Da Corviale alla progettazione 2.0

In questi giorni, anche grazie alle proposte del sindaco di Roma Alemanno in relazione alla demolizione e ricostruzione del quartiere popolare di Tor Bella Monaca, è tornata d’attualità il tema sul futuro di alcuni edifici-quartieri simbolici italiani, che nell’accezione comune sono definiti ecomostri.
Per aggiungere un piccolo contributo ad altri che abbiamo già pubblicato, riportiamo la trascrizione di una discussione nata (abbastanza casualmente) nell’ambito di NIBA (un acronimo che sta per network italiano dei blogger di architettura), nato per iniziativa di Rossella Ferorelli.

L’esito della discussione, a mio modesto parere, pur nei limiti della spontaneità e della limitazione del mezzo (una pagina pubblica di Facebook), ha prodotto alcuni contributi molto interessanti.

Giulio Paolo Calcaprina

TEMA: Conferenza al salone parrocchiale S. Filippo Neri, Palermo

Relatore: prof. Ettore Maria Mazzola (University of Notre dame – School of architecture)

Interventi: parroco p. Miguel Pertini, arch. Ciro Lomonte

Titolo: “Un modello estremo di recupero a misura d’uomo della periferia e il suo insegnamento per le altre realtà italiane”

Ettore Maria Mazzola

spero che almeno tutti i colleghi siciliani intervengano

Salvatore D’Agostino

Spero di no! 🙂

Ettore Maria Mazzola

e perchè?

Giulio Pascali

mi pare che sia stato già dibattuto molto il perchè di SdA su De Architettura

cmq spero che intervengano numerosi ma con l’obiettivo di generare un dibattito che non necessariamente si concludi con un generico “abbattiamo il mostro”

Giovanni Mendola

C’è tanta retorica intorco a molti di questi dibattti, la cosa che più ammiro, e che si parli, quanto meno, di recupero a misura d’uomo, che approfondiscano questo tema

Giulio Paolo Calcaprina

Io lo giudicherei un dibattito all’altezza se vedessi tra i relatori anche un sociologo e un antropologo. Spesso questi mostri sono resi mostruosi dall’essere ghetto, dall’essere abitati solo da classi sociali poco abbienti. A Berlino, l’Unità di Abitazione di Le Corbusier (che è parente prossima di Corviale) è abitata da professionisti ed è tutt’altra cosa.

Francesco Alois

Concordo con Giulo Paolo e aggiungo che il sociologo e l’antropologo potrebbero chiarire anche perché un’edilizia concepita per una certa classe sociale sia invece abitata da tutt’altra. Come per l’Hunité di Marsiglia: praticamente invivibile per le classi sociali per la quale è stata concepita, abitazioni di lusso per chi ha invece scelto liberamente (ed a prezzi non proprio “popolari”) di viverci, fenomeno che hai poi permesso la definitiva riattivazione di tutte le funzioni previste da LeCorbu (mi pare solo il tetto sia off-limits)

Giulio Paolo Calcaprina

Certo, se dobbiamo essere onesti, la qualità dello spazio e della luce degli appartamenti di LC non è neanche minimamente paragonabile a quelle topaie di Fiorentino e compagnia.

Francesco Alois

Il mio, però, è un discorso più generale. Perché un tipo di edilizia concepito per una determinata classe sociale è poi abitata da tutt’altra? Anche le Hunité sono state quasi da subito abitate da classi sociali benestanti, così i progetti del Weissenhof. Casi contrari per i vari Corviale, ZEN e Vele. Nei casi italiani c’è da dire che è mancato l’apporto pubblico, necessario complemento alla realizzazione, senza contare un criterio di progettazione obsoleto e lontano dalla definizione più pura di “sociale”. Nei casi stranieri, invece, benché la qualità progettuale sia altissima, l’esperimento di costituzione di una certa vita sociale è sostanzialmente fallito, con “l’aggravante” che le abitazioni sono diventate quello che non dovevano essere: abitazioni di lusso. In entrambi i casi c’è un “troppo”… di troppo: troppo bassa la qualità architettonica negli esempi italiani; troppo alta in quelli stranieri. Se però nel secondo caso le abitazioni ed il contesto sociale sono messe nelle condizioni di svolgere appieno i loro compiti, nel primo caso il risultato finale è un lungo dibattito sul buttare giù o non buttare giù che alla fine non risolve il problema (checché ne pensi Aledanno), perché non basta cancellare e riscrivire se poi lo si fa copiando dal segno lasciato sul foglio sottostante.

Ettore Maria Mazzola

caro Alois, il problema di fondo è: perché si dovebbero progettare degli edifici per una specifica classe sociale? I sociologi avevano dimostrato 100 anni fa che questo era sbagliato, tant’è che le regole dettate a metà degli anni ’10 dall’Ufficio Municipale del Lavoro e dall’Istituto Case Popolari vietavano tassativamente questa possibilità!

Francesco Alois

Su questo sono d’accordo, perciò mi ponevo la domanda. C’è però anche un altro problema e cioè quello di coinvolgere poco o per nulla, la gente che vi abita (non so se è il caso del dibattito in questione, è un discorso generale). So che per il Corviale esiste un comitato di abitanti che ha tentato e tenta ancora di “completare” tutte quelle opere previste in progetto e mai neanche iniziate dal Comune, così per lo ZEN (per le Vele c’è ben altro comitato). Si corre il rischio, non coinvolgendo chi quei luoghi vive, di “abbattere il mostro” come scriveva prima Pascali, ma di non risolvere il problema del degrado e degli alloggi. Il discorso vale anche per gli “ecomostri”. Abbattuto il Fuenti sulla costiera amalfitana, è rimasto il buco, il vulnus nella roccia, e quello è: un vulnus.

Claudio Bosio

Anche dove la classe sociale è mista, senza ricadere nei due troppo segnalati da Francesco Alois il risultato risulta deludente. Se si va a vedere il complesso “Monte Amiata” di Aymonino e Rossi, nel quartiere Gallaratese a Milano, ci si rende conto che gli spazi per la socialità sono completamente inutilizzati. La piazza e il teatro all’aperto sono perennemente deserti, nemmeno ai bambini è concesso giocare in cortile perchè disturbano chi vuol riposare perchè ha fatto il turno di notte. Gli edifici potrebbero tranquillamente essere sostituiti dai classici palazzoni dormitorio di periferia e nessuno dei residenti si accorgerebbe della differenza.

Giovanni Mendola

Sono d’accordo con la maggior parte degli interventi, aggiungo anche che il problema di fondo sia stato innanzi tutto la 167 del 1962 e ancora apriori le idee funzionaliste di L.Corbusier. Non voglio entrare in merito dell’operato di quegli anni, dove le esigenze erano altre (la crescita esponenziale della popolazione, l’idea di un standard..etc) ma voglio sottolineare, appunto come dite, che il coinvogimento della popolazione sia parte essenziale del progetto (dall’urbano all’architettonico) vedi G.De Carlo e altri, che hanno dato tanto per questo tema. Il primo fu proprio De Carlo a capire che c’era qualcosa di sbagliato nelle idee ormai obsolete del’architettura funzionalista. Quello che per me è importante è intervenire sul sociale e sulle opere di manutenzione ordinaria e straordinaria, necessarie per risollevare alcuni dei problemi che affligono oggi le nostre periferie.

Giovanni Mendola

http://laficudinia.blogspot.com/2007/09/corviale-zen-solo-andata.html

Guido Aragona

non è questa la sede per un approfondito dibattito sul tema, ma credo che il tema della “partecipazione” possa essere anche fuorviante. Un gruppo di esperti può facilmente convincere un gruppo di inesperti, innanzi tutto. In tal caso, la partecipazione potrebbe divenire una sorta di legittimazione di qualcosa già deciso a priori. In secondo luogo, nelle nostre città assistiamo a notevoli paradossi, in questo senso: ad esempio, le parti più amate dai cittadini sono spesso quelle disegnate in età di assoutismo politico (XVII secolo, ad es.). Non voglio dire che la partecipazione non sia importante. Voglio solo dire che è un tema che merita un analisi ed un approfondimento che spesso non viene messo a fuoco. La partecipazione diventa una sorta di “parola mana” ad uso di acquisizione di legittimità, analogamente a parole quali “ecocompatibile” ecc.

Guido Aragona

ultima parola doveva essere “ecosostenibile” (nei giornali non ha più alcuna importanza se un nuovo edificio è bello o brutto, se risponde ad un programma assurdo o no, se risponde bene a un programma ben fatto: basta che sia “ecosostenibile” e va bene tutto!)

Ettore Maria Mazzola

caro Guido, il problema è che, spesso e volentieri, c’è gente che ha il coraggio di parlare di “grattacieli ecosostenibili” o “ecocompatibili” Quanto alla Partecipazione, il mio riferimento va sempre al grande esempio del “Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio”, (1905-’10) dove Domenico Orano raccolse gente di ogni possibile estrazione culturale, sociale, religiosa, politica, ecc. e lavorò a lungo per capire cosa realmente servisse. Solo quando furono convinti di come realmente si poteva intervenire per migliorare convocarono l’arch. Giulio Magni e poi Quadrio Pirani per tradurre in architettura le loro esigenze. La storia ci racconta che i risultati portarono ad un abbattimento della mortalità, ad un aumento delle aspettative di vita e ad un miglioramento comportamentale dei residenti, talmente elevato da far arrivare gli esperti a parlare dell’importanza del ruolo dell’arte nella costruzione degli edifici e, infine, portare l’ICP a coniare lo slogan “la casa sana ed educatrice”. Il presidente dell’ICP Malgadi nel 1918 scrisse: «Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita»

Giovanni Mendola

Al di la di tutto, guardando la REALTA’ delle cose in maniera più realista e attuale (bellezza o non; ecosostenibile o non), volevo solo sottolineare che alcune esperienze partecipative, sensibilizzano la gente verso atti di auto-organizzazione che portano, in alcuni casi, ad occuparsi della gestione dei propri luoghi, legati alla manutenzione, ai problemi di luce, di sporcizia di arredo urbano e del verde pubblico. Luoghi dove, la sicurezza sembra essere uno dei primi passi da raggiungere. Per non parlare del fatto che dove esistono spazi totalmente inutilizzati e degradati, esistono anche delle abitazioni piccole e fatiscenti, la dimensione interna appare deprivata e ristretta in ambiti minimi di vita, si avverte la necessità di compensare la mancanza di tali spazi con beni collettivi e con servizi pubblici che non siano lasciati a se stessi. In fin dei conti è sempre colpa degli architetti. 🙂

Facebook 4-7 febbraio 2011


12 Commenti a “Da Corviale alla progettazione 2.0”

  1. giovanni scrive:

    salve

    sono un giovane arcitetto urbanista di Venezia.

    secondo me i problemi dei quartieri popolari sono a tutti poco chiari.
    chi li progetta non ci vive e chi ci ha vissuto avrà speranze di progettarli soltanto nel coso della generazione oggi emergente!
    so di certo che un minimo progresso sociale esiste anche nel nostro paese e conosco diversi giovani architetti che vengono da un infanzia nelle case popolari. io confido in loro!

    in passato si è fatto un uso privato dell’edilizia pubblica.
    fatta troppo spesso oggeto di sperimentazioni ed elucubrazioni intellettualistiche della peggior specie. (rossi,gregotti, aymonino,portoghesi,scuola veneziana e romana in genere)
    nessno si è mai posto il problema di verificare scientificsamente le proprie teorie racogliere i dati e il feedback(si direbbe oggi) e riportare tutto sul tavolo da disegno per rielaborare tutto da capo per il progeto successivo.

    su questi architetti è calato il silenzio e noi giovani fortunatamente guardiamo altrove e non ci lasciamo troppo convincere a parole.

    spero in una nuova stagione di architettura residenziale popolare, sono convinto che le ipologie da adottare siano altre e che oggi la qualità urbanistica sia fondamentale.

    mixitè sociale e funzionale, mobilità, attività commerciali e tempo libero e soprattutto GIARDINI PRIVATI!!! le ideologie del passato li hanno banditi ma sono fondamentali.

    ci sarebbe molto altro da scrivere ma spero di rispondere presto a colpi di progetti!!!

  2. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Caro Giovanni, sono d’accordo con te su quanto scrivi ma ci aggiungerei anche questo: la qualità di un progetto è determinata solo al 50% da un progettista. Il rimanente 50% lo determina il committente, che perciò deve essere preparato e critico. In Italia, te lo posso dire per esperienza, l’unico criterio che vige nella pubblica amministrazione è quello di avere meno rogne possibile; in alcuni sventurati casi il criterio è quello di fare il meno possibile. Con queste premesse è impossibile creare le condizioni che tu descrivevi. D’altra parte UN PROGETTISTA NON PUO’ SOSTITUIRSI AL COMMITTENTE. E’ fuorviante.
    Con questo ragionamento un architetto potrebbe fare un buon progetto solo se conosce a fondo un problema. Così ci sarebbero gli architetti delle case popolari (se ci hanno vissuto), quelli degli ospedali (ma bisogna essere medici o ricoverati o tutti e due?), quelli dei teatri (non vale da attore ma da regista? E con l’attrezzista come ci mettiamo?).
    Caro Giovanni, io credo che la via maestra, dato che la progettazione affronta, sempre di più, situazioni complesse, sia di estendere l’uso di gruppi interdisciplinari (sociologo, utilizzatore competente, ecc.) e, come dicevi tu, di monitorare gli interventi prima della realizzazione e dopo questa, per mediare con le esigenze della popolazione. Parliamo della luna? No. All’esterno è già prassi corrente, leggi ( o rileggi ) gli articoli di Luca Coppola dei quali te me linko uno:
    http://www.amatelarchitettura.com/2010/09/oosterwoold-un-laboratorio-per-il-futuro…/
    Se hai voglia scrivi qualcosa delle tue idee o delle tue speranze, che lo pubblichiamo.
    Un saluto

  3. Condivido il pensiero di giovanni, e spero che la sua fiducia sui giovani architetti che guardano altrove sia fondata. Credo che in molti ormai siano convinti che siano necessari “mixitè sociale e funzionale, mobilità, attività commerciali e tempo libero” e i giardini privati, e questo sarebbe già un bel passo avanti rispetto ad oggi. Però è necessario che da questi concetti generali si passi ad una progettazione urbana che sappia tenere insieme queste istanze e dare loro forma perchè si possano realmente esprimere e non piuttosto le sottometta, come accade quasi sempre, ad un progetto che invece di fatto le nega.
    Vedo infatti nei concorsi e nei progetti che vengono pubblicati fatti da giovani e anche da architetti famosi, che l’architettura prevale su tutto e si dà spesso nome di “strada” a ciò che strada non è, ma un interno pubblico che però non può inserirsi in alcun modo nel tessuto della rete urbana.
    La strada è invece il fulcro della progettazione urbana, con tutte le indicazioni che ha dato giovanni, le quali trovano la loro espressione negli edifici a bordo strada, nei negozi e nelle attività al piano terra, naturalmente lungo le strade gerarchicamente più importanti, e ai piani superiori residenza o uffici senza limiti precostituiti di quantità reciproche. Su questa “strada” si può sperare, credo, in un ritorno necessario alla città, dimenticando le assurdità ideologiche degli anni ’70, i ballatoi, la città nella città degli interventi come Corviale o Scampia.

    Quanto alla partecipazione, i dubbi di biz sono fondati. E’ un tema molto difficile da affrontare in cui ognuno ha pareri diversi. C’è chi crede che il progetto debba nascere insieme alla gente e c’è chi crede che, sentite le istanze dei cittadini, il progetto lo fa l’architetto e poi lo sottopone alla decisione della gente. Sono possibili forme intermedie, naturalmente. Comunque è essenziale che i cittadini siano coinvolti nelle scelte fondamentali per la città, senza stuzzicare i già presenti egoismi che riassumo nella formula del NIMBY.

    In una logica, ad esempio, di concorsi d’idee molto più estesa e seria di quella attuale, io credo che il giudizio dei cittadini, dopo quello della giuria di esperti, sia essenziale, da dare mediante voto aperto a tutti.
    Saluti
    Pietro

  4. Caro Giovanni, da un paio d’anni facciamo baccano su queste tematiche proprio confidando nei progetti tuoi e della tua generazione. Iweri ho saputo che in Inghilterra c’è un’università che sulle idee della biourbanistica ha cominciato a lavorare, grazie all’entusiasmo dei ventenni. Siete le persone che cerchiamo per discutere una nuova dimensione dell’architettura e dell’urbanistica, interdisciplinare e viva, partecipata, strutturalmente sostenibile, insofferente delle chiacchiere e della retorica spettacolare. Ogni mese organizziamo la presentazione pubblica di un nuovo progetto: fatti sentire!

  5. Qfwfq scrive:

    ritengo che lo spunto del post fosse un po’ più ampio rispetto alla tematica, pur importante dell’edilizia popolare.

    in particolare l’obiettivo era fare riflettere sulle potenzialità del social networking di divenire strumento cognitivo di partecipazione attiva alla cittadinanza e conseguentemente alla partecipazione ampia alla progettazione della città.

    Il caso di corviale è emblematico perchè di fronte ad un simbolo di progettazione totalmente “non partecipata” si è sviluppata negli anni all’interno del quartiere stesso una vitalità di autoffermazione partita dal basso che ha portato gli attuali abitanti a riprendersi (in parte) il controllo della propria parte di città.
    oggi paradossalmente si sta attuando autonomamente il programma originaria (si riusano le coperture, il parco presidiato dai cittadini è fruibile) e gli abitanti di corviale rivendicano il loro diritto a uscire dal pregiudizio che dipinge sempre il loro quartire come un luogo di degrado (quasi fosse una condanna inappellabile)
    sostenere oggi che il corviale è un quartiere totalmente degradato è decisamente fuorviante
    (qui due video dei bambini che vivono li…)
    com’è la situazione adesso?: “bella!”
    http://www.youtube.com/watch?v=Ah-z7XVrFvQ
    http://www.youtube.com/watch?v=zUklcfJ-ajk&feature=related

    in realtà difficilmente si riuscirebbe a individuare una sensibilità univoca nei suoi confronti
    e per fortuna, accanto alle proposte “Tabula Rasa” del gruppo salingaros (che non riescono a liberarsi nè del sensazionalismo mediatico/propagandistico, né del più smaccato antirelativismo manicheo) ci sono proposte un po’ più conccrete che mirano a creare benessere.
    iniziative che magari produrrebbero “mix sociale” attraverso lo sviluppo economico e che consentirebbe al quartiere di emanciparsi autonomamente e non per “caritatevole intervento populista”

    Pino Galeota – Quadrante dello Sport ad esempio
    http://www.rassegnastampa.comune.roma.it/View.aspx?ID=2010042615549863
    http://www.iltempo.it/roma/cronaca_locale/roma/2010/04/26/1152638-volata_olimpica_corviale.shtml?refresh_ce

    http://corviale.it/
    “Gli inquilini di Corviale amano il mostro. Anche se non lo capiscono ne sono affascinati. Hanno quasi un senso di fierezza ad abitare in un palazzo così conosciuto, discusso e fatto oggetto di attenzione continua da parte dei media”

    Devo ancora capire dove sia la partecipazione popolare nel neo urbanism, che in tutte le sue manifestazioni progettuali è associabile in tutto e per tutto alla frase:
    “tutto per il popolo, niente con il popolo” di matrice illuminista

    ben diverso dal concetto di partecipazione che richiede un:
    “Tutto con il popolo”
    che presumibilmente porterebbe ad una immagine della città estremamente variegata, corrispondente alle molteplici sensibilità che compongono la realtà contemporanea. una realtà in cui anche il Grupo Salingaros avrebbe pieno diritto di rappresentanza……

    Ben diversa è la rivoluzione digitale a cui stiamo vivendo e che ci sta traghettando nel millennio. rivoluzione che sta cambiando il nostro modo di pensare, di accedere alla informazione, di progettare il nostro futuro.

    In questa rivoluzione come si collocano gli architetti?

  6. Mi permetto di osservare che il diritto di rappresentanza non ce lo dai tu e non c’è nessuno che lo possa dare, dato che non siamo a discutere di “diritti di rappresentanza sindacale”. Quel diritto di rappresentanza di cui parli mi sembra assomigli molto al diritto di parola che fino a prova contraria abbiamo tutti.
    Ciao
    Pietro

  7. La rivoluzione digitale che secondo Qfwfq “ci sta traghettando nel millennio” è già avvenuta e ha già traghettato i traghettabili, anche se qui, per ragioni storiche ed economiche che non hanno pietà per nessuno, ormai si annaspa nell’acqua bassa. Consiglierei una passeggiata in Corea del Sud, a Taiwan o a Pechino, per constatarlo.

    Inoltre non so di quale neo-urbanism illuminista stia parlando, né di quale Gruppo Salingaros “manicheo” e della “tabula rasa”: mi pare che anche in questo caso occorra un po’ di aggiornamento.

    Il new urbanism è stato innanzitutto una reazione alla pianificazione dall’alto prima, e al culto dell’immagine imposto dall’elite mediatica e commerciale poi. Ma in ogni caso il gruppo, ormai sempre più ampio, che studia e applica la biourbanistica, da quella esperienza americana ha selezionato e adattato all’esperienza europea e a diversi casi locali in Sud America, Russia e Paesi del Mediterraneo l’insegnamento di Jane Jacob, Christopher Alexander e Nikos Salingaros, aggiungendovi a più voci il rilancio originale delle chiavi di volta della biofilia, della partecipazione, e della rifondazione epistemologica sul modello delle scienze sistemiche della vita. Ha molte linee di sviluppo, e il Gruppo Salingaros non è che un salotto di pensiero, vivace, a volte burlone, variegato, mediatico ma non solo, che ne ha colto per primo l’importanza.

    Definire ad es. “illuminista” e “niente con il popolo” ciò che ha prodotto una critica post-francofortese e post-debordiana del sistema architettonico contemporaneo, oppure il p2p urbanism, è semplicemente del tutto fuori strada. Il p2p urbanism in particolare, sì che ha a che fare nei fatti e non per vaghe chiacchiere, con le teorie e le pratiche, anche politiche, del digital sharing e della partecipazione; anche perché è un movimento che raccoglie contributori da più discipline e da più Paesi.

    Detto ciò, posso dire che gli architetti e gli altri studiosi che si occupano di biourbanistica si pongono già al di là del mezzo e dell’interfaccia 2.0, con un apparato critico robusto e uno spettro ampio di teorie sull’ICT, le reti, i sistemi complessi e soprattutto le loro ricadute antropologiche.

    Ad es. il prossimo progetto di ricerca, che seguirà a ruota quello sulla neuroergonomia, si occupa di analisi frattale degli sviluppi urbani, con l’ausilio di cartografia satellitare e modelli complessi che vengono adesso testati in biomedicina, e fa uso di software di ultima generazione. Ma tutto ciò avrebbe poco senso – come poco senso hanno la maggioranza dei congressi disciplinari in cui si riciclano chiacchiere per la lenta scala mobile della carriera dei pochi fortunati, sempre gli stessi – se non fosse finalizzato a un miglioramento radicale della condizione urbana e ambientale, e non si fondasse su una rilettura delle fondamenta epistemiche del fare architettura, cioè società.

    Forse semplicemente ci si dovrebbe conoscere meglio, uscendo da vecchi schemi non più funzionanti al di fuori del piccolo cerchio degli architetti-architetti. Quelli che magari prima fanno Corviale, poi criticano gli abitanti, e infine si rabberciano uno spazio contemplativo sulla bella creatività di sopravvivenza degli stessi, in nome di un relativismo, questo sì reale, ma falso come la notte in cui tutte le vacche sono nere, e tutti i progetti della categoria segni rispettabili dei tempi. L’architettura del volemose bene, diventa alla fine l’architettura della casta, quella che serve i padroni del cemento e della ghettizzazione funzionale, la città del generone che sbrodola sprawl intorno ai suoi affari, e delle mezzeseghe e/o dei furbi costruiti dai media che diventano archistar (e sindaci?).

  8. qfwfq scrive:

    @pietro,
    @stefano
    non volevo togliervi “diritto di rappresentanza”, la mia idea è che la realtà sociale e urbana è complessa e che la tecnologia digitale ci sta restituendo la possibilità di colmare il gap di conoscenza che si è creato tra la categoria degli architetti e la cittadinanza che utilizza le città progettate dagli architetti.
    Le precisazioni di Stefano sono molto interessanti e piene di contenuti e spunti su cui riflettere; particolarmanete interessante è la ricerca P2P Urbanism che sembra andare proprio in questa direzione.
    C’è da dire però che poi gli esempi più eclatanti di realizzazioni urbane e le proposte che emergono APPAIONO sempre come il risultato di un pensiero unico che vede il modello storico come il solo in grado di fornire risposte ad una serie di problemi tecnici e sociali posti dalla contemporaneità.
    penso ovviamente a Poundbury, a Seaside, ai progetti di Krier per Tor Bella Monaca.
    In questi esempi non si coglie l’approccio partecipativo, se non nella volontà del progettista di interpretare/rappresentare (ma sempre dall’alto) ciò che è bene per gli abitanti che useranno la città.

    Da una serie di premesse espresse con molta capacità e competenza, il risultato SEMBRA essere sempre uguale a se stesso ed il frutto di due assunzioni:
    – la totale demonizzazione di tutta (TUTTA) l’architettura prodotta nel ‘900, indistintamente identificata con il movimento moderno
    – la idealizzazione della città antica ed in generale di tutta cultura antica, reiterata nei suoi linguaggi architettonici come elemento salvifico

  9. Grazie per aver condiviso il mio pensiero, Stefano, Piero e Giulio Paolo, sarò lieto di continuare e condividere i miei pensieri. Scusa Giulio Paolo, per il ritardo della mia risposta. Sono pienamente d’accordo con te; vorrei capire meglio il rapporto tra committente e progettista. Nell’era degli ismi e delle conventicole erano sempre i proggettisti a decidere, perchè erano loro a sapere come era giusto risparmiare ed evitare rogne? Forse la risposta sta nel mezzo o nella consapevolezza razionale di dover decidere per qualcun’altro. Oggi ci ritroviamo in assenza di urbanitè (urbanità), che nella definizione di Francoise Choay, è l’adeguamento reciprico di una forma di tessuto urbano e di una forma di convivialità. Come ben dici si ha bisogno di gruppi interdisciplinari e conoscere a fondo un problema, ragionare attorno un problema, partecipare e discutere insieme, anche con la rete, come stiamo facendo adesso. P.S. teniamoci in contatto

  10. Gentile qfwfq,

    le polemiche, soprattutto nei tempi brevi permessi/concessi dalle interfacce (eccolo, anche il 2.0!) tendono ad accentuare le tinte forti, e a generalizzazioni a volte funzionali, ma sempre eccessive. Nel Gruppo Salingaros non tutto il Novecento viene demonizzato, ma l’atteggiamento di rifiuto di dialogo con quanto precede il Novecento, con il contesto (il famoso slogan di Koohlaas), con la fisiologia, con la politica (e cos’è altro la fuga nel culto dell’immagine?). A me Geoffrey Bawa piace molto, per es. Guai a toccare Brasini al prof. Mazzola. Wright ha molto da insegnare. Ecc.

    Krier ha dato un contributo di un certo tipo. Per molti versi un passo avanti rispetto alla “carne” del problema che non è estetico-accademico, e un passo sostanziale, come nota ad es. Luigi Prestinenza Puglisi sul Fatto Quotidiano di oggi (“Roma città morta”).

    P2P urbanism e biourbanistica vogliono però andare oltre, e si muovono su un piano di ricerca molto intensa che nella partecipazione ha uno dei suoi punti di forza. E’ un processo complesso, i cui risultati stanno fruttificando ora, mentre noi scriviamo. A Roma – che rischia di rimanere indietro dopo aver lanciato le prime idee – cominciamo il mese prossimo le nostre Serate Biourbanistiche, per ospitare progetti che cerchino di realizzare l’ideale biofilico. Ma dietro c’è una forchetta enorme tra le possibilità fisiche e la teoria, lo scardinamento di una mentalità, un andare oltre che è nelle capacità forse di artisti che debbono ancora nascere o che hanno da poco preso la matita in mano.

    Io mi occupo di formare innanzitutto a una reimpostazione epistemologica del problema architettonico, liberarlo da una cultura segnica che è un po’ la maledizione del nostro postmoderno, usando la via, ad es., della neuroergonomia e delle sue ricadute nella progettazione biofilica.

    Ma la partecipazione è al cuore di questa concezione, perché il criterio non può che sorgere dal punto di gravità vero dello spazio, cioè il suo soggetto vivente, “l’utente” per dirla con una parola brutta che ancora risente della vecchia impostazione, più che l’architetto. Questi lo vediamo piuttosto espandere le sue competenze a funzioni maieutiche. La verità dello spazio da vivere e costruire e da portare in vita, non ce l’ha l’architetto, ma pronto non ce l’ha nessuno. L’architetto è colui che sa sentire lo spazio come erlebnis facendoselo raccontare da chi lo abita/abiterà. Deve perciò specializzarsi in metodologie partecipative, e in capacità di ascolto e autoascolto. Metodi che rischiano sempre di finire in burletta, come, sul piano politico, è una burla triste il 90% della nostra democrazia: quanti di noi hanno assistito alle farse di “partecipazioni” pilotate e già decise a priori nei loro esiti? anche in buona (illuministica) fede?

    Non c’è idealizzazione nel constatare che fino al XV sec. esisteva un qualcosa – sul piano antropologico – che oggi abbiamo perduto, nonostante ci sia ancora necessario. Lo riconosceva anche un pensatore al di sopra di ogni sospetto di veteroumanismo, il buon vecchio Friedrich Nietzsche. C’è il riconoscimento di riallacciare un discorso tagliato, per arrivare a una vera architettura contemporanea antropocentrica, ecocentrica, partecipata, di nuovo politica; obiettivi che in gran parte (ma per ragioni extrarchitettoniche) sono stati bloccati da un ripetersi di temi intellettuali, estetico-formali, che da 80 anni tracciano una strada dolorosa: dolorosa per chi la abita. Il che non significa che non sia intellettualmente interessante, o che sia tutta colpa degli architetti. Il problema è ovviamente più vasto, e va dal Prozac a Fukushima. Non a caso, forse p2p urbanism e biourbanistica interessano più i cittadini, chi ha a cuore la politica (cioè quella che non si vede più), i sociologi, i filosofi, ecc. che gli architetti. Almeno non coloro che insistono a voler salvare le Vele di Scampia -non per cattiveria, ma perché proprio non si rendono conto che la questione estetico-accademica conta meno delle condizioni di sofferenza di un brano vivente di città. Non lo vedono. O almeno così sembra.

  11. Qfwfq scrive:

    posso cliccare il tasto mi piace su questo ultimo commento di Stefano, che dice parole sagge e pacate.
    riconoscerai che il concetto di progettazione collettiva, nata dalla collaborazione di diverse professionalità alla produzione architettonica nasce proprio durante le esperienze moderniste (es. il Bauhaus, aveva proprio come modello ideale la cattedrale medioevale) ponendo i presupposti ideologici per l’apertura alla partecipazione contemporanea.
    sono convinto che l’architettura abbia ancora un ruolo vitale per la vivibilità di una città ma che il trono della qualità urbana spetti di diritto agli abitanti e chi detiene la responsabilità della gestione.
    quando parlo di partecipazione ho in mente uno schema abbastanza preciso che non prevedea la sprofessionalizzazione dei singoli ruoli, quanto la possibilità di capire meglio le esigenze e le aspettative della città, che sono il frutto di tante piccole aspirazioni tutte diverse e spesso in contrasto tra loro; la frammentazione e lo “spaesamento” della coscienza collettiva sono un frutto amaro della contemporaneità perchè, se abbandonati (non gestiti) generano alienazione; la stessa molteplicità può diventare una risorsa se si dispone degli strumenti tecnologici e cognitivi per accoglierla; ammettndo per esempio che possa esistere il muratore che preferisce abbellire la sua casa (magari abuiva) con nani da giardino e colonnine corinzie; accanto al cittadino comune che dopo avere vissuto l’esperienza del Maxxi possa aspirare ad avere una casa su quel modello (si desidera ciò che si vede diceva Hannibald); qualcun altro ancora può aspirare ad una abitazione cinematografica (Sandocan si è fatto la casa di Scarface, Morattino la Bat casa);
    c’è sicuramente in italia, una cultura diffusa, che individua un plusvalore in tutto ciò che è antico (mentre, paradossalmente non siamo in grado di preservare queto plusvalore che abbiamo).

    il nostro tentativo mira a salvare capra e cavoli; riappropriazione della città da parte della città e riconquista del valore positivo della modernità.

    il tema come sai è complesso, ma una cosa siamo daccordo, gli architetti, come i politici devono imparare ad ascoltare

    e poichè trovo che ancora molto ci sia da fare, confermo che la rivoluzione digitale sia ancora tuta da avvenire, almeno in italia.

    Saluti

  12. Kroll Lucien scrive:

    Ho letto con grande interesse le articoli
    spcialmente sull CORVIALE
    Ho risposto lungamente
    Vorrei essere sicuro che il messaggio e arrivato bene?
    cordialement
    LK

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