Proposta per la creazione di un software CAD libero (con alcune considerazioni sul diritto d’autore in architettura)

24 febbraio 2012

arch-linux-logo-300x251In un mio commento precedente ho avanzato la proposta di prevedere il finanziamento da parte dello stato per la produzione di software liberi da mettere a disposizione di tutti i professionisti. Approfondendo il senso della proposta è importante sottolineare sin dall’inizio che la questione non è tanto la produzione di un software (in concorrenza con altri soggetti privati), quanto la codifica di un formato standard su cui tutti i produttori di software possano liberamente esercitare le loro capacità di programmazione.

L’idea nasce dalla considerazione che l’imposizione da parte delle stazioni appaltanti del requisito del possesso di determinate licenze software (ad es. Autocad) costituisce una grave limitazione alla partecipazione alle gare d’appalto da parte degli studi professionali più piccoli o dei giovani professionisti.
Alla proposta (abbastanza scontata, per la verità) di prevedere finanziamenti ai piccoli studi per l’acquisto dei software necessari, ritengo molto più efficace prevedere una forma di finanziamento che possa essere virtualmente accessibile a tutti e che abbatta alla fonte l’elemento discriminatorio.

Come già avvenuto in passato, anche questo post nasce dalla volontà di rispondere ad alcune osservazioni mosse da Pietro.
“che lo stato finanzi la produzione di software liberi mi sembra una turbativa di mercato.
[…]
Il software libero va benissimo, ma non può passare il principio che i produttori si software non abbiano i diritti sul loro prodotto.
Anche le opere dell’ingegno, come nel caso dell’ingegneria, sono tutelate dalla legge e non ce se ne possiamo appropriare impunemente.”
Le due obbiezioni mosse da Pietro riguardano quindi la potenziale turbativa del mercato (dei software ndb) generata dalla mia proposta e la potenziale lesività dei diritti d’autore dei software (intesa nel suo significato più generale di opera di ingegno).
Il tema, come si intuisce, ha a che fare con la professione, e più in generale con la tutela delle prestazioni di natura intellettuale. Il concetto stesso di diritto d’autore, come noto, è già fortemente in crisi su ben altri fronti della produzione intellettuale. Noi architetti come al solito arriviamo sempre un po’ in ritardo a discutere di temi che sono sul piatto della discussione già da un pezzo; raramente sappiamo fare tesoro delle esperienze degli altri su temi analoghi.

Basta fare una ricerca alla voce pirateria per rendersi conto dello stato di raffinatezza intellettuale e filosofica che ha raggiunto il dibattito.
Qui un breve post con una serie di link ad articoli pro e contro la questione della pirateria informatica.
Non è la prima volta che sento un architetto lamentarsi della paura che qualcuno gli possa rubare le idee a causa della costrizione a consegnare i dwg editabili al committente.
Ritengo questa paura relativamente priva di senso per una serie di considerazioni.

1. Si tende generalmente a confondere il messaggio (il progetto, l’idea progettuale) con il supporto (il disegno, il file dwg). Se l’incarico ricevuto attiene all’idea progettuale il rischio da cui ci si dovrebbe tutelare è l’appropriazione indebita della paternità del progetto (in questo la tipologia del supporto utilizzato non c’entra; consegnare un dwg piuttosto che un pdf o un “cartaceo” serve semmai solo a limitare l’eventuale azione fraudolenta, ma non impedisce a chiunque di fotocopiare e ridisegnare un qualsiasi progetto). Se invece si dovesse trattare di un incarico puramente esecutivo (ad esempio la produzione dei disegni senza la paternità dell’idea progettuale) è evidente che il problema non sussiste (giacché proprio la libera disponibilità del disegno è l’oggetto dell’incarico, e se il committente richiede file editabili è abbastanza ovvio che il prodotto finale debba essere un disegno liberamente editabile). In genere tutti gli incarichi prevedono (o sottintendono) entrambe le prestazioni. Ovviamente può darsi il caso che qualche collega riesca a far passare clausole contrattuali che prevedano esplicitamente la non consegna di formati editabili; dato che non conosco clienti che consapevolmente o volontarimanete accetterebbero di non ricevere i files editabili, in generale invito i colleghi a valutare quanto una pratica di questo genere sia percepibile come una prassi vessatoria (molto simile a certe clausole contrattuali di alcune assicurazioni).

2. Sul tema della protezione dei diritti d’autore si battono da anni le grandi major multinazionali, con scarsissimi risultati pratici e spesso con devastanti effetti boomerang (dalla levitazione dei costi di produzione ai casi in cui le limitazioni all’utilizzo del prodotto diventano tali da non consentire l’utilizzo del prodotto stesso nemmeno per fini personali); come possono i piccoli e indifesi architetti pretendere di applicare gli stessi criteri e le metodologie di protezione dell’opera (ovvero del disegno) che non riescono a far valere nemmeno le grandi major multinazionali?

3. La pretesa di imporre limitazioni al committente sul libero utilizzo del prodotto comporterebbe in teoria un enorme dispendio di tempo e di risorse; immaginate se ogni volta che si dovesse intervenire su un fabbricato esistente, per una pratica, o una modifica al fabbricato, occorresse ridisegnare completamente tutto perchè ogni progettista si rifiuta di consegnare i files dwg; si tratterebbe di una pratica semplicemente antiecologica per l’intero sistema. Per la semplice velleità di proteggere la produzione di un blocco o uno stile di linea (giacché di questo si tratta), è semplicemente antieconomico (per non dire sciocco) pretendere che tutti debbano ogni volta ricominciare da capo; in ogni caso un committente dovrebbe avere pieno diritto (idealmente remunerato dalla parcella professionale) a ricevere dei file editabili da utilizzare per le proprie esigenze ordinarie (manutenzioni, arredi, presentazioni, gestione personale, espletamento gare d’appalto, gestione direzione dei lavori, ecc.).

4. Il modello ottocentesco di protezione dei brevetti e dei diritti d’autore (precedentemente sconosciuto alla società) non tutela minimamente l’inventore (nel caso della major la tutela non è dell’autore bensì delle case editrici), mentre è fortemente dannoso per lo sviluppo stesso delle idee, della loro circolazione, e in definitiva dello sviluppo della società nel suo complesso.

5. Vi sono esempi nella storia delle invenzioni che hanno dimostrato come l’esistenza di un brevetto esclusivo  ha portato più danni che benefici sia alla società che al detentore dei brevetti stessi; nel caso degli architetti è evidente che per ogni disegno/blocco che si mette a disposizione ce ne sarebbero centinaia disponibili, e se anche c’è qualcuno che se ne approfitta, non sarebbe una buona ragione per rinunciare ad un possibile vantaggio; certo ci sono gli architetti convinti di essere in assoluto i migliori di tutti che quindi non ritengono di poter trarre alcun beneficio dalla condivisione: per questi non ci posso fare nulla…..

In generale però anche per le grandi compagnie la libera circolazione dei prodotti non necessariamente danneggia la compagnia stessa, anzi aiuta a creare una base solida di clienti fidelizzati. Volendo trovare degli esempi concreti di quuesta ultima affermazione basterebbe pensare a Windows (che è riuscito ad imporsi sul mercato proprio grazie alla libera disponibilità del programma nelle versioni “tarocche”), alla stessa Autodesk (stesse ragioni, unite ad una oggettiva qualità del prodotto), o per assurdo all’incredibile serie di marchi della moda per nulla danneggiati dalla enorme circolazione di copie contraffatte (si veda a proposito il capitolo dedicato a questo fenomeno da Saviano su “Gomorra”).
Altra cosa ovviamente è tutelare (e remunerare) chi ha avuto un’idea, o un invenzione, dal rischio che qualcun altro se ne appropri illecitamente; esistono forme di remunerazione e tutela che prescindono dall’imposizione di un copyright: il riconoscimento della parcella professionale è uno di questi e non necessariamente comporta dei vincoli o delle limitazioni all’utilizzo del prodotto finito (che non è il disegno, ma l’edificio costruito).
Aggiungo che proprio la ripetizione tipologica dei modelli, la copia di altri progetti (ispirazione la chiamano), costituisce il sale della professione di architetto. Sarebbe stato interessante vedere quali svilupi avrebbe avuto la storia dell’architettura se Michelangelo avesse posto il copyright sull’Ordine Gigante, chissà poi se non avrebbe rischiato di essere denunciato per plagio da Brunelleschi per la realizzazione delle Sacrestia Nuova.

È inoltre innegabile che ciascun proprietario di immobile è generalmente libero di modificare l’oggetto finito dell’idea progettuale, anche coinvolgendo un altro progettista. Su questo tema meriterebbero un discorso a parte le modifiche in corso d’opera effettuate senza il parere del progettista o le modifiche su edifici tutelati.

Se ne deduce che il problema non sta tanto nell’impedire la copia di un’idea o la possibilità di una sua libera manipolazione da parte di terzi, quanto nel riconoscimento della paternità del prodotto originale e dell’eventuale modifica.

Se ne deduce che l’oggetto della professione dell’architetto è principalmente l’idea progettuale la quale deve essere il più possibile svincolata dal supporto.

Veniamo quindi alla proposta di rendere disponibile per tutti un software libero in maniera da consentire una equiparazione sostanziale delle risorse disponibili da parte dei progettisti.

Come ho detto il progetto o l’idea progettuale dovrebbero essere valutati indipendentemente dallo strumento utilizzato per rappresentarlo; o meglio, lo strumento utilizzato per rappresentarlo dovrebbe essere una conseguenza diretta dell’idea progettuale che si intende esporre.
L’imposizione di un determinato software tra i requisiti di selezione costituisce una forte limitazione non solo dal punto di vista finanziario o organizzativo (partecipa solo chi ha le risorse economiche per disporre di quel software), ma anche dal punto di vista ideologico (sono meglio rappresentabili solo progetti che si sposano idealmente con lo strumento tecnico).

La richiesta di utilizzare uno specifico software fatta dalle amministrazioni pubbliche nasce in realtà dalla oggettiva esigenza di poter disporre liberamente dei documenti prodotti dal progettista senza doversi dotare di una infinità di interfacce di lettura diverse.

Inoltre la necessità di dotarsi di uno specifico software comporta anche un costo diretto che le amministrazioni non possono eludere (ad esempio acqustando copie contraffatte del software).

Proprio in risposta a problemi di questa natura molte amministrazioni pubbliche stanno sviluppando norme che incentivino l’utilizzo di software liberi quali ad esempio Firefox, Openoffice, Linux. La presenza di questi software sul mercato non sembrano avere danneggiato più di tanto i produttori direttamente interessati (Microsoft) che anzi hanno spesso appreso e migliorato i loro prodotti analizzando (copiando, o dio!) le idee dei concorrenti (liberamente disponibili) e riproponendole nelle proprie versioni aggiornate.
Su un altro fronte lo stesso Bill Gates, quando venne accusato di abuso di posizione dominante dovuta alla imposizione di Explore su tutti i PC commercializzati con il sistema operativo Windows, sostenne la tesi che proprio la possibilità di disporre di un’unica piattaforma standardizzata (il sistema windows), aveva costituito i presupposti per lo sviluppo in concorrenza di tutti gli altri software.
Bill Gates è stato comunque costretto a pagare le multe per l’accusa di monopolio, ma il principio di fondo da lui enunciato aveva un fondo di verità; la presenza di uno standard condiviso, riconosciuto e adottato da tutti, che funzioni da codice di riferimento e piattaforma di supporto al lavoro di tutte le imprese, costituisce una delle condizioni essenziali allo sviluppo liberale del mercato.
Qui un interessante articolo che spiega come però il nodo della questione non sia tanto il controllo del sistema operativo, quanto il possesso (possibilimente in regime di monopolio) del formato di output. Non è importante il tipo di programma che si usa per gestire un file o produrlo quanto la possibilità di emeterlo in un formato liberamente condivisibile e intellegibile da altri operatori.

Non ha importanza se per scrivere una lettera si utilizza una Olivetti o un’altra macchina da scrivere, purchè questa sia scritta in italiano; ma cosa succederebbe se l’alfabeto o l’intero codice linguistico italiano fosse coperto da un copyright di proprietà di un privato? finchè il privato lascia libero utilizzo del codice nessun problema, ma se all’improvviso si dovesse pagare il titolare del codice un tanto a lettera? Milioni di persone dovrebbero pagare o sarebbero costrette a tradurre tutto in altri linguaggi.

I formati dei file non sono altro che i codici linguistici con i quali vengono scritte le nostre idee. Questi codici non possono che essere patrimonio collettivo.

La mia proposta va proprio in questo senso, ed è importante sottolineare quanto il vero nocciolo della questione non è tanto la produzione di un software, quanto la codifica di un formato standard su cui tutti i produttori di software possano liberamente esercitare le loro capacità di programmazione.

Contrariamente ad altri formati infatti il formato dwg è un formato proprietario, il che significa che se vuoi produrre un file .dwg devi utilizzare un software prodotto da Autodesk e se anche riesci a produrre una software compatibile, resti permanentemente esposto alle variazioni di codice del proprietario (si veda per esempio loa emissione recente del formato .docx da parte di Microsoft).

“Il DWG non è uno standard in senso stretto. Nonostante sia largamente diffuso e la maggior parte delle case di programmazione che sviluppano sistemi CAD dichiarino ad oggi la compatibilità con tale formato, la proprietà esclusiva e la conseguente variabilità dello stesso al variare delle release di prodotto, lo rendono uno strumento poco adatto allo scambio di dati tra CAD diversi. Tale considerazione trova conferma nella presenza di formati standard le cui specifiche sono pubbliche e la cui esistenza ed unico scopo è proprio quello di adempiere a tale funzione.”

Il contrario di quanto avviene per esempio con i file .mp3 che rispondono a delle specifiche aperte, liberamente accessibili a tutti gli sviluppatori di software, un unico formato per infinite possibilità di programmi.

Il formato .mp3 tra l’altro ha origine da un progetto finanziato dalla Comunità Europea.

Finanziare la produzione di un software sviluppato in Creative Common avrebbe quindi la semplice funzione di favorire la diffusione di un formato standardizzato aperto e di garantirne l’utilizzo libero presso i professionisti e preso le stazioni appaltanti; le grandi case di produzione di software continuerebbero ad operare e a farsi concorrenza sul piano della qualità dell’interfaccia, sulla produzione degli applicativi, sulla affidabilità dei programmi.

L’idea che questo progetto, se sviluppato dallo Stato, costituisca una turbativa del mercato è un po’ come sostenere che la realizzazione di una ferrovia o di un autobus pubblico costituisce turbativa di mercato per i produttori di auto.
Qui trovate il link alla Open Design Alliance, che raggruppa più di 1.200 case di produzione software CAD con l’obbiettivo di  sviluppare una piattaforma condivisa. Consentire la libera concorrenza tra 1.200 imprese invece che di una sola costituisce turbativa di mercato?
E’ evidente invece che l’imposizione di un software specifico tra i requisiti va addirittura oltre la turbativa del mercato, avallando di fatto la persistenza di un monopolio. Allo stesso modo, sapendo che il mercato è caratterizzato da un monopolio, la concessione di finanziamenti per l’acquisto del software costituisce finanziamento indiretto alla casa di produzione; la turbativa del mercato sarebbe addirittura doppia. Finanziare l’acquisto di software assomiglierebbe un po’ ai vecchi finanziamenti per la rottamazione delle auto:  avrebbe un effetto drogante per il mercato, drenerebbe risorse in favore di un solo prodotto, avrebbe effetto limitato ai soli beneficiari del finanziamento e al solo periodo temporale in cui viene erogato. Al primo aggiornamento delle release si esaurirebbe l’effetto benefico riportando tutti al punto di partenza.

Ritorniamo invece all’obbiettivo reale di una gara per l’affidamento di un incarico: la selezione di una idea progettuale o del migliore professionista in grado di svolgere quel progetto.

Ritengo che sia compito di uno stato autenticamente liberale garantire la libera concorrenza tra i professionisti operando in maniera da creare le condizioni di equità tra gli operatori del mercato. Trattandosi di attività di intelletto la libera concorrenza deve esercitarsi su un livello il più possibile svincolato e svincolabile dalle dotazioni informatiche del progettista.

Piuttosto che impiegare risorse economiche per finanziare gli studi professionali all’acquisto di software, la mia proposta è che lo Stato impieghi le stesse risorse per codificare un formato standard di archiviazione dati  unico e aperto e avvii un programma di sviluppo di software CAD in Creative Common, spingendo infine prograssivamente le amministrazioni ad adottare il formato nelle proprie gare d’appalto.

Purtroppo, dato lo stato attuale dell’attuale Stato, questa proposta appartiene più alla categoria delle provocazioni che a quella delle proposte concrete.

L’immagine in testa al post è tratta dal sito:
http://blog.sdonk.org/tag/arch-linux/
Non si tratta di una software legato alla produzione CAD, l’ho riportata perchè mi piaceva l’assonanza lessicale tra architettura e uno dei più famosi software liberi in circolazione.


3 Commenti a “Proposta per la creazione di un software CAD libero (con alcune considerazioni sul diritto d’autore in architettura)”

  1. Max Lusetti scrive:

    Faccio notare che ci sono già molti programmi open source o quasi ( siamo su costi di un decimo dell’originale autodesk) che funzionano egregiamente e lavorano producendo anche disegni DWG.
    Non voglio qui fare pubblicità ad una piuttosto che ad altra casa. Io utilizzo un programma che è identico all’ultima revisione autocad 2012 completo per elaborazioni 3d che mi è costato 300 euro. Adesso è stato sviluppato anche un parallelo REVIT… a prezzi realmente concorrenziali. Comprendo che l’open source sia una cosa giusta ma penso vada per forza di cosa limitata a campi di interesse più generale programmi come open office sono sicuramente la base equa per il lavoro e sono io il primo a spingere per adoperarli lasciando stare il corrispettivo microsoft. L’open osurce o il low level cost possono nascere solo dalal concorrenza e dall’apertura del mercato. Quindi iniziate tuti ad adoperare open office e non adoperate microsoft … utilizzate tutti i programmi low cost per disegnare già esistenti e testati e per forza di cose i detentori del presunto monopolio si troveranno costretti a stringere un pugno di mosche in mano.

  2. […] scoperto pochi minuti fa il sito Amate l’Architettura perché ha appena pubblicato una proposta per la creazione di un software CAD libero (bravi!) che fra le giustificazioni cita (grazie!) un mio articolo sull’importanza dei […]

  3. Qfwfq scrive:

    @Max
    hai ragione, ma questo non voleva essere un articolo di divulgazione tecnica sui software disponibili in rete.
    Mi premeva mettere sul tavolo una riflessione sulla possibilità (e sulle sue eventuali modalità di sviluppo) di definire degli standard aperti sul formato dwg.
    Sono convito che tale definizione debba restare in capo ad una istituzione di tipo pubblico.
    I software che citi avrebbero tutto da guadagnare e potrebbero svilupparsi lberamente senza essere vincolati al formato (proprietario) di Autodesk.

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