Amate l’Architettura aderisce all’appello del Quinto Stato contro il ddl Fornero per una nuova idea di lavoro e welfare

I lavoratori autonomi in Italia non hanno alcuna garanzia, il nostro futuro è incerto, oggi non abbiamo un reddito dignitoso e domani non avremo una pensione, il nostro lavoro intellettuale non viene riconosciuto e vuole essere confuso con il mercato.

Non possiamo più assistere immobili alla nostra distruzione, dobbiamo reagire, per questo Amate l’Architettura ha aderito all’appello del Quinto Stato contro il ddl Fornero per una nuova idea di lavoro e welfare, che sarà presentato a Roma:

Sabato 5 Maggio, ore 09,30

presso la Città dell’Altra Economia
Largo Dino Frisullo – Ex Mattatoio

vedi link

Questo è il momento di promuovere, oltre i confini delle singole categorie, la consapevolezza di un obiettivo comune, una coalizione del lavoro indipendente e precarizzato.

Vi invitiamo a partecipare e a sottoscrivere l’appello.

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7 Commenti a “Amate l’Architettura aderisce all’appello del Quinto Stato contro il ddl Fornero per una nuova idea di lavoro e welfare”

  1. contributi_addio scrive:

    Ho letto in una altra parte del sito le perplessità del delegato Inarcassa sulla riforma in atto.
    Lo invito a farsi spiegare il significato di bilancio tecnico visto che dovrà approvarlo.
    Inoltre dovrebbe leggere il comma 24 dell’art. 24 del decreto salva italia ed il comma 2 del medesimo articolo.
    Faccio presente che i contributi dei giovani sono ancora tutti lì in quanto ancora non versati.
    Faccio inoltre presente che il debito che si vuole spalmare sulle giovani generazioni è confrontabile con il debito nazionale pro-capite.
    Faccio presente che concentrare il credito (riserva matematica) su poche persone significa beneficiarli di importi multipli del debito nazionale pro-capite.
    Faccio presente che il termine sostenibilità a 15 o 30 anni significa fallimento della cassa a 15 o 30 anni che per un ente previdenziale è meno di un anno nel ciclo economico.
    La mia proposta di riforma è:
    -far decorrere la data del 30 settembre 2012 senza presentare bilanci tecnici fasulli;
    -distinguere la contabilità di Inarcassa fino al 31 12 2011 da quella che inizia l’1 1 2012 con il calcolo contributivo per le anzianità che decorrono da tale data come chiesto dal Salva Italia;
    -ristrutturare il debito di Inarcassa tra quelli che sono associati fino al 31 12 2011;
    -una volta visti i conti decidere eventualmente un contributo di solidarietà gravante sui futuri contributi per accompagnare la liquidazione della vecchia Inarcassa garantendo le pensioni minime.
    Se l’hanno fatto i greci, possiamo farlo anche noi. Meglio ora che troppo tardi.
    Se i giovani avranno sempre meno lavoro, come si può privarli della quota minima di pensione che riusciranno a stento ad accantonare?
    Se ci si pensa bene è la riforma 2010 di Inarcassa solo che a fallire è la vecchia Inarcassa e non quella del futuro.

  2. Io non aderisco perchè non ci ho capito niente, ma proprio niente. Pazienza, tutti siamo utili, nessuno è indispensabile.
    Pietro

  3. candido scrive:

    mi associo alle perplessità di pagliardini … sembra ostrogoto, ma dovremmo fare uno sforzo per capire!
    Io però sono giustificato, non sono un delegato inarcassa
    l’ignorante candido

  4. Giulio Pascali scrive:

    Su dai, fate i bravi, non è poi così difficile da capire.

  5. Mark scrive:

    effettivamente per ora è tutto molto fumoso.

  6. beta scrive:

    A proposito di architetti contribuenti minimi fa molto riflettere lettera pubblicata nel blog dell’Ordine degli architetti di Napoli a firma di G.M.Cennamo e G.Polichetti a proposito del cinquantenario della istituzione di Inarcassa poichè offre un ghiotto spunto di riflessione sul compito della tutela “a tutto tondo” che l’ordine dovrebbe svolgere. Per quanto riguarda la professione ma anche per quanto concerne il sistema di previdenza obbligatorio dei propri iscritti.
    Dovrebbe essere “nell’ordine delle cose” che un’associazione autorevole come l’Ordine degli architetti vigili e tuteli i suoi iscritti soprattutto quelli più vulnerabili.
    Mi riferisco in particolare al trattamento discriminatorio che Inarcassa infligge agli iscritti disoccupati che sperando ancora di trovare lavoro, mantengono attiva l’iscrizione pagando faticosamente i contributi annuali obbligatori.
    Questa categoria di iscritti, sorta di esodati clandestini, tutti assolutamente privi di tutele e riconoscimenti sindacali, costituita prevalentemente da donne, precari, studiosi, neolaureati e professionisti in fasce di età fuori mercato, con grandi sacrifici a volte riesce a pagare i contributi minimi…
    Tuttavia in base all’ultima riforma, ai fini della pensione minima, i loro contributi, valgono meno di quelli di chi, a parità di versamenti, ha superato la fatidica soglia dei 10.000 euro di fatturato.
    Ironia della sorte siamo in presenza di un principio solidaristico al contrario: chi ha guadagnato meno o addirittura nulla viene discriminato ai fini del calcolo della pensione.
    In alcuni casi il famoso sistema contributivo, applicato da inarcassa solo a chi è al di sotto della soglia minima di fatturato, produrrà all’iscritto in questione una pensione al di sotto di quella garantita dagli stessi versamenti su un qualsiasi fondo pensione privato.
    In conclusione per questa categoria di “sfigati” c’è l’OBBLIGO di versare ogni anno la tassa di iscrizione al proprio Ordine professionale ed i contributi minimi Inarcassa, ovvero pagare al solo scopo di acquisire il diritto a rimanere ancora sul mercato ed a sperare di riuscire a lavorare.
    Sarebbe opportuno come minimo che tutti gli ordini professionali, promuovessero per questi iscritti un ricorso collettivo di catagoria verso l’Inarcassa, o quantomeno divulgassero l’argomento sui propri mezzi di informazione affinchè gli iscritti discriminati si possano organizzare e far valere i propri diritti.
    In un periodo come questo, in cui si sente parlare tanto di diritti acquisiti, è possibile sostenere che anche i nostri possano essere riconosciuti?
    O solo perché non apparteniamo alla vecchia generazione, quella dei privilegi acquisiti, si pretende di annullare i fondamenti del diritto alla parità di trattamento?
    L’esistenza degli ordini professionali in questo quadro avrebbe ancora un senso, se e solo se tutelasse realmente gli iscritti sulle cose sostanziali, poiché tutto il resto cioè la miriade di corsi di aggiornamento, blog, giornali, riviste commemorative ecc. dovrebbero competere alle relative facoltà universitarie competenti o private nonché ai singoli e/o alle associazioni che oggi, con la comunicazione telematica, certamente non hanno più bisogno di intermediari per poter svolgere alcunché.
    Per non parlare di tutti quei servizi professionali e legali che servono solo a garantire, a pochi, corsie preferenziali per l’acquisizione di diritti vari, mentre per la quasi totalità degli iscritti si rivelano quasi sempre solo dei servizi virtuali, insufficienti nella pratica professionale a risolvere realmente tutti quegli intoppi burocratici messi in piedi al solo scopo di giustificare gli stessi organismi di controllo che li hanno generati.
    A proposito i nostri delegati inarcassa non si sono accorti di nulla?

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