Maniscalchi

27 gennaio 2012

maniscalco“Fino all’inizio del novecento c’erano le carrozze con i cavalli. Poi sono arrivate le automobili e le carrozze sono scomparse. Oggi le macchine inquinano e il traffico cittadino è un problema, ma nessuno si sognerebbe di tornare alle carrozze con i cavalli.”

Questo articolo di Giovanni De Mauro, sembra una perfetta metafora di come a mio parere dovrebbe essere affrontata la battaglia in difesa della professione che sta sorgendo.

Con il lancio dell’Assemblea dei 150k Architetti abbiamo voluto mettere sul tavolo della discusisone una serie di problemi che, a detta dei più, impediscono il regolare svolgimento dell’attività professionale. Quello che però mi pare manchi profondamente in questa discussione è una seria riflessione sulle  contesto sociale in cui si richiede che questa professione debba esercitarsi. Quello che mi pare nessuno (o pochi) si chieda è se la figura dell’Architetto, nella forma e nel ruolo con cui siamo abituati a conoscerlo da secoli, abbia ancora senso di esistere o se non sia in realtà necessario ripensare completamente sia le modalità operative (il modo in cui si progetta) e sia la sua collocazione all’interno dei processi di trasformazione urbana (non più soggetto autonomo ma componente paritario di un sistema di interessi ed esigenze).

L’assunto di fondo su cui tutti noi conveniamo è che la nostra società, il nostro sitema di gestione delle trasformazioni urbane, non appaiono in grado di garantire lo sviluppo economico e culturale del territorio secondo livelli di qualità adeguati alle necessità della società stessa.

Per molti di noi (architetti) la figura cardine in grado di fornire risposte a questo bisogno di qualità urbana è l’Architetto che con la sua capacità progettuale e il suo senso critico, se messo in condizioni di operare (progettare) senza le storture di mercato che tutti lamentiamo (concorrenza con altri professionisti, monopolio delle imprese, assenza di concorsi aperti, monopolio culturale, ecc.), sarebbe in grado di attivare un automatico miglioramento della qualità urbana.

Si tratta di un assunto che non è dimostrabile in senso assoluto e che tradisce una visione ottocentesca della professione; l’architetto inteso come demiurgo salvifico della società che nel suo splendido isolamento è portatore di soluzioni a problemi che probabilmente solo lui è in grado di vedere.

Ora il problema di fondo è che questa società non sembra intenzionata a farsi salvare dall’Architetto né sembra vedere i problemi nella stessa ottica con cui li vede l’Architetto; anzi, una certa parte di questa società sembra vedere nell’Architetto proprio una parte del problema. Questa ultima opinione è condivisa anche da molti architetti che ovviamente si ritengono “diversamente Architetti”, inventando con ciò una nuova forma di disabilità.

Il problema così come viene posto è un po’ come voler decidere se viene prima l’uovo o la gallina. Se la società non ci fa lavorare come facciamo a dimostrare che siamo utili alla società? ma se prima non dimostriamo che siamo utili alla società come fa la società a decidere di farci lavorare? (aiuto! chiamate un geometra!)

Chiedo l’aiuto da casa e rilancio l’articolo di De Mauro. Secondo capoverso.

“Per tutto il novecento la Kodak è stata sinonimo di macchine fotografiche e pellicole. Poi sono arrivati gli apparecchi digitali e gli smartphone. La Kodak non ha saputo adattarsi, anche se aveva una storia e un marchio che le avrebbero consentito di farlo. E la scorsa settimana ha chiuso. Oggi nessuno accetterebbe una legge che proibisse le macchine fotografiche digitali per salvare la Kodak e l’industria degli apparecchi analogici. Prima c’erano i giornali nelle edicole, i film nelle sale cinematografiche, gli album nei negozi di dischi, i libri in libreria.”

In tutto questo, nonostante la produzione di macchine fotografiche sia cambiata (e sia cambiato anche il modo con cui le foto vengono prodotte e condivise) non è venuta meno l’importanza e la bellezza della Fotografia.

Nonostante per strada non ci siano più cavalli, la gente ha sempre bisogno di mezzi di trasporto; se al cavallo si è sostituita l’automobile, al maniscalco si è sostituito il carrozziere, ma è rimasta la necessità di qualcuno in grado di “riparare” il mezzo.

Parafrasando; se l’evoluzione culturale e i conseguenti miglioramenti tecnologici stanno modificando le modalità con cui la società si avvicina ai temi dell’architettura, quello che è in discussione non è l’Architetura in sé, quanto le modalità con cui la sua trasformazione viene gestita.

Purtroppo tra i tanti contributi che vedo emergere per l’assemblea molti sembrano andare acriticamente verso una banale semplicistica riaffermazione di vecchi schemi professionali illudendosi che la semplice imposizione legale della figura del professionista basti a garantire il lavoro agli architetti.

L’obbiettivo finale non è il professionista, e nemmeno la professione; l’obbiettivo finale è l’Architettura!

Concludo quindi esortando l’architetto “maniscalco” a interrogarsi se sia più utile combattere per il mantenimento forzoso delle vecchie care botteghe  (magari con una bella legge ad hoc) o se non sia invece più proficuo ragionare su come trasformarsi rapidamente in architetto “carrozziere”.

NB – foto tratta da http://gabriele-racconta.blogspot.com/2010/07/la-centelena.html


7 Commenti a “Maniscalchi”

  1. candido scrive:

    trovo l’articolo molto interessante e ricco di riflessioni.
    Credo però che l’autore (faccio fatica anche a scrivere il suo nome) non valuti appieno (ma non è una critica e spero sia letta in questo modo) la grande differenza tra il nostro paese e molte altre nazioni.
    Moltissimi problemi che viviamo in Italia, non dico che non esistano in altri luoghi ma certamente sono molto meno esasperati. La nostra peculiarità fatta di geometri, architetti, ingegneri, periti edili, agronomi (sì, anche loro possono fare alcune cose che possiamo fare noi), architetti iunior, ingegneri iunior (forse o dimenticato qualcuno …) ed il numero elevato di tecnici vede, congiuntamente, una classe politica che non ha alcun interesse verso un settore come il nostro, almeno per quello che noi riteniamo importante.
    Il loro interesse è meramente speculativo e clientelare. Sono anni che non si sente una sola voce politica su temi come l’Architettura. La miopia della classe politica italica quindi ci rende atipici e purtroppo marginali socialmente quando in altri paesi, europei e non, l’Architetto ha ancora un suo ruolo e valore.

    Sono anni che dibattiamo di “temi alti” e anch’io non mi stancherò mai di parlarne ma il nostro è sempre un dialogo senza interlocutore.

    Solo recentemente abbiamo avuto l’iniziativa dell’Ordine di Roma per richiamare l’attenzione dei cittadini su questi temi ed ora anche Amate promuove un dibattito; tutte iniziative lodevoli ma ho paura che continueranno a non trovare i giusti interlocutori.

    Quello che molti architetti lamentano è una vera riflessione sul nostro ruolo, poi tutto il resto è successivo. La società cambia ma ancora si costruiranno edifici, città, si trasformeranno luoghi e contesti.
    Forse dobbiamo riflettere, condivido, sulle trasformazioni ma il nostro ruolo non è un retaggio ottocentesco; arriva dal rinascimento, quando l’architetto demiurgo assume un ruolo da protagonista uscendo dall’anonimato delle corporazioni di muratori.
    Da sempre il nostro ruolo è stato quello di “… componente paritario di un sistema di interessi ed esigenze.”, solo che erano diversi i mezzi. La proliferazione tecnologica ha amplificato il ruolo ma anche le problematiche.

    L’Italia è provinciale, anche in questo. Dobbiamo però, capire le differenze tra noi e gli altri paesi.
    Comunque riflettiamo, condivido

  2. Qfwfq scrive:

    Ringrazio Candido
    il dialogo tra entità astratte aiuta a smaterializzare la discussione
    collochi giustamente la nascita dell’architetto demiurgo nel rinascimento
    ma la codifica del professionista, la specializzazione e la distinzione tra arte e tecnica coincide con l’avvento della rivoluzione industriale, periodo in cui nasce (o si prende consapevolezza) il tema dello sradicamento e dell’alienazione delle civiltà urbane.
    periodo in cui le complessità urbane e le loro conflittualità cessano di poter essere gestite e incorporate da un unico soggetto (l’architetto, scienziato e artista rinascimentale)
    non viene meno però la necessità del controllo dall’alto delle trasformazioni urbane
    nascono e si moltiplicano diverse scienze e professioni in grado di tenere sotto controllo specifiche parti di un insieme progettuale, la cui valutazione ed attuazione è demandata ad un ristretto gruppo sociale coeso (la classe dominante) in grado di definire e indirizzare il pensiero culturale generale.
    la massa, i cittadini, il livello culturale medio, non consentivano (e non veniva nemmeno ricercato) un allargamento della partecipazione alle scelte di gestione della città.
    anche le esperienze di natura socialista e collettivista, pur se ideologicamente rivolte alla massa proletaria hanno sviluppato modelli gestionali dirigisti e impositivi
    nel fornire risposte alla domanda di gestione del terriotorio di matrice dirigista (capitalista, speculativa o collettivista), la figura dell’architetto ha sviluppato modelli di lavoro ossessionati dalla “cultura del controllo”
    contemporaneamente nella seconda metà del secolo scorso lo sviluppo della cultura di massa, la nascita di una maggiore consapevolezza del cittadino (mediamente acculturato e informato), l’accessibilità al mondo della conoscenza, accompagnato da modelli culturali che miravano a scardinare le tradizionali forme gerarchiche del pensiero, hanno spianato la strada all’avvento delle attuali forme di rivendicazione partecipativa alla gestione della città.
    La tecnocogia digitale, oggi identificata nello straripare dei social network, non è altro che la materializzazione postuma di un bisogno culturale diffuso, già precedentemente radicato nella nostra società
    La società occidentale contemporanea attendeva che qualcuno si inventasse facebook per esprimere il proprio bisogno di partecipazione.
    Il cittadino che si esprime nei social network (21 milioni di utenti su FB solo in italia) vuole esprimere la sua opinione su tutti gli aspetti della gestione pubblica della società e non è più disposto ad accettare che qualcuno dall’alto gli imponga modelli o schemi di qualsiasi genere.
    Gli architetti, forti (o deboli) del loro numero (150K) possono essere vittime e carnefici del modello partecipativo.
    Vittime in quanto massa, cittadini anche loro, portatori di istanze e bisogni sociali inespressi o inascoltati (v. l’atteggiamento sovente paternalistico dei nostri Ordini che pretendono di rappresentare l’intera categoria senza averne ne i numeri ne tantomeno il ruolo istituzionale)
    Carnefici in quanto nelle piccole come nelle grandi opere, artefici di quello stesso dirigismo, rappresentato dalla convinzione o dalla pretesa di avere sempre il controllo delle cose in tasca; di poter definire con un progetto ogni aspetto della vita di chi poi abiterà le nostre case; di malcelare il fastidio che si prova quando chi abiterà quelle città non sa o non vuole riconoscere la qualità del nostro lavoro.
    L’anomalia italiana c’è tutta.
    ma questa anomalia non può diventare un alibi alla rinuncia.
    Oggi il nichilismo postmoderno ci ha portati alla diffidenza indiscriminata che appiattisce qualunquisticamente ogni tentativo di riscossa o di riforma
    Diffidiamo di tutto e di tutti e nella diffidenza reciproca ci cristalliziamo ognuno nelle nostre convinzioni, ognuno nelle nostre verità;
    mentre tutto intorno un’intera società cade in rovina lo sport nazionale è cercare gli scheletri negli armadi di chi riteniamo: “predichi bene ma razzoli male” (sempre omettendo di riconoscere che la predica era cmq giusta, quindi condivisibile)
    Noi architetti abbiamo il bagaglio culturale per essere promotori di un salto di qualità nella discussione nazionale. in primo luogo perchè non abbiamo niente da perdere, in secondo luogo perchè la nostra professione non può esprimersi se non viene accettata e condivisa socialmente.
    senz auna seria messa in discussione l’Architetto, come lo conosciamo, è realmente destinato a scomparire.
    Questa necessità di messa in discussione/trasformazione è tanto più urgente in quanto viviamo in una società anomala; in danimarca un movimento con Amate l’Architettura non avrebbe avuto ragione di esistere e nemmeno una Assemblea come i 150K)

    Insisto nel mio sollecito:
    – seria riflessione e messa in discussione del ruolo della professione; ridimensionamento della figura dell’architetto onnisciente portatore di verità incontestabili. impariamo a capire che i cittadini che rifiutano l’Architettura che piace a noi, hanno delle motivazioni di fondo che devono essere prioritarimente comprese ascoltandole
    – organizzazione multidisciplinare dei processi di trasformazione
    – organizzazione in rete dei processi di produzione dei progetti
    – abbandono del controllo totale di ogni fase del progetto

  3. Ciao
    condivido la tua parafrasi di Giovanni De Mauro (a proposito ‘Internazionale’ è l’unico giornale dove il figlio da lavoro al padre).
    Per arricchire questo tema t’invito a leggere questo articolo di Giuseppe Genna qui .
    In questa nostra a volte forzata, inconsapevole corsa verso un continuo ‘cambiamento’ civico e civile ci sono dei percorsi che in pochi anni s’infiammano e si esauriscono.
    Una Spoon River che merita una riflessione per non cadere nella trappola dei viaggi senza imprevisti.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

  4. candido scrive:

    Non intendevo “rinunciare”
    Volevo però evidenziale che l’anomalia italiana deve essere un’altro dei fattori che non può essere sottovalutato. Riflettere sulle nostre criticità non significa necessariamente mettere in disussione tutto il sistema.

    Sono pronto alla riflessione anche se non condivido tutto quello che sostieni ma il confronto si rende ormai necessario. Grandi cambiamenti possono essere negativi ma anche forieri di novità intriganti. Io credo ancora nel ruolo dell’Architetto e del suo ruolo uscendo da ogni equivoca lettura della società “debole”.

    Per quello che riguarda i cittadini, poi, non mi preoccuperei troppo. La percezione dell’arte contemporanea richiede codici che non appartengono a tutti, spesso non si tratta di rifiuto ma di ignoranza perchè nessuno ha affrontato e divulgato questi argomenti

    Non vorrei che trasformarsi significi rinunciare, mai!

  5. Qfwfq scrive:

    L’articolo di Genna è molto divertente.
    La mia anima da avatar ne é profondamente scossa
    vuoi dire che mi si preavvisa un futuro cimiteriale?

    La drammatica sequenza di nascite ed ecatombi di innovazioni sul web a mio parere evidenzia ancora di più che siamo in una fase magmatica della nostra evoluzione culturale

    c’è molteplicità di idee, dinamicità, sperimentazione continua, voglia di fare
    alzi la mano chi non ha pensato a qualcosa da sviluppare in rete

    con la liberalizzazione delle tv private quante iniziative sono nate e morte nello spazio di una stagione, finchè uno, il più bravo (o il più furbo), le ha surclassate tutte, monopolizzando lo spazio dell’innovazione fino a cristallizzarlo

    per ora ancora chi detiene il monopolio sa di non avere sonni tranquilli
    chi vuole sopravvivere è costretto ad un upgrade permanente

    i detrattori di questo stato delle cose tendono a essere eterodiretti, stigmatizzando le espeerienze (a loro modo negative) degli altri
    sarebbe il caso di cominciare a guardare a sé stessi, domandandosi:
    cosa posso fare io in tutto ciò quali sono le mie possibilità?

    Allargando il concetto, vogliamo che tutto questo ci travolga passivamente senza tentare di provare minimamente, se non a controllarlo, a starci dentro?

    vogliamo essere architetti nostalgicamente ancorati all’idea romantica dell’architetto artigiano o vogliamo capire se dietro l’angolo c’è qualcosa di diverso?

  6. ELEKTRA scrive:

    riterrei opportuno un serio esame di coscienza … scendiamo noi architetti dalle nostre roccaforti -torri d’avorio o quant’altro- perchè il mondo va verso altre direzioni. stiamo sempre a piangerci addosso per il fatto che il nostro spatium operandi si sta progressivamente assottigliando a causa della carica delle tante figure professionali a noi concorrenti (a proposito vi siete dimenticati di citare il più ardito dei paradossi: il GEOMETRA LAUREATO!!!). Ma ci rendiamo conto che per superare l’esame di stato si disegna ancora a mano -e questo è un bene- ma non ci mette alla prova con l’uso delle tecnologie CAD e similia. Lo sappiamo tutti che se vogliamo lavorare da soli o presso uno studio associato dobbiamo conoscerle a menadito. siamo vetusti, obsoleti, antiquati come parte dell’architettura che si vede in giro; la rivoluzione del cls armato, della gabbia strutturale etc. etc. è celta sotto una coltre d’oblio se ancora oggi si vedono edifici con ritmo delle finestre che ricorda il palazzo rinascimentale. ma che succede! abbiamo dimenticato le ardite architetture che facevamo negli esami universitari. o sono forse la norma, la burocrazia, i vincoli di tutela che ci uccidono la creatività!!! lancio un grido d’aiuto perchè possa ritrovare la fierezza di essere ARCHITETTO

  7. mario macchiorlatti dalmas scrive:

    Agli italiani per come sono e come ragionano bastano i geometri (e avanzano)

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