Sette fischi brevi e uno lungo

19 febbraio 2012

Possono queste riforme, liberalizzazioni, esser state pensate per favorire i giovani?

Per favorire i giovani si sarebbe potuto cambiare la legge che governa gli appalti di servizi: per esempio scorporando il progetto preliminare e definitivo dall’esecutivo e direzione lavori. Dando la possibilita’ ai giovani di partecipare a concorsi anche essendo al primo esercizio contabile e non avendo i fatturati assurdi che le leggi vigenti chiedono per progettare anche un chiosco.

Per favorire i giovani si sarebbe potuto metter mano ai contratti che regolamentano le prestazioni professionali all’interno degli studi.

Per favorire i giovani si sarebbe potuto caldeggiare una riforma profonda del sistema universitario che li forma e che li fa uscire impreparati al mondo del lavoro, e non sara’ un tirocinio professionale fatto negli ultimi anni di facolta’ a favorirne l’ingresso nella professione.

Per favorire i giovani si sarebbero dovuti imputare alcuni capitoli di bilancio per incentivare la loro formazione  per esempio con l’internazionalizzazione.

Infine per favorire i giovani avrebbero dovuto fare in modo che restare a lavorare ancora in Italia avesse un senso.

Il brain draining con queste riforme economiche, da liberista del nuovo millennio, non si fermerà e i nostri migliori elementi continueranno a scappare dall’Italia degli economisti, capaci solo di alzare tasse e di rendere ancora piu`invivibile questo paese. Non si intravedono ancora le vere riforme strutturali, quelle indirizzate a dare una vera sterzata non solo alla questione economica, che forse potrà anche essere normalizzata, ma soprattutto a quella  culturale e di indirizzo del paese, allo stato attuale completamente assente. Qual’è il fine? E cosa vogliamo che l’Italia sia domani?

L’economia non può avere come suo fine se stessa. L’economia deve essere uno strumento al servizio di una visione più ampia. Una visione di indirizzo culturale e morale. Come puó interessarmi sapere che domani avrò raddrizzato la situazione economica, quando avrò creato un popolo che ha come unico suo valore il profitto a tutti i costi e fine a se stesso?

Dov’è il perfezionamento morale e la tendenza alla comunione sempre più intima e vasta fra tutti i membri della famiglia umana che si predicava di raggiungere con il liberalismo (mazziniano prima e crociano dopo)? Come si pensa di raggiungerlo?

Se per raggiungerlo si pensa di dover passare attraverso la guerra dei poveri, attraverso i ribassi da “pane oggi per fame domani” allora l’Italia continua ad essere per i professionisti onesti (e non solo professionisti) un paese dove non conviene stare e lavorare, perchè sopravviveranno a questa politica cieca solo pochi forti gruppi di società con capacità di spesa.

Disarmante anche la tecnica di screditamento del dissenso, espressa dalle varie “corporazioni”, messa in atto dal governo. Il messaggio che passa è quello che il dissenso è normale che ci sia poichè “abbiamo toccato interessi incrostazioni” del mercato. Un dissenso quindi di matrice reazionaria indirizzato a proteggere i grandi interessi economici acquisiti. Nel nostro caso quali sono? I minimi tariffari? Non ci sono mai stati nel privato e nel pubblico erano l’unico baluardo, necessario, ma non sufficiente (se guardiamo alle strutture pubbliche crollate a L’Aquila), ancora esistente per far si che gli edifici pubblici si costruissero con serietà.

Al contrario questa casta di privilegiati degli architetti li vuole e li invoca i cambiamenti come via di salvezza dall’estinzione dell’architettura sul suolo italiano, ma vuole cambiamenti che abbiano veramente la loro efficacia, che siano in grado di smuovere veramente la situazione e che non siano le ennesime manovrine di facciata.

Manovrine che in un contesto sociale degradato come è quello attuale, avranno come unico risultato quello di arricchire ancora di più i furbi. La “casta” degli architetti chiede riforme più radicali. Riforme più coraggiose e democratiche. Rivendica la pretesa che  possa esistere una giustizia che ponga un freno all’accaparramento del lavoro per vie traverse legalmente inaccettabili, rivendica la pretesa che le gare possano essere esperite su base meritocratica e non sulla base di una competizione economica, data a forza di remunerazioni che non coprono neanche i costi di produzione, e che poco hanno a che vedere con il sistema meritocratico teorizzato da liberalisti e liberisti.

Da anni assistiamo inermi al degrado culturale delle nostre città costruite allo stesso modo, con gli stessi criteri, da destra e sinistra. Da anni assistiamo allo stupro dei nostri territori occupati da quartieri senza anima, specchio del degrado culturale in cui la nostra società versa governata da politici, incolore, dove l’architettura, la visione dello spazio e financo la sicurezza stessa degli edifici si piegano sotto il peso della speculazione economica.

Progetti di quartieri che vengono tirati fuori dai cassetti degli imprenditori, sempre uguali e ripetibili all’infinito fino a far traboccare le loro tasche di soldi. Non importa che poi tali quartieri manchino in infrastrutture o creino disagio sociale, l’importante è il profitto a tutti i costi.

I sette fischi brevi e l’ultimo lungo sono già suonati per molti di noi quando ancora studenti, ci accorgevamo dell’arretratezza culturale in cui versava la nostra facoltà e le nostre cittá vernacolari e uguali. Molti se ne sono andati a lavorare fuori e molti altri continueranno ad andarsene finchè le riforme serie non daranno reali possibilità di lavoro per giovani e non più giovani, finchè l’Italia non tornerà ad essere fonte di cultura, finchè l’Italia non sarà più preda degli speculatori finanziari, finchè la dignità non tornerà ad essere di nuovo un valore, finchè quei fischi non smetteranno di dare il loro amaro, triste, e desolante messaggio di abbandono!

Christian Rocchi – professionista e architetto

da 13 anni 5 volte responsabile per l’ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia di progetti, che godono di finanziamento europeo, che permettono agli architetti sotto i 35 anni di abbandonare l’Italia!


2 Commenti a “Sette fischi brevi e uno lungo”

  1. Giulio Pascali scrive:

    Caro Christian
    condivido pienamente il tuo sfogo.
    Molti si riempiono la bocca di liberismo, pochi sono disposti ad accettarne fino in fondo tutte le conseguenze.
    La sensazione è che i più tendano a fare i liberisti col culo degli altri.
    Dall’Assemblea della #rete150k credo di avere capito poche cose (poche ma confuse diceva credo Flaiano):
    – c’è una convinzione ormai diffusissima sulla sostanziale inutilità del sistema ordinistico così come lo conosciamo ora. In molti sembrano dare alla riforma degli ordini una importanza determinante. Personalmente, pur riconoscendo l’importanza di una tale riforma, trovo che sia molto più urgente un serio ripensamento sulla professione (cosa peraltro ricordata da alcuni interventi). Però riconsco in questa convergenza una unità tale da non poterla sottovalutare. Se gli architetti, notoriamente divisi e frammentati, possono trovare ina questo un elemento di coesione, ben venga: e chissà che comunque alla forma (il sistma ordinistico) non segua la sostanza (la riscossa degli architetti).
    – il collega di Palermo, tra pochi altri, ha ricordato come oggigiorno la scelta del professionista non dipenda dalla sua capacità progettuale, quanto dalla capacità del professionista di ottenere autorizzaizoni o finanziamenti. Gli architetti, come i cittadini, sono entrambi vittime del sistema burocratico che la nostra società ha costruito intorno a se stessa. In un processo di autentica eterogenesi dei fini, l’enorme apparato burocratico, che dovrebbe trovare la sua giustificazione per la garanzia della qualità del costruito, è divento il principale alimentatore del depauperamento della stessa qualità. Un serio processo di liberalizzazione non dovrebbe a mio parere ridurre tanto i livelli di controllo delle varie amministraizoni sul territorio, quanto modificare le modalità con cui questo controllo viene esercitato, riducendo al massimo la discrezionalità dei singoli funzionari. Maggiore assunzione di responsabilità per committenti (e per professionisti), minori autorizzaizoni da richiedere, più controlli diretti sul terriotorio.
    – sullo stesso tono la gestione degli appalti pubblici e delle tariffe; sono ideologicamente daccordo sul principio di similitudine che lega il minmo salariale con il minimo tariffario (chissa perche nessuno ipotizza un libero mercato dove le bance offrano tassi di sconto sottocosto); su questo fronte mi pare che gli architetti abbinao ben poco da perdere; sarebbe moto più proficua una battaglia in sostegno di una reale apertura del mercato degli appalti pubblici, mercato attualmente sotto regime quasi oligopolistico; le ricette proposte sono tante e svariate; cercherei di individuarne alcune di grande impatto simbolico/sostanziale tipo: obbligo di rotazione degli incarichi e obbligo di richiesta di minimo 5 offerte per tutti gli appalti.
    – ultimo ma ben più importante punto, dalla portata transprofessionale, la necessità urgente di una riforma del sistema giudiziario che consenta, emissione di giudizi in tempi rapidi, certezza ed omogeneità dei giudizi stessi. L’interpretabilità e la discrezionalità dei giudizi, sta portando sempre più a far valere sul mercato atteggiamenti e modalità operativi più vicini alla legge della giungla che ad un moderno stato di diritto. Si lavora ragionando su scelte che possano evitare come la peste qualunque giudizio, mentre l’interpretabilità di moltissime norme espone il professionista a una debolezza intrinseca che lo rende incapace di gestire imprese con la “dovuta diligenza”.

  2. Proprio oggi ho trasmesso via mail una proposta al Consiglio direttivi di INARSIND Arezzo per fare in modo di dare un contributo ai professionisti iscritti, ovviamente, e quindi in linea con il sistema delle libera associazioni professionali. Insomma, comportarsi “come se” gli ordini non esistessero, sempre nel rispetto della legge naturalmente, nel senso di offrire servizi per la stipula dei contratti di incarico fatti con chiarezza, trasparenza, riduzione del rapporto asimmetrico professionista-cliente, che tutelino il cliente, che prevedano forme di conciliazione tra le parti per non arrivare alle azioni legali, ecc.
    Dopodichè presentarsi in città come associazione e propagandare questo metodo, indicando naturalmente l’elenco degli associati. Indicare metodi di calcolo degli onorari che non siano per forza bassi, ma “garantiti” corrispondenti alle prestazioni da compiere e con regole corrette nei confronti del cliente. Norme di deontologia interne e chi le viola viene espulso, non dall’ordine, ovviamente, ma dall’associazione.
    Questo, ancorchè difficile e tutto da inventare, è un modo corretto di agire nel mercato, ma in un mercato con regole non dettate dallo stato anche se conformi alle norme dello stato, che è poi il codice civile, accettando la sfida della concorrenza ma puntando sulla qualità. Vedremo se ci riusciremo.
    Questo è il significato dell’espressione “gli ordini non servono più”, non altro.
    Voglio proprio vedere quanti sono disposti ad accettare questa sfida. Non parlo dei miei colleghi di Arezzo, che so come la pensano e che semmai potranno avere dubbi legittimi sulla fattibilità, non certo sul principio, ma parlo degli architetti in genere.
    saluti
    Pietro

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