Riqualificazione di Piazza Caduti della Montagnola a Roma

In un periodo storico sempre più nero per la nostra Capitale, da tutti i punti di vista, ma soprattutto da quello urbanistico architettonico, esistono ancora delle piccole realtà in cui si cerca di fare il proprio lavoro con il massimo dell’impegno per migliorare i luoghi in cui viviamo.

Abbiamo chiesto a una collega architetto, dipendente del Comune di Roma, di raccontarci la propria esperienza nella riqualificazione di una Piazza in una zona semiperiferica della città, con tutte le difficoltà che ci sono oggi nella realizzazione di un’opera pubblica raccontate, per una volta, dalla parte di chi lavora all’interno dell’Amministrazione pubblica.

La nuova sistemazione della piazza caduti della Montagnola,  verrà’ inaugurata venerdì 27 luglio 2012 alle ore 11,00.

Racconto dell’Architetto Daniela Luisa Montuori:

Il progetto,  elaborato internamente all’Amministrazione Capitolina  – nella quale lavoro – ha interessato l’area compresa tra la Chiesa del Gesù Buon Pastore e l’area pedonale centrale, costituita quest’ultima da una sistemazione realizzata nel 2006 dallo stesso Dipartimento, in memoria dei militari e civili caduti negli scontri del 10 settembre 1943 contro le truppe naziste.

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Assumendo l’incarico di progettare il completamento della riqualificazione della piazza, assumevo anche il compito di dare una risposta alle richieste provenienti dal quartiere, contenute all’interno di due risoluzioni approvate dal Consiglio del Municipio Roma XI rispettivamente nel 2009 e nel 2010, dovendo tener conto, tuttavia, delle limitazioni imposte dall’importo – decisamente esiguo – disponibile per i successivi lavori di esecuzione (importo  a base d’asta pari ad Euro  103.888,03).

Si trattava infatti di utilizzare quanto rimaneva del finanziamento con il quale era stata realizzata – a seguito di Progettazione e Direzione Lavori dell’Arch. Alessandro  De Rossi – la sistemazione monumentale centrale.

Si trattava – nondimeno – di intervenire dopo che i lavori per realizzare un precedente progetto di “Riqualificazione di Piazza Caduti della Montagnola – II Stralcio”, redatto anch’esso dallo Studio De Rossi, erano stati interrotti pochi giorni dopo il loro inizio e successivamente  chiusi a causa delle proteste dei cittadini, riuniti in Comitati di quartiere.

Il progetto “bloccato” prevedeva il prolungamento dell’intervento centrale fino alla chiesa, attraverso la pedonalizzazione della sede stradale lì esistente antistante la Chiesa stessa (salvo mantenimento della viabilità di servizio) e la scomparsa delle serie di parcheggi a raso che l’affiancano: le cause scatenanti della reazione di un quartiere nel quale, come in tante zone di Roma, il fabbisogno di posti auto è vissuto drammaticamente.

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E ciò, malgrado l’area in questione fosse occupata da un parcheggio (PUP) sotterraneo che, in realtà, a tutt’oggi, risulta in gran parte inutilizzato.

L’estensione dell’area da riqualificare con il nuovo progetto: circa 2.500  mq, comprese le sedi viarie carrabili.

Un intervento di modeste dimensioni.

Per quali aspetti potrebbe essere considerato significativo?

Perché, pur “costretto” entro margini economici tanto ridotti, sembra essere riuscito a ricucire un piazzale, caratterizzato da parti distinte, trasformandolo in “piazza” attraverso l’applicazione – ai singoli frammenti – di soluzioni compositive minimali poste in reciproca correlazione.

Perché l’apprezzamento mostratomi dagli abitanti del quartiere, già nello svolgimento della Direzione dei Lavori – durante le fasi di un cantiere sostanzialmente “aperto”- mi ha confortato sulla validità delle scelte operate, man mano che i risultati si andavano visualizzando.

L’intento perseguito: creare “qualità urbana” utilizzando un linguaggio architettonico decisamente contemporaneo – senza compromessi  – ma tuttavia immediatamente comprensibile, in grado di materializzare con efficacia le soluzioni “funzionali” volute.

Anche, per dirla brevemente: “dare valore” attraverso un intervento che, in quanto basato sul mantenimento della percorrenza veicolare e della sistemazione con parcheggi a raso preesistente, potrebbe apparire rinunciatario nelle premesse.

Il cantiere. Organizzato per tranches corrispondenti a due distinte aree principali:

1. il marciapiede corrispondente al sagrato della chiesa – riaperto alla fruizione pubblica già nel dicembre 2011;

2. l’area  interposta tra l’ampia carreggiata stradale antistante l’edificio di culto e l’area monumentale centrale.

Si tratta di lavori che ho diretto con una presenza in cantiere assidua, quasi giornaliera, nell’intento di esercitare un controllo costante sull’esecuzione delle opere stesse e di individuare immediatamente, insieme all’impresa, le soluzioni ai frequenti imprevisti, piccoli e grandi.

Il “prima” e il “dopo”. La differenza.

Se non si abita, non si vive giorno dopo giorno uno spazio urbano – una strada, una piazza – è difficile apprezzare il senso di una trasformazione che, osservata da occhi esterni, sembra risolversi in una operazione di “rifunzionalizzazione”, in un semplice esercizio di taglio ed ampliamento di marciapiedi e nella loro “ripavimentazione”.

Ma…“prima”, cosa c’era?

Un  piazzale nel quale l’area verde – al centro –  non comunicava “spazialmente” con il marciapiede della chiesa, marciapiede che, sia pur degradato e poco attraente, rivestiva comunque un ruolo “funzionalmente” importante, sia per la presenza dell’edificio di culto che per il suo connotarsi come corridoio di collegamento tra strade a notevole densità commerciale, all’interno del quartiere stesso (via Fonte Buono e via G. De Ruggero).

La sistemazione monumentale terminava in una pedana, pavimentata in travertino, interrotta bruscamente dalla fascia (riconoscibile per la presenza di due pini) utilizzata come parcheggio per auto, affiancata all’ampia carreggiata stradale.

Per raggiungere in sicurezza quel marciapiede in fondo, il pedone doveva effettuare un percorso piuttosto lungo, utilizzando gli attraversamenti agli angoli con via Fonte Buono-via Vedana oppure con via De Ruggero.

E “dopo”?

Una piazza nella quale l’area centrale si estende, allungandosi sino alla chiesa del Gesù Buon Pastore, attraverso il nuovo intervento.

Una nuova pedana, realizzata in posizione centrale, in prosecuzione di quella preesistente, taglia la fascia-parcheggio, attestandosi al margine della sede stradale e consentendo, con un attraversamento pedonale creato ex-novo, il raggiungimento del sagrato della chiesa.

Grazie all’azione di sfondamento – funzionale e  visivo –  svolto dalla nuova pedana, la facciata della chiesa diventa la quinta, su quel lato, del nuovo “spazio urbano”.

Il sagrato viene avanzato, con la creazione di una pedana inclinata, quasi una piazzetta “carrabile”, realizzata in modo tale da agevolare l’accesso agli autoveicoli autorizzati, in occasione delle cerimonie religiose.

Il marciapiede della chiesa, così raccordato al resto della piazza, viene rimodellato, cioè ampliato, anche nelle zone d’angolo.

Strumenti di ricucitura laterale,  i nuovi marciapiedini con i quali si conclude il passaggio pedonale affiancato su un lato alla fascia di parcheggi e sull’altro alla griglia di aerazione del PUP.

Strumento invece di snellimento della viabilità, è  la creazione, all’angolo con via De Ruggero, di una corsia di “rientro” – concordata con l’XI Gruppo di Polizia Municipale –  che, consentendo di accedere al parcheggio a raso corrispondente al sottostante parcheggio P.U.P., di fatto instaura un sistema  rotatorio tutt’intorno alla piazza, strategico per la “ricerca del posto auto”.

Unico rammarico: l’esclusione dal progetto, per le limitazioni economiche già accennate, dell’area, occupata da eucalipti e pini, che fiancheggia la chiesa a sud-ovest:                     è auspicabile che essa possa essere oggetto – quanto prima – di un intervento specifico.

Le scelte progettuali.

Scendendo nel dettaglio? 

La nuova sistemazione, pur proseguendo, con allineamenti e materiali, i “segni” dell’intervento centrale preesistente, è tuttavia basata sulla ricerca di una maggiore essenzialità compositiva, regolata su una tessitura ortogonale.

Nondimeno, nella pavimentazione, ne riprende il contrasto cromatico travertino/basaltina.

E’ strutturata in “zone” che, pur presentando alcune differenziazioni, di fatto “rimandano” volutamente l’una all’altra.

Strategicamente – l’abbiamo già accenato – la pedana di collegamento con l’area centrale si attesta  sulla strada, anticipando la piazzetta “Sagrato” realizzata sul lato opposto: lì i rettangoli individuati dalle fasce di travertino si intersecano e si sovrappongono, con un disegno che si allarga gradualmente, aprendosi verso la chiesa e concludendosi, davanti all’inferriata/recinzione, in una barra – idealmente una linea, simbolicamente, una “soglia”.

Gli stessi dissuasori a colonnina in acciaio, parte allineati lungo i bordi dei marciapiedi e delle pedane centrali, parte aggiunti in corso d’opera all’interno della piazzetta/sagrato per “difendere” il marciapiede, individuano in realtà un  secondo sistema ad “intreccio” con i rettangoli del disegno a terra – stavolta secondo piani ad esso ortogonali.

Per inciso, i quattro dissuasori centrali sono stati concepiti in modo tale da consentire l’apertura del varco davanti al sagrato e disegnati appositamente.

L’attenzione al particolare.

La scelta degli allineamenti, così come il disegno vero e proprio della pavimentazione, è stata attentamente curata, anche e soprattutto in corrispondenza dei margini, nelle zone di “attacco” con i marciapiedi e le pavimentazioni preesistenti, nell’intento di ottenere, allo stesso tempo, continuità funzionale e continuità visiva.

In particolare, sul marciapiede adiacente la chiesa: in corrispondenza dell’angolo con via Vedana ed in contiguità con la zona – pavimentata in asfalto – occupata dall’edicola dei giornali, le fughe sono state alternate in maniera tale conferire ad alcune lastre una funzione di “filtro visivo”.

In sostanza: un progetto con un’impostazione generale per molti versi rigorosa, parzialmente contraddetta – tuttavia – dalla disposizione “libera” di alcuni elementi di arredo – le fioriere  che, allineate secondo spezzate irregolari, fanno da contrappunto alle vicine panchine.

Dipartimento “Politiche per la Riqualificazione delle Periferie”  di  Roma Capitale  (Assessorato ai Lavori Pubblici e Periferie).

Progettista e Direttore dei Lavori:  Arch. Daniela Luisa Montuori


15 Commenti a “Riqualificazione di Piazza Caduti della Montagnola a Roma”

  1. candido scrive:

    La calura non molla ma continuo a sbirciare per non morire di caldo.
    Anche perchè così sò di far divertire il nostro buon consigliere Rocchi che mi chiedeva di continuare a scrivere.

    Però una cosa la vorrei chiedere: perchè promuovere il lavoro di un impiegato? Mi spiego meglio.
    Nulla contro i dipendenti pubblici ma proprio uno dei malcostumi italiani è questa confusione di ruoli tra impiegati e progettisti.
    Questa per me è solo l’ennesima occasione sfilata ai professionisiti, proprio in un momento di difficoltà come questa, a vantaggio di altri.
    Non mi piace e non capisco perchè si debba parlarne, anche bene poi. Il problema non è il tipo di intervento ma le sue modalità. Mi stuopisco e i puri e duri di AlA abbiano avallato quesa cosa, non la lwego agli interventi scritti a difesa dell’architettura, della qualità e quant’altro.
    Vorrei capire quindi come si concilia questo con le belle parole sulla crisi, sulla necessità di maggiore qualità, sul bisogno di opportunità di lavoro che tutti noi soffriamo.

    Mi sfugge il senso, ma sicuramente adesso mi spiegheranno la cosa, mi illumineranno su questo panegirico a vantaggio di un impiegato che ha sottratto lavoro ad architetti (vorrei anche capire la differenza con altre occasioni tanto vituperate anche da questo pulpito) … forse manca un consulente esterno gratuito.

    Io trovo grave anche questo episodio e poi non si parli di qualità avendo disegnato due aiuole e quant’altro, su!
    il perplesso candido

  2. Antonio Marco Alcaro scrive:

    La calura a volte può far male, l’impiegato, come dice il candido, è sempre un architetto progettista, amate l’architettura promuove l’architettura contemporanea di qualità che può essere fatta sia da un libero professionista che da un dipendente, non ci sono differenze.
    Amate l’architettura combatte anche l’illegalità continua negli incarichi pubblici come il caso di via giulia, piazza san silvestro, pietralata, la progettazione dei geometri e molto altro a differenza dell’Ordine che non fa assolutamente nulla!!!
    Nel caso di piazza Caduti della Montagnola non è stata violata alcuna norma,, non è un’importante piazza del centro storico dove la procedura del concorso dovrebbe essere la regola, non è neanche un intervento sull’intera piazza, ma siamo nel caso di un piccolo intervento di sistemazione di una porzione di una piazza dove nella rimanente parte è già intervenuto un progettista esterno.
    Finché esistono architetti progettisti dipendenti del comune non vedo perché non debbano essere utilizzati in interventi “minori” come questo, lo scopo del post è quello di avere, per una volta, la visione di un progettista che si trova all’interno della pubblica amministrazione.
    Chi afferma, in questo caso, di lavoro rubato ai liberi professionisti, non sa di cosa parla, vuole sapere candido quanto era l’importo dei lavori?
    E dove si trovava candido, (che sappiamo tutti che riveste un ruolo istituzionale), quando le Università, gli Enti pubblici e le grandi società private appaltano lavori per decine e centinaia di milioni di euro senza concorsi e con incarichi illegittimi?
    Ma chi vuole ancora incantare candido?

  3. Qfwfq scrive:

    ma chi ha detto che AlA è contro i dipendenti pubblici?
    boh?
    bello farsi le assunzioni da soli e poi criticarle

    tanto per ricordare
    ci chiamiamo
    Amate l’Architettura
    mica
    Amate gli Architetti Liberi Professionisti

    l’etimologia delle parole a volte serve

  4. candido scrive:

    Non capisco l’acredine del buon Don Alcaro della Mancia. Le sue grandi battaglie si riducono ad in marciapiedi, contento lui!
    Lo ringrazio dell’importanza e del ruolo che mi attribuisce ma per il momento è solo lui e i suoi amici che rivestono ruoli istituzionali, buon per loro (forse).
    La difesa Dell’architettura passa anche attraverso la difesa di meccanismi chiari. Da una parte il progettista, dall’altra chi controlla, ma capisco che le cose semplici sono anche le più difficili… Per alcuni.
    Specialmente se improntati al preconcetto.
    Tanto poi si butta tutto in caciara e, come sempre, si parla dell’ordine; la vera ossessione del Nostro e dei suoi compagni.
    Machissenefraga dell’ordine (è sembre bene ribadirlo), si stava parlando di occasioni tolte ai
    professionisti e trincerarsi dietro la piccola somma dell’importo è l’ennesima ipocrisia. È un metodo che deve passare e poi piccoli lavori potrebbero essere pane per professionisti (anche giovani ma comunque tutti schiacciati da questo momento) e non sterili gratificazioni di chi ha già un lavoro da impiegato.
    Lo sbigottito candido

  5. daniela scrive:

    In un momento come questo c’è solo bisogno a mio avviso di gente seria che lavora in maniera corretta e questo è il caso dell’ARCHITETTO Daniela luisa Montuori assunta dal Comune di Roma come ARCHITETTO e non come esclusivamente “controllore”. La crisi si combatte solo con serietà a tutti i livelli e non con polemiche sterili. Sa viene portato avanti un lavoro di qualità da un ARCHITETTO dipendente della pubblica amministrazione ben venga si risparmia e si ottiene un buon risultato.

  6. Giulio Pascali scrive:

    Oggettivamente questo mantra che pretende di identificare l’architetto libero professionista come l’unico depositario della scienza della progettazione non ha il minimo fondamento.

    Nè mi sembra che esita una legge (anche non scritta) che imponga alle amministrazioni di svolgere un mero ruolo di supervisore nelle attività di progettazione; questa dicotomia non regge per il semplice fatto che il ruolo del professionista non è di antagonismo rispetto al risultato finale (cosa che invece si riscontra nel rapporto con le imprese); il professionista ha bisogno ovviamente di essere indirizzato, ma il suo lavoro, la sua opera hanno le stesse finalità del committente (la redazione di un progetto che risponda ai requisiti del committente); l’essere integrato con il committente non è in contraddizione con l’obbiettivo finale, semmai lo rafforza. Se poi il progettista è addirittura interno all’amministraizone, l’integrazione è teoricamente massima (chi conosce le proprie esigenze meglio di se stesso?).
    Tutto il contrario delle imprese, che invece hanno come scopo (sacrosanto) quello di massimizzare i profitti e per le quali l’essere integrate con il progettista, configura una condizione di conflitto di interesse difficilmente risolvibile.
    Ovviamente più è complesso un progetto e maggiore è la necessità di figure specialistiche e di organizzazioni complesse che richiedono l’utilizzo di consulenti esterni; ma niente vieterebbe, in linea di principio di fare tutto “in house”.

    Proprio in occasione della manifestazione in difesa del Mercato Metronio ho potuto scoprire come negli anni ’50 la gran parte delle opere pubbliche fossero dovute al lavoro di progettazione degli uffici tecnici comunali.
    Il mercato stesso, pur essendo frutto dell’inventiva di Morandi, deve moltissimo all’opera concreta, non di semplice supervisore, dei professionisti dipendenti pubblici che ne hanno sviluppato il progetto esecutivo.

    Col tempo, con l’aumentare delle responsabilità professionali, con l’aumentare della complessità normativa e della specializzazione tecnica, le amministrazioni hanno preferito ricorrere a consulenti esterni, azzerando l’operatività delle proprie risorse; ma la motivazione di fondo è di pura “copertura” burocratica; un modo per deresponsabilizzare i funzionari e parargli il culo. La stessa motivazione che spinge le amministraizoni a ricorrere agli appalti integrati (che sulla carta dovrebbero limitare il proliferare delle riserve in corso d’opera)
    La vera ragione per cui si ricorre a professionisti esterni è legata alla necessità burocratica, di deresponsabilizzare gli uffici tecnici interni (e con essi i dirigenti pubblici).

    Adesso siamo all’accusa di sottrazione di occasioni tolte, quasi che l’affidamento di incarichi all’esterno fosse un diritto naturale dell’essere libero professionista.
    Per corroborare l’accusa di risvolti etici si chiamano in causa i giovani professionisti; come se fosse ovvio e scontato che un lavoro di modeste dimensioni finirebbe ai giovani e non all’architetto amico di turno, o come se un giovane (inesperto per definizione) potesse di per se garantire utomaticamente un risultato migliore di un qualsiasi dipendente (e questo solo perche libero professionista).

    Se una amministrazione pubblica ha al suo interno le risorse e le professionalità idonee a svolgere attività di progettazione e DL, ha il dovere di sfruttarle; un qualsiasi privato cittadino potrebbe al contrario sostenere che si stiano sprecando soldi e risorse.

    Il vero tema sarebbe quello della qualità della progettazione, cosa che esula dal tipo di rapporto professionale e dall’età anagrafica.

    Oltre ad un po’ di chiarezza, non guasterebbe anche un po’ di umiltà.

  7. candido scrive:

    Ebbene si, Daniela mi ha convinto!
    Davanti alla parola RISPARMIO, chino la testa e anzi rilancio. Facciamo fare i lavori solo agli impiegati, chissà quanto risparmiamo. Forse risaneremo anche l’Italia.

    Comunque il tecnico esterno costa di più e quindi non siamo competitivi, considerando poi che ci sognamo i contatti interni degli impiegati siamo tagliati fuori.
    Una volta questa si chiamava concorrenza sleale ma sono io che traviso, sicuramente.

    Poi peró qualcuno mi dica chi controlla il controllore e se queste sono le valutazioni serie che si devono fare parlando di architettura. Continuo a dire che è il sistema ad essere sbagliato!

    Il (sempre più) precario candido

  8. candido scrive:

    Veramente sconcertante che si contini a sostenere che la progettazione interna affidata agli stessi che devono controllare non sia un’anomalia tutta italiana.
    Anche il Buon Giulio Pascali parla di sperpero di denaro pubblico evidenziando che, “Se una amministrazione pubblica ha al suo interno le risorse e le professionalità idonee a svolgere attività di progettazione e DL, ha il dovere di sfruttarle; un qualsiasi privato cittadino potrebbe al contrario sostenere che si stiano sprecando soldi e risorse”
    Ma allora continuo a dire: affidiamo tutto agli impiegati così rispamieremo moltissimo e non ci sarà “sperpero” di denaro pubblico. Addirittura avremo la comprensione massima delle problematiche sottese al progetto, come ci ricorda Pascali.

    Che triste china ha preso il dibattito. Stiamo parlano come quelli che ci governano mettendo il denaro a parametro di tutto.
    Si parla di umiltà e poi il Pascali conoce tutte le risposte e ci svela che:”La vera ragione per cui si ricorre a professionisti esterni è legata alla necessità burocratica, di deresponsabilizzare gli uffici tecnici interni (e con essi i dirigenti pubblici).” ma non è proprio vero, mi dispiace per lui.

    Un tecnico viene assunto dallo Stato per essere una giusta interfaccia con il sistema professionale esterno con il quale altrimenti non saprebbe dialogare (è come un giudice che chiama un CTU per essergli da supporto tecnico, non capendo nulla della materia specifica) ma nel momento in cui progetta snatura il suo ruolo.

    Se l’impiegato vuole progettare, si licenzi!

    Non metterei a confronto poi i tempi andati con gli attuali;una volta le poche professionalità presenti quasi “imponevano” un loro inserimento all’interno delle strutture pubbliche. Oggi la situazione è molto diversa, i numeri sono molto diversi.
    Fermo restando che parliamo di una manciata di anni (i primi del novecento) rispetto alla storia dell’Architettura che non mi sembra sia stata realizzata da impiegati.

    Il ricorso agli esterni, e questo lo condivido, non è garanzia di qualità, ci mancherebbe!
    Però i concorsi, i confronti, gli scambi che nascono da rapporti esterni sono comunque più fruttuosi del lavoro svolto all’interno di un ufficio. Fermo restando che uno Stato serio punterebbe ai giovani e quindi potrebbe individuare alcune tipologie di lavoro (come questo, trattandosi di marciapiedi ed aiuole, sostanzialmente) e trovare formule giuridiche per affidarlo solo a giovani (si! insisto).

    Il tecnico esterno non è un consulente (che confusione di ruoli) ma un progettista, un Direttore dei Lavori, ecc. ed è sicuramente portatore di competenze e conoscenze specifiche.

    Anche la confusione di ruoli ha contribuito al malaffare italiano, mi spiace dirlo per tutti quelli che hanno correttamente svolto il loro lavoro, ma credo che sia il momento di dire le cose come stanno.
    Continuo (nuovamente) a dire che è il sistema ad essere sbagliato e che questa difesa d’ufficio di ruoli e competenze acquisite non giova a nessuno.

    il disincentivato candido

  9. domenico alessandro de rossi scrive:

    Stupisce il leggere la quantità di parole impiegate per descrivere il cosiddetto “completamento della piazza dei Caduti della Montagnola” da parte dell’arch. Montuori.
    L’importante è girare la testa dall’altra parte e guardare la piazza…, quella vera. Le due aiuole con la striscia pedonale antistanti la chiesa, di cui tanto si parla nel “trattato” dell’architetto, non risolvono né aggiungono alcunchè all’assetto della piazza: VEDERE PER CREDERE.
    arch. Domenico Alessandro De Rossi, progettista e direttore lavori !° stralcio

  10. Antonio Marco Alcaro scrive:

    Il commento dell’architetto De Rossi dimostra che noi architetti ci meritiamo di scomparire perché non capiremo mai, a differenza di altre categorie, che dovremmo fare spirito di gruppo.

  11. candido scrive:

    Il diavolo si nasconde nei dettagli, diceva qualcuno. La piccolezza dell’intervento non cancella il senso di un ragionamento.
    Il Nostro poi parla di gruppo, ma che c’azzecca?
    Solo dopo ruoli e spazi chiari, idee condivise, si Puó fare gruppo, che non è detto debba essere con tutti. Se nel gruppo ci dobbiamo mettere tutto ed il contrario di tutto, non ci Stó. È un’affermazione demagogica e furbetta che serve a qualcuno, quello si, per fare “gruppo”.
    L’asociale candido

  12. Ghigno di Tocco scrive:

    De Rossi ci hai fatto la figura del rosicone. La Montuori non ha neanche lontanamente parlato male del tuo progetto. Datti pace!

  13. domenico alessandro de rossi scrive:

    Ghino, sarò pure un “rosicone”, secondo te, ma quella piazza sarà pure il caso che te la vada a visitare. Magari da “guardone”, osservando e capendo quello che altri fanno con soddisfazione.

  14. Nadia scrive:

    Questa piazza io l’ho vista nascere, ho visto costruire la chiesa dalla mia finestra al primo piano dove abitavo dal 1958. C’era solo prato davanti a me, prima era via vedana. Sono passati tanti anni ma quella casa rimarrà sempre nel mio cuore con tutta la mia infanzia passata vicino all’edicola della piazza a giocare con i pattini. La adoro
    Nadia

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