Esiste ancora la Deontologia Professionale ?

L’articolo del Fatto Quotidiano di Luigi Franco di alcuni giorni fa, ha riacceso un dibattito in merito alla deontologia professionale, argomento che avrei voluto affrontare da molto tempo.

Quando mi sono iscritto all’Ordine, insieme al timbro, mi sono state consegnate le norme deontologiche, era un testo bellissimo di cui mi sono subito innamorato, ma oggi non è più lo stesso è stato più volte rimaneggiato e sono stati eliminati punti importantissimi come quello relativo alla pubblicità e altri che garantivano le qualità morali del professionista.

In merito vi è anche un giallo perché gli iscritti all’Ordine di Roma non sanno con precisione a quali norme si devono rifare, in quanto il CNA ha recentemente cambiato le norme, eliminando punti fondamentali come quelli sulle incompatibilità, l’Ordine di Roma non le ha adottate, facendo riferimento ad alcuni regolamenti che attribuiscono agli Ordini provinciali l’autonomia in merito, ma il CNA si richiama ad una sentenza della Cassazione che dice il contrario, ne risulta una grande confusione.

Nella mia esperienza più che decennale con l’Ordine degli Architetti di Roma e non solo, mi sono sempre chiesto come mai i casi di condanna, (sospensione o radiazione), fossero così limitati o quasi inesistenti, con il tempo ho capito che qualcosa non funziona.

Se ne sono accorti anche a Palermo dove è nato recentemente il Comitato Professionisti liberi impegnato a far rispettare la legalità anche tra i professionisti, hanno redatto un Manifesto e incalzano gli Ordini Professionali affinché intervengano nei confronti dei Professionisti condannati e non rispettosi delle norme deontologiche.

Il Libro DisOrdini di Alessandro Maria Calì, (un ex presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Palermo), mi ha confermato e chiarito una serie di aspetti importanti sul tema della deontologia professionale, vi cito una frase illuminante: “Se vogliamo dimostrare a chi dice che gli Ordini sono inutili che si sbaglia, allora dobbiamo fare in modo che esercitino con maggiore efficacia il ruolo di magistratura interna. Se continuiamo a non radiare nessuno allora il rischio è che vincano i fautori dell’abolizione degli Ordini. Nessun Ordine potrà più dire: se la sentenza non è definitiva noi non possiamo fare niente“.

Non credo che ci sia niente di più attuale in questa affermazione, in un momento dove gli Ordini e i Professionisti sono sotto il tiro incrociato della politica, dei mass media, dei poteri forti e dell’economia, non a caso spuntano libri come: “I veri intoccabili” di Franco Stefanoni, dove ci dipingono come una casta, dicono: “il 44% degli Architetti e figlio di Architetti” “una macchina del privilegio, con meccanismi e regole scritte e non scritte“.

Il neo Ministro  Fornero ha recentemente affermato: “.…. non si può prescindere dall’abolizione delle ingiustificate posizioni di privilegio che perdurano tra molte categorie difficilmente annoverabili tra i bisognosi, come i liberi professionisti con le loro casse e i politici con i loro vitalizi.”

E’ chiaro che non si rendono conto della realtà, vi ricordo che nel 2010 un terzo degli architetti liberi professionisti, ha guadagnato meno di 10.000 euro (dati inarcassa), ma è altrettanto chiaro che gran parte della responsabilità di questa situazione è nostra e di chi ci ha rappresentato sia a livello nazionale che locale.

Nel tempo non abbiamo più fatto quello per cui eravamo nati e questo ci ha fatto perdere di credibilità, ma soprattutto ha fatto svanire, nella consapevolezza dei cittadini,  l’utilità sociale e il ruolo che gli ordini avevano nella tutela della popolazione.

Se non si fa la deontologia, come può il cittadino, quando si rivolge ad un professionista, essere sicuro che si rivolgerà ad un tecnico di specchiate qualità morali?

Negli ultimi anni gli Ordini si sono preoccupati di aumentare gli iscritti, di fare iniziative culturali, mostre, pubblicazioni, conferenze, presentazioni di libri, case editrici, radio, video, rapporti con l’Università, ……. ma hanno dimenticato di fare ciò per cui erano stati creati, (R.D. 23 OTTOBRE 1925, n. 2537) ovvero: art. 37 :

Il Consiglio dell’Ordine, oltre alle funzioni attribuitegli dal presente regolamento o da altre disposizioni legislative o regolamentari:

1) Vigila sul mantenimento della disciplina fra gli iscritti affinché il loro compito venga adempiuto con probità e diligenza.

2) Prende i provvedimenti disciplinari.

3) Cura che siano repressi l’uso abusivo del titolo di ingegnere e di architetto e l’esercizio abusivo della professione, presentando, ove occorra, denuncia all’autorità giudiziaria.

4) Determina il contributo annuale da corrispondersi da ogni iscritto per il funzionamento dell’Ordine, ed eventualmente per il funzionamento del Consiglio Nazionale, nonché le modalità del pagamento del contributo.

5) Compila ogni triennio la tariffa professionale, la quale, in mancanza di speciali accordi, s’intende accettata dalle parti e ha valore per tutte le prestazioni degli iscritti nell’Ordine.

6) Dà i pareri che fossero richiesti dalle pubbliche amministrazioni su argomenti attinenti alle professioni di ingegnere e di architetto.

I punti 1-2-3 sono i più importanti, ma evidentemente si sono persi nella notte dei tempi, non conviene occuparsi di deontologia, competenze professionali, incompatibilità e soprattutto non conviene punire, non porta voti.
Molti Presidenti degli Ordini si sono comportati come i nostri politici, si sono preoccupati di acquisire voti e consensi evitando tutto ciò che va in direzione opposta.
Da anni l’Ordine di Roma ignora le nostre numerose segnalazioni sui docenti universitari a tempo pieno e su altri casi di non rispetto delle norme deontologiche.
Il punto 6 si è perso con la nostra credibilità, le Amministrazioni pubbliche e i politici non ci chiedono pareri nemmeno quando legiferano su argomenti che ci riguardano, il punto 5 l’abbiamo perso già da tempo.
Il titolo dell’articolo del Fatto Quotidiano, (vi ricordo che i titoli dei giornali non li fanno quelli che scrivono l’articolo), va proprio in quella direzione di attacco agli Ordini professionali e il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma Schiattarella ha voluto replicare con questa lettera, nonostante avesse già espresso il suo pensiero rispondendo alle domande del giornalista.
La replica mi ha colpito per alcune frasi:
Per quanto riguarda il supposto lassismo o malfunzionamento degli Ordini posso solo far rilevare che in ambito deontologico noi possiamo prendere provvedimenti solo dopo aver acquisito gli atti documentali e che non sempre la magistratura li fornisce tempestivamente. Per darLe un’idea, nel caso citato nell’articolo gli atti sono stati richiesti alla Procura competente sin dal Maggio 2010 senza aver avuto, a tutt’oggi, riscontro alcuno
Mi sembra curioso che un’Ordine come quello di Roma che ha discreti mezzi (5 milioni di euro di bilancio), abbia fatto una richiesta un anno e mezzo fa alla magistratura e in mancanza di risposta non abbia proceduto in altri modi, andando per esempio a richiedere direttamente in loco la sentenza di patteggiamento di maggio 2011.

l’Ordine che rappresento non prende lezioni da nessuno: da diversi anni, infatti, siamo protagonisti di una aspra battaglia per restituire senso al nostro ruolo istituzionale di tutela degli interessi collettivi. Per anni ci siamo battuti per una riforma delle professioni che affronti in modo organico il tema delle competenze, dell’immissione dei giovani iscritti nel mercato del lavoro, delle regole nell’affidamento degli incarichi delle opere pubbliche.

Una battaglia ignorata sistematicamente sia da gran parte della classe politica che dalla stampa

E’ un’ammissione di un fallimento di cui bisognerebbe prendere atto prima o poi.

In questi giorni parlando con colleghi e rappresentati di Ordini, mi sono stati prospettati tutti i problemi che impediscono il buon funzionamento della deontologia:

  • mancanza di mezzi per fare indagini;
  • non obbligatorietà dell’azione disciplinare (a differenza della magistratura);
  • mancanza di risposta o lentezza della magistratura a recapitare gli atti;
  • responsabilità a cui sono sottoposti i Consiglieri dell’Ordine in caso di errore;
  • numero elevato di casi a cui non si riesce a stare dietro;
  • difficoltà di acquisire prove;

Io credo che se vogliamo salvare gli Ordini non ci possiamo nascondere dietro un dito, sono tutti problemi risolvibili, soprattutto per un Ordine che spende centinaia di migliaia di euro per le attività più disparate e smettiamola di usare la magistratura come scudo, prendiamoci le nostre responsabilità, rispettiamo l’art. 37 comma 2 del nostro Regolamento e recuperiamo la nostra credibilità nei confronti dei cittadini, della politica, dei mass media ma soprattutto nei confronti di noi stessi.



23 Commenti a “Esiste ancora la Deontologia Professionale ?”

  1. Christian Rocchi scrive:

    La prima riflessione. Che cosa fareste in caso veniste condannati, sospesi o radiati, dal vostro ordine, perche’ condannati in primo grado da un tribunale penale, ma successivamente invece prosciolti perche’ innocenti nei gradi successivi di giudizio? Chi vi ripagherebbe il danno avuto dalla vostra sospensione? Denuncereste l’ordine?
    Credo fermamente che la deontologia debba attenersi e rifarsi al puro tuziorismo attenendosi strettamente, per i casi piu’ gravi, agli atti giudiziari. Non si puo’ fare altrimenti oggi. Credo per questo che la deontologia dovrebbe essere profondamente riformata, dando strumenti nuovi avevndo la possibilita’ di avere l’ausilio un magistrato interno alle commissioni deontologiche per esempio, modificando la legge, prevedendo la sospensione automatica per coloro che vengano riconosciuti colpevoli in primo grado di giudizio, una sorta di tutela a garanzia della committenza. Insomma andrebbe visto nel merito della questione ivi compresa la responsabilita’ dei consigli in merito a decisioni deontologiche.

    La seconda riflessione e’ piu’ importante e supera ampiamente la prima.

    Non credo che gli ordini abbiano perso il contatto con la societa’ per la questione deontologica. I medici e i giornalisti che hanno un tasso di radiazione e/o sospensione piu’ elevato del nostro non godono di prestigio maggiore.
    Direi piuttosto che la cosa che dava piu’ fastidio erano le nostre parcelle minime. Ma a chi davano fastidio? Al pubblico, solo all’amministrazione pubblica, visto che le parcelle nel privato erano gia’ ampiamente scontate gia’ prima della legge Bersani.
    I politici, sotto pressione anche del sistema imprese, hanno perso il senso della nostra utilita’, quella di fondamentale garanzia sociale, ed hanno iniziato, da tempo, e con tutti i loro mezzi, un sistematico screditamento del sistema ordinistico definito obsoleto e banalmente “fascista”.
    Etichetta che è stata sufficiente per passare sopra tranquillamente al senso della garanzia sociale che ogni architetto ha nel processo della produzione edilizia. Quel senso che permette ad un padre di stare tranquillo che la scuola di recente costruzione in caso di banale terremoto, non crolli sulla testa dei propri figli, quel senso della garanzia che permette allo stato di ritrovarsi con edifici, che non debbano essere sequestrati appena finiti di costruire (e’ il caso di due ospedali costruiti recentemente dalla regione Sicilia). Quel senso di garanzia, oggi e’ sacrificato sull’altare dei bilanci che devono quadrare (per le amministrazioni pubbliche) e sostituito dalla grande invenzione delle assicurazioni professionali. Gia’ perche’ mancando la serieta’ della prestazione professionale (che serieta’ puo’ esserci in una prestazione professionale resa al 70% di ribasso, quando va bene) il pubblico si affida alle assicurazioni professionali diventate obbligatorie fra non molto).

    E se c’e’ una societa’ attenta, come teorizzato, come fa a non accorgersi che la tanto sbandierata sicurezza sui posti di lavoro, e’ praticamente declassata in pura teoria burocratica, ma che nei fatti e’ ormai affatto utile a creare una seria barriera agli incidenti (durante la costruzione e post costruzione). Al segno che la possibilita’ che succedano incidenti sia sempre piu’ probabile, con le leggi vigenti (quelle della deregulation delle parcelle, ma anche l’affidamento dei servizi tecnici) lo stato ha ritenuto opportuno tutelarsi con l’obbligatorieta’ delle assicurazioni professionali. Della serie non importa che sia piu’ probabile che un operaio o un cittadino si possa ferire/morire in uno dei nostri edifici, l’importante e’ essere coperti da una assicurazione. E se esiste una attenzione sociale su questi temi come non ci/si sono sollevati in una sommossa popolare?

    La realta’ e’ piu’ cruda! La realta’ e’ che gli ordini hanno avuto un senso nel suo sistema di garanzia sociale solo nella testa dei nostri politici fino a quando hanno deciso fosse piu’ conveniente di barattare la garanzia sociale rappresentata dall’architetto, con la garanzia rappresentata dall’assicuratore.

    DOV’E’ LO SDEGNO DELLA SOCIETA’ PER UNA COSA COSI’ GRAVE? LA SICUREZZA SACRIFICATA SULL’ALTARE DELLA CONVENIENZA ECONOMICA.

    Non c’e’ !!! Figuriamoci se c’e’ attenzione per una questione, quella deontologica, il cui senso stentano a comprendere persino gli stessi iscritti all’ordine.

    christian rocchi

  2. Giulio Pascali scrive:

    Questa vicenda è abbastanza illuminante di una parabola che sembra ormai volgere al suo compimento.

    Sono stato tra i promotori di questo consiglio sin dall’inizio, da quando Schiattarella si è candidato ed è diventato Presidente dellOrdine di Roma nel 1999.

    Schiattarella allora proveniva dalle precedenti esperienze di gestione consiliare (faceva parte del consiglio uscente), e questo da molti veniva visto con diffidenza:
    – qualcuno allora fece notare che questa appartenenza potesse essere un ostacolo
    – qualcun’altro sostenne che “predicava bene e razzolava male” (ma erano i soliti malevoli, quelli che fanno solo dietrologia)
    – la maggioranza di noi (per fortuna) seppe guardare al progetto e alle idee che proponeva, soprattutto quando si poteva in antitesi con la chiusura e la sclerotizzazione della gestione Bilò

    Ricordo bene che allora riuscì a essere eletto grazie ai voti determinanti di un gruppo nutrito di giovani neolaureati (ci chiamavamo “Gruppo RAM”) e dell’associazione “Gli Zingari”.

    Il principale motore e la forza della candidatura di Schiattarella (e il suo reiterato rinnovo negli anni successivi) è stata la capacità di reinventare il ruolo dell’Ordine, andando oltre la semplice gestione di tariffe e deontologia, coinvolgendo e stimolando la partecipazione attiva degli iscritti (ricordo bene il sistema dei delegati aggiunti). Altri più di me potrebbero racontare meglio le cose (molte positive) che sono state fatte sin da quegli anni.

    Ancora nel 2005 la lista “Diritto all’Architettura” poteva vantare molti risultati raggiunti e si proponeva di portare avanti una serie di battaglie in difesa della professione.
    Qui si può ritrovare il programma
    http://www.architettiroma.it/fpdb/notizie/settembre2005/7728-programma1.pdf

    Trovo molto significativa la sintesi programmatica in copertina:
    “trasformare l’Ordine in un soggetto in grado di costruire una politica concreta a favore della nostra categoria e capace di proporre un nuovo modo di “pensare la città, il territorio e la qualità dell’ambiente urbano”

    Seguivano elenchi di cose fatte (dalla casa dell’architettura alla casa editrice) e di cose da fare in difesa e tutela della professione;
    un vero programma sindacale!

    Molti di noi (anche molti che ora fanno parte della nostra associazione) risultano tra i sostenitori di quella lista.
    Alcuni della nostra associazione si sono spesi attivamente per quegli stessi risultati raggiunti.

    Molti di noi continuano a credere sulla necessità di perseguire quegli obbiettivi, resi ancora più urgenti dal sostanziale peggioramento delle cose.

    Nel frattempo la situazione generale è fortemente peggiorata, e sono venuti meno molti dei cardini principali che giustificano l’esistenza stessa del sistema ordinistico (minimi tariffari in primis), ma la azione di “rappresentanza” dell’Ordine sembra essere venuta progressivamente meno in nome di una malcelata correttezza istituzionale che non consente di agire in maniera chiara e decisa nei confronti delle istituzioni (dal Comune all’Università).

    A chi si rivolge all’Ordine per chiedere azioni più incisive in difesa della professione si risponde ora che l’Ordine non è un sindacato.
    A chi, ormai sconsolato, prova a pretendere almeno che l’Ordine eserciti le sue prerogative di tutela della deontologia, si risponde ora palesando la propria totale burocratica impotenza.

    In pratica gli attuali esponenti del consiglio ci stanno dicendo che per 12 anni (un tempo berlusconiano) hanno promosso iniziative ed attività che non dovevano compiere, mentre il compito minimo che erano tenuti a fare non era svolgibile per cause non dipendenti dalla loro volontà.

    In pratica un ente inutile per 12 anni (in contributi di iscrizione fanno circa 50 milioni di euro…..)

    Chissà se qualcuno si è accorto dell’incongruenza?

  3. Antonio Marco Alcaro scrive:

    caro Christian
    quel senso di garanzia, che tu invochi, oggi è sparito proprio per la mancanza di deontologia.
    Un professionista serio che si attiene alle norme deontologiche non potrebbe accettare un incarico di progettazione e direzione lavori di un ospedale pubblico con il 60% 70% di ribasso anche se la legge lo permette.
    Se tutti fossimo professionisti seri e gli Ordini avessero fatto funzionare la deontologia, forse oggi non ci troveremmo nella condizione in cui siamo.

  4. Giulio Pascali scrive:

    Il punto non è richiedere a tutti i costi provvedimenti giudiziari nei confronti degli iscritti.
    Personalmente ho trovato alla fine corretto il comportamento che l’Ordine ha tenuto nei confronti della Fastoso, convocandola, verificandone le posizioni e infine ravvisandone la “buona fede”.
    Non si pretende a tutti i costi una azione disciplinare per la quale occorre giustimante l’acquisizione di atti e lo svolgimento di verfiche accurate, ma la sistematicità automatica delle azioni di verifica,
    questo si!

  5. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Caro Christian, anche nella pagina Facebook di sportello giovani dell’Ordine hai portato le stesse argomentazioni, scrivendo a proposito del caso che abbiamo citato nell’intervista al Fatto Quotidiano.
    Peccato (e hai fatto finta di nulla) che stiamo parlando di un reo confesso, di uno che ha patteggiato, e su questo non c’è più nulla da dire, se non, come a scritto Marco, andarsi a prendere le carte più celermente possibile (in caso non te le diano) e sanzionarlo.
    Altrimenti si butta tutto in caciara e chiudiamo l’Ordine.
    tale chiusura (stando a quanto scrive), farebbe un gran piacere a Orofino e compagnia, in modo da potersi costruire una loro associazione professionale su misura.
    I problemi di correttezza e deontologia? Ci penseranno altri. Noi (loro) penseremo a dare servizi, l’unico verbo che si può coniugare negli anni 2000.

  6. candido scrive:

    E’ tornato Don Alcaro della Mancia che, lancia in resta si scaglia contro il mostro – la deontologia – di turno ricco di demagogia e populismo.

    Mi convince molto più la posizione di Christian rocchi. Ricordo che viviamo in un paese in cui sentenze di primo grado sono state ribaltate con assoluzioni piene nei successivi gradi di giudizio, ma tutto questo non conta (ricordo di omicidi, di atti di terrorismo senza colpevoli, di mostri accusati di pedofilia andati poi assolti). E’ più importante parlare alla pancia della gente per consensi d’accatto.

    A proposito, se Alcaro stà sempre all’Ordine, probabilmente si è occupato e si occupa di molte di quelle cose che oggi non ritiene più idonee, ma!
    Cambiare parere è lecito ma agire in un modo e parlare in un altro è … strano.

    Se poi, in un paese come il nostro, qualcuno parla di cultura architettonica non ci vedo nulla di male. Io, che vivo del mio lavoro, vorrei sì un paese che mi tuteli e rispetti, ma anche un contesto in cui sia valorizzato il mio lavoro (non per me ma per il valore aggiunto che dovrebbe rappresentare). Oppure dobbiamo soccombere al bunga bunga imperante?
    Il “geometra” candido

  7. Mi ritrovo nelle considerazioni svolte da Antonio Marco Alcaro. Forse perchè sono “antiche”, come me, nel senso che sanno di ritorno alle origini, alla funzione prima e prevalente di un ordine, e cioè il controllo della deontologia professionale. Purtroppo nel frattempo è cambiato tutto.
    Primo: i numeri in campo. Con questi numeri non credo sia possibile gestire il minimo di controllo serio su migliaia di colleghi. Al massimo le punte dell’iceberg.
    Secondo: le norme deontologiche hanno ceduto il passo alle leggi dello stato e alla burocratizzazione imperante. E’ certo che le leggi sono prevalenti, ma le leggi le applica la magistratura. L’ordine non dovrebbe diventare una magistratura inquirente, un poliziotto, un detective. L’ordine dovrebbe comportarsi come il buon padre di famiglia. L’ho scritto un’altra volta: un padre non ha bisogno di fare “indagini” per capire se il proprio figlio sbaglia. Ma questo oggi non è più possibile, proprio per i numeri. E allora, perchè raddoppiare gli organi giudicanti? Se l’ordine deve solo prendere atto dei giudizi della magistratura fa il notaio e quindi bastano tre persone per comminare la pena.

    Non torna più niente. E poi, sbaglio o hanno tolto agli ordini anche i procedimenti disciplinari? Non, non sbaglio, quindi di cosa stiamo parlando? Ormai i buoi sono scappati dalla stalla, da anni direi, e purtroppo, le giuste parole di AMC suonano più come un rimpianto che come uno stimolo per il futuro. Rimpianto che io ho più di lui a causa della maggiore età ma che devo tenermi per me, salvo questo sfogo.
    Ma dobbiamo saperci rinnovare. Gli ordini così come sono oggi sono dannosi. Fanno di tutto di più, hanno cambiato pelle nel tempo ma non hanno trovato la strada giusta e utile nè per i professionisti nè per i dipendenti. Io credo nel modello anglosassone delle libere associazioni, con l’ordine che tiene l’albo (primo punto delle attribuzioni della legge istitutiva). Solo così, con un lungo processo, si può sperare non di tornare all’antico ma di riacquistare un minimo di dignità professionale e di credibilità presso l’opinione pubblica.
    Saluti
    Pietro

  8. Christian Rocchi scrive:

    RESET O NON RESET?

    D’accordo.

    Se solo tutti lo fossimo, ma non basterebbe lo stesso perche’ insieme a noi dovrebbero rispettare norme comportamentali, forse anche non scritte, anche figure come ingegneri, geometri, periti edili e ci metterei anche agenzie immobiliari.

    La regole di una deontologia “zoppa” , che sembrano anche in contrasto con quello che vuole oggi la societa’, quando si tratta di sopravvivere, in quanti le osservano?

    Quanti architetti, ingegneri o geometri all’offerta di un incarico diretto, di “un’offerta indecente”, proveniente da una amministrazione pubblica direbbero di no?

    Ho provato sulla mia pelle mille volte cosa significhi essere corretto e , con serieta’ portare avanti tutte le questioni professionali con serieta’. E mille volte ho preso calci nel sedere, perche’ ai miei ribassi che ritenevo congrui, max 35% sulle parcelle da dm del 4 aprile 2001 (con il ribasso di legge dovuto del 20%), altri professionisti operavano ribassi (post decreto bersani) del 60% o 70%. Ho rifiutato lavori da un pubblico che mi offriva di lavorare al 70% di sconto sulla parcella. Ma per 1 che rifiuta ce ne sono 1000 che accettano.
    Voler fermare questo assalto all’arma bianca, poi oggi con questa crisi, con la deontologia cosi’ come e’ conformata, e’ come voler svuotare il mare con un cucchiaino. Ci vorrebbero regole piu’ ferree. Regole che dovrebbero essere uguali per tutti e che potrebbero essere date solo con una legge dello stato chiara, che ci dica finalmente che ruolo debbono avere i tecnici nella nostra societa’!

    Se e’ un ruolo di garanzia sociale, ebbene lo dimostrino con leggi che ne rinforzino questo ruolo ormai perso.

    Se e’ un ruolo, come credo che l’andazzo delle precedenti leggi indichi, meramente di operatore di mercato al pari di una impresa, allora cari miei c’e’ poco da invocare le norme deontologiche perche’ quando e’ guerra e’ guerra per tutti. Allora le vie percorribili sono due:

    – tasto reset per i professionisti e aggiornamento del nostro sistema, con la scelta assetto impresa e allora non si faranno ostaggi.

    – tasto reset del paese Italia e fuga verso paesi piu’ sensati e dove ci sia la possibilita’ di crescere una famiglia senza per questo dover stare in ansia perche’ da un momento all’altro gli edifici pubblici possono venire giu’ come castelli di sabbia.

    Stiamo poi facendo i conti senza l’oste Mario Monti: in questi giorni dovremmo sapere che fine faremo. Quindi i nostri commenti per ora sanno di pura disquisizione filosofica. Che va bene lo stesso per tentare di fissare i problemi, ma quelle stesse disquisizioni potrebbero domani gia’ essere sorpassate da situazioni nuove.

    INCISO
    E per chi non lo sappia sono a studio con Alcaro da quando eravamo studenti (secondo anno di facolta’) e non ricordo da allora di avere avuto con Antonello (e’ il vero nome dell’Alcaro per chi non lo sapesse) una disquisizione tanto profonda.. EVVIVA IL BLOG!

  9. Christian Rocchi scrive:

    E a Giulio.

    Nessuno ha detto che l’ufficio deontologia non abbia lavorato i questi anni. Ha lavorato centinaia di pratiche. Certo che l’attivita’ della commissione non viene pubblicizzata all’esterno e quindi non viene notata, o meglio viene notata solo in casi estremi piu’ complessi.

    Quello che dico semplicemente, e so di andare controcorrente, e’ che nella mia idea di sistema nuovo io vedo un ente (possiamo chiamarlo ordine autorities o vattelapesca, che controlli in modo piu’ coercitivo, quasi asfissiante, le attivita’ dei suoi iscritti (tutti da architetti, ingegneri e quant’altro). Questo perche’ credo che avendo un livello di prestazioni tecniche di buona qualita’ raggiungeremo immediatamente due risultati:
    – il primo piu’ importante e’ si il raggiungimento della garanzia sociale;
    -il secondo sui prezzi proposti per le parcelle che non potrebbero essere piu’ da mercato delle vacche.

    L’ordine non e’ un sindacato per legge non perche’ l’ho deciso io. E i sindacati in un sistema che indichi l’architetto come figura per il raggiungimento del fine della garanzia sociale, a cosa servono?

    Se devo proteggere gli interessi della societa’, la societa’ deve mettermi in grado di poterlo fare, senza rivendicazioni, lo stato lo deve fare perche’ e’ suo interesse e di spalla anche il nostro in quanto cittadini.

    Se c’e’ bisogno di un sindacato questo significa che c’e’ una anomalia, che lo stato gioca contro i suoi stessi interessi.

  10. Antonio Marco Alcaro scrive:

    caro candido
    se continui a parlare di sentenze della magistratura vuol dire che non hai capito il mio pensiero.
    Ritengo che gli Ordini debbano agire in merito alla deontologia senza guardare le sentenze della magistratura che si rifanno al codice civile e penale, ma guardando soltanto ed esclusivamente il nostro codice deontologico.
    Se puoi un iscritto viene arrestato o viene condannato in maniera definitiva, (come nel caso Zampolini) vi è un obbligo a intervenire da parte degli ordini, ma questo è un altro discorso.

    In merito alla questione che il caro Candido ripropone ogni volta, vorrei chiarire ai lettori che non ho alcun incarico all’ordine dal 2003, la mia presenza negli uffici dell’ordine è dovuta al fatto che sono il tesoriere del Cesarch, un Associazione Culturale che si occupa prevalentemente di formazione e che non riceve alcun finanziamento dall’ordine.
    Nel 2003, quando mi occupavo di manifestazioni culturali dell’ordine, la situazione era ben diversa, oggi siamo in una fase di emergenza che andrebbe affrontata in maniera diversa.
    Se potessi decidere come spendere i soldi dell’ordine, oltre a ridurre la quota, dedicherei il massimo delle risorse alla formazione, alla deontologia, alla vigilanza dell’esercizio abusivo della professione (vedi docenti a tempo pieno o geometri) alla denuncia degli incarichi illegittimi dati dalle pubbliche Amministrazioni, alle riforme degli ordini e delle leggi che ci riguardano.
    Non è più tempo di feste, conferenze, mostre, presentazioni di libri etc., siamo tutti su una barca che sta affondando e non possiamo più fare finta di niente.

  11. Christian Rocchi scrive:

    E a Giulio Paolo.

    Ho fatto finta di nulla? Proprio per niente! Vedo che non e’ facile spiegarmi. Lo spiego in soldoni.

    Per condannare uno qualsiasi dei nostri iscritti, reo-confesso o non, ci vogliono i documenti non le chiacchiere da bar dello sport. Le condanne o le assoluzioni si comminano sulle documentazioni e non sui blog.
    E dico cio’ che ho detto anche a Marco di persona: non fatevi strumento di forze che vogliono distruggere i sistemi ordinistici facendo leva su falsi problemi. I problemi sono altri:cerchiamo di svegliarci un po’ e di orientare meglio il nostro sdegno.

  12. Christian Rocchi scrive:

    a chi sei “geometra” candido? perche’ non ti manifesti pubblicamente?

  13. Christian non confondere ordine e sindacato e soprattutto non dire che se c’è l’ordine non serve il sindacato perché è un vero errore concettuale, e direi una vera sciocchezza e leggerezza.
    Voglio far presente per l’ennesima volta che l’ordine riunisce TUTTI gli architetti, ma nella realtà ci sono liberi professionisti e dipendenti a vario titolo e le due categorie hanno interessi diversi. L’architetto a cui ti riferisci te è sempre il libero professionista, non a caso. Chi è che progetta, salvo casi sporadici? Chi è che difende le tariffe? Chi è invece che spesso, da RUP, tende a fare le gare al ribasso? E poi, se non ti dispiace, il dipendente, poco o tanto che sia, ha il suo 27, la sua tredicesima, i suoi “incentivi”, la sua previdenza pagata in busta, la sua assistenza in caso di malattia. Il professionista no. Poichè vedo che sei molto realista in altre cose, e io dico giustamente, cerca di essere realista anche in questo campo e finiamola con il dire siamo tutti uguali. Uguali un accidente siamo: domani abbiamo l’anticipo IRPEF, a fine anno la cassa di previdenza, dobbiamo fa quadrare i conti e cercare di riscuotere entro l’anno per gli studi di settore, per aumentare il reddito ai fini pensionisti, e, tra l’altro, per pagare le nostre spese e portare qualcosa a casa. Quindi è offensivo fare finta di essere uguali, veramente offensivo, specie in tempi di crisi. I nostri colleghi degli enti pubblici, senza nulla avere di personale ma come dato oggettivo, sono passati indenni dalla crisi perché il loro stipendio è stato salvaguardato. Gli studi si stanno decimando e, tra l’altro, la crisi esiste in Italia perché c’è troppo stato, cioè troppi dipendenti pubblici, quindi per favore non diciamo sciocchezze del genere che hai detto te.
    E l’ordine con questo non c’entra un bel niente perché non può e non deve, dio ce ne scampi, fare sindacato. La legge istitutiva se non sbaglio l’hai letta anche te.
    Vallo a dire ai giovani architetti che un architetto del comune è uguale a lui, ma dillo in una assemblea di giovani architetti, non in un blog, e poi lo vedi cosa ti succede.
    Ciao
    Pietro

  14. Christian Rocchi scrive:

    Perdona Pietro, ma chi ha detto che un dipendente architetto e’ uguale ad un libero professionista? Quando ho detto che un ordine e’ come un sindacato?

    Ho detto anzi il contrario. Mi fa un po’ senso citarmi ma tanto per chiarire: “l’ordine non e’ un sindacato per legge non perche’ lo dico io”.

    E’ vero che sono un pragmatico, ma ogni tanto permettimi di sognare. Nel mio libro dei sogni non servono rivendicazioni sindacali, perche’ lo stato ha coscienza che il lavoro degli architetti e’ fondamentale per garantire la sicurezza sociale (come dovrebbe essere). E questo investe tutto il processo della produzione edilizia e tutte le sue figure professionali coinvolge nei vari livelli: anche nel pubblico, anche per i responsabili di procedimento.

    Percio’ lo stato dovrebbe garantire che la partita della competizione si giochi esclusivamente sulle capacita’ del professionista, sulla qualita’ della sua architettura.

    Nel mio libro dei sogni solo gli architetti possono mettere mano alla trasformazione del territorio (come e’ in Francia), tutto viene messo a bando in modo automatico con soglie molto basse per la deroga.

    Per noi questo e’ solo un sogno, per altri paesi europei una realta’ consolidata.

    Guardiamoci alle spalle. Io vedo solo disastri di un mercato che di fatto e’ stato gia liberalizzato da un pezzo: cartelli di imprese e progettisti che arraffano lavori..sempre gli stessi nomi. Per non parlare dei disastri veri che sono venuti allo scoperto dopo gli ultimi terremoti. Edifici pubblici costruiti con la connivenza tra controllore e controllato, crollati in malo modo: ferri lisci, scarso tenore di cemento, collaudi non effettuati. Sono sicuro che non sono eccezioni.

    Da cittadino, non da architetto, dico che questo libero mercato delle vacche andrebbe evitato come la peste. Come? Si puo’ cambiare solo facendo riprendere coscienza del ruolo fondamentale di garanzia che deve svolgere l’architetto.

    Non capisco cosa c’entrino i giovani architetti con i dipendenti? Cosa vuoi dire? Io non ne ho parlato.

    Se vuoi dire che l’apertura del marcato delle vacche favorira’ i giovani architetti, come dicono i politici, non c’e’ specchietto delle allodole piu’ enorme. Ripeto quello che ho detto sopra. Il mercato delle vacche gia esiste e cosa ha prodotto per i giovani? Solo grandi delusioni e neanche la possibilita’ non dico crearsi una famiglia, ma neanche uscire di casa dei genitori. Non facciamoci prendere per i fondelli. Il fine del disfacimento degli ordini e della totale apertura al mercato delle vacche non e’ l’apertura ai giovani, ma la totale consegna del sistema produttivo al binomio politica – impresa. Ma non e’ lo stesso binomio dei disastri prodotti nel pubblico finora?

    Intravedo, ormai da anni, come unica soluzione di scampo per i giovani architetti, sia per avere piu’ possibilita’ di impiego futuro, sia per ampliare il proprio bagaglio di conoscenze tecnico architettoniche e sia anche per adire ad aprire un proprio studio, e’ andarsene a lavorare all’estero. Ed e’ proprio quello che sto facendo all’ordine con i giovani architetti.

    Pensa che con soldi di alcuni programmi europei, sono andati a lavorare all’estero piu’ di trecento architetti in 10 anni. E molti sono rimasti a lavorare negli studi: contenti con posti di prestigio, pagati come deve essere pagato un architetto e con incarichi di responsabilita’. Non ci pensano proprio a tornare nel mercato delle vacche. E quando li sento io stesso li incito a rimanere fuori per fare cio’ per cui hanno studiato: l’architettura.

  15. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    > Christian: REO CONFESSO! Non chiacchere da bar.

  16. Christian Rocchi scrive:

    Anche quando sei reo confesso come nel caso in questione hai bisogno di carte: gli articoli di giornale o i posts sui blogs contano poco.

    Contano gli atti delle parti: come nei contenziosi civili o penali che siano.

    E per estrema chiarezza io sono il primo a ritenere che le pene per coloro che si macchiano di reati deontologicamente rilevanti debbano essere severissime. Da tecnico, e con qualche anno di esperienza nei tribunali, dico anche che devono essere inoppugnabili.

    E a questo ci arrivi solo con gli atti!

    Spero di aver chiarito.

  17. Christian, certo che tu non hai parlato dei giovani architetti e dei dipendenti, ne ho parlato io. Mi stupisco però di dovertelo spiegare. Mentre i nostri “fratelli” dipendenti hanno il 27 sicuro, la 13°, ecc. ecc e sono passati indenni dalla crisi, e s’incazzano pure se gli togli gli incentivi, i giovani architetti, ma non solo loro, pagano la crisi in particolare e la loro/nostra ordinaria condizione di liberi professionisti sulla propria pelle. Dirai te: ma insomma, i professionisti hanno fatto una scelta e i dipendenti un’altra. Mettiamo sia vero, e quindi non facciamo stupide rivendicazioni contro i dipendenti; e io infatti non voglio affatto entrare in concorrenza con loro; resta però il fatto che sono due mondi diversi, due condizioni diverse, due modi di porsi rispetto al mondo diversi. E non mi dire che anche loro hanno a cuore l’architettura e bla, bla, bla. Loro hanno a cuore il loro lavoro, che è di controllo (io non parlo di loro come persone ma come ruolo), noi abbiamo a cuore la nostra professione, il nostro lavoro che dobbiamo valorizzare attraverso il progetto.
    Finiamola con la retorica dell’interesse pubblico! Questo c’è, ma è indiretto non diretto. Non siamo missionari, siamo liberi professionisti che devono fare del nostro meglio per avere successo, nei vari gradi possibili. Mi spiace essere crudo, proprio io che ho un blog in cui esalto i valori civici dell’architettura. Ma non c’è alcuna contraddizione in questo, perché io considero quei valori come una parte integrante e indisponibile della disciplina e non come una sorta di missione di cui noi saremmo i sacerdoti. C’è in questo mio atteggiamento una dose di laicità (brutta parola) e direi meglio di razionalità che cozza contro la retorica ideologica e, consentimelo, un po’ trombona e ipocrita di chi parla del nostro lavoro come fosse quello dei padri comboniani. A tutti noi, che lo si confessi o meno, interessa il successo personale, il denaro, l’apparire su qualche rivista ed è normale che sia così. Ma questo non deve far dimenticare i fondamentali del nostro lavoro, cioè il fatto che noi produciamo opere che restano nel tempo, che condizionano la vita della gente, che possono procurare seri danni. Così come un professore che non deve essere necessariamente uno che ha il sacro fuoco dentro, ma deve essere bravo, ovviamente, ed essere cosciente della responsabilità che porta addosso, perchè ha il potere di plasmare la mente e i comportamenti di giovani.
    Quindi, con queste diversità, non possiamo essere rappresentati dallo stesso organismo, non esiste la classe “architetti” in cui ci stanno dentro tutti coloro che hanno una laurea e un’abilitazione. Non è così, e se non si prende atto di questo non si comprende, o si fa finta di non comprenderlo, il mondo, la realtà. Ecco la necessità di smagrire gli ordini, di avere comunque un sindacato, di avere associazioni professionali composte solo da coloro che esercitano la libera professione. INARCASSA esiste proprio perché siamo diversi dagli iscritti all’INPS e all’INPDAP. Ci sarà un motivo o è solo una comodità contabile? Se ti dicessero domani INARCASSA è inglobata dall’INPS, come hanno provato a farci qualche anno fa, saresti contento? (e non è detto che non ci provino ancora). Dovresti esserlo, se pensi che siamo la stessa cosa.
    Ciao
    Pietro

  18. Christian Rocchi scrive:

    Scusami Pietro, ma perche’ ti fai le domande e ti dai le risposte da solo? In un dialogo si e’ in due, quindi, se vuoi una interlocuzione che arrivi ad una sintesi, attieniti strettamente a cio’ che scrivo e non attribuirmi pensieri che non mi appartengono.

    Retorica ideologica la sicurezza di coloro che costruiscono e che abitano o frequentano gli edifici che costruiamo? Beh Pietro le nostre posizioni sono distanti anni luce. E devo dire trovo la tua posizione desolante e senza speranza.

    La mia esperienza professionale, soprattutto di cantiere, mi dice che la sicurezza viene prima di ogni altra cosa, prima anche della stessa architettura. Per me un edificio prima deve essere ben costruito, poi puo’ essere un opera di architettura. Me ne importa poco se il mio lavoro va a finire sui giornali. Mi importa che sia tecnicamente ben fatto e che risponda ai miei criteri di architettura. Non ho bisogno di conferme effimere. La costruzione di edifici secondo i dettami di legge oggi in Italia —-RIPETO—– con il mercato delle vacche che ami tanto, non e’ affatto scontata.

    Per i giovani gia’ mi sono espresso e non ho altro da dire se non che ripetere loro di afferrare ogni possibilita’ di scappare da questo stato di cose e di andarsi a formare professionalmente dove e’ piu’ conveniente. E’ un investimento sul loro futuro. Se non tentano la via della fuga non si aspettino che la strada qui sia in discesa. Qui si resta solo per combattere ed il rischio alla fine e’ quello di ritrovarsi con una scarsa formazione professionale.

  19. Giulio Pascali scrive:

    Christian
    credo di poter affermare senza essere smentito che non sei tu a non esserti accorto o a non aver denunciato le innumerevoli incongruenze dell’Ordine, spingendo e lavorando (anche dal suo interno ovviamente) per il miglioramento dei “servizi” offerti
    non mi iriferivo a te, soprattutto perchè il mio commento è stato scritto prima che venisse autorizzato il tuo….

  20. Christian, con la tua ultima risposta non mi resta che chiudere con un doveroso: che palle!
    La tua retorica mi uccide.
    Ciao
    Pietro

  21. […] mese di novembre abbiamo segnalato il caso dell’Architetto Zampolini esprimendo le nostre perplessità sulla latitanza degli ordini in merito alla deontologia […]

  22. […] che non garantiscono una specchiata condotta morale, come previsto dalla Legge n° 897 del 1938, (il caso Zampolini lo dimostra). Nessuno si ricorda in Italia di un architetto radiato […]

  23. […] anno fa, ci siamo occupati del caso Zampolini, sono usciti articoli sui quotidiani nazionali, l’Ordine di Roma è stato deriso da Gian […]

Lascia un Commento