Spagna e Italia, Architettura e crisi a confronto

18 aprile 2011

In Spagna, con la crisi economica finanziaria e immobiliare che ha portato al crollo verticale dell’incarico privato, motore principale dell’industria della  costruzione non soppiantato da quello pubblico, molti studi di architettura hanno chiuso i battenti.

E’ senza  lavoro il 46% degli architetti, ( sono 51.158 gli architetti sul territorio della penisola) ha chiuso Il  50% degli studi a Madrid e Barcellona, l’Ordine degli Architetti registra il – 70% dei progetti presentati che devono essere vidimati e approvati, (“visados”)  per legge,  dallo stesso Ordine (CSCAE).

E’ crisi anche per  gli stessi Ordini  degli Architetti  – la cui maggiore entrata economica è data dai  “visados” – circa 430 euro la quota annuale versata dagli iscritti, ma l’Ordine  assolve anche alle funzioni della nostrana Inarcassa e a conti fatti, in relazione ai  servizi offerti,  è  più efficiente e costa sempre meno di quello che paghiamo per i nostri obsoleti e pachidermici Ordini di riferimento.

Jordi Ludevid presidente del Consiglio Superiore dell’Ordine degli architetti di Spagna (CSCAE),  per contrastare la triplice crisi che colpisce gli architetti : economica, professionale e istituzionale, ha varato un piano a difesa dei professionisti e del settore che va dalla modifica  della legge dei Concorsi,  alle facilitazioni economiche per le assunzioni degli architetti , alla formazione per quanti sono disoccupati, oltre a un piano per l’esternalizzazione e l’internazionalizzazione dei servizi di architettura, e ancora, investimenti  per  trasformare e scommettere nuovamente sull’architettura e sugli architetti.

La principale preoccupazione è la distruzione di un tessuto imprenditoriale legato all’architettura che sarà poi difficile ricostruire nel dopo crisi e di una categoria professionale, quella degli architetti, che più di ogni altra  ha avuto il merito, attraverso l’architettura, di presentare al mondo, l’ immagine positiva di una Spagna moderna ed efficiente.  Comprensibile quindi, che quanto si va configurando in Spagna in termini di  precarietà, illegalità, stipendi esigui, scarsezza degli incarichi – condizione peraltro stabilmente cronicizzata in Italia al punto da essere considerata come la “normalità” dai professionisti e prima ancora dagli stessi Ordini professionali (che di fatto non hanno  mai varato un bel niente) – nella penisola Iberica invece, sia oggetto di dibattiti pubblici, di cicli di conferenze, di quasi giornalieri articoli e servizi sui principali quotidiani e la rete televisiva nazionale. In tempo di crisi, gli architetti spagnoli non ci stanno  a ripiegare sulla didattica, sulla scrittura, sulla riflessione teorica,sul progetto pensato immaginato e “puntinato” ma mai costruito, come avveniva per i nostri professionisti nell’Italia della fine degli anni ’70 che accettarono, troppo passivamente, la fine di un  ciclo di grandi opere  che aveva avuto inizio nel dopoguerra con gli anni della ricostruzione.

Una passività e un inerzia colpevole che ha portato alla progressiva squalificazione  della figura dell’architetto italiano, con grave complicità e responsabilità, oltre che dell’Accademia,  anche degli autoreferenziali Ordini professionali, che obbedendo supinamente al loro ruolo burocratico, hanno partecipato attivamente al suicidio assistito dell’architettura, accompagnandola nel suo declino, dallo stato letargico degli anni passati, sino al vigente “rigor mortis “. Indifferenti persino all’obbligo costituzionale dell’indignazione e della denuncia  contro la quindicennale speculazione edilizia che ha divorato consistenti aree del  territorio nazionale, sino  all’ultimissima tendenza dell’incarico diretto da parte dei comuni   senza passare per il concorso (ultimo baluardo di vitalità e meritocrazia) contro qualsiasi logica del buonsenso e del mercato.

Eppure, mai come adesso in Italia c’è bisogno di architettura e urbanistica per riqualificare ampi  ambiti, soprattutto periferici, della città – più che della grande opera nel centro storico firmata dall’archistar di turno – e mai come in questo momento sono necessari architetti che abbiano la capacità di una visione politica e critica, che sappiano promuovere nuove strategie per lo sviluppo di progetti innovativi con l’appoggio della politica e dell’ Ordine.

E  mentre gli Ordini professionali spagnoli cercano di rimettere in  moto la macchina dei concorsi per rilanciare l’architettura e favorire i giovani, l’Ordine degli Architetti di Roma, (che conta più iscritti in Italia ed è tra i più popolosi d’Europa), non batte ciglio alla notizia dei sette noti architetti per lo più romani – età media 65 anni – (alcuni di essi persino professori a tempo pieno presso l’università “la Sapienza”e “Roma Tre” di Roma), che in barba al principio della competitività leale,  offrono i loro servigi al comune di Roma gratuitamente senza passare per il concorso (vedi link).

Del  resto, il presidente dell’Ordine degli architetti di Roma, Amedeo Schiattarella, ininterrottamente in carica dal 1999 (!)  e i suoi 15 consiglieri, ci hanno abituato alle eccezioni: mentre gli Ordini spagnoli,  nella civile logica democratica dell’alternanza,  bandiscono  ogni due anni un concorso aperto a tutti i professionisti iscritti per  gestire la rivista trimestrale dell’Ordine (redazione, stampa,grafica, sito web e linea editoriale), rispondendo con concretezza  alle esigenze di una  professione che deve tener conto delle dinamiche dei mercati economici, dell’età media dei professionisti, delle difficoltà contingenti e del confronto internazionale; l’Ordine di Roma invece, ha pensato  di affidare dal 2004  ad oggi, la direzione editoriale della sua rivista bimestrale a un noto accademico sessantacinquenne che si occupa di urbanistica, mentre la redazione e la stampa, ad una società di sua proprietà, la “Prospettive edizioni srl” (vedi link).

E mentre gli Ordini spagnoli hanno una propria casa editrice con un direttore e un comitato scientifico che seguono le suddette regole democratiche della gara economica,del concorso e dell’alternanza, l’Ordine di Roma ha affidato, con  incarico diretto,  la linea culturale e editoriale – ininterrottamente  – dal 2001 ad oggi, ad uno e uno solo tra i suoi 16.500 iscritti: l’arch. Claudio Presta che è anche il direttore del Consiglio di Amministrazione della Prospettive srl,  che decide quali libri pubblicare senza neppure l’incomodo di un contraddittorio con un comitato scientifico.

Mentre gli Ordini spagnoli monitorano attentamente gli sviluppi del territorio entrando nel merito della qualità degli interventi sollecitando il dibattito pubblico, non ho memoria, negli ultimi dieci anni – tra i tanti eventi che l’Ordine di Roma ha deciso di organizzare e finanziare – di un solo convegno, o tavola rotonda che sia, che abbia evidenziato o denunciato le  criticità legate alle forsennate speculazioni nell’area romana.

Mentre la Spagna, in tempo di crisi, vara un pacchetto di sostegni economici agli architetti,l’Inarcassa assiste imperturbabile alla chiusura delle partite IVA dei suoi professionisti dopo aver rincarato dal 2% al 4% la tassa sui loro guadagni, e l’Ordine di Roma  (con il più costo più alto di iscrizione in rapporto al numero degli iscritti) non dà alcun segnale riducendone la tassa, né tagliando significativamente le spese.

La conclusione –  amara –  è che persino nella crisi si deve guardare alla Spagna come modello, – (ma la sensazione diffusa è che basti guardare a qualsiasi altra nazione europea) – un paese in grave affanno  che però risponde con vitalità,  con  le regole, le leggi e la trasparenza, alle difficoltà dei suoi professionisti, una lezione, l’ennesima, per un Italia  e i suoi ordini professionali che non danno  più alcun segno di vita.


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