Metodo e soggettività

Inizio con due citazioni che ormai da anni risuonano nel mio inconscio e appartengono alla mia logica di approccio al  tema della progettazione.

“Metodo! Oh metodo mi sono abbeverato alla fonte dell’inconscio”. 1

“Un oggetto, una persona sono sempre visti da qualcuno. Non esiste una realtà oggettiva. Non serve interpretare o aggiungere. Qualsiasi cosa io faccia è il mio sguardo a trovarsi su questo pezzo di carta. Quando lavoro, non penso mai ad «esprimermi», mi dico: «Copia la tazza. La tazza, tutto qui». Resta che alla fine sarà sempre la mia tazza. Non si sfugge alla soggettività”. 2

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Come progettista ho sempre cercato l’equilibrio fra un’analisi razionale dei temi di progetto e l’aspetto soggettivo che interviene nel momento in cui si posa la matita sul foglio bianco. Cercando di rimandare sempre all’ultimo istante l’abbandono del metodo e l’intervento dell’inconscio (soggettività), mi rendo sempre più conto che in realtà le due cose sono legate da un filo sottile che forma in noi l’aspetto critico nell’approccio al progetto e il giudizio sull’architettura.

Viviamo come progettisti l’avventura della progettazione, ma come giudicare l’Architettura prodotta da altri?

I valori ed il metodo che stiamo perfezionando per noi stessi sono validi per giudicare altre opere?

La risposta è su due livelli.

Il primo ci consente di esprimere un giudizio personale e intimo. Appartenete cioè al nostro essere progettisti.

Il secondo ci spinge invece a ricercare valori, per noi nuovi, esterni alla nostra metodologia di approccio.

Questioni di valore

Come concepire un metodo per dare un valore all’Architettura sia essa antica, moderna o contemporanea?

Le tecnologie (grandi strutture), i materiali (metallo,cemento, vetro), le destinazioni d’uso (dalle grandi strutture ottocentiste ai moderni centri commerciali), le economie (l’estrazione sociale e culturale delle grandi committenze), tutto ciò ha comportato certamente mutamenti tecnici, storici ed estetici nella progettazione, ma hanno a che fare con la bellezza?

Forse no. La stessa tecnica, gli stessi materiali, lo stesso committente, lo stesso architetto possono produrre architetture belle, meno belle o brutte.

E’ altrettanto vero che siamo prigionieri di una tradizione culturale che pone l’architettura antica nella campana di vetro della bellezza aulica inarrivabile. La critica sull’architettura storica si esaurisce ormai in un giudizio generale di validità assolta, dato dal tempo e dalla consuetudine di opere ormai appartenenti ad un retaggio che accomuna la nostra civiltà e il nostro modo di vivere e attraversare le città ed in particolare i centri storici.

L’architettura contemporanea invece è soggetta alla critica (spesso aspra soprattutto in Italia) e ad un bizzarro confronto con quella cosi detta antica.

Io credo invece che il giudizio sull’architettura prescinda dal tempo, dalle epoche, dagli stili, dai committenti e dagli autori.

Penso che l’architettura sia un’opera d’arte soggetta ad un giudizio perenne, immutabile: o ci affascina o no.

Credo si possa impostare un metodo con cui isolare alcune regole per impostare un giudizio, ma che esso sia sempre soggetto a deviazioni inconsce che rendono unica la valutazione critica ed irripetibile l’opera osservata.

Ciò significa che l’opera deve rispondere a dei requisiti che facciano scaturire in noi un giudizio, e che questo giudizio possa essere in ultimo condizionato da aspetti imprevedibili.

In linea generale ho individuato alcuni aspetti per me importanti, su suggerimento di Giò Ponti:

1. Invenzione del progettista

Il grado di integrazione fra la forma e la strutturazione della forma devono essere inseparabili e organicamente  collegati. La struttura e la forma sono un tutt’uno. La ricerca formale non è a priori, ne fine a se stessa e comunque va confrontata con la poetica e la ricerca personale dell’autore. Vi è un percorso e l’opera vi si deve collocare.

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2. Essenzialità

Nulla da rimuovere nulla da attaccare. Gli elementi di decoro sono ammessi solo se è chiaro il fine processuale, se sono uniti al plasticismo dei volumi.

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3. Capacità comunicativa

L’opera parla di se, è sincera nell’aspetto. Non servono scritte per capire dove si entra. Non serve entrare per capire cosa c’è dentro.

Un mercato non deve sembrare un museo, una chiesa non deve sembrare un magazzino. Un asilo “è un luogo per l’istruzione di esseri umani sotto i cinque anni”.

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4. Interattività – immersività – espressività

Sono legate al sogno e all’illusione, cioè alla capacità dell’opera di trasporre il proprio volume e il proprio peso su un paino percettivo inconscio. Unione fra l’immagine e la forma.

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5. La scala/il materiale

Non è riferita alle dimensioni generali, ma alla presenza di un rapporto di scala fra l’opera e le sue parti alla sfera percettiva dell’uomo. Un paesaggio collinare è uno spazio enorme tuttavia a “scala umana”. Questo anche per il fatto che gli elementi a noi più vicini sono gli stessi che simili, auto simili, o riconoscibili, si ripetono a perdita d’occhio. Pensiamo ad un vigneto. La vite qui davanti è come quella laggiù sulla collina. Il Paesaggio mi appartiene perché ne riconosco gli elementi.

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6. Equilibrio e dissonanza fra Natura ed Artificio (trattamento del limite)

Come si accorda uno strumento musicale cosi si accorda l’architettura. Il suono dipende dall’ambiente, non solo dallo strumento.

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Note:

1. Jules Laforgue, L’Amleto,1974 (opera teatrale)

2. Maura Pozzati, Nel segno di Giacometti, Clueb,Bologna, 1995, p.56


5 Commenti a “Metodo e soggettività”

  1. alessio scrive:

    vedo nel blog questo interesse per la politica e questioni deontologiche e devo constatare invece il generale disinteresse verso ragionamenti su cosa è e come si fa architettura.
    La cosa è deprimente

  2. Qfwfq scrive:

    Alessio,
    non la vedrei in maniera così negativa
    trovo il post molto bello
    il fatto che non generi commenti può voler dire molte cose
    ad esempio che la maggioranza di chi lo ha letto si trova daccordo
    certo su questo blog non esistono i pulsanti “mi piace” di FB e nemmeno quei sistemi di rating che si vedono (ad es. sul blog di Beppe Grilllo)
    per un altro verso il contenuto, espresso in forma chiusa (ed essenziale) richiede risposte meno veloci e sicuramnet più meditate (difficili da svolgere in fil di tastiera, tra un panino e una email di lavoro)

    condivido la riflessione sul fatto che il tono e la forma “urlata” e polemizzante aiuta a generare reazioni e a dare la sensazione di una maggiore vitalità.
    non è così quando si guarda invece ai feed dagli altri blog (che magari non commentano direttamente ma rilanciano) segno evidente di una ben maggiore sostanza.

    sul merito dell’articolo metterei in evidenza la circolarità del primo punto con l’ultimo laddove cominci ponendo l’accento con l’autoreferenzialità del processo creativo dell’architetto (dando quindi pieno diritto di valore alle archistar, nel bene e nel male) e chiudi invece con un richiamo alla necessità del contesto come elemento formante dell’opera di archiettura. l’elemento formante (il contesto) visto prevalemtnemente come cassa di risonanza.
    un approccio affascinante che perà lascia del tutto estranea la città, relegata (da come la interpreto nel tuo testo) al ruolo di puro sfondo; senza scomodare eclettismi e richieami tipologici, la città deve essere comunque parte del progetto, si deve sentire la sua presenza (anche in opere moderne e contemporanee)
    sui quattro punti intermedi, direi che evidenzi delle polarità predefinite, sulle quali il lavoro dell’archietto dovrebbe essere proprio una ricerca costante di equilibrio tra diverse opzioni: essenzialità vs sovrabbondanza, sincerità vs mascheramento, ecc.

  3. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Caro Alessio, dopo alcuni giorni di decantazione, perché il tema è centrale per le scelte di vita che ho fatto, posso dirti con sincerità che scrivi di una cosa che sembra che non ti appartenga, soprattutto perché tu vivi nel XXI secolo.
    Con onestà intellettuale citi lo spunto di Giò Ponti ma io presumo (perché sono molto presuntuoso) che tu ti ci sia adagiato sopra.
    Alcune categorie che tu citi sono irrimediabilmente datate: Essenzialità? Materiale? Natura e artificio?
    Roba da anni ’50

    Perché dobbiamo essere condannati all’essenzialità (che personalmente amo molto) quando la decorazione è la prima espressione umana?

    E poi il materiale!!!! Sei ancora debitore all’impostazione accademica (razionalista) che nell’edificio si debba il materiale in “purezza” senza infingimenti e senza nasconderlo.
    La produzione industriale degli ultimi 30 anni va nella direzione opposta, data la scarsità e i costi delle materie prime – è questo un tema vero che gli accademici dovrebbero affrontare! – si producono altri materiali di sintesi che imitano perfettamente i primi. Verrebbe da dire: “l’artificio dell’artificio”.
    E’ una novità questa, no! Lo si è sempre fatto: con il rivestimento delle colonne con marmo più pregiato, con la decorazione pittorica a marmorino (fino agli anni ’50/’60), con le impiallaciature e così dicendo.
    E’ disdicevole, no! E’ economico, sostenibile, necessario. Facciamocene una ragione.

    Natura e artificio: roba da antiquariato. McLuhan sosteneva che “la più importante delle rivoluzioni immaginabili abbia avuto luogo il 14 ottobre 1957, quando il primo sputnik instaurò un nuovo ambiente attorno al pianeta. Per la prima volta il mondo naturale si trovo interamente “contenuto” in un “contenitore” artificiale. Al momento in cui la terra venne posta all’interno di questo artefatto umano, fu la fine della natura e l’inizio dell’ecologia.”

    Pur riconoscendo la specificità dell’architettura come disciplina è fuorviante trattarla con categorie critiche a sé stanti come quelle da te proposte. Proprio perché si va nella direzione opposta, nella quale le categorie vanno a scomparire verso una continua ibridazione.

    Usa categorie che descrivano la società e descriverai l’architettura contemporanea.
    Ti riporto un brano scritto nel 1967 dall’arch. John M. Johansen su cui tu e tutti coloro che adoperano ancora categorie così lise dovreste riflettere:
    “Totalità, empatia, profondità, queste sono le parole della nostra epoca. Il mondo elettronico è un mondo del continuo, le cui immagini non sono riconducibili ad alcun codice, ad alcuna classificazione. Ciò va contro la tradizione platonica, che catalogava le idee e le cose, così come va contro ogni processo analitico e razionale del pensiero.”

    Alla tua visione platonico-aristotelica dello spazio contrappongo quindi una rifondazione eraclitea del processo architettonico, che si occupi cioè di una coerenza del processo progettuale dell’opera e della sua evoluzione futura, perché non potremo più considerarla finita e immutabile ma permeabile alla gente e al cambiamento dei suoi bisogni.

    Ti ringrazio per avermi dato modo di fermarmi a riflettere, che, credo, fosse il primo obiettivo del tuo scritto.
    Un saluto.
    Giulio Paolo Calcaprina

  4. ALESSIO scrive:

    caro Giulio e Giulio P vedo che aver rilanciato in tono critico/polemico il post di Giò Ponti ha fatto alzare il fondo “decantato”. Da un lato questo è un bene, dall’altro mi fa sempre male. amo essere costruttivo
    Ha ragione Giulio PC!! su sulle spalle del Gigante Ponti mi ci sono proprio adagiato perchè lo trovo attuale e appoggiarsi sulle spalle di un gigante lo ritengo un atto di umiltà. Il mio post serve solo a creare una discussione critica sul metodo per l’attribuzione di valore all’architettura. Visto che alle cene si parla sempre di bello e di brutto. visto che si vogliono fare proposte progettuali ad Alemanno ecc…Ritengo indispensabile capire e capirCi.
    l’Antiquariato non mi interessa ma l’ibridazione di cui parla GPC e il discorso che segue non capisco a quali considerazioni di valore portino. il minestrone è sempre buono? credo fermamente di no e che la tanto depredata Razionalità sia un valore da riconsiderare. quello che cerco io, Pollicino, è ritrovare un punto del sentiero che mi consenta di fermarmi ad ammirare l’intorno e se possibile (se ne ho la forza intellettuale e la capacità) di riprendere il percorso. La tanto decantata e abusata ibridazione mi appare più come un deserto o un mare aperto…viva la libertà? si ma per me libertà è, come la definisce la filosofia del diritto, la possibilità di muoversi liberamente entro confini e regole ben definite. Io cerco un metodo di progetto, per avere onestamente (verso di me per primo) gli strumenti per lavorare e sostenere il mio operato. l’ibridazione è certamente uno strumento, ma come lo usi GPC?
    sul tema del materiale credo che GPC abbia voluto leggere altre cose rispetto a quello che ho scritto. il significato è un’altro e più profondo e Giò non c’entra nulla anche se nella sua opera il tema torna eccome. sono presuntuoso anche io, rileggilo.
    sull’essenzialità anche. sarà un tema di 50 anni fa ma non è detto che ripetere 50 volte le cose significhi capirle. Io sento il bisogno di capirle meglio perchè intorno a me sono in pochi a sapermele spiegare.
    ciao

  5. alberto giampaoli scrive:

    Caro Alessio,
    non ti preoccupare, (oppure preoccupati),
    se non ricordo male, anche Galileo Galilei ebbe qualche problemino per la difesa del suo metodo!!

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