze, di aria, di emozioni, di tutto di più”.
    Che dire quando lo stesso Koolhaas scrive di essersene fregato della rotonda?
    Io continuo ad aspettare, se mai verrà e se non viene campo lo stesso, una contestazione sul merito. Per adesso mi è arrivato solo il mio “odio atavico” per gli archistar. Si dà il caso che a me del progetto di Koolhaas non importi un bel niente, e nei miei due post gli ho dato spazio marginale. Quello appartiene al genere di progetti che sono come i soprammobili, possono piacere o non piacere perchè sono oggetti; è l’analisi di Gubbio che contesto in toto e su questa che mi piacerebbe essere contraddetto.
    Ciao
    Pietro

  31. Qfwfq scrive:

    @vilma
    Dare spiegazioni ad un post così smaccatamente surreale è un po’ come voler spiegare una barzelletta: serve a poco.
    Chi non ha riso alla prima battuta non riderà certo dopo.
    Ovviamente la colpa è sempre del comico che non sa raccontare.
    Al contrario se la barzelletta va a segno, sia quando è palesemente scorretta che quando è portatrice di un fondo di verità, qualsiasi ricostruzione filologica, se pur lecita, perde sicuramente un po’ in termini di efficacia.

    Il confronto è tra i racconti avventurosi (spavaldi, cialtroni e pieni di errori) di Carlo Magno e dei suoi cavalieri rispetto alle erudite argomentazioni di Agilulfo. Tanto quelle cialtronerie si sostenevano l’un l’altra per la loro fresca convivialità, tanto la granitica competenza enciclopedica del Cavaliere Inesistente era destinata a svanire nel nulla di fronte alla sola ipotesi di un errore.

    Cmq, cara Vilma, il rischio di idealizzazione c’è tutto, compreso quello relativo ai processi urbani e alle società che li hanno prodotti; realtà urbane da cristallizzare in un modello perfetto che appare tale (anche) perché visto con occhi distanti 700 anni, mentre le dinamiche che ne hanno regolato lo sviluppo erano probabilmente molto più sporche di quanto le si voglia oggi rappresentare.
    Oggi molti leggono in quella trama urbana un modello ideale di riferimento. Il che potrebbe essere condivisibile se questo non si trasformasse in qualcosa di sacro ed inviolabile, sul cui rigore filologico non è dato derogare. Un meccanismo dogmaticamente perfetto incapace di ammettere persino lo scherzo. Eppure quella vitalità che tutti ammiriamo era fatta proprio di guerre e speculazioni, di faide tra quartieri e giochi di potere; era fatta soprattutto di sistematica contaminazione culturale, di continuità e di rottura (presenti entrambe spesso contemporaneamente) di regole e di violazioni.

    In fondo mi è andata bene: Salman Rushdie è stato minacciato di morte mentre nel mio caso sono stati prodotti solo 3 articoli.
    Articoli decisamente interessanti, lo dico senza ironia, tutti volti a dimostrare l’incredibile valore architettonico di Gubbio e dei suoi Palazzi, la sua bellezza, il suo essere frutto di una volontà comune, il suo essere inserito nel contesto, la sua eccezionalità storica, la sua originalità dell’assetto urbano, il suo essere l’anello di congiunzione tra la città medioevale e la città moderna, il suo essere parte di un gareggiare tra comuni con le armi dell’urbanistica (sempre con una sua peculiarità locale), il suo essere collocato in un luogo di origini sacre, la sua centrale equidistanza tra i quartieri, ecc.. Non si sono risparmiati i riferimenti analitici più sofisticati, dalla vista satellitare al plastico de “L’Italia in miniatura”; il tutto ha anche originato un testo contro l’egemonia del “parametricismo” sostenuta da Patrick Schumacher.

    Tutto perché non vi sia il benché minimo dubbio, la Casa della Musica e il Palazzo dei Consoli sono due oggetti architettonici profondamente diversi.
    Bene,
    mi avete convinto.

    Non posso quindi non riconoscere le eccezionali qualità urbane del sistema Palazzo dei Consoli-piazza-Palazzo dei Priori il quale doveva indubbiamente apparire ai contemporanei come un’opera straordinariamente innovativa e suscitare l’ammirazione della gente per la sua singolare spettacolarità!

    saluti

  32. vilma torselli scrive:

    “C’è chi vive nel tempo che gli è toccato ignorando che il tempo è reversibile come un nastro di macchina da scrivere. Chi scava nel passato può comprendere che passato e futuro distano appena di un milionesimo di attimo tra loro. “ (Eugenio Montale, Quaderno di quattro anni)

    Pietro, credo che la chiave di lettura del post ce la consegni lo stesso autore quando dice “non riesco a trovare contraddizione tra antico e moderno, come mai ce ne è stata”.
    Ed infatti il commento al palazzo di Gubbio è quello che farebbe un commentatore di oggi, basterebbe sostituire ‘palazzo di Gubbio’ con ‘palazzo di Porto’ e il gioco sarebbe fatto. Lo scarto temporale è l’artificio sul quale si basa il racconto, collocato in una sorta di “castello dei destini incrociati”, metafora del gioco di specchi che lega passato e presente, cronotopo rubato alla letteratura per legare secondo una linea di senso connotati spaziali e temporali, per spiazzare il lettore, per obbligare ad una riflessione sul rapporto spazio/tempo, o anche antico/moderno, passato/presente, reale/immaginario …….
    Il discorso sull’architettura viene dopo (e di conseguenza).

  33. Christian Rocchi scrive:

    Ehehehehehrhreh e continuerei ancora, ma mi rendo conto che potrei annoiare 🙂

    Molto divertente il post. Noiosamente accademico e specioso il dibattito scaturito, ma comprensibile visto che siamo architetti!

    Tutto sommato una considerazione forse ovvia voglio esprimerla:

    Si sono realizzate opere orribili anche in passato. E la conservazione a tutti i costi, per il solo fatto di avere una certa età, è una stupidaggine. Io butterei giù per esempio molti edifici costruiti dai Sangallo a Roma..per far posto a nuovi edifici più contestualizzati..più bramanteschi!

  34. @ Qfwfq

    Aaaahh, era una barzelletta! Avevo intuito qualcosa ma sai, io capisco solo quelle sui carabinieri.
    Ho idea però di non essere il solo.
    Il fatto è che di Calvino non ne possono nascere molti in un secolo.
    Ciao
    Pietro

  35. Antonio Marco Alcaro scrive:

    caro Pietro
    la Torre Eiffel può essere bassa o alta, dipende dai punti di vista, tutto è relativo anche nell’architettura.
    Riguardo alla casa della Musica di Porto il fatto che Koolhaas abbia detto di essersene fregato della rotonda, dimostra che abbia valutato il contesto e che abbia progettato di conseguenza, ascoltare il luogo significa anche capire quando ci sono elementi che vanno presi in considerazione e quando ci sono elementi che vanno ignorati. Come ho già detto io ho visitato il luogo prima e dopo il progetto e, se avessi dovuto fare io il progetto, me ne sarei fregato anche allo stesso modo della rotonda.
    La casa della musica crea una spazialità nuova in un luogo che non aveva molto valore urbano, se non è vero che hai un odio atavico per le archistar, comincia a capire in maniera oggettiva quando un progetto è un soprammobile che puoi mettere in ogni luogo e quando non lo è.
    La casa di Porto non lo è come la maggior parte dei progetti dei bravi architetti archistar o meno.
    E’ stato un bel dibattito ma l’estate è finita, ora si torna a lavorare o almeno si spera di lavorare.

  36. Qfwfq scrive:

    @pietro
    condivido

    I nomi, nati per omaggio dai padri, sono una condanna per i figli
    mi hanno affibiato uno pseudonimo per un errore di gioventù
    in quella età in cui il delirio di onnipotenza guida ogni scelta

    Ora vivo nell’ansia di un confronto improbabile
    condannato ad eccellere nella forma e nella sostanza
    in un confronto che mi schiaccia, impietoso

    Viviamo in una società che ha svilupato un complesso di inferiorità con la storia
    circondati come siamo da giganti (vecchi e nuovi, ne creiamo ogni giorno)
    abbiamo paura di avvicinarci ad essi per non esserne calpestati

    così rimaniamo lontani
    oppure fingiamo grandezza, emulandoli
    riproponendone persino la misura delle scarpe

    ma abbiamo un grande bisogno di alleggerire questo confronto
    abbiamo bisogno di avvicinarci così come siamo
    di misurare la nostra taglia con un metro più adatto a noi

    “Non conoscendo affatto la statura di Dio!”

  37. Federico Sesamo scrive:

    Post interessante… mi preme sottolineare due aspetti, peraltro già avanzati da altri:
    premetto di aver visitato la Casa da Musica di Koolhaas a Porto, opera di sicuro impatto ma anche di eccezionalità nel suo modo peculiare di rapportarsi al contesto. Per la casa di musica parlerei di una relazione introiettata, è interessante scoprirla dall’interno e vedere come l’articolazione degli spazi entri in risonanza con le vedute della città, con determinati elementi dell’intorno. Essa è, bisogna dirlo, un architettura pubblica, un edificio per la cultura, la musica. Negli anni è diventata certo un attrazione turistica ma è soprattutto una attrezzatura collettiva che risponde pienamente alla funzione per la quale è stata progettata. In questo è assolutamente funzionale al contesto in cui si trova, in più crea un luogo, è un attrattore di socialità, di vita collettiva.
    Per quanto riguarda la risposta al contesto il palazzo dei consoli di gubbio è indubbiamente una risposta eccezionale, straordinaria ad un contesto vincolante: vincolante per le caratteristiche dell’intorno urbano, per i caratteri orografici, le difficoltà tecniche da superare, la necessità di dover dare rappresentanza alla sede di un potere politico e assieme alla volontà di affermazione di una comunità (volontà sicuramente condivisa da una parte, ‘subita’ dal resto della popolazione).
    Anche la Casa da Musica di Porto risponde alla volontà di una comunità cittadina, quella di rilanciare l’iimagine di Porto come capitale della cultura europea: in essa e attraverso di essa quindi la città si rappresenta come centro rilevante della cultura, così come Gubbio rappresentò il proprio potere e la propria autonomia, al tempo, attraverso il palazzo, il suo rapportarsi rispetto al paesaggio, rispetto alla piazza urbana.
    Cambiano in mezzi tecnici, le modalità di rappresentazione, le aspirazioni di una comunità.
    Di certo Koolhaas ha il vantaggio di dover fare i conti con una struttura urbana molto meno vincolante: poi si possono discutere anche alcuni difetti, sicuramente. La resa del calcestruzzo faccia a vista mostra difetti in alcuni punti (io personalmente non lo amo come materiale) ma è indubbio che il suo utilizzo sia coerente con la concezione formale e strutturale dell’edificio.

  38. Giulio Pascali scrive:

    @federico
    ottima riflessione!
    Lo stesso Ettore ha scritto nei suoi post, che a Gubbio si guerreggiava con l’architettura.
    Le città contemporanee, gareggiando a realizzare opere sempre più spettacolari, cosa fanno?
    Le cd archistar, in fondo non sono che i più attenti interpreti di una realtà che è anche volontà sociale.
    Oggi quella capacità di interpretazione viene meno, per ragioni economiche e culturali, le archistar non sono più quei sesori sociali che sono stati a cavallo del millennio; oggi emergono nuove sensibilità, tutte da scoprire. Ma proprio questo dovrebbe consentirci di rileggere e interpretare l’architettura contemporane appena passata, con occhi più distaccati.

  39. Alberto Giampaoli scrive:

    Condivido l’ultimo intervento di Giulio, occorre differenziare l’architettura dei primi anni 0, dominata dalle archistar che comunque hanno operato per la riqualificazione di alcune città, dagli ultimi cinque anni, di crisi, quando è richiesto a tutti di interpretare un nuovo mondo, più sostenibile, alberto

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