Archivio di febbraio 2012

Proposta per la creazione di un software CAD libero (con alcune considerazioni sul diritto d’autore in architettura)

24 febbraio 2012

arch-linux-logo-300x251In un mio commento precedente ho avanzato la proposta di prevedere il finanziamento da parte dello stato per la produzione di software liberi da mettere a disposizione di tutti i professionisti. Approfondendo il senso della proposta è importante sottolineare sin dall’inizio che la questione non è tanto la produzione di un software (in concorrenza con altri soggetti privati), quanto la codifica di un formato standard su cui tutti i produttori di software possano liberamente esercitare le loro capacità di programmazione.

L’idea nasce dalla considerazione che l’imposizione da parte delle stazioni appaltanti del requisito del possesso di determinate licenze software (ad es. Autocad) costituisce una grave limitazione alla partecipazione alle gare d’appalto da parte degli studi professionali più piccoli o dei giovani professionisti.
Alla proposta (abbastanza scontata, per la verità) di prevedere finanziamenti ai piccoli studi per l’acquisto dei software necessari, ritengo molto più efficace prevedere una forma di finanziamento che possa essere virtualmente accessibile a tutti e che abbatta alla fonte l’elemento discriminatorio.

Come già avvenuto in passato, anche questo post nasce dalla volontà di rispondere ad alcune osservazioni mosse da Pietro.
“che lo stato finanzi la produzione di software liberi mi sembra una turbativa di mercato.
[…]
Il software libero va benissimo, ma non può passare il principio che i produttori si software non abbiano i diritti sul loro prodotto.
Anche le opere dell’ingegno, come nel caso dell’ingegneria, sono tutelate dalla legge e non ce se ne possiamo appropriare impunemente.”
Le due obbiezioni mosse da Pietro riguardano quindi la potenziale turbativa del mercato (dei software ndb) generata dalla mia proposta e la potenziale lesività dei diritti d’autore dei software (intesa nel suo significato più generale di opera di ingegno).
Il tema, come si intuisce, ha a che fare con la professione, e più in generale con la tutela delle prestazioni di natura intellettuale. Il concetto stesso di diritto d’autore, come noto, è già fortemente in crisi su ben altri fronti della produzione intellettuale. Noi architetti come al solito arriviamo sempre un po’ in ritardo a discutere di temi che sono sul piatto della discussione già da un pezzo; raramente sappiamo fare tesoro delle esperienze degli altri su temi analoghi.

Basta fare una ricerca alla voce pirateria per rendersi conto dello stato di raffinatezza intellettuale e filosofica che ha raggiunto il dibattito.
Qui un breve post con una serie di link ad articoli pro e contro la questione della pirateria informatica.
Non è la prima volta che sento un architetto lamentarsi della paura che qualcuno gli possa rubare le idee a causa della costrizione a consegnare i dwg editabili al committente.
Ritengo questa paura relativamente priva di senso per una serie di considerazioni.

1. Si tende generalmente a confondere il messaggio (il progetto, l’idea progettuale) con il supporto (il disegno, il file dwg). Se l’incarico ricevuto attiene all’idea progettuale il rischio da cui ci si dovrebbe tutelare è l’appropriazione indebita della paternità del progetto (in questo la tipologia del supporto utilizzato non c’entra; consegnare un dwg piuttosto che un pdf o un “cartaceo” serve semmai solo a limitare l’eventuale azione fraudolenta, ma non impedisce a chiunque di fotocopiare e ridisegnare un qualsiasi progetto). Se invece si dovesse trattare di un incarico puramente esecutivo (ad esempio la produzione dei disegni senza la paternità dell’idea progettuale) è evidente che il problema non sussiste (giacché proprio la libera disponibilità del disegno è l’oggetto dell’incarico, e se il committente richiede file editabili è abbastanza ovvio che il prodotto finale debba essere un disegno liberamente editabile). In genere tutti gli incarichi prevedono (o sottintendono) entrambe le prestazioni. Ovviamente può darsi il caso che qualche collega riesca a far passare clausole contrattuali che prevedano esplicitamente la non consegna di formati editabili; dato che non conosco clienti che consapevolmente o volontarimanete accetterebbero di non ricevere i files editabili, in generale invito i colleghi a valutare quanto una pratica di questo genere sia percepibile come una prassi vessatoria (molto simile a certe clausole contrattuali di alcune assicurazioni).

2. Sul tema della protezione dei diritti d’autore si battono da anni le grandi major multinazionali, con scarsissimi risultati pratici e spesso con devastanti effetti boomerang (dalla levitazione dei costi di produzione ai casi in cui le limitazioni all’utilizzo del prodotto diventano tali da non consentire l’utilizzo del prodotto stesso nemmeno per fini personali); come possono i piccoli e indifesi architetti pretendere di applicare gli stessi criteri e le metodologie di protezione dell’opera (ovvero del disegno) che non riescono a far valere nemmeno le grandi major multinazionali?

3. La pretesa di imporre limitazioni al committente sul libero utilizzo del prodotto comporterebbe in teoria un enorme dispendio di tempo e di risorse; immaginate se ogni volta che si dovesse intervenire su un fabbricato esistente, per una pratica, o una modifica al fabbricato, occorresse ridisegnare completamente tutto perchè ogni progettista si rifiuta di consegnare i files dwg; si tratterebbe di una pratica semplicemente antiecologica per l’intero sistema. Per la semplice velleità di proteggere la produzione di un blocco o uno stile di linea (giacché di questo si tratta), è semplicemente antieconomico (per non dire sciocco) pretendere che tutti debbano ogni volta ricominciare da capo; in ogni caso un committente dovrebbe avere pieno diritto (idealmente remunerato dalla parcella professionale) a ricevere dei file editabili da utilizzare per le proprie esigenze ordinarie (manutenzioni, arredi, presentazioni, gestione personale, espletamento gare d’appalto, gestione direzione dei lavori, ecc.).

4. Il modello ottocentesco di protezione dei brevetti e dei diritti d’autore (precedentemente sconosciuto alla società) non tutela minimamente l’inventore (nel caso della major la tutela non è dell’autore bensì delle case editrici), mentre è fortemente dannoso per lo sviluppo stesso delle idee, della loro circolazione, e in definitiva dello sviluppo della società nel suo complesso.

5. Vi sono esempi nella storia delle invenzioni che hanno dimostrato come l’esistenza di un brevetto esclusivo  ha portato più danni che benefici sia alla società che al detentore dei brevetti stessi; nel caso degli architetti è evidente che per ogni disegno/blocco che si mette a disposizione ce ne sarebbero centinaia disponibili, e se anche c’è qualcuno che se ne approfitta, non sarebbe una buona ragione per rinunciare ad un possibile vantaggio; certo ci sono gli architetti convinti di essere in assoluto i migliori di tutti che quindi non ritengono di poter trarre alcun beneficio dalla condivisione: per questi non ci posso fare nulla…..

In generale però anche per le grandi compagnie la libera circolazione dei prodotti non necessariamente danneggia la compagnia stessa, anzi aiuta a creare una base solida di clienti fidelizzati. Volendo trovare degli esempi concreti di quuesta ultima affermazione basterebbe pensare a Windows (che è riuscito ad imporsi sul mercato proprio grazie alla libera disponibilità del programma nelle versioni “tarocche”), alla stessa Autodesk (stesse ragioni, unite ad una oggettiva qualità del prodotto), o per assurdo all’incredibile serie di marchi della moda per nulla danneggiati dalla enorme circolazione di copie contraffatte (si veda a proposito il capitolo dedicato a questo fenomeno da Saviano su “Gomorra”).
Altra cosa ovviamente è tutelare (e remunerare) chi ha avuto un’idea, o un invenzione, dal rischio che qualcun altro se ne appropri illecitamente; esistono forme di remunerazione e tutela che prescindono dall’imposizione di un copyright: il riconoscimento della parcella professionale è uno di questi e non necessariamente comporta dei vincoli o delle limitazioni all’utilizzo del prodotto finito (che non è il disegno, ma l’edificio costruito).
Aggiungo che proprio la ripetizione tipologica dei modelli, la copia di altri progetti (ispirazione la chiamano), costituisce il sale della professione di architetto. Sarebbe stato interessante vedere quali svilupi avrebbe avuto la storia dell’architettura se Michelangelo avesse posto il copyright sull’Ordine Gigante, chissà poi se non avrebbe rischiato di essere denunciato per plagio da Brunelleschi per la realizzazione delle Sacrestia Nuova.

È inoltre innegabile che ciascun proprietario di immobile è generalmente libero di modificare l’oggetto finito dell’idea progettuale, anche coinvolgendo un altro progettista. Su questo tema meriterebbero un discorso a parte le modifiche in corso d’opera effettuate senza il parere del progettista o le modifiche su edifici tutelati.

Se ne deduce che il problema non sta tanto nell’impedire la copia di un’idea o la possibilità di una sua libera manipolazione da parte di terzi, quanto nel riconoscimento della paternità del prodotto originale e dell’eventuale modifica.

Se ne deduce che l’oggetto della professione dell’architetto è principalmente l’idea progettuale la quale deve essere il più possibile svincolata dal supporto.

Veniamo quindi alla proposta di rendere disponibile per tutti un software libero in maniera da consentire una equiparazione sostanziale delle risorse disponibili da parte dei progettisti.

Come ho detto il progetto o l’idea progettuale dovrebbero essere valutati indipendentemente dallo strumento utilizzato per rappresentarlo; o meglio, lo strumento utilizzato per rappresentarlo dovrebbe essere una conseguenza diretta dell’idea progettuale che si intende esporre.
L’imposizione di un determinato software tra i requisiti di selezione costituisce una forte limitazione non solo dal punto di vista finanziario o organizzativo (partecipa solo chi ha le risorse economiche per disporre di quel software), ma anche dal punto di vista ideologico (sono meglio rappresentabili solo progetti che si sposano idealmente con lo strumento tecnico).

La richiesta di utilizzare uno specifico software fatta dalle amministrazioni pubbliche nasce in realtà dalla oggettiva esigenza di poter disporre liberamente dei documenti prodotti dal progettista senza doversi dotare di una infinità di interfacce di lettura diverse.

Inoltre la necessità di dotarsi di uno specifico software comporta anche un costo diretto che le amministrazioni non possono eludere (ad esempio acqustando copie contraffatte del software).

Proprio in risposta a problemi di questa natura molte amministrazioni pubbliche stanno sviluppando norme che incentivino l’utilizzo di software liberi quali ad esempio Firefox, Openoffice, Linux. La presenza di questi software sul mercato non sembrano avere danneggiato più di tanto i produttori direttamente interessati (Microsoft) che anzi hanno spesso appreso e migliorato i loro prodotti analizzando (copiando, o dio!) le idee dei concorrenti (liberamente disponibili) e riproponendole nelle proprie versioni aggiornate.
Su un altro fronte lo stesso Bill Gates, quando venne accusato di abuso di posizione dominante dovuta alla imposizione di Explore su tutti i PC commercializzati con il sistema operativo Windows, sostenne la tesi che proprio la possibilità di disporre di un’unica piattaforma standardizzata (il sistema windows), aveva costituito i presupposti per lo sviluppo in concorrenza di tutti gli altri software.
Bill Gates è stato comunque costretto a pagare le multe per l’accusa di monopolio, ma il principio di fondo da lui enunciato aveva un fondo di verità; la presenza di uno standard condiviso, riconosciuto e adottato da tutti, che funzioni da codice di riferimento e piattaforma di supporto al lavoro di tutte le imprese, costituisce una delle condizioni essenziali allo sviluppo liberale del mercato.
Qui un interessante articolo che spiega come però il nodo della questione non sia tanto il controllo del sistema operativo, quanto il possesso (possibilimente in regime di monopolio) del formato di output. Non è importante il tipo di programma che si usa per gestire un file o produrlo quanto la possibilità di emeterlo in un formato liberamente condivisibile e intellegibile da altri operatori.

Non ha importanza se per scrivere una lettera si utilizza una Olivetti o un’altra macchina da scrivere, purchè questa sia scritta in italiano; ma cosa succederebbe se l’alfabeto o l’intero codice linguistico italiano fosse coperto da un copyright di proprietà di un privato? finchè il privato lascia libero utilizzo del codice nessun problema, ma se all’improvviso si dovesse pagare il titolare del codice un tanto a lettera? Milioni di persone dovrebbero pagare o sarebbero costrette a tradurre tutto in altri linguaggi.

I formati dei file non sono altro che i codici linguistici con i quali vengono scritte le nostre idee. Questi codici non possono che essere patrimonio collettivo.

La mia proposta va proprio in questo senso, ed è importante sottolineare quanto il vero nocciolo della questione non è tanto la produzione di un software, quanto la codifica di un formato standard su cui tutti i produttori di software possano liberamente esercitare le loro capacità di programmazione.

Contrariamente ad altri formati infatti il formato dwg è un formato proprietario, il che significa che se vuoi produrre un file .dwg devi utilizzare un software prodotto da Autodesk e se anche riesci a produrre una software compatibile, resti permanentemente esposto alle variazioni di codice del proprietario (si veda per esempio loa emissione recente del formato .docx da parte di Microsoft).

“Il DWG non è uno standard in senso stretto. Nonostante sia largamente diffuso e la maggior parte delle case di programmazione che sviluppano sistemi CAD dichiarino ad oggi la compatibilità con tale formato, la proprietà esclusiva e la conseguente variabilità dello stesso al variare delle release di prodotto, lo rendono uno strumento poco adatto allo scambio di dati tra CAD diversi. Tale considerazione trova conferma nella presenza di formati standard le cui specifiche sono pubbliche e la cui esistenza ed unico scopo è proprio quello di adempiere a tale funzione.”

Il contrario di quanto avviene per esempio con i file .mp3 che rispondono a delle specifiche aperte, liberamente accessibili a tutti gli sviluppatori di software, un unico formato per infinite possibilità di programmi.

Il formato .mp3 tra l’altro ha origine da un progetto finanziato dalla Comunità Europea.

Finanziare la produzione di un software sviluppato in Creative Common avrebbe quindi la semplice funzione di favorire la diffusione di un formato standardizzato aperto e di garantirne l’utilizzo libero presso i professionisti e preso le stazioni appaltanti; le grandi case di produzione di software continuerebbero ad operare e a farsi concorrenza sul piano della qualità dell’interfaccia, sulla produzione degli applicativi, sulla affidabilità dei programmi.

L’idea che questo progetto, se sviluppato dallo Stato, costituisca una turbativa del mercato è un po’ come sostenere che la realizzazione di una ferrovia o di un autobus pubblico costituisce turbativa di mercato per i produttori di auto.
Qui trovate il link alla Open Design Alliance, che raggruppa più di 1.200 case di produzione software CAD con l’obbiettivo di  sviluppare una piattaforma condivisa. Consentire la libera concorrenza tra 1.200 imprese invece che di una sola costituisce turbativa di mercato?
E’ evidente invece che l’imposizione di un software specifico tra i requisiti va addirittura oltre la turbativa del mercato, avallando di fatto la persistenza di un monopolio. Allo stesso modo, sapendo che il mercato è caratterizzato da un monopolio, la concessione di finanziamenti per l’acquisto del software costituisce finanziamento indiretto alla casa di produzione; la turbativa del mercato sarebbe addirittura doppia. Finanziare l’acquisto di software assomiglierebbe un po’ ai vecchi finanziamenti per la rottamazione delle auto:  avrebbe un effetto drogante per il mercato, drenerebbe risorse in favore di un solo prodotto, avrebbe effetto limitato ai soli beneficiari del finanziamento e al solo periodo temporale in cui viene erogato. Al primo aggiornamento delle release si esaurirebbe l’effetto benefico riportando tutti al punto di partenza.

Ritorniamo invece all’obbiettivo reale di una gara per l’affidamento di un incarico: la selezione di una idea progettuale o del migliore professionista in grado di svolgere quel progetto.

Ritengo che sia compito di uno stato autenticamente liberale garantire la libera concorrenza tra i professionisti operando in maniera da creare le condizioni di equità tra gli operatori del mercato. Trattandosi di attività di intelletto la libera concorrenza deve esercitarsi su un livello il più possibile svincolato e svincolabile dalle dotazioni informatiche del progettista.

Piuttosto che impiegare risorse economiche per finanziare gli studi professionali all’acquisto di software, la mia proposta è che lo Stato impieghi le stesse risorse per codificare un formato standard di archiviazione dati  unico e aperto e avvii un programma di sviluppo di software CAD in Creative Common, spingendo infine prograssivamente le amministrazioni ad adottare il formato nelle proprie gare d’appalto.

Purtroppo, dato lo stato attuale dell’attuale Stato, questa proposta appartiene più alla categoria delle provocazioni che a quella delle proposte concrete.

L’immagine in testa al post è tratta dal sito:
http://blog.sdonk.org/tag/arch-linux/
Non si tratta di una software legato alla produzione CAD, l’ho riportata perchè mi piaceva l’assonanza lessicale tra architettura e uno dei più famosi software liberi in circolazione.

Sette fischi brevi e uno lungo

19 febbraio 2012

Possono queste riforme, liberalizzazioni, esser state pensate per favorire i giovani?

Per favorire i giovani si sarebbe potuto cambiare la legge che governa gli appalti di servizi: per esempio scorporando il progetto preliminare e definitivo dall’esecutivo e direzione lavori. Dando la possibilita’ ai giovani di partecipare a concorsi anche essendo al primo esercizio contabile e non avendo i fatturati assurdi che le leggi vigenti chiedono per progettare anche un chiosco.

Per favorire i giovani si sarebbe potuto metter mano ai contratti che regolamentano le prestazioni professionali all’interno degli studi.

Per favorire i giovani si sarebbe potuto caldeggiare una riforma profonda del sistema universitario che li forma e che li fa uscire impreparati al mondo del lavoro, e non sara’ un tirocinio professionale fatto negli ultimi anni di facolta’ a favorirne l’ingresso nella professione.

Per favorire i giovani si sarebbero dovuti imputare alcuni capitoli di bilancio per incentivare la loro formazione  per esempio con l’internazionalizzazione.

Infine per favorire i giovani avrebbero dovuto fare in modo che restare a lavorare ancora in Italia avesse un senso.

Il brain draining con queste riforme economiche, da liberista del nuovo millennio, non si fermerà e i nostri migliori elementi continueranno a scappare dall’Italia degli economisti, capaci solo di alzare tasse e di rendere ancora piu`invivibile questo paese. Non si intravedono ancora le vere riforme strutturali, quelle indirizzate a dare una vera sterzata non solo alla questione economica, che forse potrà anche essere normalizzata, ma soprattutto a quella  culturale e di indirizzo del paese, allo stato attuale completamente assente. Qual’è il fine? E cosa vogliamo che l’Italia sia domani?

L’economia non può avere come suo fine se stessa. L’economia deve essere uno strumento al servizio di una visione più ampia. Una visione di indirizzo culturale e morale. Come puó interessarmi sapere che domani avrò raddrizzato la situazione economica, quando avrò creato un popolo che ha come unico suo valore il profitto a tutti i costi e fine a se stesso?

Dov’è il perfezionamento morale e la tendenza alla comunione sempre più intima e vasta fra tutti i membri della famiglia umana che si predicava di raggiungere con il liberalismo (mazziniano prima e crociano dopo)? Come si pensa di raggiungerlo?

Se per raggiungerlo si pensa di dover passare attraverso la guerra dei poveri, attraverso i ribassi da “pane oggi per fame domani” allora l’Italia continua ad essere per i professionisti onesti (e non solo professionisti) un paese dove non conviene stare e lavorare, perchè sopravviveranno a questa politica cieca solo pochi forti gruppi di società con capacità di spesa.

Disarmante anche la tecnica di screditamento del dissenso, espressa dalle varie “corporazioni”, messa in atto dal governo. Il messaggio che passa è quello che il dissenso è normale che ci sia poichè “abbiamo toccato interessi incrostazioni” del mercato. Un dissenso quindi di matrice reazionaria indirizzato a proteggere i grandi interessi economici acquisiti. Nel nostro caso quali sono? I minimi tariffari? Non ci sono mai stati nel privato e nel pubblico erano l’unico baluardo, necessario, ma non sufficiente (se guardiamo alle strutture pubbliche crollate a L’Aquila), ancora esistente per far si che gli edifici pubblici si costruissero con serietà.

Al contrario questa casta di privilegiati degli architetti li vuole e li invoca i cambiamenti come via di salvezza dall’estinzione dell’architettura sul suolo italiano, ma vuole cambiamenti che abbiano veramente la loro efficacia, che siano in grado di smuovere veramente la situazione e che non siano le ennesime manovrine di facciata.

Manovrine che in un contesto sociale degradato come è quello attuale, avranno come unico risultato quello di arricchire ancora di più i furbi. La “casta” degli architetti chiede riforme più radicali. Riforme più coraggiose e democratiche. Rivendica la pretesa che  possa esistere una giustizia che ponga un freno all’accaparramento del lavoro per vie traverse legalmente inaccettabili, rivendica la pretesa che le gare possano essere esperite su base meritocratica e non sulla base di una competizione economica, data a forza di remunerazioni che non coprono neanche i costi di produzione, e che poco hanno a che vedere con il sistema meritocratico teorizzato da liberalisti e liberisti.

Da anni assistiamo inermi al degrado culturale delle nostre città costruite allo stesso modo, con gli stessi criteri, da destra e sinistra. Da anni assistiamo allo stupro dei nostri territori occupati da quartieri senza anima, specchio del degrado culturale in cui la nostra società versa governata da politici, incolore, dove l’architettura, la visione dello spazio e financo la sicurezza stessa degli edifici si piegano sotto il peso della speculazione economica.

Progetti di quartieri che vengono tirati fuori dai cassetti degli imprenditori, sempre uguali e ripetibili all’infinito fino a far traboccare le loro tasche di soldi. Non importa che poi tali quartieri manchino in infrastrutture o creino disagio sociale, l’importante è il profitto a tutti i costi.

I sette fischi brevi e l’ultimo lungo sono già suonati per molti di noi quando ancora studenti, ci accorgevamo dell’arretratezza culturale in cui versava la nostra facoltà e le nostre cittá vernacolari e uguali. Molti se ne sono andati a lavorare fuori e molti altri continueranno ad andarsene finchè le riforme serie non daranno reali possibilità di lavoro per giovani e non più giovani, finchè l’Italia non tornerà ad essere fonte di cultura, finchè l’Italia non sarà più preda degli speculatori finanziari, finchè la dignità non tornerà ad essere di nuovo un valore, finchè quei fischi non smetteranno di dare il loro amaro, triste, e desolante messaggio di abbandono!

Christian Rocchi - professionista e architetto

da 13 anni 5 volte responsabile per l’ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia di progetti, che godono di finanziamento europeo, che permettono agli architetti sotto i 35 anni di abbandonare l’Italia!

Chiarimenti tra amate l’architettura e federarchitetti roma

16 febbraio 2012

La sezione di Roma di Federarchitetti, nella persona del suo Presidente architetto Giancarlo Maussier e dell’architetto Stefania Baldi, e il Movimento Amate l’Architettura nella persona del suo Presidente architetto Antonio Marco Alcaro e degli architetti Moreno Capoparte, Eleonora Carrano e Giorgio Mirabelli, hanno ritenuto opportuno incontrarsi per chiarire alcuni aspetti sollevati dall’architetto Maussier nella lettera pubblicata sul sito di Federarchitetti Roma dopo l’Assemblea 150K ARCHITETTI, che si è svolta a Roma il giorno 8 febbraio 2012.

Nel corso dell’incontro , tenutosi il 15 febbraio 2012, i componenti delle due Associazioni hanno chiarito le reciproche incomprensioni ed hanno convenuto che non ci sono punti di contrapposizione tra le due strutture, che anzi, anche se con modalità diverse, perseguono obiettivi e finalità comuni, e che pertanto, in questo periodo di grosse difficoltà per i professionisti, si debbano mettere da parte le polemiche per raggiungere un obiettivo comune che è la tutela della dignità professionale dell’architetto.

Roma, 16 Febbraio  2012

Firmato

Architetto Giancarlo Maussier

Presidente della sezione di Roma di FEDERARCHITETTI

Architetto Antonio Marco Alcaro

Presidente del Movimento

AMATE L’ARCHITETTURA

Appello a tutti gli architetti ed ingegneri italiani

15 febbraio 2012

Segnaliamo volentieri un’iniziativa nata da alcuni colleghi all’interno del Gruppo Osservatorio Legislativo nato all’interno di Inarcommunity.

Il gruppo è nato spontaneamente al di fuori degli ordini professionali e delle istituzioni, si è attivato per proporre un emendamento al disegno di legge n. 3110/2012, e ha presentato con successo l’emendamento al Senato che è stato inserito per le modifiche all’art. 52 con discrete possibilità di passare, a differenza di quanto è riuscito ad ottenere il CNA.

L’approvazione di tale emendamento porterebbe grandi vantaggi per la nostra categoria,  è necessario l’appoggio dei liberi professionisti architetti e ingegneri e delle Associazioni ed Istituzioni di categoria.

Si allega l’Appello:

Inarcommunity

“Gruppo Osservatorio Legislativo”

Appello a tutti  gli architetti ed ingegneri italiani, agli Organismi preposti a rappresentarci, alle associazioni ed ai sindacati per supportare il nostro emendamento in discussione al Senato

Il nostro gruppo si è attivato per proporre un emendamento al disegno di legge n. 3110/2012, conversione in Legge del D.L. 2 gennaio 2012 n. 1 è stato acquisito integralmente. Si trova al tomo V degli emendamenti, articoli da 37 a 56, pag. 301e 302, n. 2420 e 2421.

vedi link

Pur senza la presunzione di poter risolvere tutte le problematiche della categoria, ma con la convinzione di dover agire,  i  punti significativi sono:

la definizione, per i L.P. Diplomati, di progettare e vigilare su edifici non civili sotto i 300 mc, al fine di risolvere definitivamente uno degli aspetti sulle competenze tra tecnici laureati e diplomati

l’innalzamento del limite per le opere pubbliche, con gare di progettazione a procedura aperta, da 100.000,00 a 200.000,00 Euro, al fine di adeguare la norma italiana a quella Europea e consentire nuovamente agli studi medio-piccoli di concorrere sul mercato interno;

la progettazione in capo ai liberi professionisti al fine di dare maggiore trasparenza al settore dell’affidamento dei servizi di progettazione;

il vincolo per i progettisti ad essere titolari di partita iva ed iscritti ad una cassa;

l’ammissione dei soci di capitale solo in quota minoritaria;

l’indagine di mercato, il rispetto del principio della rotazione, l’eventuale sorteggio per l’affidamento di incarichi di progettazione da parte delle PA;

l’importo della prestazione non potrà costituire elemento di valutazione ai fini dell’affidamento dell’incarico;

Da oggi 14 febbraio, e per pochissimi giorni, i gruppi politici decideranno quali Emendamenti inserire nel D.L. sulle Liberalizzazioni e poi, secondo sempre più insistenti voci di corridoio, blinderanno il testo.

Non abbiamo un colore politico, non ci capeggia un’associazione, un Ordine, un Sindacato, siamo solo dei liberi professionisti che si sono rimboccati le maniche.

Questa al momento è L’UNICA PROPOSTA CONCRETA A LIVELLO NAZIONALE.

La vostra sottoscrizione è importantissima per dar peso al nostro/vostro impegno

Sottoscrivetelo come singoli o come associazione, ordine, sindacato etc….  mandando una semplice email con i vostri dati  all’indirizzo:

osservatoriolegislativo@gmail.com

In rappresentanza del Gruppo Operativo dell“Osservatorio Legislativo”,

i primi firmatari dell’emendamento proposto:

Arch. Mario Porreca, Arch. Giuseppe Dimonte, Arch. Bruna Gozzi, Ing. Nunzia Samanta Soranno, Arch. Celeste Petraroli, Ing. Alessandro Fadda, Arch. Francesco Crotti, Ing. Carmine Vitale, Ing. Giuseppe Lampis, Arch. Fabio Muci, Arch. Luca Ferrante, Ing. Euro Marangoni, Arch. Gian Marco Santarsiero, Ing. Mauro Baglioni, Arch. Angela Rosa, Arch. Elena Fedi, Arch. Fabrizio Rinaldi, Ing. Danilo Luchini, Arch. GianCarlo Gatta, Arch. Elisabetta Mazzola, Arch. Danilo Gentili, Arch. Danilo Spagnuolo, Ing. Roberto Gallerani, Ing. Antonio Achille, Arch. Domenico Tartaglia, Arch. Dante Salmé, Ing. Antonio Alvigini, Arch. Stefano Gradassi, Arch. Emilio Coppola, Arch. Marcello Dimonte.

Organi e associazioni che lo sottoscrivono.

150K ARCHITETTI fase 2

12 febbraio 2012

Mercoledì 08 febbraio 2012 si è svolta a Roma l’Assemblea 150K ARCHITETTI, un nuovo modo di risvegliare le coscienze dei professionisti, in questo difficilissimo momento storico, per dare un segnale alle istituzioni e ai nostri rappresentanti negli Ordini, Consigli Nazionali e Sindacati, in cui ci riconosciamo sempre meno.

Si apre un dibattito aperto a tutti, si avvia un lavoro sfruttando le nuove tecnologie per definire proposte concrete da presentare agli organi competenti.

All’Assemblea hanno partecipato più di 150 persone, più altri collegati on line in streaming, sono intervenuti più di 30 colleghi giunti anche da milano, torino, brescia, arezzo, firenze, pescara, palermo e altri in collegamento via skype, tra cui consiglieri e presidenti di ordini professionali, rappresentanti di sindacati e istituzioni, e personalità del mondo della cultura e della politica, tra cui Umberto Croppi e Francesco Polcaro.

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Sono stati trattati i 5 temi previsti ( Riforma degli Ordini professionali - Incarichi pubblici - Università e formazione - inserimento dei giovani nel mondo del lavoro - Modelli di gestione del territorio), auspicando un rinnovamento e una rivalutazione della figura dell’architetto in Italia.

L’assemblea si propone di creare una piattaforma telematica, che sfruttando la tecnologia ThinkTag, per la condivisione di informazioni in rete, porterà avanti gli obiettivi emersi dalle discussioni, suddivisi per aree tematiche tra cinque gruppi di lavoro.

RIVEDI 150K ON LINE

L’8 febbraio è stato soltanto l’inizio di un processo che andrà avanti , “la Rete 150K” è un catalizzatore / aggregatore.

Catalizzatore perché è un “additivo” in dosi minime che, nelle nostre intenzioni, dovrebbe far partire una reazione.

Aggregatore perché è la sua funzione specifica: aggregare le forze innovatrici tra gli architetti, troppo frammentate tra loro.

Perché è esattamente questo di cui hanno bisogno, in questo momento, gli architetti italiani.

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Non è un sindacato né un’associazione. E’ uno strumento di connessione, di amplificazione, di facilitazione allo scambio di esperienze ed un laboratorio dove gruppi ed entità, con caratteristiche differenti, possono dialogare (in campo neutro perché gli architetti sono gelosi della primogenitura delle loro iniziative) e formulare proposte largamente condivise su temi urgenti, come, per esempio, le liberalizzazioni, gli Ordini professionali (dai primi spunti emersi dall’Assemblea) o su proposte di più ampio respiro, che orientino l’azione politica degli architetti negli anni a venire nei confronti delle istituzioni e della società.

Alcuni colleghi, prima e dopo l’Assemblea, hanno criticato “l’ottica grandangolare” che abbiamo cercato di dare all’Assemblea definendola generica. L’hanno anche definita ecumenica e perciò inconcludente.

Senza entrare nel merito dei risultati esigui finora ottenuti da chi ha voluto attenersi alle sole rivendicazioni di categoria, a costoro rispondiamo che è una idea da sindacalisti, senza con ciò volere sminuire il ruolo che hanno i sindacalisti, che ripetiamo, non è quello della rete.

Infatti, come si fa a combattere una battaglia, urgentissima, per i diritti, le competenze, la sopravvivenza della nostra categoria senza chiederci come si debba adeguare l’architetto per rispondere ai bisogni della società, quale sia l’idea di architettura, intesa in senso ampio, come gestione del territorio, che dovremmo proporre e difendere, anche con i denti?

Dobbiamo interrogarci su quali sono le competenze degli architetti, anche a fronte di una domanda altamente specializzata a cui si sono sono adeguate le facoltà di ingegneria ma non quelle di architettura.

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Inoltre una categoria che non si interroga sulle sue prospettive future, al di là dell’emergenza in cui sta vivendo come può sopravvivere?

Non può, perché di questa categoria viene a mancare il ruolo sociale, come sta avvenendo da molti anni per gli architetti.

Dall’Assemblea è emerso, drammaticamente, il tema della rappresentanza. Non abbiamo ancora cominciato a riordinare i contributi degli intervenuti, ma l’impressione è stata che circa la metà degli interventi ha messo l’accento sul problema gravissimo della mancanza di rappresentanza degli architetti presso le sedi politiche.

Se gli Ordini non sono preposti a questa funzione, se i sindacati finora sono stati ininfluenti perché erosi dal potere degli Ordini e perché divisi tra loro, è necessario allora che la base torni ad esprimersi, a coinvolgersi e  a legittimare chi sarà scelto per trattare con le istituzioni.

Ecco a cosa serve un aggregatore.

Ma un aggregatore , per esempio, serve anche a trovare la formula di una formazione universitaria che non leda le aspettative di chi si iscrive e al contempo risponda alle richieste del mercato e della società civile. Oppure serve a veicolare l’idea, tra i tecnici e la gente comune, che quello che rimane del nostro bel territorio, deve essere gestito con strumenti nuovi, perché quelli esistenti sono un invito all’abusivismo. Non vogliamo dilungarci sugli innumerevoli campi in cui gli architetti dovrebbero tornare a proporre dei modelli alla società.

Noi abbiamo cercato di dimostrare come si usa questo strumento che abbiamo creato e alcune persone, con nostra grande soddisfazione, ha colto questa nostra impostazione. Un collega ha scritto sulla nostra pagina Facebook: “ci sono stati momenti di autoreferenzialità da parte di qualcuno, ma mi piace sottolineare che fra questi non comparivano i contributi di Amate l’Architettura che ha tenuto un basso profilo facendosi ospite esemplare.”

Questo vuol dire, in sintesi, che terremo sempre distinta l’azione di Amate l’Architettura che è, a volte, anche dura e di parte, dall’uso della Rete 150K che per sua natura deve essere uno strumento neutro. All’interno di questo strumento, alla pari degli altri, Amate l’Architettura cercherà di promuovere le sue proposte, sperando che siano condivise e condivisibili.

Questo vuol dire anche che la Rete 150K sarà uno strumento che potrà essere gestito da chiunque voglia dedicarci tempo e risorse.

I prossimi passi

La nostra azione, come già accennato in precedenza, continuerà con queste modalità:

1)            estensione della rete: alcuni colleghi vogliono replicare eventi come quello che abbiamo organizzato in altre città d’Italia. Noi puntiamo a creare un effetto “virale” e a fare sì che tutti si possano appropriare della Rete 150K secondo le modalità che abbiamo impostato (connettività e neutralità). La rete 150K è open source ma segue regole definite.

2)            Creazione di gruppi di lavoro, su temi ben definiti, sia d’urgenza che di strategia a lungo termine per arrivare, in tempi stabiliti, a formulare proposte ben precise, largamente condivise. Questo vuol dire che se esistono gruppi di lavoro già esistenti, come è emerso dall’assemblea, questi saranno messi in rete (se lo vorranno), sostenuti e proiettati su una dimensione nazionale.

3)            Implementazione della piattaforma telematica già creata dove, con l’aiuto di tutti, potranno convergere documentazioni, riflessioni, proposte da tutti i componenti della rete. Questa documentazione sarà al tempo stesso un volano di idee e di conoscenza ma anche una patente di autorevolezza per le iniziative e gli studi che verranno promossi.

4)            Creazione di reti professionali operative, come proposto dal gruppo Amo l’Architettura, su temi o campi professionali o progetti definiti. Proposti dagli utenti stessi nell’intento di coinvolgere gli altri utenti interessati e competenti nel settore specifico per aiutare gli studi nella crescita professionale sfruttando la sinergia promossa dalla rete.