Sui concorsi di architettura

20 ottobre 2011

Come succede spesso nei blog, da un articolo incentrato su un tema, nei commenti si finisce per dibattere su altri temi ad esso correlati, che finiscono poi per prevalere.
L’articolo di Marco sulla vicenda di Piazza San Silvestro registra una deriva della discussione verso il tema più ampio dei concorsi e sulla loro utilità.
Pietro con l’occasione ha linkato un suo post, che ritengo degno di interesse, proprio a proposito di come dovrebbe funzionare un concorso di architettura: il titolo è già significativo: “Proposta di legge sui concorsi di architettura”.
Christian infine sollecita l’apertura di un dibattito su specifici temi. Ecco quindi il mio contributo sui concorsi che trae spunto proprio dal post di Pietro.

Le prime osservazioni che mi vengono da fare sono di natura puramente generale e prescindono dal quel post (che anzi implicitamente le conferma).

Le leggi servono a qualcosa!
è giusto, per cercare di trovare una soluzione a un problema, ipotizzare la redazione di una legge. Pensare che le leggi (o i concorsi) non servono a nulla perchè tanto poi i soliti noti sono i primi non rispettarle equivale a un colpo di spugna i cui effetti sono stati chiaramente visibili il 15 Otobre.

Le leggi come i regolamenti sono fatte per essere rispettate!
se una legge è ingiusta o sbagliata intanto la si applica (anche solo per verificarne fini in fondo i limiti) dopodichè è giusto lavorare per modificarla; se invece si lavora per aggirarla si finisce per avviare un meccanismo senza fine che non aiuta nessuno, se non proprio chi quella norma vorrebbe eluderla per evidente malafede.

I concorsi come le leggi, servono!
tutto dipende ovviamente da come li si fanno e con quali regole si svolgono; i concorsi garantiscono maggiore trasparenza (anche se non assoluta) e possono essere strutturati in maniera da consentire una ampia partecipazione nei processi di selezione. Diciamo che nello stato in cui ci ritroviamo, con queste amministrazioni qui, il ricorso ai concorsi è il minore dei mali possibili. Non si rinuncia a uno strumento solo perché chi lo utilizza lo utilizza male.

Leggi e concorsi sono due aspetti della vita sociale che fondano la loro ragione d’essere nel medesimo principio: cioè che l’uomo è un animale soggetto a errori ed estremamente fallace nelle sue scelte e determinazioni. E’ quindi necessario prevedere delle regole condivise che ne limitino il campo di azione ad un livello di garanzia minimo per l’intera collettività: per cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge e nessun amministratore pubblico dovrebbe prescindere da forme di selezione di natura trasparente e concorsuale. Questo principio vale indipendentemente dalla forma economica che si predilige, che sia liberale o statalista; non è un caso anzi che proprio nelle nazioni anglosassoni di matrice più liberale il rispetto delle norme sia sacrosanto.

Se il sistema è troppo farragionoso, al punto da rendere impossibile o antieconomica l’amministrazione pubblica, la soluzione non è aggirarlo o eluderlo, ma agire per modificarlo; troppi amministratori invece sfruttano l’alibi delle difficoltà burocratiche per non rispettare le norme a loro piacimento e convenienza.

Sostenere che in concorsi siano inutili perchè tanto poi li vincono sempre i soliti noti (quindi tantovale risparmiare denaro), oltre che un affermazione che nella sua genericità non corrisponde al vero, equivale anche ad un colpo di spugna inaccettabile; un assist morale a chi ci amministra a perpetuare lo status quo senza prendersi alcuna responsabilità per tentare di migliorare le cose.

Il concorso non piace in genere a chi ci amministra perchè, per quanto sia sempre possibile pilotarne il risultato, la sua caratteristica di procedimento aperto, li espone a una notevole riduzione del potere di decidere a chi affidare un incarico, e questo nel sistema consociativo italiano equivale a perdere moneta di scambio; non è un caso se il ricorrso al concorso di idee (che invece porta un enorme ritorno mediatico) sia infinitesimale, e nei pochi casi in cui vi si ricorre si presta maggiore attenzione agli aspetti mediatici dell’evento, barricandosi dietro al nome delle archistar di turno in grado di sostenere con la loro forza mediatica tutte le eventuali polemiche (pensiamo a Renzo Piano e all’Auditorium e alla serie di errori perdonati solo in virtù della “autorevolezza” internazionale del progettista).

Su San Silvestro la mia sensazione è che il nostro Sindaco si sia illuso che realizzando un intervento sotto tono avrebbe evitato scomodi riflettori. Le amministrazioni precedenti hanno fatto scuola, basta pensare alle “sistemazioni” di Piazza del Popolo, di piazza dell’Orologio o di piazza Mattei: anonimi interventi con largo uso di palle “de fero” e lastre di basalto senza alcun approccio architettonico critico (nemmeno di stampo filologico). Per non dimenticarsi del nostro campione di anonimato: lo stadio del tennis alForo Italico. Se l’architettura è anonima e non denuncia una precisa scelta architettonica, nessuno ne parlerà e l’amministratore non corre alcun rischio.
Al contrario ogni concorso indetto finora ha sempre scatenato polemiche e discusisoni polarizzando l’opinione pubblica; chi ci amministra, in queste situazioni finisce con l’essere costretto a prendere posizione (salvo poi smentirsi) e questo è pericolosissimo per chi, da politico esperto, ha imparato a non prendere mai una posizione. Ricordiamo sempre Alemanno che ha fatto campagna elettorale contro l’Ara Pacis promettendo di demolirla, salvo poi ripiegare su una (contestatissima tanto per cambiere) risistemazione esterna.
L’anonimato degli interventi è garanzia di silenzio generale, e garantisce una gestione più controllata degli appalti, ma anche meno malignamente garantisce di limitare l’esposizione politica con scelte nette che rischierebbero di scontentare parte dell’opinione pubblica.
Un qualsiasi concorso invece impone una serie di scelte ampiamente esposte  all’opinione pubblica (per un tempo interminabile dal punto di vista del politico), con conseguente pioggia di critiche.

Per fare un concorso occorre prendere una serie continua di decisioni tutte delicate:
– decidere dove è necessario interventire dando priorità ad un intervento piuttosto che ad un altro (prima scelta di natura fortemente politica);
– decidere di spendere dei soldi per quello specifico intervento sottraendo risorse ad altre cose, scontentando necessariamente qualcuno (seconda scelta di natura economica);
– decidere il programma degli interventi, ovvero indicare cosa si vuole fare dentro al luogo prescelto (ancora scelta politica e culturale); per fare un esempio pratico decidere se realizzare un ponte carrabile o solamente pedonale oppure decidere che destinazione d’uso dare a un intervento di recupero (ad esempio se destinare un edificio ad un asilo nido o ad ospizio);
– stabilire delle regole di partecipazione (altra scelta di natura estremamente politica);
– selezionare un vincitore e sostenerne il risultato (anche e soprattutto da un punto di vista culturale), magari anche contro la propria sensibilità culturale;
– realizzare l’opera sotto la lente e i riflettori dei mille scontenti che si sono lasciati per strada (tutti pronti a stigmatizzare errori di costruzione, ritardi o aumenti di costo);
– farla funzionare (passaggio forse tra i più difficili) per dimostrarne l’utilità;

il tutto con tempi certi (possibilmente entro un paio di mandati) e normalmente senza grandi disponibilità finanziarie. Un inferno per il nostro povero amministratore locale; va da se che è molto meglio evitare grane: “APPALTO INTEGRATO DOVE SEIII?!”

Eppure tutte le volte che si è ricorso a concorsi veri, i risultati alla fine sono sempre stati mediamente positivi: cito ad esempio il Centopiazze che, come illustrato da Paesaggio Cricitco, tra chiari e scuri ha dato comunque buona prova di se. Da cittadino che non nutre alcuna fiducia nei nostri amministratori, ritengo quindi che sia doveroso e necessario sollecitare l’utilizzo sistematico dei concorsi aperti.

Avendo chiarito la mia posizione in merito all’utilità dello strumento concorsuale entro nel merito della proposta di Pietro (che invito a leggere), lanciando di seguito alcuni principi di fondo a cui si dovrebbe attenere una buona legge sui concorsi.

TUTTI GLI INTERVENTI DEVONO ESSERE SOGGETTI A CONCORSO
Premessa fondamentale. Tutti gli interventi pubblici devono essere soggetti a concorso (soluzione drastica non soggetta a interpretazioni); non stiamo quindi parlando di 2-3 concorsi l’anno ma di svariate centinaia da svolgere su tutti gli interventi di trasformazione architettonica e urbana (diventa dura poi fare vincere sempre i soliti noti). Stiamo parlando di tutti gli enti pubblici e di tutti gli enti ad essi collegati che utilizzano fondi pubblici per realizzare opere pubbliche. Società come Zétema o la STA, per intenderci, sono dentro il perimetro.

I REQUISITI DEL PROGETTO LI DEFINISCE L’AMMINISTRAZIONE (O LA CITTADINANZA)
Un altro principio di fondo è che non sono e non devono essere gli architetti a definire il programma dei requisiti di concorso. Troppo spesso si confonde il concorso di idee con la richiesta ai professionisti di auto definire il problema a cui si vuole dare la soluzione. Nello specifico, la futura destinazione d’uso dell’intervento non deve essere decisa durante la progettazione; così come non sono gli architetti a doversi fare interpreti delle esigenze della cittadinanza. Una amministrazione che fa (bene) il suo lavoro definisce prima le  sue esigenze (che poi dovrebbero essere quelle della cittadinanza stessa) e poi chiede agli architetti di fornire la loro soluzione in termini architetonici. Non sono gli architetti a dover decidere se in una piazza c’è bisogno di più verde, di una fermata del bus o di una fontana; e un’amministrazione che si rispetti non ha bisogno di chiederlo agli architetti. Ovviamente è lecito in questa fase prevedere il coinvolgimento dei professionisti (non solo architetti) così come promuovere forme di partecipazione civile. Quello che ritengo importante è che si tracci una linea netta di responsabilità tra chi definisce le esigenze (il committente) e chi traduce in un progetto queste esigenze (il progettista).

I CONCORSI DEVONO ESSERE APERTI A TUTTI GLI ARCHITETTI
Condivido lo spirito della proposta di Pietro di prevedere sempre concorsi aperti a tutti. Pietro inserisce questo principio nella prima fase della selezione; immaginando però di ricorrere allo strumento concorsuale in maniera ampia si presenterebbero evidenti difficoltà di carattere pratico ed organizzativo; forse si potrebbe pensare a soluzioni intermedie. Resta il fatto che stiamo parlando di principi e il principio è appunto che: “i concorsi devono essere sempre aperti a tutti”.

CONCORSI OBBLIGATORI ANCHE NEL CASO DI APPALTI INTEGRATI
Ritengo che l’istituto dell’appalto integrato tenderà ad essere uno dei preferiti delle nostre amministrazioni per molto tempo ancora. Se passa ilprincipio che tutti gli interventi sono soggetti a concorso, anche nel caso dell’appalto integrato deve essere garantito questo principio. Esattamente come avviene per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione eseguite in convenzione a scomputo degli oneri, l’impresa appaltatrice è tenuta a realizzare il progetto rimanendo vincolata ai principi della norma; in questo caso l’appalto integrato potrebbe semplicemente prevedere la presentazione di un Metaprogetto o di un Progetto Preliminare con un impegno a affidare l’incarico del progetto Definitivo ed Esecutivo sulla base di un concorso di idee (in questo caso sarebbe accettabile la forma ristretta).

COMMISSIONI, ROTAZIONE DEI COMPONENTI
Non entro nel merito delle infinite possibilità di composizione delle commissioni di valutazione; oserei dire che un metodo vale l’altro (e quello proposto da Pietro potrebbe funzionare). Aggiungerei piuttosto un criterio di rotazione obbligatorio che non consenta ai soliti noti di presidiarne permanentemente (al limite una quota delle giurie potrebbe essere selezionato per estrazione). Oltre un certo livello inserirei l’obbligo di prevedere una componente internazionale.

PARTECIPAZIONE POPOLARE ALLE SCELTE
Qui il tema è più delicato. Il tema della partecipazione sta esplodendo in tutti gli ambiti della discussione culturale. Il nodo cruciale da risolvere è la distanza tra le scelte dei progettisti e le effettive esigenze della cittadinanza. Il ricorso a forme partecipative alla progettazione sembra essere oggettivamente una delle soluzioni più efficaci, la diffusione dei social network, oltre a rendere tecnicamente praticabile un forte coinvolgimento dal basso hanno anche contribuito a sviluppare una forte coscienza collettiva sulle potenzialità della partecipazione. L’assunto di fondo è che il popolo è autonomamente in grado di capire e decidere che cosa sia meglio per la città e quali siano le soluzioni tecniche ed estetiche più opportune per renderla più efficiente e vivibile. Questa assunzione è condivisibile; ha però alcune limitazioni di cui occorre tenere conto:
– non funziona se le soluzioni da prendere risultano impopolari;
– non garantisce il rischio che le scelte si orientino verso interventi più sensazionalistici e scenografici (proprio critica più forte che viene mossa alla cultura delle archistar);
– deresponsabilizza la politica che ci amministra dalle scelte di governo del territorio;
– nello specifico la proposta di Pietro di sbilanciare la partecipazione popolare tutta alla fine del processo renderebbe questo atto un mero passaggio di ratifica finale di scelte già effettuate a monte da parte del sindaco (che decide il programma) e da parte della commissione (che tenderà a sceglire una rosa di progetti tendenzialmente simili).
La partecipazione popolare dovrebbe essere prevista non alla fine del processo ma all’inizio. Ovvero nella fase in cui si decide quali sono i nodi urbani da risolvere e soprattutto quale tipo di intervento si richiede di realizzare. Per fare un esempio, volendo recuperare una ex caserma, la decisione su che cosa farla diventare (residenze, uffici, supermercati, musei, ecc.) dovrebbe essere sottoposta al giudizio dei cittadini prima di avviare il processo di gara. Una volta stabilito il programma, le sucessive fasi potrebbero prevedere dei meccanismi di verifica intermedia con progressiva presa di responsabilità del progettista sulle proposte di progetto. In ogni caso se da una parte occorre strutturare il processo di trasformazione del territorio in maniera da scongiurare atteggiamenti oppositivi e ostruzionistici di tipo NIMBY per le opere di importanza più rilevante, proprio il coinvolgimento partecipativo, anche solo limitato ad azioni di natura informativa e consultiva, contribuisce a ridurre e ridimensionare il livello di conflittualità.
Per fare una metafora il paziente è tenuto a dire quali sono i suoi sintomi e al limite si può spingere a fornire dei feedback sia sulle analisi da fare che sulle possibili cure; alla fine l’intervento e la cura sono sempre una precisa responsabilità del medico; il coinvolgimento informato del paziente aiuta però ad affrontare meglio le cure.

PERIMETRO DELLA PARTECIPAZIONE
Anche questo è un tema delicato. Pietro propone una forte limitazione alla partecipazione determinata dalla appartenenza geografica (vota e partecipa solo chi ha la residenza). Io sono convinto che il valore delle scelte di trasformazione urbana abbia diversi gradi di rilevanza dal locale al globale in funzione della rilevanza dell’intervento stesso; le città sono sistemi aperti osmoticamente al mondo esterno che a sua volta è composto da moltitudini di sistemi e sottosistemi; gli spazi urbani sono snodi di relazioni inseriti in diverse e svariate reti connettive; la lettura delle relazioni può essere fatta su molti livelli (funzionale, culturale, urbano, sociale, commerciale, migratorio) ognuna di queste letture ci porterebbe ad un diverso perimetro di interesse. Va da se che ogni trasformazione urbana ha influenza sull’agire e sulla vita di un nucleo di persone che va ben al di la dei semplici residenti. Persino le risore economiche che vengono investite non sono mai chiaramente riconducibili ad un singolo soggetto giuridico; specie per gli interventi di maggiore rilevanza i livelli di contribuzione finanziaria sono spesso più ampi di una singola realtà locale. Un parcheggio di scambio per la metropolitana posto al confine del comune di Roma interessa inevitabilmente anche la popolazione limitrofa; un intervento sul centro storico di Roma (patrimonio dell’Unesco) interessa l’intera popolazione mondiale, la sistemazione di una piazza interessa comunque anche il frequentatore occasionale. In ogni caso le città sono vissute ed utilizzate anche da soggetti che hanno interese diretto o  indiretto al loro sviluppo; su due piedi mi vengono in mente i pendolari, i migranti, i lavoratori che non hanno residenza, gli studenti fuori sede, i turisti ma anche solo i “cultori della materia” cioè le persone che nel mondo possono nutrire interesse culturale allo sviluppo di un particolare terrotorio o città.  In questa gradazione dei livelli di interesse occorre trovare il modo di consentire una partecipazione che, salvaguardando i cittadini più direttamente interessati, possa tenere conto anche di un perimetro più ampio.

COMPOSIZIONE DEI GRUPPI DI PROGETTO
Concludo con una nota sulle regole di partecipazione ai concorsi da parte dei professionisti. La progettazione architettonica è il frutto di una composizione di aspetti di natura culturale (sociologici, estetici, stilistici, umanistici) e tecnica (impiantistici, strutturali, economici) e, come tutti riconosciamo abbraccia vasti campi della conoscenza. Pensare che un singolo architetto (o un gruppo ma di soli architetti), per quanto geniale possa sostenere da solo tutta questa complessità è pura illusione. La partecipazione ad un qualsiasi concorso dovrebbe essere vincolata alla formazione di un gruppo di progetto che contenga in se tutti i professioninsti minimamente necessari per dare risposte adeguate ad ogni problema sollevato dal programma dei requisiti. Questo vincolo non può essere lasciato alla buona volontà del singolo professionista, deve essere un obbligo. Il tutto si traduce così: “possono partecipare ai concorsi solo ed esclusivamente i gruppi di progettaizone che contengano al loro interno almeno un architetto, un impiantista (almeno elettrico e meccanico), uno strutturista e a secondo della natura del progetto richiesto anche altri specialisti (paesaggisti, restauratori, urbanisti, musicologi, botanici, ecc.)”; questi specialisti devono essere evidenti nella composizione del gruppo di progettazione; sono quindi vietate le parecipazioni dei singoli (tipo Fuksas).

PRECISAZIONI DOVEROSE
Questi spunti sono delle semplici enunciazioni di principio su come ritengo che dovrebbero essere gestiti i concorsi qui in Italia in questo preciso momento storico; per me il concorso non è un feticcio, anzi, sono convinto che amministrazioni “illuminate”, se ne esistessero, sarebbero perfettamente in grado di farne a meno con risultati più che egregi e maggiore efficacia; il problema è che questa “illuminazione” non è verificabile né tantomeno autoattribuibile.
Non ritengo in assoluto che il concorso di idee equivalga automaticamente a una buona architettura, né viceversa che un’opera acquisti maggiore o minore valore in funzione delle modalità con cui è stata selezionata; il valore di un’opera realizzata si misura nella sua esistenza e nell’uso che di questa viene fatto. Per cui a quelli che hanno avuto la pazienza di leggere fino a qui prego di non obiettare alle mie tesi citandomi esempi e modelli solo in funzione del risultato architettonico finale perchè questo equivarrebbe a portare la discussione su un piano decisamente sterile.
FLW aborriva i concorsi perché riteneva che nessuna giuria potesse avere il suo livello di genialità, tanto per fare un esempio; lui poteva permettersi di dirlo e credo che pochi potrebbero obiettare sul livello delle sue opere. In un mondo perfetto un sindaco dovrebbe essere in grado di scegliersi autonomamente i propri collaboratori (architetti compresi) con i quali attuare il proprio programma in totale autonomia, prendendosi la piena responsabilità delle proprie scelte; i meccanismi di informazione e il comune senso civico degli elettori basterebbero da soli a scoraggiare ogni abuso. Oggi non è così come dicevo in premessa, e noi siamo ben lontani dai livelli di civismo nordeuropei per aspirare ad un minimo senso di responsabilizzazione civile.

La forma del concorso (nelle modalità che ho descritto) offre quindi, rispetto ad altre forme di selezione dei progetti, un livello minimo di garanzia democratica, la capacità di creare discussione sui temi dell’architettura e, nella discussione, la capacità di promuovere la maturazione culturale di un intero sistema sociale.


15 Commenti a “Sui concorsi di architettura”

  1. Pietro Pagliardini ha detto:

    Ringrazio qwfwq per l’attenzione e anche Christian Rocchi per la sua proposta che è molto interessante ma di non facile attuazione, o almeno io non ho idea di come poterla sviluppare.
    Non entro nel merito dato che la mia idea, in forma aperta, l’ho già scritta e semmai aspetto commenti. Se questi non seguissero mi verrebbe da pensare che chiedere concorsi è facile, è il come ad essere complicato.
    Un dubbio io lo esprimo, non sulle proposte ma sulle premesse: la legge è solo uno strumento per garantire la maggiore uguaglianza possibile (quella totale non è possibile) tra i cittadini, e non un fine, altrimenti diventa un idolo. Se è vero che nei paesi anglosassoni c’è maggior rispetto della legge (per adesso diamolo per scontato), è anche vero che la legge in quelle contrade, trattandosi di stati non statalisti, è molto meno invasiva che da noi: uno stato che creda nell’individuo rende i cittadini più responsabili e quindi meno bisognosi di “esser guidati”.
    Per questo nella mia proposta io auspico fortemente un ritorno della responsabilità della politica. Se la politica non si responsabilizza non riuscirà mai a fare leggi ben fatte ma solo la legge per la legge.
    Il dramma italiano (ed europeo) sta tutto qui.
    Chiudo riportando la parte conclusiva del discorso del Papa al Bundestag di Berlino, sperando che se ne colga il valore assoluto in ordine al diritto e al suo scopo, a prescindere dal credere o meno:
    “Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace”.
    Saluti
    Pietro

  2. Christian Rocchi ha detto:

    Grazie per aver raccolto la mia proposta.
    Da molto si dibatte sulla questione concorsi, ma non si e`mai arrivati ad avere uno strumento che sia da una parte veramente efficace per le amministrazioni e dall’altra che sia garanzia di un giudizio equo per coloro che vi partecipino.

    Concordo su una necessita’, che e’ uno degli spunti di interesse che ho trovato sui vostri due scritti, di avere dei regolamenti di attuazione delle leggi che possano raggiungere facilmente i due obiettivi su enunciati.

    I concorsi come le leggi, servono! Ma servono ancora di piu’ regolamenti sui quali non ci sia alcuna ombra di dubbio sull’imparzialita’ dei procedimenti di selezione.
    Lo stesso sole 24 ore sulla proposta di legge per l’architettura da solo enunciazioni di carattere generale sui quali non si puo’ essere che d’accordo. Questo pero’ non deve rimanere solamente una battaglia dal sapore molto politico e di facciata. Per cambiare veramente la vita dei professionisti, e delle loro citta’, si deve poter arrivare a dei sistemi di attuazione impeccabili.
    Di fatto pero’ non possiamo parlare di solo concorso di idee senza metterlo in relazione con tutto il processo della produzione dei servizi che serve a concretizzare l’opera progettata.
    Il concorso aperto deve entrare nel sistema di produzione del progetto, e’ infatti una idiozia troppo grande dire che un giovanissimo senza un curriculum alle spalle non possa avere una intuizione formidabile (questo di fatto oggi le leggi dicono non espressamente).
    Preliminarmente direi, prima di entrare nel dettaglio delle proposte di attuazione delle leggi, ancora un altro paio di cose (anche se so perfettamente che in Italia non saranno mai seriamente prese in considerazione):
    1. la competenza della trasformazione del territorio deve esclusivamente essere legata all’architetto (un po’ come e’ in Francia);
    2. Obbligatorietà, per dimensione ed importanza degli interventi, di ricorrere allo strumento del concorso di idee nel settore pubblico e nel settore privato.
    Quindi un processo inverso rispetto a quello dell’appalto integrato che non da’ affatto garanzie di risultati di qualita’: come puo’ darli con i tecnici che sono pagati dall’impresa. Un controsenso in termini.
    IL PROCESSO POTREBBE ESSERE:
    1. progetto preliminare bandito attraverso concorso aperto a tutti;
    2. selezione di short list (5 o 10 architetti) per la definizione del progetto con rimborso spese per tutti;
    3. selezione progetto vincitore
    4. esecutivo+cantiere + costruzione.

    La mission a questo punto e’ chiara e gli obiettivi anche; vediamo ora come quella mission con quegli obiettivi possano essere raccolti attraverso l’attuazione.

    Di fatto, come giustamente qwfwq sottolinea, ci si trova di fronte a due tipi di necessita’. Una interna all’istituzione che bandisce il concorso, e una da parte di coloro che vi partecipano. Essenzialmente si chiede da ambo le parte che ci siano garanzie. Garanzie di terzieta’ chiedono i partecipanti per una scelta dei progetti migliori, garanzie chiede l’amministrazione sulla qualita’ della struttura che il progettista deve avere per produrre gli elaborati che devono seguire tutte le normative del caso e le successive validazioni per porlo poi in fase esecutiva.

    Quale attuazione potrebbe far salve le suddette necessita’?

    GARANZIE PER UN CONCORSO CHE SIA EFFETTIVAMENTE SUPER PARTES

    ——->Anonimato:(punto 2 sopra elencato per la selezione short list e punto 3 per la selezione progetto vincitore) finora si è parlato di anonimato esclusivamente per quanto riguarda i progettisti. Ma a mio avviso c’e’ un anonimato che e’ ancora piu’ importante: quello dei giurati.
    Purtroppo buona parte dei progettisti, italiani o non, decidono se partecipare ad un concorso andando a vedere per prima cosa la lista dei giurati: questo per capire se si ha una chance di vincere. Mi e’ capitato spesso vedere concorsi con una contiguita’ imbarazzante tra vincitore e componenti della giuria.
    Questo puo’ essere risolto attraverso l’anonimato della giuria, non solo nei confronti dei progettisti, ma anche tra gli stessi componenti della giuria.
    Ossia ci deve essere un responsabile del procedimento, lui e lui solo, che conosca tutti i giurati, e un sistema telematico che permetta a questi di valutare tutti i progetti in modo autonomo senza che un giurato abbia la possibilita’ di indirizzare gli altri giurati. Abbiamo utilizzato questo sistema per monitor p (realizzato con Giulio Calcaprina) e abbiamo avuto buoni risultati. I giurati con questo sistema potrebbero essere anche dall’altra parte del mondo e avere poca contiguita’ con il territorio dove si svolge il concorso; anzi regolamenterei anche la scelta dei giurati basandola proprio sulla loro contiguita’ con il territorio su cui si progetta.

    ——->Aspre sanzioni: per il responsabile del procedimento e per il giurato che sia trovato responsabile di fughe di notizie e per i progettisti che abbiano provato a forzare la mano (in tutte le fasi);

    ——->Passaggio dal progetto vincitore (progetto definitivo) al progetto esecutivo: in questo caso di solito l’amministrazione vuole garanzie che il progetto esecutivo non abbia falle. Questo per evitare che i lavori si possano fermare in corso d’opera. Nel caso in cui i progettisti non abbiano alle spalle sufficiente esperienza. In questo caso, e solo in questo caso, il progetto potrebbe avvalersi dell’appalto integrato, ma il progettista vincitore avrebbe una funzione essenziale all’interno dell’appalto integrato: dovrebbe sicuramente continuare a collaborare nella redazione dell’esecutivo con l’ufficio dell’impresa, facendo si che il progetto non si stravolga, ma progredisca anche in fase esecutiva e rimanga quello pensato dal vincitore.

    ——->Cantiere e direzione lavori
    Firma del contratto d’appalto tra committente, impresa e progettista (direttore dei lavori). La firma del progettista anche sul contratto e’ garanzia che il progetto in fase esecutiva non abbia perso lo smalto del definitivo.
    Il progettista vincitore e anche responsabile della direzione lavori, al fine di verificare la bonta’ della fase realizzativa del progetto, coadiuvato dallo staf tecnico dell’impresa (direzione tecnica).

    Queste le prime cose che mi vengono in mente.

    Per quanto riguarda invece questa iniziativa, trovo che faremmo bene a darne massimo risalto anche su altri blog o altro, per avere il massimo dei contributi.
    Propongo di pubblicare questi scritti anche su altri canali. Io potrei pubblicarlo, con il vostro permesso, sull’account facebook dell’ordine degli architetti di roma. Cerchiamo di avere la massima partecipazione per poter arrivare ad un documento. Che ne dite?

    christian rocchi

  3. massimo cardone ha detto:

    Trovo molto opportuna la precisazione di Christian in merito alle garanzie da offrire alle Amministrazioni; non dimentichiamo che alcune responsabilità nel fallimento dei concorsi risiedono anche nella categoria dei professionisti.
    Ciò detto non credo che la soluzione del problema passi per l’affiancamento all’ufficio tecncico dell’impresa, le imprese sono sempre più scatole vuote e non sono più detentrici, nella maggior parte dei casi, di know how tecnico. Credo più nel vincolo di gruppo di progettazione da definire in fase di gara, chiaramente con un peso importante in fase di valutazione di concorso.
    Esiste poi un tema di omogeneità dei concorsi,, che potrebbe essere risolto con un “ufficio” dedicato, ai vari livelli territoriali, per la promozione e l’assistenza tecnica alle committenze pubbliche e private; se poi ci fosse una modulistica unificata a livello nazionale declinata su 2 o 3 livelli di soglia, sarebbe molto utile (più o meno quello che succede in alcuni paesi europei). Questo ipotetico ufficio dovrebbe anche monitorare l’andamento dei concorsi e valutare la buona riuscita degli stessi, chissà forse arrivare a dei ranking per l’attribuzione di fondi per le Amministrazioni virtuose.
    massimo

  4. Pietro Pagliardini ha detto:

    Alcune note a caldo alle proposte di Christian Rocchi:
    – forse ho capito male, ma affermare l’obbligo dei concorsi per i privati è una chiara ed evidente violazione della libertà di iniziativa privata e pure della libertà individuale. Mi verrebbe da dire che è una scelta comunista ma non voglio esagerare. Una proposta del genere perirebbe, giustamente, al primo passaggio concreto. Ma forse ho capito male.
    – il principio di non conoscere i membri della commissione è certamente giusto ma il sistema che proponi è davvero macchinoso. E’ molto più semplice, come poi di fatto è quasi sempre, scegliere la commissione immediatamente dopo al consegna dei progetti. Lo so che nella seconda fase non sarebbe più segreta ma non c’è legge che possa produrre l’onestà intellettuale delle persone. Su questo credo occorra senso della realtà: non esiste la giustizia assoluta su questa terra, e aggiungo per fortuna. Chi cerca la giustizia assoluta in genere porta a disastri epocali. La giustizia o meglio la chiarezza delle scelte si ottiene responsabilizzando i giurati ed è per questo che io sono convinto che vada riportata la palla alla politica, almeno in parte, perché almeno questa è sottoposta al giudizio del voto, mentre il funzionario o il giurato non sono giudicabili, se non penalmente. Ma non si può impostare una legge con atteggiamento punitivo e negativo, bensì in positivo e con uno spirito aperto
    – nel caso di vittoria di giovani privi di esperienza, a parte l’appalto integrato che non è l’unica forma di appalto possibile, mi sembra che sia ben fatta la proposta di edilizia e territorio, quella cioè di affiancare al vincitore uno studio che abbia esperienza di costruzione, di esecutività dei progetti e di cantiere. E’ sbagliato immaginare e pretendere che per diritto di laurea tutti siano capaci a fare tutto fin dall’inizio. Anche la committenza deve essere garantita sul risultato e quella pubblica a maggior ragione, dato che i soldi sono di tutti i cittadini.

    Per quanto riguarda la diffusione dove ti pare credo sia opportuna. Più se ne parla e meglio è, anche se sappiamo che il disordine aumenterà certamente. L’importante però è che se ne parli, se ne discuta e che alla fine qualcuno sia in grado di farne una sintesi coerente. E poi succederà, come dici te……che non accadrà niente. Ma se non facciamo niente o non accadrà niente ugualmente oppure qualcuno deciderà per noi.
    Ciao
    Pietro

  5. qfwfq ha detto:

    Anche per me l’estensione dell’obbligo del concorso ai privati risulta decisamente vessatorio (oserei dire incostituzionale); vi è da dire che le grandi imprese tendono a prendere spunto dalla normativa pubblica e una norma che introducesse i concorsi obbligatori per il pubblico avrebbe un effetto trainante anche per il privato.

    L’obbligatorietà per i privati la introdurrei solo in determinati casi che ne prefigurano la sussidiarietà nella esecuzione di interventi che dovrebbero essere eseguiti dal pubblico.
    Mi viene in mente ad esempio il caso degli interventi i project financing o appunto negli appalti integrati, ma sarebbe validissimo anche per contenere il proliferare di imprese partecipate istituite spesso con il preciso scopo di aggirare la normativa sui lavori pubblici.
    Resta il fatto che un’impresa che ha già concordato un prezzo di appalto, deve poter tenere sotto controllo i costi del progetto da realizzare.
    In questo caso oltre alla garanzia di terzietà per i partecipanti e alla garanzia di qualità per le stazioni appaltanti si introduce anche la necessità di garantire la remuneratività dell’impresa esecutrice.
    Ma questo limite economico, che potrebbe tranquillamente essere tra i requisiti del concorso, lungi dall’essere un limite è secondo me un valore aggiunto……

    a presto (se ce la faccio) considerazioni ulteriori anche su commissioni e contratto sociale individuo/stato

  6. Christian Rocchi ha detto:

    Caro Pietro,

    sul concetto di concorsi obbligatori anche su spazi privati di grande rilievo mi spiego meglio.

    Se un’amministrazione decide che un terreno e’ strategico e fondamentale per lo sviluppo o la riqualificazione della sua citta’ allora deve prevedere anche degli strumenti, diversi dall’esproprio che non e’ proprio uno strumento che imprime velocita’ al progetto.

    A Valencia ho conosciuto il direttore di una societa’ partecipata dal comune l’Etsam che mi ha spiegato proprio questa procedura.

    A monte chiaramente loro hanno una visione dello sviluppo della città molto piu’ aperto. No piani regolatori, ma piani di sviluppo aperti a piani di interventi del privato all’interno di ambiti territoriali gia’ definiti e ritenuti strategici.

    Percio’ l’intervento del concorso nel privato arriva dopo alcune altre considerazioni. Questo e’ il senso della cosa.

    A Valencia il centro congressi di Foster e la citta’ della scienza di calatrava e gli interventi delle infrastrutture dell’american’s cup sono passati attraverso vari accordi fatti con il privato.

    Ho pubblicato questa discussione sull’account facebook dell’ordine e ci sono gia’ alcuni commenti di interesse.

  7. PEJA ha detto:

    Qualche tempo fa ricordo di un incontro svolto presso la sala comunale di Civitavecchia, dove un consigliere dell’ordine affermava che l’ente che stava rappresentando stava lavorando aveva intenzione di lavorare assieme alle amministrazioni dell’intera provincia per redigere un documento in cui si stipula con le suddette amministrazioni degli interventi affidati unicamente attraverso concorso. Ricordo ancora la faccia dei rappresentanti dell’amministrazione comunali, tra lo stupito ed il divertito. Il problema, oltre l’aspetto legale della questione, è forse maggiormente legato alla “sensibilità” degli amministratori nostrani: ultimamente mi sto avvicinando alla realtà svizzera, dove per ogni tipologia di lavoro pubblico vengono indetti bandi. Per grandi strutture, come per delle più banali panchine. Addirittura per la sistemazione di rotatorie. Il sistema è veloce e snello, e le procedure non durano anni e anni. Insomma, non occorre portare avanti delle vere e proprie battaglie. Ovvio: c’è da dire che il sentire svizzero è anni luce lontano dal putridume di collusioni nostrano.

    Quando Pietro dice:

    “Se è vero che nei paesi anglosassoni c’è maggior rispetto della legge (per adesso diamolo per scontato), è anche vero che la legge in quelle contrade, trattandosi di stati non statalisti, è molto meno invasiva che da noi: uno stato che creda nell’individuo rende i cittadini più responsabili e quindi meno bisognosi di “esser guidati”.
    Per questo nella mia proposta io auspico fortemente un ritorno della responsabilità della politica. Se la politica non si responsabilizza non riuscirà mai a fare leggi ben fatte ma solo la legge per la legge.
    Il dramma italiano (ed europeo) sta tutto qui.”

    mi trova perfettamente, assolutamente, d’accordo!

    Cambiando questione, sono ancora una volta con Pietro e qfwq, riguardo il fatto che “obbligare” i privati a portare avanti concorsi di architettura per alcune tipologie sia incostituzionale, ma magari si potrebbero offrire degli incentivi che rendono in qualche modo “vantaggioso” promuovere concorsi per situazioni strategiche. Vantaggioso dal punto di vista dei tempi e magari anche promuovere una forma di vantaggio economico.

  8. alessio lenzarini ha detto:

    leggendo le varie proposte e riflessioni (quasi tutte largamente condivisibili dalla maggior parte degli architetti ‘di buona volontà’), mi sembra che manchi tuttavia il supporto di una domanda di base: qual’è il motivo primario per cui è necessario fare i concorsi di architettura? o meglio: forse manca una risposta esclusiva ad una domanda potenzialmente troppo inclusiva.

    se l’obiettivo dei concorsi deve essere la trasparenza o le pari opportunità o la valorizzazione dei giovani o banalmente la rotazione dell’incarico pubblico, credo si possano trovare molti altri sistemi più efficaci della gara progettuale e soprattutto più rapidi ed economici.

    se l’obiettivo dei concorsi è la ricerca della fantomatica ‘qualità architettonica’ allora probabilmente è corretto affermare il primato irrinunciabile della gara progettuale. tuttavia, si spalanca il problema dell’abisso di senso entro cui galleggia l’ormai abusatissimo concetto di ‘qualità architettonica’.

    e non è questione da poco: perché a seconda del tipo di qualità che si intende ricercare, si dovrebbero dare regole diverse al concorso, si dovrebbe plasmare il concorso allo scopo di incentivare e garantire un certo tipo di approccio progettuale oppure di prestazionalità professionale oppure di futura processualità esecutiva.

    resisto alla tentazione di elencare i vari tipi di ‘qualità architettonica’ cui potrebbe votarsi la ragion d’essere di un concorso. li conosciamo benissimo: sono tanti e sono irrimediabilmente diversi.
    intendiamoci: è ovvio che la disciplina architettonica sia obbligata, per sua stessa natura, a conciliare un insieme molteplice di istanze (potremmo dire: ricercare diversi tipi di qualità). però credo sia altrettanto ovvio che la fase progettuale più opportuna per il bilanciamento delle istanze sia quella esecutiva (in cui si fanno davvero i conti con tutte le scelte, incluse quelle economiche) e non certo la fase più o meno preliminare cui inevitabilmente si limita il concorso di progettazione.
    non credo sia eccessivo affermare che un buon progetto di architettura in qualche misura debba sempre implicitamente scegliere, soprattutto nella sua fase ideativa, di dare priorità ad una vocazione qualitativa su tutte le altre.

    sono quindi convinto che qualunque riflessione sul concorso di architettura ‘ideale’ (diciamo: sapientemente congegnato) non possa che partire da una chiara scelta di campo sul tipo di ‘qualità architettonica’ che si intende richiedere ai progetti in gara. ed è purtroppo su questa scelta di campo che, anche fra architetti ‘di buona volontà’, temo cominci a non esserci più larga condivisione.

    faccio solo un paio di esempi: la regola di sbarramento economico (requisiti di fatturato e di forza-lavoro) che vincola la partecipazione a molti concorsi oppure l’abitudine (evidenziata nel punto 2 del testo di Qfwfq) a redigere bandi con programmi funzionali aperti alla discrezionalità dei concorrenti. Questi due ‘vizietti’ della disciplina concorsuale italiana sono davvero indice rispettivamente di bieca
    tutela corporativa (pesci grandi contro pesci piccoli) e di incapacità della committenza (non so nemmeno io cosa voglio) oppure sono entrambi indice di una lucidissima scelta di campo sul tipo di ‘qualità architettonica’ cui il concorso deve mirare? Se un’amministrazione indice un concorso a sbarramento economico o a programma funzionale aperto, non è fin troppo chiaro quali sono (e soprattutto quali non sono) le sue aspettative circa l’esito del concorso?

    dopo tutte queste chiacchiere mi concedo ovviamente anch’io all’ineffabile piacere di vagheggiare il mio tipo di concorso ideale.
    e lo faccio stralciando un pezzo da un mio intervento su una presSTletter di svariati anni fa (l’argomento erano sempre i concorsi, allora come ora LPP aveva proposto un decalogo), perché tanto la penso sempre così:
    “ritengo che la pratica del concorso di architettura dovrebbe rappresentare un momento ‘eversivo’ di differenza rispetto al consolidato sistema socio-economico in cui normalmente si attua l’edilizia. Poiché l’architettura è una disciplina che può essere arte ma che nelle sue manifestazioni più frequenti non lo è (per mille motivi intrinseci alla natura stessa della disciplina), l’obiettivo dichiarato del concorso dovrebbe risultare proprio quello di garantire che almeno un’opera pubblica sia sempre arte e non solo buona edilizia. Ovverosia lo Stato, prendendo atto dell’importanza culturale dell’architettura come disciplina artistica, dovrebbe assumersi la responsabilità di obbligare se stesso (nella veste dei suoi enti ramificati) al piacere/dovere della qualità artistica nella costruzione delle proprie sedi. E dovrebbe farlo tramite una pratica del concorso appositamente concepita e strutturata per cercare di perseguire questo tipo di intenzionalità e di risultato. Mi sembra, in termini di principio, tutto molto semplice. E tutto, in termini reali, il contrario della Merloni.”

  9. qfwfq ha detto:

    Ottimo Alessio
    mi piace molto questa tua definizione “dell’architettura come disciplina artistica”
    a cui consegue
    “la responsabilità di obbligare (…) al piacere/dovere della qualità artistica nella costruzione”
    Le città che hanno paura di esprimere le loro esigenze artistiche sono città che a lungo andare risultano aride o (nel caso di città fortmente storicizzate) finiscono per musealizzarsi.

    Alla fine anche un’esigenza culturale è un requisito che dovrebbe essere oggetto di un bando di concorso.

    La qualità di un opera si misura con il grado di soddisfazione di un requisito espresso (sia esso quantitativo o qualitativo).
    In un opera pubblica il requisito è un tema piuttosto complesso e spesso è impossibile individuare un requisito che soddisfi equamente tutte le esigenze in campo che possono essere di natura economica (facilmente misurabile) ma anche culturale (come dici tu, artistica).
    L’errore che si commette spesso è quello di esprimere il requisito solo ed escslusivamente dal suo aspetto meramente quantitativo (o economico) mentre si tralascia quello culturale (quello cioè su cui si costruisce, o si conserva, l’identità di una città).

    Fanno bene Emma e Pietro a sottolineare la necessità di un ritorno alla responsabilizzazione della politica. Sottolineo che questo potrebbe avvenire proprio se li si constringe a fare delle scelte di tipo culturale, quali appunto la redazione di un programma di concorso.

  10. Pietro Pagliardini ha detto:

    Condivido la premessa di fondo del commento di Alessio Lenzarini che va al cuore del problema: perché i concorsi?
    Per conto mio non certo per la trasparenza, per la rotazione, per l’equità e quant’altro. Chiaro che se ci sono concorsi pubblici devono avere alcuni di questi requisiti, ma altrettanto chiaro, per me almeno, che la professione e quindi anche i concorsi non sono welfare e perciò la competizione si gioca sulla qualità.
    Sì ma quale, si chiede giustamente Lenzarini? Potremmo bisticciare un altro secolo e nei secoli a venire e non arrivare a niente, perché non può esservi accordo generalizzato.
    Però ci può venire in soccorso la storia passata ma anche l’attualità e risolvere al meglio, a mio parere, anche la proposta finale che così, da sola, senza inquadrarla in un contesto, rischia di continuare con la logica da “fiera della vanità”:
    noi sappiamo che nel caso di opere importanti, i “temi collettivi” come li chiama Marco Romano, vi erano accese dispute tra i cittadini per la scelta dell’opera; tutt’ora in Olanda vi sono concorsi in cui i cittadini, cioè i proprietari del bene pubblico e della città stessa, votano. Ebbene è proprio per queste ragioni che nella mia proposta ho inserito l’intervento del voto ai cittadini. La città, e quindi l’architettura della città, non è arte privata, è arte pubblica, è arte civile, cioè che appartiene ai cives, ed appartiene a tutti, quindi solo il giudizio dei cittadini può decretare la “qualità artistica” dell’opera, non una giuria di esperti, con la quale ricadremmo nella infinita discussione su cosa sia la qualità.
    So bene che gli architetti, nella loro autoreferenzialità, che sconfina spesso nell’arroganza, rifiutano questo concetto ma se si comprendesse il fatto che il progetto serve a costruire l’ambiente di vita dell’uomo, lo spazio pubblico, e non a produrre suppellettili che ognuno poi usa privatamente, se si comprendesse chi sono realmente i nostri committenti, allora forse sarebbe più facile convenire su questa proposta.
    Alla fine di un concorso siffatto potremmo certamente dire, prescindendo dalle convinzioni individuali: è stata realizzata l’opera di miglior qualità perché ritenuta tale dalla comunità cui essa appartiene.
    Saluti
    Pietro

  11. candido ha detto:

    Devo dire che quasi sempre condivido il pensiero di Pietro. In quest’ultimo caso peró vorrei solo evidenziare la pericolosità di un approccio forse troppo populista.
    Il giudizio dei non addetti è quasi sempre basato sulla proposta più tradizionale. Le ipotesi più “ardite”, più lontane dal comune sentire, sono spesso viste con diffidenza dai cittadini che spesso ( e quando fanno gruppo, sempre) preferiscono la soluzione più ovvia.
    L’Architettura presuppone scelte, e il coraggio di farle, non per autoreferenzialità ma perché le nostre competenze sono diverse e più profonde di chi per caso vive in in luogo. Anzi per esperienza personale spesso i cittadini sono contrari ad ogni cambiamento per poi ricredersi solo quando, dopo averlo osteggiato, lo vedono realizzato e capiscono di cosa si stava parlando. Le grandi trasformazioni urbane passate sono nate dal lavoro di un committente intelligente (il contrario di quello che vediamo oggi) e da un buon architetto.
    Io, come architetto, sono pronto a prendermi le mie responsabilità
    Peró capisco che il tema è spinoso e complesso e rispetto il tuo punto di vista pur non condividendolo
    Il “geometra” candido

  12. qfwfq ha detto:

    A proposito della partecipazione popolare al voto

    vi segnalo questo articolo su Wired.com
    http://www.wired.com/wiredscience/2011/04/the-ignorance-of-voters/

    ma anche questa “provocazione” di Gramellini

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=1079&ID_sezione=56

  13. Pietro Pagliardini ha detto:

    Ho l’impressione che Gramellini dovrebbe superare prima quell’esame di educazione civica che invoca per tutti. In Italia c’è una scuola pubblica obbligatoria fino a 16 anni: dica piuttosto che migliorino i contenuti della scuola (non i finanziamenti), insegnando la vera educazione civica, invece che le idiozie ideologiche che insegnano oggi sull’Europa, che è un pessimo esempio di democrazia. Non insegnino solo come è composto il Parlamento, che pure è importante, ma insegnino i principi fondanti di uno stato democratico, spieghino che cos’è LA libertà e quali sono LE libertà che la nostra Costituzione garantisce (dovrebbe garantire) ai cittadini. Spieghino da dove nasce lo stato moderno, non facciano studiare solo la Rivoluzione francese ma anche quella americana, e per bene. Facciano capire a fondo cos’è la divisione dei poteri e non dicano, come ho letto in un libro di mia figlia, che il potere giudiziario è “sottoposto all’influenza di politici ricchi e potenti”, scambiando la teoria con la cronaca (presunta), cioè facendo politica e confondendo le idee non poco ai giovani.
    Dicano agli studenti che la repubblica dei migliori corrisponde ad una oligarchia perché qualcuno deve decidere chi sono i migliori e questa decisione la prendono i presunti migliori stessi, cioè l’oligarchia.
    E qualcuno spieghi a Gramellini che, senza alcuna ironia, lui sta dicendo che la democrazia è un residuato da buttare nel cesso. Si può essere legittimamente oligarchici, però bisogna saperlo di esserlo e dichiararlo e non pretendere che il popolo intero lo sia, mandandolo a scuola per votare.
    Ma chi gliel’ha data la patente a Gramellini?
    Pietro

  14. Qfwfq ha detto:

    Il tema posto da Gramellini è chiaro, ma non risolvibile.
    Per quanto mi riguarda, la ritengo poco più che una provocazione, su cui però vale la pena di riflettere. Le scelte di un popolo possono essere illuminate o meno, indifferentemente dal livello culturale dei votanti.
    Per quanto ritengo che il suffraggio universale sia al momento il migliore dei sistemi possibili, tanto che io stesso lo allargherei anche ad altre forme di partecipazione, non si può negare che il tema della efficacia delle scelte di popolo debba essere attentamente valutato; soprattutto in un’epoca dove la “partecipazione” sta diventando così preponderante in ogni ambito del vivere civile.
    Come si risolve la “qualità” delle scelte popolari? a mio parere solo con il moltiplicarsi delle informazioni, chiare, oggettive e confrontabili.
    dopodichè, come si legge nell’altro link, le persone (me compreso) tendono a sceglire le informazioni che confermano le loro tesi preconcette, il che significa che anche una conoscenza enciclopedica dei fatti non è garanzia di una scelta oculata (sempre poi che la scelta migliore si aquella che penso io).

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