Leopoldo Freryie è il nuovo Presidente degli Architetti italiani

Il 16 marzo 2011, nel corso della seduta di insediamento del nuovo Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, è stato eletto il nuovo presidente: l’architetto Leopoldo Freyrie.

Dalle prime dichiarazioni del nuovo presidente si ha l’impressione che sia un giovane appena arrivato e pieno di entusiasmo, in realtà a parte la relativa giovane età (52 anni, che per una architetto equivale a un bambino), è seduto sulle poltrone del Consiglio Nazionale degli Architetti da ben 13 anni!!!

Ha subito dichiarato:

E’ necessario che il nostro Paese abbia finalmente un riferimento certo, dal punto di vista normativo ed istituzionale, in materia di tutela e di promozione del patrimonio culturale e che si adottino adeguate politiche di promozione della qualità architettonica e progettuale in Italia e all’estero.”

“La grave crisi economica che ha investito il nostro Paese ha duramente colpito gli architetti italiani, aggravando le conseguenze di un mercato già asfittico, sovraccarico di burocrazia e afflitto dalla carenza di regole che garantiscano scelte meritocratiche. La politica continua a non cogliere il legame molto stretto che lega il superamento della crisi alla piena valorizzazione del contributo di idee e di  iniziativa delle professioni intellettuali che sono il motore dell’innovazione, dell’economia, dei valori della comunità e dell’ambiente”


“E’ vergognoso si sia ancora in attesa di quelle riforme – richieste da anni – che riguardano l’ordinamento professionale, la semplificazione normativa, gli incentivi per i giovani, gli strumenti concorsuali e meritocratici nella scelta dei progettisti. Noi non aspettiamo Godot: agiremo e sarà la politica a rincorrerci”


“Ma è ai giovani che dedicheremo le nostre maggiori energie: lavoreremo per impedire che un’intera generazione di giovani architetti – cui
dovremmo affidare la qualità dell’ambiente dell’Italia futura –  sia espulsa o addirittura non abbia la possibilità di entrare nella professione e nel mercato.”

“Siamo soddisfatti per la sentenza della Corte di Cassazione che, limitando lo sconfinamento delle attività dei geometri nelle professioni di architetto e di ingegnere, ristabilisce in modo inequivocabile il principio del rigoroso rispetto delle competenze professionali di ciascun soggetto.”


“Tra le altre priorità del nuovo Consiglio Nazionale quelle di proporre progetti per una rivalutazione dell’ambiente, del territorio e del patrimonio architettonico con iniziative per lo sviluppo sostenibile; così come per il recupero e la sostituzione dell’edilizia pericolosa e inabitabile; e progetti per la promozione e la rivalutazione degli spazi pubblici. A corollario, un forte impegno per la qualità dell’architettura, affinché la “meritocrazia del progetto”, con la diffusione dei concorsi di architettura, trovi spazio anche sul mercato”

“Voglio infine ricordare che l’architettura deve tornare ad assumere il suo naturale valore etico al servizio della società. Gli architetti italiani devono poter contribuire allo sviluppo civile del Paese interpretando e ritrasmettendole nei loro progetti le esigenze dei cittadini, sempre più consapevoli dell’importanza dell’architettura e dell’ambiente per la vita quotidiana. Siamo pronti promuovere un grande progetto per il Paese”.


Ora io mi chiedo:

  • quali politiche di promozione della qualità architettonica e progettuale sono state adottate in questi 13 anni dal CNA ?
  • quali politiche sono state adottate per contrastare la crisi economica che ha colpito gli architetti italiani ?
  • che cosa è stato fatto per valorizzare le professioni intellettuali?
  • perché siamo ancora in attesa delle riforme necessarie che riguardano l’ordinamento professionale?
  • perché il CNA si compiace di una sentenza della Cassazione, che ribadisce per l’ennesima volta che i geometri non possono progettare quasi nulla, invece di agire presso le Amministrazioni e gli Ordini provinciali affinché vigilino e intervengano in merito?
  • che cosa ha fatto il CNA in questi 13 anni per impedire che i giovani siano espulsi dal mercato della professione?
  • in che modo in questi 13 anni il CNA  si è adoperato vigilando sui concorsi affinché la “meritocrazia del progetto” sia stata salvaguardata?
  • perché oggi dichiarate di essere pronti a promuovere un grande progetto per il Paese e non siete stati pronti per 13 anni?

Gli Architetti italiani sono stanti di sentire proclami vogliono i fatti, pertanto invitiamo il nuovo presidente a fare meno proclami e ad agire nell’interesse di tutti e a dimostrarci che per 13 anni si era distratto e oggi ha deciso di intervenire.

Allego un contributo che ci è pervenuto dall’amico Giovanni Loi di anarchit di Milano, evidentemente i milanesi conoscono il nuovo presidente meglio di noi.

I ‘sinistri’ architetti del politecnico di Milano hanno finalmente conquistato lo scranno più alto del CNA, grazie alle solite manovre di…Palazzo

Dissociarsi dalla recente nomina dell’architetto Leopoldo Freyrie a Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, credo sia un obbligo, per chi, come me, è indipendente dalle lobby di partito o dalla malsana idea che debba esistere un’architettura di Regime da sottoporre al controllo di una corporazione.

Ma chi sarà mai Leopoldo Freyrie, il cosiddetto “rampollo di famiglia” – come molti iscritti all’Ordine di Milano lo considerano – che ha finalmente coronato il sogno di suo papà di diventare il numero uno della corporazione di piacentiniana memoria?

Il miglior architetto italiano?

La ‘matita’ più raffinata della nostrana arte di edificare?

L’intellettuale più attento alle dinamiche della disciplina?

Non ci pare!

Piuttosto, grazie ai suoi sponsor, egli può essere definito, a nostro modesto giudizio, il più diligente e malleabile esponente del sinistro Gotha politecnico milanese che, pensando di essere sempre molto vicino ‘all’Architetto dell’Universo’, distingue i buoni dai cattivi architetti, partendo esclusivamente dal pedigree familiare o dal loro diplomatico modo di dire sempre di si.

Sponsor principale nell’ascesa del giovane “rampollo” della Milano da bere è il ‘sinistro’ consiglio dell’Ordine degli architetti di Milano, che lancia i suoi strali sulla professione ‘rinascimentale’ dalla ricchissima sede via Solferino, ovvero proprio dal politecnico Castello kafkiano da dove ha giocato la sua strategica partita a scacchi per accaparrarsi lo scranno più alto del CNA, solo per inibire la scalata al potere di Amedeo Schiattarella, odiato Presidente dell’Ordine di Roma.

Battaglia, senza esclusione di colpi, finita con la vittoria della città lombarda sulla città capitolina.

Intendiamoci…i due attori della cosiddetta ‘contesa di Palazzo’ appartengono alla medesima area politica, quella ideologico/culturale che controlla da decenni il mondo dell’architettura nazional/popolare, sia dal lato della formazione che da quello della professione e che non sembra avere culturalmente nulla di diverso da quella che controllava il mondo dell’architettura nostrana durante il ventennio (parola dello storico Paolo Nicoloso).

Cosa ci dobbiamo allora aspettare dalla nomina del “rampollo di famiglia”?

Nulla di rivoluzionario, come si capisce dalle prime esternazioni dello stesso Freyrie.

Egli non rappresenta che la continuità in seno al peggior momento storico dell’arte nostrana, il: “talis pater… talis filius”, l’incarnazione della solita e discriminante retorica di Regime che articola le sue dissertazioni sulla cosiddetta professione tecnica che rappresenterebbe, a dir di lor Signori, la quinta essenza dell’architettura colta dell’Italia umbertina dei 150 anni.

Ciò che caratterizza il “figliol prodigo” pensiero è sinteticamente riportato in un vecchio articolo di anarchit del 2007 che, come si converrà, risulta fondamentale per i destini della disciplina codificata da Leon Battista Alberti: http://www.anarchit.org/article.php3?id_article=164

A buon intenditor…poche parole.

Un sintetico chiarimento si impone dopo la mia più recente comunicazione sul CNA.

Criticare la nomina del nuovo Presidente non è il mio nuovo passatempo del fine settimana.

Vi sarete infatti accorti che il sito anarchit è fermo da un anno e che le mie esternazioni sono state inesistenti in questo lungo periodo.

Vi assicuro che farei volentieri a meno di scrivere, ma la questione è troppo grave perché venga lasciata passare sotto silenzio.

Il mercato dell’architettura (non quindi quello dell’edilizia più volgare) in Italia è praticamente inesistente e la maggior parte di noi si barcamena in un combattimento quotidiano per inventare il proprio lavoro nella mediocrità, in concorrenza con altri professionisti esclusivamente tecnici, che non hanno la più pallida idea di cosa sia veramente la disciplina dell’architettura.

Questi tecnici capaci soltanto di fare qualunque cosa gli venga chiesto ci criticano, quando non ci deridono, per il nostro rigido atteggiamento da “disegnatori di carte da parati”. Ci considerano degli incapaci, quando non dei fanfaroni e ci tollerano solo perché non possono fare diversamente.

La figura più significativa di questo cialtroname tecnico è il funzionario pubblico nostrano, sempre molto ignorante, ma molto moralista anche se quasi sempre corrotto nel profondo, quando usa due persi e due misure a seconda di chi presenta, non progetti, ma pratiche edilizie.

So benissimo che parecchi architetti (o cosiddetti) sposano, per scelta o per pura necessità, l’ideologia progressista del progettista/tecnico dell’Italietta dei 150 anni e non capiscono, o meglio, fanno finta di non capire cosa io (anarchit) abbia inteso dire quando mi sono scagliato contro l’ideologia politecnica milanese dell’architettura degli ingegneri.

Vorrei però ricordare a tutti che mi sono laureato in un politecnico svizzero e non posso essere considerato il nemico incompetente,  visto che conosco molto bene e dall’interno i ‘polli’ più rigidi di quell’ideologico pollaio tecnicistico.

La nomina di Freyrie è il colpo definitivo e mortale all’architettura. Con Freyrie il CNA non è più altro che il CNI e rappresenta ormai l’incultura disciplinare di una becera ideologia modernista che ha perso completamente la bussola della storia delle idee.

Chi si farà rappresentare da Freyrie senza fiatare, per favore non faccia più finta di essere un architetto, perché quella storia rinascimentale, che ancora del nostro stivale (diviso) rimane una delle poche cosa serie riconosciute in tutto il mondo, non gli appartiene proprio.

Parli d’altro quindi… si faccia chiamare finalmente ingegnere di serie B, si occupi delle pratichette edilizie per portare a casa la pagnotta, ma la smetta di fare finta di essere ciò che non è.

Pronto a qualunque scontro con chiunque lo ritenga opportuno, vi saluto cordialmente, come sempre.

Giovanni Loi

Redazione Anarchit

Arch. Giovanni Loi

via Balilla 22

20136 MILANO


10 Commenti a “Leopoldo Freryie è il nuovo Presidente degli Architetti italiani”

  1. Ragazzi, sinceramente io non ci capisco più niente!!! In questo post a due voci sono tirate in ballo tutte le problematiche dell’architettura, dell’edilizia, della professione, dell’ordine, del giovanilismo, della misera condizione di moltissimi giovani architetti, dei concorsi, della politica e del suo legame stretto con gli architetti, della cultura architettonica, del modernismo, dell’università, della borghesia milanese, del familismo, ecc. ma non intravedo una strada che possa indirizzare verso una soluzione.
    Tutte cose vere, indubbiamente, tutti problemi aperti, senz’altro, ma il calderone è davvero troppo grande, anche per me che spesso vengo accusato di mettere insieme troppe cose, di mescolare architettura e politica.
    D’istinto, l’approccio di anarchit, che non conoscevo, mi piace, e mi piace di più il richiamo all’Alberti e il suo approccio “socio-politico”, e quando ho letto il nome del nuovo presidente, pur non conoscendolo ma sapendo che è di Milano e che è un nome che leggo da sempre, dai tempi della mia lunga permanenza all’ordine di Arezzo, ho immaginato anch’io che potesse appartenere a quel giro milanese di gente che conta e che pesa e di cui ogni giorno si legge sui giornali dei salotti buoni, e non solo nel nostro campo, che è indicato come una guida culturale: Boeri, tanto per fare l’esempio più famoso.
    Però la domanda che faccio a voi, ad anarchit, e che faccio anche a me stesso è la seguente: cosa pensiamo che possa fare, cosa pensiamo che sia il CNA che è un superordine nazionale, se non uno dei tanti carrozzoni italiani utile solo a se stesso e a chi ne fa parte?
    Gli ordini ormai sono del tutto inadatti a rappresentare tutti gli architetti perché, è inutile continuare a negarlo, il nostro mondo è disomogeneo: esistono i liberi professionisti, e tra questi esistono i giovani architetti in cerca d’autore, ed esistono i dipendenti, e gli interessi sono diversi e contrastanti. Continuare nella retorica della professione senza fare questa distinzione, continuare a parlare dell’architetto come il custode del paesaggio e dell’ambiente, e poi trovarsi che i professionisti lottano ogni giorno per sopravvivere, i giovani poi lottano per provare ad entrare nella professione sapendo che, per problemi di numero, solo pochi ce la faranno e dall’altra parte i funzionari pubblici, nostri colleghi, che hanno il loro bello stipendio garantito e le ferie pagate, come è giusto che sia, ma che sono i primi ad esserci ostili sia nell’esame dei progetti (talvolta considerandoci come potenziali criminali che farebbero anche un sacco di soldi) sia nei lavori pubblici, chiedendoci sconti inverosimili, questa retorica non serve a niente, solo ad un generico lamento.
    L’ordine copre, male, tutti i ruoli possibili: magistratura, sindacato, cultura, aggiornamento ecc. Come può dare risposte buone per tutti? NON E’ POSSIBILE.
    Parlate, e anche il nuovo presidente lo fa, di riforma degli ordini ma di quale riforma si parla? Una riforma qualsiasi non serve a niente. Ad interessi diversi devono corrispondere organismi diversi, ognuno con il suo compito. Se continua così rimarrà tutto uguale e tutto anche peggio e non ci lamentiamo se poi ognuno pensa per sè. Nel casino, come si dice, tana liberi tutti.
    Io credo che occorra una riforma liberale che consenta ai migliori di emergere e l’ordine non può garantire questo risultato, per definizione. Inoltre, siamo in un sistema di decentramento regionale e lentamente ci incamminiamo verso forme di federalismo, e io credo che solo a livello locale sia possibile unirsi per ottenere qualche risultato concreto: solo dove nasce il problema può essere trovata qualche soluzione. Certo occorre un quadro di riferimento generale e nazionale, e aggiungerei anche europeo, per chi ci crede ancora, ma non è l’ordine di oggi che può trovare una sintesi tra interessi tanto diversi e contrastanti. Inventiamo altre soluzioni, informiamoci sugli altri stati europei non per copiarli ma per capire se qualcuno ha trovato soluzioni migliori delle nostre, ma tenendo sempre a mente i numeri in campo in Italia che ci penalizzeranno sempre rispetto agli altri paesi.
    Auguri al nuovo CNA, sapendo che la mia vita (professionale), comunque, non cambierà per la sua esistenza, nonostante o grazie a Freryie, e se dovesse cambiare grazie ad esso, prevedo che non migliorerebbe.
    Però può darsi che cambi quella dei consiglieri.
    Saluti
    Pietro

  2. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Caro Pietro, porti giustamente molti argomenti. Vorrei puntualizzarne solo un paio.
    1) Che utilità può avere la riforma degli ordini quando dovrebbero essere aboliti?
    Sono d’accordo in linea di principio te. All’atto pratico no. Voglio dire che contestualizzando questa giusta esigenza al momento attuale, caratterizzato da un assoluto immobilismo politico e sociale, è pura utopia sperare in una riforma così profonda, che vada ad abbattere privilegi e mentalità così radicate negli organi rappresentativi delle caste professionali italiane. Preferisco allora una rivoluzione, di entità più ridotta, che parta dal basso: cioè provare a informare e a coinvolgere una massa maggiore di colleghi per costringere i consigli provinciali ad adottare procedure più trasparenti e misure più attente ai bisogni dei colleghi. Sono convinto che sia più semplice in una realtà più circoscritta come ad Arezzo (dove c’è un contatto più diretto tra i colleghi), ma sono altrettanto convinto che valga la pena di provarci anche nelle grandi città.
    Se qualche risultato si potrà ottenere, questo sarà propedeutico alla riforma che tu auspicavi.
    2) Riforma liberale/liberista? Con il passare degli anni nutro sempre più dubbi su riforme con questa etichetta, che in Italia si interpreta o come la mancanza di regole e di supervisione delle istituzioni o, come nel caso specifico delle costruzioni, “al massimo ribasso”, senza che la qualità abbia un peso nelle valutazioni.
    Al momento, quello della qualità del costruire, problema comune a tutte le categorie di architetti che hai rappresentato, credo che possa essere affrontato solo da istituzioni come gli ordini, svecchiando la classe dirigente.
    Ho sempre piacere di leggere i tuoi commenti. Ti saluto cordialmente.
    Giulio Paolo

  3. Giulio Paolo, anch’io come vedi non ho certezze o ricette pronte da fornire. Mi limito ad osservare la realtà e, in base a principi in cui credo, ma che so essere di difficile applicazione alla nostra realtà italiana, proporre tendenze più che scelte definitive. Se non ci si incammina verso una liberalizzazione, l’alternativa è l’incancrenimento dell’istituzione ordine e la sua sclerotizzazione nel senso che assumerà sempre più ruoli, diventerà sempre più ministeriale, elefantiaco, sempre più caro e sempre più inefficace.
    E’ chiaro che non si possono di punto in bianco abolire gli ordini, sarebbe un massacro in un paese già così anarchico (in Italia c’è il paradosso di un’anarchia…statalista). L’abolizione è, per me, un faro, un punto di arrivo di un lungo processo di cui io non potrei vedere personalmente la fine, ma che può servire ad individuare le scelte da fare nel breve e medio periodo. Ad esempio, in un’ottica del genere sarebbe bene che noi architetti liberi professionisti acquisissimo maggiore coscienza di categoria e cominciassimo a porre attenzione a quelle organizzazione, quali i sindacati, che potrebbero diventare il nocciolo su cui costituire associazioni professionali che, in un domani lontano, potrebbero sostituire gli ordini, sul modello inglese. E’ un processo, appunto, e come tale in Italia con tempi storici.
    Ciao
    Pietro

  4. alessio scrive:

    Facciamo finta di crederci
    chiediamo al Presidente, subito, quale agenda si è dato per queste cose, dove le vuole proporre, a chi, con quali strumenti, quando e perchè gli è stato impedito (e da chi) di farlo prima.
    restiamo fiduciosi in una sua tempestiva risposta.

    Propongo che si chiedano queste cose ufficialmente e che si facciano sottoscrivere da quanta più gente possibile.

  5. Beppe Rinaldi scrive:

    Carissimi,
    come al solito grazie ad Alcaro.
    Chiedo a tutti di fermarsi a considerare il fatto che Giovanni Loi e il suo gruppo hanno battuto il Consiglio di Milano all’Ultima Assemblea di Bilancio.
    Scusate se è poco.
    Beppe Rinaldi

  6. Giovanni Loi scrive:

    Ringrazio innanzitutto Marco Alcaro per aver riportato un mio commento nel suo articolo.
    Provo quindi a dare alcune brevi delucidazioni ai commenti successivi.
    Comincio dall’ultimo di Beppe Rinaldi, per confermare che il Consiglio di Milano è stato effettivamente e finalmente battuto sui bilanci.
    Siccome pero i cittadini architetti hanno zero diritti rispetto ad un Ordine professionale nella meravigliosa Italietta ‘progressista’ dei 150 anni, i bilanci verranno quasi certamente rivotati, alla presenza, si presume, delle cosidette ‘truppe cammellate’, chiamate a raccolta dal Consiglio in carica per salvare il salvabile. Non c’è infatti alcuna possibilità di fermarli.

    Al secondo commento postato da Giulio Paolo Calcaprina vorrei serenamente e senza alcuno spirito polemico ricordare che gli Ordini professionali sono emanazione del nostro ordinamento corporativo sempre vigente nell’Italia repubblicana, i quali presuppongono che le contraddizioni (uso appositamente il termine marxiano) vengano risolte all’interno della stessa corporazione.
    Ciò significa che quelle contraddizioni di cui stiamo qui discutendo, ovvero le lotte intestine e di potere tra chi vende e chi compra forza lavoro specializzata, si risolvano, tutte, all’interno della stessa corporazione, col principio che chi ‘rompe troppo’ venga irrimediabilmente sottomesso o escluso definitivamente dalla professione.
    Vorrei infatti che non si dimenticasse mai, che la legge che protegge la nostra professione è stata introdotta nel 1938 ed è la stessa che istituiva i sindacati fascisti unici di categoria, ai quali bisognava essere obbligatoriamente iscritti per poter lavorare.
    La stessa legge riporta ancora oggi la seguente norma che nessun architetto che si definisce progressista, ovvero non-liberale, a mia memoria, ha mai contestato: “Art. 2 – Coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica non possono essere iscritti negli albi professionali, e, se iscritti, debbono esserne cancellati, osservate per la cancellazione le norme stabilite per i procedimenti disciplinari.”
    Per impedire che lo scempio degli Ordini/Sindacati ad iscrizione obbligatoria si riproducesse dopo l’abrogazione delle norme che istituivano i sindacati fascisti di categoria, il legislatore di allora aveva rigidamente imposto che non si potesse prevedere alcun aumento alla tassa per l’esercizio della professione, che consentisse di finanziare altre funzioni, diverse da quelle attribuite per legge agli Ordini professionali.
    Esattamente quello che i nostri Consigli fanno invece oggi, allargando le maglie di discrezionalità, imponendo una tassa per finanziare ciò che non si potrebbe finanziare, con l’intento di trasformare gli Ordini in veri e propri sindacati unici di categoria, continuando a spiegarci che, se l’Ordine fosse solo un ente disciplinare, loro non avrebbero alcun interesse a gestirlo. E naturalmente questi signori e signore, reclamando sempre e comunque la loro fede nel progressismo democratico, intendono imporre la più grande discriminazione che si possa immaginare per una libera professione.

    Vengo quindi al primo commento, molto lungo ed articolato, al quale rispondo che effettivamente è così: non ci si capisce più niente!
    Ma perché?
    Perché nessuno si è mai cimentato nel cercare di capirci qualcosa, se si esclude la lettura storica che Paolo Nicoloso ha fatto degli architetti di Regime, ricordando che nulla da allora è cambiato…a parte i numeri, aggiungo io.
    Cosa significa?
    Che dagli anni del Regime di mussoliniana memoria è cambiato soltanto il numero dei professionisti – termine che personalmente trovo malsano per un achitetto – addetti alla predisposizione delle cosiddette: pratiche edilizie.
    Gli architetti iscritti agli Ordini dei soli architetti sono oggi circa 150.000 e questo è il frutto dell’apertura alle ‘masse’ – così come si diceva negli anni 60/70 – dell’università borghese che, come sapete, ha prodotto la condizione di sperequazione che tutti i giovani architetti conoscono molto bene.
    C’è stata per caso mai una programmazione sovietica per impedire la disoccupazione libero professionale di massa? Macché!
    Ci si rifaceva a quei principi, ma si agiva con lo spirito casinista che personalmente ho conosciuto molto bene mentre frequentavo il mio liceo di provincia.
    Oggi a Milano governa una Signora di purissima fede progressista che, a detta delle sua più nota collega che di cognome fa Zanuso, all’università pare studiasse così: “…facevamo più spezzatini per i compagni che progetti…”. E questa Signora è la stessa che ha imposto il mio coetaneo Leopoldo Freyrie a capo del CNA, per aprire la nuova fase di discriminazione professionale istituzionalizzata che prevede la famosa formazione continua e permanente, la verifica periodica dei requisiti professionali che si dovrebbe accompagnare alla costosissima certificazione di qualità controllata dagli Ordini professionali di cui Freyrie pare espertissimo, che intende discriminare gli architetti, in architetti con licenza di esercizio professionale (ovvero di uccidere i più deboli) e architetti senza licenza.
    Per interdeci quello che è già realtà tra i farmacisti titolari e non titolari, dove i primi svolgono la funzione di acquisitori di forza lavoro a bassissimo costo ed i secondi di dipendenti sottopagati, senza tutele, perché considerati comunque dei liberi professionisti e non dei veri e propri salariati, visto che restano sottoposti al controllo disciplinare dei loro colleghi più fortunati che governano sempre l’Ordine di competenza, al quale obbligatoriamente devono essere iscritti i secondi per fare i commessi nelle loro farmacie.
    Questa è l’unica proposta che conosco, che provenga dalla Milano che conta anche dentro l’Ordine e che si raccoglie tutta attorno all’attuale Presidente del CNA.
    Per capirci meglio: chi negli anni 60/70 ha fatto molto casino (in genere erano guidati dai figli di papà della borghesia milanese o romana) per scardinare le maglie del sistema borghese e fascista – così si diceva allora – ha utilizzato le stesse maglie corporative dell’ordinamento fascista, col fine ultimo di discriminare oggi gli architetti pià deboli, per trasformarli in professionisti di serie B, attraverso un sistema di controllo disciplinare rigidissimo, posto, ovviamente, sotto lo stretto controllo dei Consifgli degli Ordini che hanno conquistato da tempo quel potere istituzionale che non intendono mollare.

    Ciò significa, a mio modesto parere, che ci dovremmo arrendere al fatto che non ha torto Paolo Nicoloso quando scrive che: “…E, per quanto riguarda il mondo professionale, sono i giovani architetti a conoscenza della metamorfosi del sindacato fascista architetti, che con i suoi uomini ed il suo apparato organizzativo si trsforma, con la sua grave eredità, salvo rare eccezioni, in quell’Ordine degli architetti a cui sono ora iscritti?”.

  7. roberto spina scrive:

    NOTA su / “Freyrie Presidente CNA“ G.- 15.05.2011 / RS

    Perdonatemi se, con quarantuno anni di iscrizione sulle spalle, e ancor più di Laurea, apparirò disamorato su argomenti e tesi fin qui sostenute dai colleghi, tutti con solida dignità di attenzione, ma permettetemi di dire che, grazie alla Redazione, è la prima volta che mi trovo a scrivere qualcosa sulla professione (che ho potuto svolgere seguendo i vari aspetti contrapposti, dal proponente al decisore, sempre mantenendo una certa autonomia di pensiero peraltro costata assai cara a tutti gli effetti): la prima volta che espongo il mio parere su uno strumento di diffusione, per quanto interno all’Ordine di Roma, o sua emanazione.
    Ed allora grazie, finalmente si dialoga con uno strumento a ciò utile.
    Non entro nel merito politico delle pur discutibili scelte che, a monte, più di qualcuno ha fatto, spero senza condizionamenti di sorta; non voglio polemizzare.
    Rimane però uno sconforto: troppo spesso si ascoltano soltanto chiacchiere, mentre i problemi del quotidiano ciascuno di noi continua ad affrontare in prima persona e senza scudo alcuno.
    Sofferenza particolare per chi come me vive in un ambito limitato e decentrato (Guidonia M.).
    Ci terrei solo a sottolineare un dato, forse troppo tecnico e/o scientifico, chissà.
    E mi chiedo allora, come mai in queste alte comunicazioni personali, e senza distinzione alcuna sulla provenienza più varia, si continua a proporre l’AMBIENTE con la a minuscola, disattendendo una delle considerazioni più ovvie, che cioè AMBIENTE è un Sistema, “IL” Sistema, il massimo dei Sistemi (?) che conosciamo, che dovremmo ben conoscere nel suo dinamismo in perenne divenire, in cui tutto converge e che pretenderebbe quanto meno una Maiuscola proprio per essere contraddistinto dalle singole altre Componenti che gli si accostano, e magari lo precedono relegandolo ad accompagnare altri aspetti forse appunto ritenuti più importanti, un corollario che citare però fa “impegnato”, per manierismo, o che altro?
    Mi chiedo anche se questa posizione, espressione di una cultura radicata e costruita nel tempo, quella che i nostri padri nobili (leggi Muratori fra gli altri, ma non solo e non soltanto così schierati) ci hanno insegnato, non debba essere invece uno degli elementi distintivi di noi Architetti, che meglio di altri colleghi di altre discipline in questo campo impegnati dovremmo saper interpretare, così, la profonda essenza proprio per quell’aperto impianto di metodo che la vituperata Facoltà di Architettura ci ha lasciato in dote anche sulla base di quanto la Storia ci ha regalato (Vitruvio, De Architectura)?
    Per non parlare della Conferenza ONU di Stoccolma 1972 (Uomo creatura e creatore del proprio ambiente …) e quant’altro.
    Non mi pare considerazione di poco conto.
    Rimango a disposizione dei colleghi che volessero interloquire nel merito e farci mente locale insieme.
    Grazie per l’attenzione. Roberto Spina

  8. Giovanni Loi scrive:

    Mi dovete perdonare se intervengo per la seconda volta su questo post che riporta le mie taglienti invettive contro la politica degli Ordini professionali e del CNA.

    Pare infatti che ci siano alcuni problemi di “Bon Ton” – come direbbe la famosissima amica della mia Presidente Volpi – proprio a causa del mio particolare modo di trattare i Potenti.

    Il nuovo Presidente del CNA, Leopoldo Freyrie, più giovane di me di qualche mese, sembra infatti non gradire particolarmente la difficile sorte che gli ha riservato il Destino, che lo costringe ad essere ormai la vittima sacrificale designata di tutti gli attacchi alla sua strepitosa politica professionale.

    Ed allora, con più garbo, con più Bon Ton, come direbbe la Signora Sotis, mi permetto di fargli qualche domandina facile facile – e col vostro permesso naturalmente – alla quale spero si degni finalmente di rispondere a distanza di 16 anni, senza abbandonare la discussione, come fa di solito in presenza delle argomentazioni del sottoscritto.

    Come ella ben sa, caro Presidente, io non appartengo al Lignaggio di cospicui natali milanesi, a cui lei evidentemente appartiene, che stanno disinvoltamente seduti a tavola con la teorica del Bon Ton, quindi chiedo venia se il mio linguaggio, a volte, le potrà sembrare non particolarmente consono alle circostanze (le circostanze ovviamente sono quelle di un “signor nessuno” che tenta, con i limitati mezzi intellettuali a sua disposizione, di interloquire col Presidente di tutti gli architetti italiani in persona).

    Caro Leopoldo, permettimi almeno qui di darti del tu come fanno sempre i coetanei di tuo Padre da collega più anziano a collega più giovane – risponde al vero che io sia la “vostra”, oggi tua, spina nel fianco, ovvero l’incalzante opposizione al vostro potere inalienabile, fin da quando intervenni per la prima volta in un’assemblea dell’Ordine degli architetti della provincia di Milano nel lontano 1994?

    Ricordi? Avevamo allora entrambe appena 36 anni.

    Dimenticavo! Dammi pure del tu, anche se sono più anziano di te, perché altrimenti mi offendo, come farebbe tuo padre se io gli dessi del lei.

    Tu sai, ti ricordi, che io appartengo alla categoria dei “signori nessuno che pretendono di parlare”?

    Rammenti questa splendida definizione, degna della “noblesse” milanese che farebbe impallidire la Regina Elisabetta II in persona, col quale eravate abituati a interloquire, dentro l’Ordine degli architetti a Milano, con chi non apparteneva alle vostro Lignaggio?

    Non Ricordi?

    Eppure la utilizzava il tuo Compagno di cordata, allora appena decaduto dalla carica di Presidente del nostro Ordine. L’indimenticabile Demetrio Costantino, che si esprimeva proprio così nella sue dotte relazioni di fine anno.

    Sbaglio o era quello il “vostro” modo elegante di fare attenzione ai “diversi”?

    Non ricordo che tu ti sia mai indignato contro questo aspro modo – “maschio” direbbero i coetanei del tuo papà – di rivolgervi a chi vi forniva allora, come oggi, i mezzi per sopravvivere e fare di noi ciò che volete.

    Pensa! Non ricordo neanche che tu abbia mai, da coetaneo, chiesto scusa al sottoscritto per il modo con cui gli amici del tuo papà lo trattavano in quelle riunioni istituzionali di rango.

    Ma forse ricordo male.

    Permettimi allora un ultima domanda, in modo che, dalla tua alta carica di Presidente, tu possa spiegare a tutti noi come mai tutto ciò accada.

    Risponde al vero che la nostra Costituzione all’articolo 102 riporta una formuletta che, se applicata, con riferimento al suo collegato della VI disposizione transitoria, manderebbe all’aria il tuo CNA con o senza PPC e immediatamente a casa te e il tuo Consiglio?

    Spero tu ci degni di una risposta franca e schietta, con grande dovizia di particolari però, senza più trincerarti dietro le formulette ideologiche, come tuo solito, che purtroppo appartengono più alla cultura dei coetanei di tuo padre che alla tua.

    Grazie in anticipo e a risentirci presto, spero.

    Giovanni.

  9. Leonardo Checcaglini scrive:

    Io non so se risponde al “vero” in senso assoluto, nel senso, cioè, nel quale ciascuno possa senza dubbio alcuno verificare la fondatezza di una affermazione.
    Vorrei però ricordare, dopo l’interrogativo posto da Giovanni Loi, che qualcun altro è stato colto dallo stesso dubbio.
    Si tratta di Enrico Milone e il dubbio lo esprime nel famoso “Architetto – Manuale per la professione” –
    VI Edizione 2007 – pag. 280.
    Se si può anche legittimamente pensare che Giovanni Loi non sia abbastanza autorevole (un signor nessuno mi pare che lo definiscano a Milano, soprattutto quei due o tre che lo conoscono bene) ma questo Enrico Milone avrà un Curriculum sufficientemente degno per porsi la questione?
    L’Editore che Lo pubblica lo riterrà all’altezza?
    Ma soprattutto tutti coloro che leggono i suoi manuali concedono un po’ di credito all’Autore?

    Un saluto

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