Formazione, un giro d’affari da 34 milioni… usiamoli per formare professionisti

17 luglio 2012

Dalla lettura della bozza di regolamento sulla formazione che sta circolando, pur nella consapevolezza che si tratta di una bozza ampiamente emendabile, possiamo cominciare a farci una idea di cosa comporterà per gli iscritti l’obbligo di formazione previsto dalla riforma e tentare delle proposte di miglioramento.

Dalla bozza leggiamo che: “L’unità di misura dell’attività di ASPC è il credito formativo professionale (CFP) che corrisponde, se non diversamente specificato, ad un’ora di formazione. (…) L’iscritto ha l’obbligo di (…) acquisire annualmente 30 CFP” (in alternativa troviamo 90 CFP per triennio, ma la sostanza non cambia); anche se le modalità di acquisizione dei CFP potranno essere varie, indicativamente si considera che 1 CFP equivalga a 1 ora di formazione; quindi ogni iscritto sarà tenuto a svolgere annualmente un equivalente di 30 ore di lezione. A naso sembrerebbe un ordine di grandezza ragionevole; si parla di una settimana all’anno che ciascun professionista dovrebbe dedicare alla formazione. Occorre inoltre tenere presente che per attività definite “abilitanti” (ovvero quelle che già oggi richiedono una formazione obbligatoria o un aggiornamento periodico) si ipotizza un rapporto di 1 CFP per ogni 8 ore; questa formazione però conferisce una abilitazione specifica integrativa già ad oggi esistente (i professionisti sono già oggi tenuti a svolgere questo genere di formazione) e quindi la considero ininfluente rispetto alle mie considerazioni.

Considero quindi ragionevole ipotizzare 30 h di formazione annua per ciascun iscritto.

Questo dato ci consente di delineare l’ordine di grandezza economico degli aspetti formativi. Prendiamo ad esempio i corsi di formazione di carattere professionalizzante promossi dall’Ordine, troviamo corsi sul catasto a 200€ per 16 ore di  lezione, corsi sulla prevenzione incendi a 380 € per 40 ore di lezione, corsi per CTU a 300 € per 28 ore, corsi per Coordinatori della Sicurezza nei cantieri a 300 € per 40 ore di lezione. In media questi corsi erogano formazione ad un costo pari a circa 9,5 €/h. L’Ordine di Roma, come noto, ha deliberato l’istituzione di una Fondazione che ha tra i suoi scopi dichiarati quello di offrire agli iscritti una formazione a costi calmierati; quindi ipotizzo una riduzione del 20% ed ottengo un costo orario medio pari a 7,6 €/h, che moltiplicate per 30 fanno 228 € all’anno.

A partire dall’anno prossimo ciascun architetto che vuole esercitare la professione dovrà tenere in conto di dedicare circa una settimana del suo tempo alla formazione con un impegno economico di circa 228 € all’anno.

Se moltiplichiamo questo valore per il numero di iscritti troviamo che a Roma (17.000 iscritti) il mercato della formazione ha un potenziale di 3,8 milioni di euro; a livello nazionale  (150.000 iscritti) il potenziale è pari a 34,2 milioni di euro. Di fatto stiamo raddoppiando l’onere di iscrizione.

Parliamo di “giro d’affari”, in quanto esisteranno forme e modalità di acquisizione dei CFP, molto diversificate che non necessariamente comporteranno l’esborso diretto di moneta sonante o un impegno temporale così netto. Nella bozza si propongono le seguenti tipologie di attività formativa:

– Corso Formativo Qualificante per l’acquisizione di competenze originali ed innovative in un determinato settore.
– Corso Formativo Tecnico-strumentale per l’apprendimento di specifiche competenze utili
al miglioramento della prestazione professionale (lingua, software, strumenti, ecc.).
– Corso Formativo Abilitante su materie di carattere obbligatorio finalizzata all’acquisizione di
abilitazioni specifiche (sicurezza in cantiere, certificazione energetica, acustica, prevenzione incendi, ecc.)
– Partecipazione a Convegni, seminari, tavole rotonde.
– Partecipazione a eventi di Comunicazione su Prodotti (caratteristiche, prestazioni, modalità di posa, ecc. –
generalmente in collaborazione con le ditte produttrici).
– Attività Formative alternative quali visite a mostre, fiere, viaggi di studio, eventi speciali, ecc.

Secondo la bozza il Presidente dell’Ordine di riferimento potrà inoltre validare (una volta sola) la certificazione dei CFP per:

a) relazioni e/o docenze in convegni, seminari, corsi e master
b) docenze presso istituti universitari o enti equiparati
c) docenze presso scuole secondarie di secondo grado o enti equiparati
d) partecipazione attiva a commissioni e gruppi di lavoro istituiti o riconosciuti dal CNAPPC e/o
dagli Ordini territoriali
e) partecipazione in qualità di membro effettivo a commissioni giudicatrici di concorsi, per gli
esami di Stato, premi di architettura

Aggiungiamo anche quanto previsto dalla schema di decreto:

“Con apposite convenzioni stipulate tra i consigli nazionali e le università possono essere stabilite regole comuni di riconoscimento reciproco dei crediti formativi professionali e universitari”.
“L’attività di formazione è svolta dagli ordini e collegi anche in cooperazione o convenzione con altri soggetti”.

Considerazioni.

Definizione dei ruoli tra diverse istituzioni. Non risultano al momento definiti chiaramente e univocamente i compiti e i ruoli dei vari soggetti in campo. In sostanza il Ministero i Consigli nazionali e gli organi provinciali possono concorrere, sotto varie forme e titoli a definire regole e modalità di attribuzione dei CFP. Oltre a generare rischio di conflitto tra diverse istituzioni (che notoriamente non collaborano tra loro) vi è il serio rischio di generare diseguaglianze tra diversi Ordini e professionisti. Se si lasciano eccessivi margini di manovra tra i diversi Ordini il rischio è che si instaurino fenomeni di concorrenza al ribasso tra le diverse realtà locali (si pensi a quanto già avviene oggi con l’esame di stato, dove molti aspiranti architetti emigrano verso sedi dove l’esame di stato risulta più facile).

Conflitto di interessi. CNA e Ordini avranno sia il compito di definire le regole di attribuzione dei CFP (validando e certificando le specifiche iniziative) che quello di erogare direttamente le attività di formazione. Sulla carta si tratta di un grosso conflitto di interessi che dovrebbe essere chiarito e normato. Il fatto che gli Ordini provinciali siano una istituzione di carattere elettivo non garantisce agli iscritti una gestione super partes delle attività per almeno due ragioni. La prima di carattere pragmatico è relativa alla effettiva rappresentatività dei consigli provinciali (che esprimono al massimo il 25% degli iscritti); anche ribadendo che la responsabilità di questa scarsità di partecipazione è principalmente in capo agli assenti (il 75% dei non votanti alle elezioni), questo non è un motivo sufficiente per attribuire acriticamente ai consigli eletti “l’indipendenza ideologica” necessaria di fronte a situazioni complesse come questa; a maggior ragione non possiamo attribuire la medesima indipendenza ai Consigli Nazionali (che non sono eletti direttamente). I ripetutti riferimenti alle istituzioni universitarie non sembrano aiutare alla rimozione di tale conflitto.

Cultura della formazione. I redattori della bozza sembrano essere stati attenti a non dimenticare ogni possibile attività formativa, mantenendo bene aperta l’intera casistica delle attività di tipo tradizionale. Il modello di riferimento è chiaramente quello universitario (non a caso impostate secondo il criterio dei Crediti Formativi). Teoricamente sarà possibile recepire CFP anche partecipando a mostre ed eventi, a convegni, svolgendo docenze, partecipando a commissioni, ecc.; anche le parti più specificamente professionalizzanti sono trattate con il sistema tradizionale della lezione accademica (segui una lezione, studi un libro, ottieni il credito). La bozza sembra applicare il sistema formativo universitario al mondo dell’esercizio professionale creando di fatto uno dei maggiori ossimori della riforma. In pratica per garantire agli utenti che un professionista è in grado di svolgere adeguatamente il proprio mestiere stiamo adottando lo stesso sistema adottato dalle istituzioni note per essere tra le meno professionalizzanti al mondo.
Quando sei neolaureato devi faticare per fare esperienza e crearti una professionalità sul campo, integrando le nozioni prevalentemente teoriche ricevute nell’università; con questa bozza, invece di valorizzare quello sforzo di compensazione (dando valore all’esperienza sul campo) si rinforza in maniera burocratica la metodologia che si è già dimostrata poco efficace nel formare profesionisti.

Non è mia intenzione criticare il modello universitario, quanto evidenziare che per organizzare la formazione che ha come obbiettivo diretto la professione, occorre fare uno sforzo di immaginazione che superi i tradizionali schemi didattici.

Cosa manca?

A mio parere il grande assente di questa bozza (e in generale di tutta la riforma) è paradossalmente l’esperienza pratica. Manca la professione.
Manca la volontà di approfittare di questa “opportunità” offertaci per ripensare radicalmente il modello di apprendimento formativo agendo in maniera complementare e integrativa rispetto alle forme educative più tradizionali. Manca il coraggio di invertire il processo di apprendimento della professione di architetto, per definizione estremamente concreta, e di riportare l’esperienza pratica al centro della formazione. Non si riesce a riformare l’università nel senso di una maggiore professionalizzazione: in compenso si lavora sodo per una accademizzazione della professione.

Secondo il prof Francesco Antinucci vi sono due modelli fondamentali di apprendimento: quello percettivo-motorio e quello simbolico-ricostruttivo, ognuno con specifiche caratteristiche. Il meccanismo fondamentale dell’apprendimento simbolico-ricostruttivo è quello di “decodificare simboli e ricostruire nella mente ciò a cui essi si riferiscono” e questo richiede uno sforzo immenso di comprensione e concettualizzazione. Il secondo modo di apprendere, quello percettivo-motorio, sostiene Antinucci, “non avviene né attraverso l’interpretazione di testi, né attraverso la ricostruzione mentale. Avviene invece attraverso la percezione e l’azione motoria sulla realtà”. L’individuo percepisce la realtà con i sensi e interagisce e interviene su di essa. “L’apprendimento percettivo-motorio avviene in un continuo scambio di input (percettivi) e output (motori) con l’esteno”. Al contrario, “(…) nell’apprendere simbolico-ricostruttivo il lavoro avviene totalmente all’interno della mente: senza alcuno scambio con l’esterno che non sia l’input di simboli linguistici” (testo tratto da www.maecla.it)

Il prof Antinucci mette in seria discussione soprattutto l’efficacia del modello accademico tradizionale adottato sistematicamente dalla nostre istituzioni scolastiche (comprese quelle universitarie), proponendo una rimodulazione delle modalità di fare formazione che si fondi prevalentemente sull’esperienza. In occasione del convegno “Nativi Digitali” tenutosi presso il Tempio di Adriano, il professore ha provocatoriamente ricordato come l’architetto del Tempio di Adriano fosse di fatto un analfabeta; ovvero una persona che secondo i canoni della riforma sarebbe incapace di “di garantire la qualità ed efficienza della prestazione professionale, nel migliore interesse dell’utente e della collettività” (v. schema di decreto). Il concetto è chiaro, non si mette in discussione l’importanza dello studio attraverso i libri di testo le dispense e la classica lezione monodirezionale, ma se ne ridimensiona profondamente il ruolo, conferendo all’esperienza pratica una importanza ben più sostanziosa.

La maggior parte degli architetti e dei professionisti potrebbero confermare quanto l’apprendimento sul campo sia fondamentale alla crescita professionale, quanto l’esperienza sia “severa maestra”. Aggiungo quanto sia importante nell’esercizio della professione l’imitazione costruttiva, ovvero la ripetizione criticamente meditata di forme e metodologie che si rivelano funzionali. Quanti di noi per capire come comportarsi di fronte ad una qualsiasi pratica, come primo passo interpellano un collega alla ricerca di esperienze istruttive?

Appare evidente quindi l’incoerenza di una bozza di regolamento che pretende di certificare una competenza professionale escludendo totalmente proprio quell’elemento formativo che più è efficace alla crescita professionale: l’esperienza. Una incoerenza ancora più evidente se si osserva come tra gli esonerati dalla formazione permanente vi siano i neolaureati (cioè quelli che più di tutti per definizione hanno minori competenze prefessionali) e i colleghi che non esercitano, mentre gli aspetti formativi più pratici sono relegati alle dimostrazioni tecniche di prodotti (cioè solo alla formazione che deriva da sponsorizzazioni). Chi lavora (e quindi sta acquisendo competenze sul campo) è invece per definizione lacunoso ed obbligato a certificare la sua competenza.

Proposta

A questo punto della riforma non possiamo certo sottrarci dalla applicazione della Formazione Permanente. Possiamo però approfittare per rendere questo obbligo una opportunità rendendola più efficace e soprattutto molto più utile al miglioramento della professionalità di ciascun iscritto.

Possiamo approfittarne per valorizzare in maniera netta la professionalità acquisita sul campo.

Sul piano dei contenuti occorre attribuire in maniera drastica una maggiore peso alle attività di carattere propriamente tecnico e professionale (dalla redazione del progetto allo svolgimento delle procedure autorizzative, fino alle pratiche costruttive).

Sul piano della metodologia formativa ritengo necessario prevedere una didattica basata prevalentemente sulla CONDIVISIONE DELLE ESPERIENZE; basata cioè sulla organizzazione di incontri pubblici durante i quali viene data la possibilità agli iscritti di esporre le loro esperienze professionali mettendole a disposizione dei colleghi condividendone problemi, difficoltà e soluzioni adottate.
In questo caso i partecipanti attivi (quelli che portano i loro contributi) potrebbero avere diritto a ricevere CFP integrativi; i partecipanti passivi avrebbero la possibilità di selezionare in maniera interattiva gli argomenti di maggiore interesse professionale, ma soprattutto avrebbero la possibilità di fare tesoro delle esperienze concrete accumulate dai colleghi. Ovviamente la condivisione avverrebbe in maniera completamente gratuita.
Il compito degli Ordini a questo punto sarebbe esclusivamente quello di organizzare gli incontri e di vigilare sulla loro conduzione. Il controllo sulla qualità e la utilità funzionale degli incontri avverrebbe direttamente in funzione dei feed back e delle adesioni alle esperienze proposte (con modalità partecipative). I partecipanti preselezionerebbero i colleghi che propongono le esperienze più interessanti ed eviterebbero gli incontri di scarso interesse secondo i meccanismi ormai già collaudati di molti Social Network.

Con questa metodologia si otterebbe un abbattimento dei costi di docenza, una valorizzazione delle professionalità esistenti, una maggiore reattività alle reali esigenze formative degli iscritti e una magiore aderenza dei contenuti alle esigenze pratiche della professione; inoltre si eliminerebbe in maniera drastica la discrezionalità nella selezione dei contenuti e dei docenti (riducendo il rischio di creare un mercato parallelo di scambi e favori). Non sottovaluterei infine l’effetto aggregante che una formazione organizzata in questa modalità potrebbe genererare.

Insomma se questa riforma deve portare oneri per la professione, lavoriamo in maniera che questi oneri portino valore condiviso!

Ultimora da Edilportale.

“L’obbligatorietà della frequenza – secondo Palazzo Spada – irrigidisce le modalità di svolgimento del tirocinio; meglio, secondo i giudici, che la frequenza sia facoltativa. Inoltre, il CdS ritiene irragionevole la norma del Regolamento che consente alle associazioni di iscritti agli albi di organizzare i corsi di formazione liberamente, e impone agli altri soggetti l’obbligo di essere autorizzati dal Ministero. L’unica cosa importante, secondo i giudici, è la qualità dei corsi, da garantire mediante la fissazione di requisiti minimi validi per tutti (compresi ordini e collegi).

Anche per la formazione continua permanente, il CdS chiede che l’attività di formazione non sia riservata agli ordini e collegi (art. 7, comma 4) ma sia estesa a tutti i soggetti sulla base di requisiti minimi dei corsi.”


6 Commenti a “Formazione, un giro d’affari da 34 milioni… usiamoli per formare professionisti”

  1. Christian Rocchi scrive:

    Veramente interessante Giulio. Un paio di appunti.

    I costi della formazione permanente per un architetto non sono solo quelli diretti: infatti a quei 228 euro l’anno devi aggiungerci i costi dell’impiego di una settimana del tuo tempo. Tempo rubato alla professione che costa.

    La tua proposta mi sembra molto interessante. Ieri sono stato all’inaugurazione della mostra dei plastici al Maxxi. Devo dire per esempio che, presi come siamo nel gorgo delle cose lavorative comuni, che per la maggiorparte degli architetti significa girare per uffici a risolvere problemi, purtroppo mettiamo da parte l’essenza vera della nostra professione. La progettazione, intesa come ideazione, come ricerca, come investimento personale di crescita, viene troppo spesso messo da parte.

    Ieri vedendo quella meraviglia che e’ il plastico del palazzetto dello sport di Nervi, ma anche altri plastici come quelli di Musmeci o quelli di Sacripanti, Anselmi, Soto de Moura, beh si e’ risvegliata la voglia di pensare, di prevedere di studiare e progettare.

    Non sarebbe male se la partecipazione ai concorsi di idee fosse un modo per poter acquisire crediti per l’aggiornamento formativo. In fondo questo veramente rappresentano i concorsi: un modo di fare ricerca e di aggiornarsi.

    I concorsi sono una spesa, spesso anche ingente: magari potrebbe essere un modo di recuperare e compensare le risorse impiegate.

  2. Ritengo l’obbligo della formazione permanente obbligatoria un ossequio al politicamente corretto, una violazione della libertà individuale del professionista, un errore culturale per l’architetto.
    Ossequio del politicamente corretto perchè è una acquiscenza al “lo fanno tutti”, ovviamente in europa, ma a me sembar che l’europa abbia ben poco da insegnare, visto come vanno le cose.
    Una violazione della libertà individuale perchè, in una logica di mercato e di libera concorrenza, la mia eventuale impreparazione mi dovrebbe espellere dal mercato. D’altra parte partecipare a stupidi corsettini, fatti solo per motivi di business da parte di altri, non aumenta di un accidente la mia conoscenza. Liberi corsi, invece, sarebbero necessariamente più selettivi, anche se più cari, dato che nessuno partecipa a corsi spendendo se non hanno un valore informativo reale.
    Un errore di tipo culturale, se riferito all’architetto, perchè il nostro mestiere non richiede grandi aggiornamenti, se non per l’adeguamento alle varie leggi. Ora, con questo meccanismo, le leggi aumenteranno, se possibile, per alimentare il business dei corsi. L’architettura non ha bisogno di “aggiornamenti”, ha bisogno di cultura, e quella non c’è corso di formazione che la fornisca.
    Ritengo invece utile, ma non c’è bisogno di una legge, la vostra proposta dello scambio informativo reciproco, l’unica forma interessante di scambio culturale e professionale.
    Scambiare l’aggiornaamento dei medici con il nostro vuol dire non capire le differenze sostanziali tra le discipline, vuol dire non capire e sapere interpretare la realtà.
    E’ poi risibile e paradossale che gli ordini possano validare la qualità di alcunchè, dato che l’essere consiglieri non dà alcun titolo per essere ritenuti più preparati dei moltissimi non consiglieri. Spesso è invece proprio il contrario.
    In verità è solo un altro metodo per garantire denari e potere agli ordini, con ciò il governo Monti smentendo ogni retorica sulla sbandierata liberalizzazione, ma comportandosi come il peggior governo corporativo. Ma il fatto è che si tratta di un sistema utile all’Europa dei burocrati e dei tecnocrati. Quindi quel genio di Monti, che non so nemmeno se comprenda l’incoerenza della cosa con quanto va affermando oppure se lo comprenda anche troppo bene e si comporti di conseguenza, sarà bene che tolga l’incomodo prima possibile.
    E utile agli ordini che, non a caso, l’hanno sempre richiesto e fortemente voluto.
    Gli esempi fatti mi convincono sempre più dell’inutile spreco di tempo e denari per questo business: sicurezza, antincendio, catasto. Ma chissenfrega! Chi li vuole fare li faccia, liberissimo, nessuno glielo impedisce. L’antincendio c’è la legge, la studi e, se non cambia ogni giorno come sta accadendo oggi dietro le varie emergenze (ad ogni emergenza una nuova legge, inseguendo una impossibile perfezione) è in grado di impararla da solo. E comunque ci sono gli specialisti apposta.
    Onestamente mi sembra di appartenere ad un popolo, in questo caso gli architetti, di bambini che non riescono a crescere e che hanno bisogno di trovare conferme nel maestro che li rassicuri e dia loro la pagella da portare a casa. O forse di vecchi che hanno bisogno della badante. Una condizione assolutamente patetica e scoraggiante.
    Comunque siete tutti contenti: benissimo, becchiamoci anche questi corsi. Vedrete che meraviglia, che magnifiche sorti e progressive. La nostra architettura migliorerà, i 150k architetti lavoreranno come pazzi e lavoreranno meglio di tutti in Europa. Tutti con i propri attestati di partecipazione attaccati in studio. Ma tutti senza lavoro ugualmente.
    In attesa della fine dell’euro e, purtroppo, della morte di questo paese alla deriva, ucciso dai discorsi tipo quelli del prof. Antinucci, dalle norme, dagli inutili e dannosi obblighi, ma del tutto privo di vita e quindi di lavoro.
    Saluti
    Pietro

  3. Christian Rocchi scrive:

    Sono d’accordo con Pietro. Non sento l’utilità di una formazione qualunquista. Ma l’andazzo putroppo e’ questo. Non credo neanche nelle capacita’ degli architetti di fare corpo e di ergersi per protestare.

    La formazione continua: un’altra idiozia logica dettata dai politici che non sanno cosa sia il mondo dell’architettura.

    Tante leggi su appalti e servizi sono state fatte con i paraocchi e hanno finito per gravare ulteriormente le pene che affliggono il nostro mondo.

    Bisognerebbe provare a cambiare lavoro.

  4. […] fondamentale che la competenza sia sempre di più centrata sull’esperienza (v. a proposito il mio articolo sulla formazione). Il titolo di studio non può che essere un punto di partenza, ma occorre agire […]

  5. ilbaronerosso scrive:

    mi sembrate un pò ingenui, cari colleghi, mi pare evidente che la formazione è una nuova tassa per i più giovani o per i sempre più esclusi dalla forbice Merloni.
    Ma condividendo il fatto che la scienza è figlia dell’esperienza, chi decide, per esempio, che se io lavoro nel campo della sicurezza debba essere formato da uno che fa solo corsi per la sicurezza?
    il regolamento non definisce le caratteristiche tecniche o il curriculum necessario al livello dei formatori!
    Saranno poi gli organi competenti a stabilirlo? con le stesse modalità delle Università, per esempio, dove ci sono professori che non hanno mai costruito?
    Forse era meglio chiederci i soldi direttamente che una nuova norma che arricchisce la nostra pletora burocratica!
    Che paese di furbi.

  6. […] mesi infatti che al nostro Ordine viene chiesto di aprire un confronto libero e aperto “sulla formazione permanente, sulla Fondazione, sulle quote di iscrizione, sui bilanci dell’Ordine, sulle […]

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