In merito alla proposta di demolizione di Tor Bella Monaca

19 gennaio 2011

L’insistenza del Sindaco Alemanno a voler procedere con la demolizione di monumenti e parti di città da recuperare, e la sua ferma volontà di passare dalle parole ai fatti, colpisce soprattutto perché utilizza uno strumento, la demolizione appunto, che nelle intenzioni legislative dell’urbanistica nazionale, avrebbe dovuto costituire il principale strumento di lotta, non alla città regolarmente costruita, quanto all’abusivismo.

Premetto subito una cosa: l’idea di una città a misura d’uomo, con edifici di altezza limitata, fondata su un sistema di piazze e strade pedonali a me piace.

Punto!

Detto questo l’intero programma proposto dall’architetto Krier (scaricabile qui) è portatore di una serie di paradossi che vorrei provare ad evidenziare.

torbella-2

Primo paradosso:

densità abitativa e disponibilità dell’area.

Interventi come quello di Tor Bella Monaca possono essere pensati proprio perché questi quartieri obbedivano ai principi modernisti (Corbuseriani) di concentrare le abitazioni per liberare spazi aperti condivisi.

Così nell’immediato intorno di Tor Bella Monaca c’è ampia disponibilità di aree verdi; terreno vergine ancora da consumare.

Se Alemanno e l’architetto Krier possono ragionare su piani di recupero e sui livelli di densificazione della città è perché qualcuno, che loro oggi criticano aspramente, gli ha lasciato una enorme eredità di spazio e territorio (di proprietà pubblica si badi bene); quello spazio e territorio che loro si accingono a erodere consegnandolo a piene mani alla rendita privata.

Sarebbe interessante approfondire cosa risulterebbe dall’applicazione del metodo Alemanno ai quartieri limitrofi (quelli abusivi per intenderci).

Inoltre proprio all’ombra di questo paradosso si manifesta una piccola imprecisione, laddove si vuole sostenere che il nuovo quartiere sarà “meno denso”.

La cubatura complessiva passerà infatti da circa 2 a 3,5 milioni di mc (+175%); la popolazione da 28.000 a 44.000 (+157%); la SUL da 628.000 a 1.100.000 mq (+175%). Certo l’area complessiva urbanizzata è aumentata in maniera da annacquare il conto; porzioni di terreno che prima erano agricoli ora risultano residenziali e in questo modo si vuole far credere di avere reso la città meno densa. In realtà la superficie fondiaria complessiva passa da 1,7 a 2,4 milioni di mq (+140%). Il risultato è che per ogni abitante ci sarà meno territorio (da 62,6 a 55,6 mq per abitante: -11%); la stessa cosa se si guarda solo alle aree edificate che passeranno da 777.000 a 967.000 mq (+124%) riducendo la superficie per abitante da 27,7 a 21,9 mq per ab. Il conto non migliora se si guarda la SUL complessiva rispetto alle aree edificate (che come da progetto saranno molto compatte); qui si passa da un indice di fabbricazione pari a 0,8 a 1,37 mq/mq. (dalla relazione di presentazione)

tor-bella-1

Secondo paradosso:

L’ossessione tradizional/classicistica e la mancanza di connessione del progetto con la realtà esistente.

Proprio non riesco a comprendere perché un programma di recupero urbano come quello proposto da Krier non possa avere uno stile e una immagine schiettamente contemporanea senza per questo pregiudicare il disegno urbano generale, o l’efficacia del programma di recupero.

Tutte le premesse e le considerazioni presentate e sostenute potrebbero, con la stessa forza e coerenza essere presentate modificando radicalmente lo stile e l’immagine delle architetture che si vorrebbero realizzare (anche al limite mantenendo l’impianto urbano generale). Lo dimostra il fatto che tra chi si è dichiarato favorevole all’idea di ricostruire Tor Bella Monaca vi siano personalità diverse (da Portoghesi a Fuksas), provocando la reazione snobistica del Gruppo di Salingaros. Evidentemente da’ fastidio scoprire di avere idee simili a quelle delle archistar. Ancora più fastidio darebbe scoprire che le città sono belle proprio per via della loro varietà e per la molteplicità delle sfaccettature che esse ci offrono.

Ritengo al contrario che se proprio procedere con la realizzazione di questo programma, esso risulterebbe notevolmente più ricco e interessante se si riuscisse a coinvolgere più architetti, facendo della molteplicità degli approcci culturali un motivo di miglioramento.

Ho in mente l’approccio urbanistico utilizzato per la ricostruzione di Berlino, per intenderci.

La sensazione è che l’ossessione di Krier e dei suoi sostenitori sia quella di giustificare il proprio approccio stilistico più per contrapposizione che per intrinseca validità.

Ovvero: “c’è bisogno di fare vedere al mondo dove sta il male per dare forza alle mie idee”. Per questo si tende a costruire realtà preconfezionate e analisi soggettive volte a presentare sempre il lato comodo della storia.

Si intuisce perché per portare avanti l’idea di città che piace a Krier, occorra prima di tutto individuare il moloch, il nemico da abbattere per intenderci.

In realtà Krier finisce per sostituire un atteggiamento illuministico con un altro, finendo con il commettere lo stesso errore ideologico contestato ai progettisti del quartiere: il progettista si sostituisce al committente e progetta senza entrare nel merito delle reali (e molteplici) vocazioni urbane che possono esprimersi dalla voce dei cittadini che abitano il quartiere.

28.000 persone con il loro vissuto e le loro esigenze sono stati già tagliati fuori da qualsiasi processo decisionale; gli si lascia la possibilità di accedere agli atti ma solo quando ormai tutto è già deciso e impostato.

Nessun approccio stilistico, per quanto illuminato, potrà mai restituire ai cittadini la molteplicità delle loro esistenze.

Terzo paradosso:

Roma è una città fondata sull’abuso!

Oltre che sull’abusivismo, diffuso e culturalmente radicato nella popolazione, anche sull’abuso legale e reiterato che le norme ipergarantiste italiane consentono alla rendita finanziaria di ottenere sul territorio ogni sorta di deroga e ridimensionamento.

Interi quartieri “spontanei” si affiancano a zone ad elevata frammentazione costituite da palazzine di 4/5 piani sorti in deroga ai vigenti piani moltiplicando le cubature ai limiti della sostenibilità infrastrutturale.

È sufficiente osservare su googlemap proprio l’area che contorna Tor Bella Monaca per rendersi conto di questo.

La deroga come prassi ha condannato la città eterna ad essere una città eternamente in affanno, ingestibile, che trasmetterà ai posteri il costo del suo lento esosissimo adeguamento.

Se ancora non ne siete convinti vi invito a leggere il saggio di Paolo Berdini “Breve storia dell’abuso edilizio in Italia”. (qui il suo blog); Roma in qualità di capitale, fa la parte del leone. Anche se non condivido la posizione dell’autore sull’Auditorium di Ravello, il libro è interessante ed autorevole.

La storia recente non brilla. La giunta Rutelli/Veltroni ci ha regalato vasti esempi di abusivismo legalizzato, dettati da criteri emergenziali, senza una guida complessiva, supinamente asserviti agli interessi finanziari del potente di turno.

Valga per tutti l’esempio di Ponte di Nona, quartiere dormitorio realizzato senza scuole, parchi, asili, licei, posti di polizia, viabilità, strade di accesso, ferrovie; unico segno recente di infrastruttura il centro commerciale e una chiesa realizzata per spinta popolare dei fedeli locali.

Qui le vie hanno nomi improbabili, oltre che essere dedicate al benefattore del quartiere e filantropo Francesco Gaetano Caltagirone. Si veda in proposito il video realizzato da Zone d’Ombra e Amate l’Architettura

A ponte di Nona gli abitanti hanno votato in massa per Alemanno (si veda in proposito il saggio di Claudio Cerasa “La presa di Roma”).

Fanno eccezione a questa regola pochi quartieri tra i quali proprio quelli di edilizia popolare costruiti tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta; quelli per intenderci su cui adesso le giunte Alemanno e Polverini stanno puntando il dito: Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino.

Questi quartieri, nel bene o nel male, rappresentano tuttora un momento in cui la città (quella rappresentata dalle istituzioni per intenderci), forte di una iniziativa nazionale che lo consentiva (il Piano Casa), ha cercato di riaffermare se stessa. Un momento in cui si è tentato di costruire, non secondo logiche privatistiche e frammentarie, ma tentando una pianificazione organica del territorio costruito, immaginando una città dotata di servizi, con infrastrutture e spazi pubblici pensati in maniera complementare e non residuale alle aree residenziali.

Questi quartieri hanno il difetto di essere stati pensati, dimensionati e progettati dall’alto, senza alcuna partecipazione civile, senza una reale analisi “dal basso” dei requisiti e delle esigenze di chi li avrebbe poi dovuti poi abitare.

“Tutto per il popolo, niente con il popolo!” in fondo è l’ideale illuministico del periodo.

All’epoca questa condizione al contorno era inevitabile; non si poteva sapere in anticipo chi avrebbe abitato quei quartieri, non esistevano gruppi sociali organizzati che potessero rappresentare le istanze popolari; gli architetti hanno così operato “senza committenza” progettando come demiurghi creatori e realizzando le loro fantastiche utopie.

All’epoca si trattava di dare risposta ad un problema sociale, e le occupazioni abusive di quegli anni ne dimostrano l’urgenza; purtroppo anche in questo caso alla fine la logica economica ha prevalso, imponendo e vincolando la disponibilità delle aree o semplicemente frenando e riducendo il completo svolgimento dei programmi edilizi; le amministrazioni pubbliche, per negligenza e cronica mancanza di fondi (e volontà) hanno infine lasciato perdere.

Trovo quindi significativo, e nemmeno troppo sorprendente, che la giunta Alemanno scelga proprio questi ambiti urbani per promuovere la propria idea di città proponendone prima di ogni cosa la demolizione.

Si lascia invece intatta, intoccabile, la parte di città senza idee (senza regole), quella parte anonima, ingestibile, e quindi realmente non recuperabile, che però pesa maggiormente sulla economia generale della città.

Quarto paradosso:

l’utilizzo del capitale privato e la fattibilità economica.

Siamo appena usciti dall’ultimo sacco perpetuato ad opera dei “Re di Roma”, l’errore, largamente riconosciuto, è stato quello di consegnare la città al capitale privato, e ora che facciamo per procedere ad un intervento di recupero urbano? Richiamiamo in massa gli stessi benefattori? Sembra quasi che si voglia dire: “avete finito le aree dove speculare? Non vi preoccupate! Ci sono ancora rimaste le aree comunali. Venite a prendervele!”

L’intero programma parla di 1,1 milione di mq da realizzare, di cui 628.000 da demolire e ricostruire. L’analisi economica si limita ad approfondire la fattibilità finanziaria della parte di proprietà comunale.

In sintesi si demoliscono e ricostruiscono 228.205 mq di SUL attuali ad un costo di trasformazione pari a 1.555 €/mq (comprendente evidentemente anche i costi di demolizione), si consente una SUL premiale di 443.573 mq e si ipotizza un valore di vendita pari a 3.000 € mq con un ricavo prevedibile di circa 1,3 miliardi di euro. Se ipotizziamo un costo di costruzione pari a 1.450 € mq per le nuove edificazioni (immagino che 100 €/mq sia per largo eccesso il costo delle demolizioni), otteniamo un valore complessivo degli investimenti pari a circa 1 miliardo di euro (355 milioni per le cubature esistenti).

Stando ai numeri forniti il programma avrebbe per i privati che dovessero investire, una redditività del 30%.

In realtà non compare una analisi della effettiva domanda di mercato attendibile (che potrebbe influenzare notevolmente il quadro generale e le scelte di progetto), non si sa se vi sono costruttori o sviluppatori interessati all’affare (per i qual magari il 30% potrebbe risultare poca cosa), non è chiaro di chi sia la proprietà delle aree agricole limitrofe su cui dovrebbe espandersi il quartiere (altro elemento fondamentale per capire come si svilupperà il progetto.

Non è chiaro alla fine del processo, che cosa si ritroverà in mano il Comune, quali proprietà, ma soprattutto quali strumenti e sostegni economici necessari per la gestione del nuovo complesso immobiliare.

Su questo aspetto ad esempio potrebbe essere utile verificare la sostenibilità di un modello che non preveda la totale cessione del premio di cubatura ai privati, magari prevedendo che tutta o parte della nuova cubature rimanga di proprietà pubblica che con una gestione locativa sufficientemente accorta potrebbe costituire una fonte di sostegno economico alla gestione ordinaria del quartiere.

Inoltre il progetto proposto parte da un presupposto che viene dato un po’ troppo per scontato; la non percorribilità di un intervento di risanamento degli immobili esistenti.

Su questo punto sembra mancare, se non l’analisi (che si suppone sia stata fatta approfonditamente), come minimo una sua chiara illustrazione: “Nel tempo, finora, si sono succeduti interventi di recupero edilizio che non hanno cambiato significativamente la situazione”, che equivale a dire “non procediamo al risanamento degli edifici esistenti perché gli interventi finora effettuati non hanno prodotto risultati accettabili, gli edifici esistenti così come sono irrecuperabili!”.

Considerata l’entità dei numeri in gioco ci sarebbe invece potuti aspettare almeno una descrizione esauriente degli innumerevoli interventi finora effettuati, del loro costo e dei motivi tecnici che li avrebbero resi così inefficaci o antieconomici. Magari una analisi approfondita avrebbe potuto farci capire che per esempio, non tutti gli edifici sono nelle stesse condizioni e che rispetto alla tabula rasa prevista si sarebbe potuto pensare qualcosa di più mirato.

È evidente che lo stesso meccanismo premiale, ideato per finanziare l’intero intervento funzionerebbe nella stessa identica maniera anche con un progetto di generale risanamento.

Questo approccio, che definirei semplicemente “pragmatico” non fa ovviamente il gioco né degli obbiettivi mediatici dell’amministrazione, né di quelli ideologici del gruppo di progettisti che sostengono l’intervento. Entrambi hanno interesse a creare l’evento di rottura.

Alemanno deve giungere alle prossime elezioni con qualcosa di forte nel suo percorso amministrativo; qualcosa che rompa (anche metaforicamente) rispetto alle precedenti gestioni. Per questo non può aspettare i tempi biblici delle nostre burocrazie ne può contare sul proseguimento di programmi urbani ereditati.

Similmente il gruppo dei sostenitori di Krier sembrerebbe avere altrettanto bisogno di demolire il passato e l’ideologia culturale che non condividono (un po’ come i Buddha giganti abbattuti dal regime talebano), spesso sostenendo le loro tesi con presupposti sbagliati. Ne è un esempio l’idea che Roma sia infestata di stecche e torri brutaliste e che questo si la vera causa del degrado cittadino, sottacendo invece l’abusivismo imperante e incontrollato che ci ritroviamo.

Sempre Paolo Berdini ha evidenziato l’inconsistenza dell’assunto imperante che pretende di associare l’ideologia comunista alla realizzazione di Tor Bella Monaca.

È evidente infatti che se fosse possibile “restaurare” gli edifici esistenti senza abbatterli (magari con costi inferiori a quelli di demolizione e ricostruzione), probabilmente a crollare sarebbe l’intero costrutto logico del programma, e lo stesso premio di cubatura potrebbe essere impiegato per realizzare le stesse infrastrutture comunque previste dal programma di Krier. Questo però è evidentemente un pericolo per entrambi, potenzialmente c’è il rischio che si dimostri con i fatti che il vero problema sta nella gestione della città e nella attenzione ai cittadini.

Insomma sulla fattibilità finanziaria occorre approfondire un po’ la questione, ma evidentemente è preferibile non anticipare troppe analisi che potrebbero rivelarsi poco dei sostegno all’idea di base.

Quinto paradosso:

l’incarico all’architetto.

Si dice che l’architetto Krier abbia redatto il progetto generale gratuitamente. In questa maniera Alemanno giustifica il coinvolgimento diretto dell’architetto senza procedure di selezione per cosi dire, “pubbliche”. Delle due l’una o c’è materia per violazione del codice deontologico, oppure non è vero quanto è stato raccontato e allora c’è materia per la violazione delle norme sui lavori pubblici. Tanto per par condicio si tratterebbe di una pratica inaccettabile anche per selezioni di architetti più affini.

In ogni caso questa scelta riflette l’atteggiamento di chi pretende di far passare l’intera iniziativa come priva di impatto economico spianando la strada a operazioni in cui il progetto viene “offerto” dalle imprese esecutrici; con risultati che tutti potrebbero facilmente immaginare.

In questo la giunta Alemanno non sembra avere agito con particolare innovazione rispetto alle amministrazioni di tutti i colori che si susseguono in Italia.

Per i nostri politici la progettazione ha sempre un valore pari a zero!

Conclusioni

In un colpo solo:

si regala alla speculazione edilizia una delle poche aree tuttora sottratte alla rendita finanziaria; sottacendo il fatto che la cronica mancanza di fondi è ora aggravata dall’abolizione indiscriminata dell’ICI;

si snobbano le istanze dal basso degli abitanti, che vengono equiparati alla stregua di minus habens incapaci di intendere e volere;

si impedisce alla città pianificata di dimostrare fino in fondo le proprie potenzialità, attraverso una seria azione di recupero non distruttiva;

si mascherano i reali problemi della città (l’incapacità di governare e gestire il territorio con efficienza ed efficacia) proponendo modelli di vita, stili e ideologie tradizionalistiche come portatori di per se stessi di maggiore qualità urbana senza che questo sia confermabile o dimostrabile da una analisi oggettiva.

Si reitera il concetto che l’amministrazione pubblica non è in grado di gestire la città

Si pretende di attribuire (con false premesse) ad una certa scuola di pensiero architettonico la capacità di generare un miglioramento urbano.

Controproposte.

pubblicazione aperta e trasparente di tutti i progetti ed as built dei fabbricati esistenti compresi tutti gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria fin qui effettuati.

avvio di un processo di analisi pubblica e condivisa del reale stato di conservazione degli immobili

avvio di un processo di raccolta pubblico e condiviso delle istanze dal basso e delle esigenze di vivibilità espresse dagli abitanti del quartiere (cominciare a trattare i cittadini come esseri capaci di intendere e volere, attribuendo loro il ruolo e la responsabilità di veri stakeholder della città)

costituzione di un consorzio (o altro soggetto giuridico) misto paritetico dove siano equamente rappresentate sia le istituzioni che cittadini residenti;

conferimento al consorzio dei diritti di proprietà immobiliare (comprese le aree urbane e le zone verdi);

attribuzione al consorzio dei diritti legati al “premio di cubatura”, con facoltà di gestirne i benefici finanziari per sostenere i costi di recupero e gestione del quartiere;

mantenimento del potere di veto e di sussidiarietà da parte del Comune per preservare l’intera comunità romana da abusi e deviazioni;

gestione pubblica, condivisa e trasparente della fase di progettazione e selezione dei progetto, dei progettisti e delle imprese esecutrici (con vincolo di separazione tra progettisti e imprese edili);

vincolo di mantenimento di una consistente quota di proprietà anche rispetto alle nuove cubature in maniera da conferire al consorzio la possibilità di un sostegno economico permanente necessario per garantire la gestione ordinaria del futuro complesso.

Solo a questo punto diventerà lecito parlare di demolizione, ristrutturazione, recupero, stile tradizionale, moderno o contemporaneo, borghi, sobborghi o megalopoli ipermoderne, con la consapevolezza che si tratterebbe di città volute pensate e progettate nell’interesse dei cittadini che le abitano e le vivono.


16 Commenti a “In merito alla proposta di demolizione di Tor Bella Monaca”

  1. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Caro qfwfq, intanto ti riconosco lo sforzo di un’analisi approfondita (è un mini trattato, più che un articolo) a fronte di uno scritto sintetico rispetto alla mole di informazioni presentate.
    Vorrei riprendere lo spunto dall’ordine del tuo post, cioè dai 5 paradossi, lasciando magari decantare ancora un poco la riflessione sulle proposte.
    1° paradosso. La densificazione.
    Io vorrei andare anche un po’ oltre le tue considerazioni: la densificazione non può essere un tabù urbanistico e non si può pensare di usare gli standard urbanistici come sostitutivi del progetto urbano. L’urbanistica “quantitativa”, lo zoning, hanno chiaramente dimostrato che producono città orrende. Manhattan non potrebbe esistere si applicassero lì i nostri standard. Eppure funziona benissimo. Renzo Piano, in uno dei grattacieli che ha progettato negli ultimi anni ha lasciato soli 50 posti auto destinati ai disabili. Questo per la precisa volontà di obbligare la gente ad utilizzare i mezzi pubblici.
    Qualsiasi intervento di densificazione, perciò, sia di zone progettate come TBM o spontanee (o quasi) come la vicina Borghesiana devono partire dall’idea di utilizzare il plus valore prodotto dai mc in più per cambiare la strategia degli spostamenti urbani – che è la vera emergenza romana.
    2° paradosso. Stilistico.
    Di tutte le tue condivisibili riflessioni questa è quella che scricchiola di più: non dobbiamo concentrare l’attenzione sul progettista scelto (Krier), che ha fatto cose più che decorose (come a Berlino) e altre cose assai più discutibili, quanto sulla gestione del progetto da parte del committente. Meyer, per esempio ha costruito a Roma, quasi nello stesso periodo, una bellissima chiesa ed una brutta pompa di benzina (l’ara pacis), quest’ultima per evidenti errori sul programma edilizio impostogli dall’amministrazione.
    3° paradosso. L’abusivismo.
    Se tu vai a chiedere agli abitanti se si vive meglio al TBM (progettata) o alla vicina Borghesiana (spontanea o quasi), tutti ti risponderanno in favore della seconda. Anche se a borghesiana non c’è uno straccio di marciapiede e certe viottoli sono stati trasformati in strade ad alto scorrimento (e immagina che traffico!) per disperazione. Il punto di riferimento di un progettista – ovvero quello che chiede la gente – deve rimanere la scala umana degli edifici, dimenticata a causa dell’utopia lecorbuseriana (di cui Corviale rimarrà un insuperato esempio negativo). Ridiamo a TBM la scala umana ma bonifichiamo anche la Borghesiana dando alla gente spazi pubblici veri!!
    4° I re di Roma. E’ il punto più critico. Roma è una capitale in controtendenza rispetto alla civile europa. Nelle altre capitali E’ L’AMMINISTRAZIONE PUBBLICA CHE DETTA LE REGOLE E POI I PRIVATI PARTECIPANO AL PROCESSO EDILIZIO, a Roma i sindaci vengono eletti grazie all’appoggio dei palazzinari e poi devono pagare a loro il pizzo. L’esempio dei quartieri immensi approvati dalla giunta di sinistra con un accordo di programma, IN DEROGA AL PRG APPROVATO UN MESE PRIMA, è purtroppo emblematico. Se Alemanno a più riprese, fin dal suo insediamento, ha tentato di proporre l’uso di aree agricole, significa che ha anche lui i suoi conti da pagare ai signori del mattone. L’affermazione di voler ridefinire i confini della campagna contenuta nel progetto di Krier, mi preoccupa non poco. Ma non era stata salvaguardata già nel PRG?
    Del resto, come affermavi tu, forse un 30% di utile per persone che sono abituate ad acquistare aree agricole e poi a farsele trasformare in edificabili (con il plus valore che puoi immaginare), è ben misera cosa!
    Hai ragione anche a porre l’accento sui costi di trasformazione a fronte di 1500€/mq per demolizione e ricostruzione, potremmo immmaginare realisticamente intorno ai 1000€/mq per il recupero degli edifici esistenti, magari aggiungendo cubatura, se necessario.
    5° paradosso.
    Il progetto gratuito. In Italia è tendenza diffusa ormai che l’archistar progetta a incarico diretto anche la fiera di Milano (denaro pubblico) e le strutture accessorie del ponte di Messina (denaro pubblico). Chiediamo allora anche alla politica le prestazioni gratuite e magari ai commercialisti una revisione gratuita dei bilanci del Comune, agli avvocati il patrocinio gratuito per le class action contro le frodi finanziarie… e così via diamo modo a ciascun settore di dimostrare la convenienza del ricorso sistematico alla prestazione gratuita.
    Scusami per la prolissità. Ma i temi che hai evocato sono tanti.
    Un saluto.

  2. Corto Maltese scrive:

    Ci permettiamo di ricordare questo bellisimo articolo di Luigi Prestinenza Puglisi che parla di Leon Krier
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    Leon Krier

    Per Leon Krier la città ideale è fatta dalla contrapposizione tra un’edilizia vernacolare ed edifici monumentali, tuttiin stile. Considerato il successo che sta riscuotendo presso alcuni architetti e le autorità che si occupano dell’Eur, abbiamo più di un motivo per preoccuparci.

    Dove preferirebbe vivere, a Manhattan o a Poundbury? A Poundbury naturalmente, mi risponde Leon Krier, che oltre a essere progettista di questo oramai famoso villaggio in stile, è consigliere del principe Carlo, uno dei principali teorici del cosiddetto New Urbanism , nonché autore di numerosi interventi edilizi ultratradizionalisti. L’occasione per porre la domanda e’ l’incontro svoltosi il 7 febbraio a Roma, organizzatodal neonato Centro Studi dell’Architettura Razionalista e dall’Ente Eur s.p.a. Chiara, anzi chiarissima, la posizione dell’architetto di origine lussemburgese.Viviamo -sostiene Krier- in un mondo non sostenibile, ubriaco di energia che prima o poi dovrà fare un passo indietro, passando da una tecnologia High ad una Low conun approccio più responsabile verso i materiali e il luogo. Ciò vorrà dire abbandonare non solo gli odierni edifici realizzati nella massima indifferenza del risparmio energetico ma anche accorgimenti di moda che oggi fomentano una falsa idea della sostenibilità, come per esempio i pannelli solari o gli artifici ultra sofisticati che stanno sperimentando architetti di grido quali Norman Foster o Richard Rogers. E scoprire la tradizione, valorizzando quell’atteggiamento, tipico delle culture regionali, che non va alla ricerca del nuovo per il nuovo ma che punta alla buona costruzione, alla durabilità, al risparmio delle risorse. L’energia fossile – continua Krier- ha invece bruciato la mente degli intellettuali e la mente collettiva. Tanto che oltre a dimenticare le tecnologie tradizionali, abbiamo prodotto città invivibili piuttosto che habitat dal volto umano in cui tutti i servizi principali possono essere raggiunti in cinque o la massimodieci minuti di passeggiata.E per parlare del caso romano, realizzando mostruosità quali Corviale o Spinacelo dove non e’ possibile individuare una logica del disegno urbano. Da qui il bisogno di riscoprire un quartiere come l’Eur dove l’architettura tradizionale si coniuga con un progetto urbanistico razionale.

    Inutile tentare di convincere Krier che le vecchie tecnologie, se sono state abbandonate, era perché richiedevano sprechi di energia umana, e quindi costi, insostenibili. Per lui anzi, il cosiddetto Colosseo quadrato, uno dei monumenti dell’Eur più insulsi, avrebbe dovuto essere costruito senza cemento armato, tutto in pietra . Ed ugualmente inutile fargli notare che una delle critiche principali che i razionalisti, quelli veri come Pagano, muovevano all’Eur era l’inconsistente monumentalità, lo spreco di materiali, l’irrazionalità costruttiva ( porticati alti più di venti metri, portoni giganteschi, scalinate senza senso) e l’ inefficiente disegno urbano che prevedeva sin dall’inizio un quartiere spaccato letteralmente in due dalla via Cristoforo Colombo.

    L’Eur, invece, e’ per Krier un’opera dove la piccola scala si coniuga con quella più rappresentativa, un possibile laboratorio per sperimentare un nuovo approccio alla città. Fosse per lui, lo dividerebbe in quattro quadranti, ciascuno dotato di una piazza all’italiana demolendo quegli edifici, soprattutto pubblici realizzati a partire dagli anni cinquanta, che ne hanno deturpato l’aspetto. Piccolo e’ bello: sono gli architetti – sostiene- e non l’uomo della strada, coloro che distruggono la città con le loro idee megalomani, e per fortuna che gli si e’dato poco ascolto. Vi immaginate – continua- cosa sarebbe successo se i governanti avessero concretizzato le idee urbanistiche di Le Corbusier o degli Archigram? Poi, lasciandoci addirittura allibiti, cita il ruolo positivo di Marcello Piacentini. Per lui un grande costruttore di città, dimenticando i disastri compiuti dal principe degli architetti del fascismo: da viadella Conciliazione agli sventramenti delle principali città italiane. Ma tant’e’, in fondo per Leon Krier la città ideale e’ fatta dalla contrapposizione tra un’edilizia vernacolare ed edifici monumentali, tutti rigorosamente in stile. Considerato il successo che sta riscuotendo presso alcuni architetti e le autorità che si occupano dell’Eur, abbiamo più di un motivo per preoccuparci.

    Apparso su Edilizia e Territorio (2006)

  3. Corto Maltese scrive:

    Poundbury
    Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
    Poundbury

    Nome ufficiale: Poundbury

    Poundbury è una nuova città sperimentale situata nella contea di Dorset in Inghilterra.
    Il villaggio è costruito sopra terreni di proprietà del Duca di Cornovaglia, l’esperimento nasce
    da un’idea del Principe del Galles.
    L’interno piano urbanistico fu sviluppato da Léon Krier negli anni 80 e iniziato a costruire nell’Ottobre 1993.
    Il piano Krier determina la creazione di un villaggio tradizionale a densità urbana medio-alta, caratterizzato dalla miscellanea di tipologie di edifici quali negozi, uffici ed abitazioni in modo da non ricorrere alla teoria della zonizzazione. Seguendo i principi del New Urbanism, Poundbury è progettato per ridurre la dipendenza dalla macchina, incoraggiando il trasporto pubblico, l’utilizzo della bicicletta e il traffico pedonale. Nonostante le premesse uno studio del 2004 ha mostrato che il ricorso alle automobili da parte degli abitanti di Poundbury e’ superiore alla media della regione.
    Krier fu criticato per aver utilizzato un mix di stili continentali e materiali non locali
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  4. Corto Maltese scrive:

    Storia e Avanguardia

    Villagio medioevale o villaggio “contemporaneo” di Leon Krier?
    La risposta e’ ardua, l’interrogativo piu’ evidente e’ invece se sia giusto progettare come 500 anni fa.
    L’obbiettivo reale del post e’ infatti rispondere ai commenti di alcuni lettori che vedono nell’architettura contemporanea una terribile minaccia per i centri storici delle nostre meravigiose citta’ piuttosto che considerare tali riprosizioni una assurdita’ o un “falo storico”
    Vorrei precisare che la ricerca di nuove forme espressive e le sperimentazioni tecnologiche, non sono in linea teorica dei fatti negativi ma rappresentano spesso la possibilita’ di produrre nella societa’ cambiamenti positivi.
    La storia e’ un continuo, ci viene molte volte raccontata come un susseguirsi di fase in contrapposizione tra di loro ma in realta’ nessun periodo storico nega totalmente il suo passato percio’ e’ sbagliato affermare che l’architettura contemporanea nega il passato, le opere di Siza, Piano, lo dimostrano, eppoi ci sono tanti modi per comprendere la lezione del passato, non solo quello estetico.
    Il desiderio di sperimentare, di creare qualcosa di nuovo, di uscire dagli schemi e’ una delle poche cose che, nella nostra professione ci mantiene vivi intellettualmente.
    A coloro che criticano l’architettura contemporanea affermando che si tratta solo di un fatto di moda rispondo che la storia dell’architettura e’ sempre stata piena di architetti alla moda, (vedi gli scontri tra Bernini e Borromini nel Seicento)e che pochi sono stati i geni (Brunelleschi, Michelangelo, Gaudi’, Wright, Le Corbusier)
    A coloro che inneggiano al passato consiglio di osare, perche’ e’ impensabile gestire le citta’ moderne ancora come se fossimo nell’800.
    A coloro che invece filosofeggiano sui termini, ricordo che l’avanguardia in senso stretto indicava nell’800, alcuni pensatori francesi di sinistra come Henry de Saint-Simon e che poi fu applicata per indicare i movimenti artistici del primo Novecento, se Brunelleschi non fu mai di “avanguardia” e solo perche’ semplicemente nel 400 non esisteva il termine, altrimenti sarebbe stato piu’ di avanguardia di Picasso. Come si potrebbe infatti definire uno che su una chiesa trecentesca osa edificare una cupola mai pensata prima, sperimentando attrezzature di cantiere che avrebbe superato secoli. Chissa’ che avrebbe detto Leon Krier?
    ARTICOLO PUBBLICATO SU: ARCHITETTURA CATANIA 2008

  5. Corto Maltese scrive:

    Seconda rivoluzione industriale
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    La seconda rivoluzione industriale è il processo di sviluppo industriale che viene cronologicamente riportato al periodo compreso tra il congresso di Parigi (1856) e quello di Berlino (1878) e in particolare all’ultimo decennio del 1800. [1].

    La rivoluzione industriale comporta una profonda ed irreversibile trasformazione che parte dal sistema economico fino a coinvolgere il sistema produttivo nel suo insieme e l’intero sistema sociale. L’apparizione della fabbrica e della macchina modifica i rapporti fra gli attori produttivi. Nasce così la classe operaia che riceve, in cambio del proprio lavoro e del tempo messo a disposizione per il lavoro in fabbrica, un salario. Sorge anche il capitalista industriale, imprenditore proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione, che mira ad incrementare il profitto della propria attività.

    Avvenimenti di rilievo prima dilatati nello spazio e nel tempo ora si concentrano in uno spazio temporale ristretto che rende più veloce e concitata la vita dell’uomo. [3]

    Lo storico e sociologo tedesco Wolfang Schivelbusch ha osservato come la rivoluzione dei mezzi di trasporto abbia modificato non solo la geografia fisica delle zone dove essa si è verificata ma anche la “geografia mentale” degli uomini, il loro modo di percepire lo spazio e il tempo.[4]

    Inizia quel fenomeno che porterà, per effetto della contrazione dello spazio e del tempo, conseguenza dei nuovi più veloci mezzi di trasporto e comunicazione, alla globalizzazione dei mercati, delle tecnologie e dei linguaggi, e in definitiva all’accelerazione della storia dell’uomo.

    Il mutamento del rapporto tra agricoltura e industria [modifica]
    Gli aspetti più rilevanti della grande trasformazione economica e sociale connessa alla seconda rivoluzione industriale si ebbero nella patria della prima: in Inghilterra dove masse di popolazione si spostarono nelle città. Nel 1871 in Inghilterra il 35% della popolazione lavorava nel settore agricolo, nel 1910 la manodopera agricola era scesa al 25% [9]

    L’urbanesimo [modifica]

    Ferriere Pfeilhammer: metà del 19 ° secolo. Rappresentazione idilliaca del nuovo paesaggio industrialeAlla fine del XIX secolo l’industria aveva quasi sostituito l’agricoltura, che fino ad allora era stata la principale risorsa economica di molte Nazioni. Milioni di persone così vivevano e lavoravano in enormi centri industriali dove le condizioni erano discutibili, la maggior parte degli stabilimenti era male areata e male illuminata, il lavoro era spesso pericoloso, gli orari gravosi ed i salari molto scarsi. Peggio di tutti stavano però le donne ed i bambini, costretti a lavorare in condizioni pressoché di schiavitù.

    Per andare incontro alle necessità dell’industria furono introdotte delle innovazioni tecniche che permisero la nascita di grosse fabbriche che trasformarono in pochi decenni i borghi di campagna in fumanti centri industriali. I contadini e gli artigiani cercarono lavoro nel nuovo mondo industriale, divenuto ormai il carro trainante dell’economia.

    Camille Pissarro, Boulevard Montmartre 1897Nei centri sorti intorno alle fabbriche la popolazione aumentò rapidamente a causa soprattutto dell’immigrazione interna dei contadini dalle campagne, A tutto ciò, però, non corrispose un adeguato e razionale sviluppo urbanistico, le città sorsero in modo caotico, si costituirono nuove abitazioni ovunque vi fosse spazio, causando così l’aumento smisurato ed incontrollato dei fitti.

    Le città industriali si trovarono così in pochi anni ad essere circondate da enormi periferie sub-urbane, tetre e malsane, specialmente nel periodo anteriore alle scoperte medico-scientifiche. La rapida diffusione di questi centri ne rese impossibile la pianificazione, l’igiene era pressoché sconosciuta e la sovrappopolazione favoriva sempre più la criminalità e le malattie.

    Solo negli ultimi decenni del XIX secolo le amministrazioni delle grandi città iniziarono a pianificare interventi di ristrutturazione urbanistica su larga scala, come ad esempio la grande trasformazione operata a Parigi durante il Secondo Impero, che prevedevano talvolta anche l’abbattimento di interi quartieri fra i più vecchi e fatiscenti, per far posto a zone ricostruite secondo schemi urbanistici più razionali, rispondenti a canoni più moderni e funzionali. Fu proprio per la necessità di mettere ordine e poter controllare queste enormi caotiche aree urbane che fra l’altro si iniziò in tutti i paesi industrializzati ad introdurre sistematicamente i numeri civici nelle abitazioni e a regolamentare in modo più rigoroso lo sviluppo delle reti stradali, fognarie e dei servizi pubblici in generale.

  6. antonio marco alcaro scrive:

    Il secondo paradosso è quello più importante, soprattutto per noi architetti.
    Non si tratta di giudicare la bellezza o meno dei progetti di Krier.
    Meier ha un suo stile le sue opere possono piacere o meno, ma nessuno può negare il fatto che sia un professionista qualificato che progetta secondo i canoni della contemporaneità.
    Contemporaneo vuol dire ciò che è o vive nel medesimo tempo.
    Fuksas, Renzo Piano, Zaha Hadid, F.Gehry, Portoghesi, Mario Botta, Aldo Rossi, Libeskind, Foster e molti altri sono tutti architetti che hanno uno stile molto diverso tra loro ma c’è qualcosa che li accomuna sono tutti progettisti “contemporanei” che non rifiutano il tempo in cui vivono e operano secondo le tecniche e le tecnologie contemporanee.
    Quello che ci vogliono propinare coloro che appartengono a questa corrente di pensiero, (CESAR, Salingaros, Principe Carlo, Krier, ….), che sta prendendo sempre più piede a Roma grazie al nuovo Sindaco Alemanno, è la negazione del contemporaneo e il ritorno a 500 anni fa.
    E’ qualcosa di assurdo e senza alcuna logica, se si dovesse applicare il loro ragionamento che viene proposto per l’architettura al resto, allora dovremmo:
    – abbandonare le automobili e tornare a spostarci con le carrozze;
    – abbandonare l’energia elettrica e tornare ad usare le candele;
    – abbandonare i medicinali e tornare a farci curare dai santoni;
    – abbandonare i telefoni e tornare ad usare il piccione viaggiatore;
    – abbandonare la stampa e tornare agli amanuensi;
    – abbandonare la fotografia e ritornare al ritratto ad olio;
    – abbandonare i vestiti e tornare ad indossare pellicce;
    – abbandonare le fogne e tornare a buttare la cacca per strada;
    si potrebbe continuare all’infinito, è chiaro che tutto ciò è assurdo ma non bisogna sottovalutare questo fenomeno prima che sia troppo tardi, l’Italia è un paese in decadenza ed è terreno fertile per questo tipo di correnti di pensiero.
    Non a caso le conseguenze già si notano, l’Ad dell’ente EUR Riccardo Mancini ha recentemente dichiarato: “la Nuvola di Fuksas all’Eur è quasi un incidente di percorso, io non l’avrei fatta”, il nuovo corso dell’Eur deve essere il freno alla contemporaneità e lo stop ai concorsi, bisogna combattere questi fenomeni, non a caso nel nostro Manifesto abbiamo scritto:
    Noi combattiamo:
    – il passatismo, tutto italiano, che riconosce, solo nelle città storiche, il valore culturale con cui rappresentarsi
    – la mummificazione delle nostre città: necrologia contemporanea
    – l’edilizia realizzata senza “Progetto”
    – coloro che potendo “Progettare” tradiscono l’Architettura.

  7. Al’A,
    un appunto veloce.
    La tradizione paventata dai reazionari è transnazionale.
    Come dice Leon Krier: «[…] invece di questi quartieri monotematici […] propongo una città tradizionale se piace lo facciamo, se no, andiamo in un altro posto».

    Rai uno, TV7, Viaggio a Tor Bella Monaca…, andato in onda il 14 gennaio 2011 [Min.11.40-32.25]
    Link: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-62d21989-c3aa-4ee9-a4ed-bff41c2f7958-tg1.html
    Altri due appunti tratti dal video:
    Vito Ciancimino: «[ndr senza parole]».

    Gianni Alemanno: «costruire e demolire e non demolire e costruire».

    A dopo per un maggiore approfondimento.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

  8. qfwfq scrive:

    nel video segnalato da SdA si intravede una modello 3D qui potete vedere una facciata tipo

    http://www.06blog.it/post/9683/ecco-come-saranno-o-meglio-potrebbero-essere-le-nuove-case-di-tor-bella-monaca

    anche io penso che il Krier giovane fosse un architetto, per quanto poco condivisibile, sicuramente degno di rispetto; un po’ come Botta, che si tende ad apprezzare nella maturità….. qui resto decisamente preplesso.

    Soprattutto perchè sentendo parlare di tradizione mi immaginavo qualcosa di decisamente diverso

    poi ho capito a quale tradizione si riferisce:
    http://www.shoppy.biz/9210/serravalle-outlet-sconti-kids-per-il-ritorno-a-scuola/

  9. qfwfq scrive:

    SEMINARIO DI STUDIO

    LA VERA STORIA DI TOR BELLA MONACA
    “prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”
    (Luigi Einaudi – Prediche Inutili 1959)

    lunedì 24 gennaio 2011 ore 18.00
    ROMA – Palazzo Taverna
    via di Monte Giordano, 36

    Proiezione del video ”La vera storia di Tor Bella Monaca” a cura di Massimo Locci

    interventi di

    Carmen Andriani, Alessandro Anselmi, Piero Barucci, Marta Calzolaretti, Stefano Cordeschi, Carlo Odorisio, Lucio Passarelli, Elio Piroddi, Franco Purini

    coordina Livio Sacchi

    http://www.inarch.it/default.aspx?pag=0.1.1&lang=it&NewsId=180

  10. alebon scrive:

    Dear Qfwfq,

    Direi in primo luogo che sono favorevole alla densificazione laddove questo significhi cercare di non invadere nuove aree agricole, boschive e parchi come in alcuni casi sta per accadere (ripetendo la storica ossessione edilizia per l’espansone su terreni vergini).
    Sembra quasi una fissazione maniacale e perversa. Gli edifici di Roma, compreso il Colosseo e i Fori hanno età media di 70 anni!! Quasi tutto profuma ancora di calce.

    Sono favorevole laddove questa implichi piena coscienza e progettazione degli spazi “in-between”. Dove le connessioni siano progettate e finite prima. Dove i servizi pubblici siano valutati come primari. Dove il pedone riguadagni dignità ed uno spazio nella visione della città.

    Questo significa anche accogliere la densità e la contemporaneità nelle vie medievali come nelle periferie.

    Anche Sarcozy, presentando Grand Pari(s) pubblicato oggi in questo blog, sottolinea:
    1. La necessità di nuovi alloggi da edificare densificando l’esistente e evitando di occupare nuove aree verdi o agricole che vanno invece densificate di verde per abbattere la produzione di CO2 e favorire l’abbassamento della temperatura ambientale.
    2. La mobilità con particolare attenzione sul tragitto casa-lavoro che dovrà essere effettuato “abbandonando l’auto ogni volta che è possibile” poiché l’obiettivo è “eliminare le auto dalla città”. La mobilità dovrà essere elettrica, sostenibile, pubblica- automatica, ciclabile e pedonale.

    La politica continua a mietere con la sua lunga falce.
    Cambia la mano, ma non il metodo di sfalcio.
    Si regalano progetti !
    le prostitute regalano nulla!
    Mi domando cosa sia diventata la nostra professione e quali servizi certi architetti faranno in futuro pur di innalzare il loro Narciso ai raggi del Sole.

  11. Un commento più breve possibile al lungo e articolato post.
    Nel primo paradosso c’è una evidente contraddizione interna che è facile correggere in questo modo: se la cultura che ha lasciato grandi vuoti non ci fosse stata, adesso non staremmo nemmeno a parlarne perché non ci sarebbe niente da recuperare. In base a quanto scritto nel post, invece, sembra che sia giusto sbagliare così dopo si può rimediare. La colpa del disastro sembra essere attribuita a chi vuol rimediare mentre il malfattore originario sembra essere un benefattore. Questo è sì paradossale.
    Nel secondo paradosso si attribuisce al Gruppo Salìngaros un pensiero che non ha e che non ha espresso: la critica è evidentemente rivolta a Fuksas (e a tutti i “baroni” pronti a riciclarsi) che sembra essere d’accordo pur di essere presente: sarà possibile che possa proporsi al recupero di un quartiere sbagliato fatto di architetture che hanno la stessa base culturale cui lui stesso attinge?
    Sul terzo paradosso ho già risposto su archiwatch.
    Quinto paradosso: le norme di deontologia, vivaddio, non c’entrano niente per svariati motivi, il primo dei quali è che Léon Krier non è architetto, la seconda è che, anche se lo fosse, non sarebbe iscritto ad un Ordine italiano., quindi non è tenuto al rispetto di norme che non gli appartengono.
    Detto questo ci sono invece considerazioni nel post che io condivido, quelle di merito e non le varie divagazioni più o meno politiche, più o meno moraliste, più o meno giustizialiste sulla speculazione, i palazzinari e tutto il solito repertorio tipicamente romano. Tutti ragionamenti veri ma che non servono a niente se non a non fare niente oppure a far fare tutto al pubblico, che è anche peggio.
    Vogliamo cominciare a parlare di urbanistica e architettura, a fare gli architetti, a dire cosa è città e cosa non è e lasciare le procedure di controllo e verifica ad altri che non agli architetti?
    Se a Roma comandano i costruttori, cosa assolutamente possibile e probabile, se i sindaci e le giunte le fanno loro (ma le fanno tutte, non solo una – anche se chi vota non sono i costruttori ma i cittadini) non si può permettere che questa anomalia possa condizionare il dibattito architettonico. Troviamo la soluzione che riteniamo, come architetti, quella giusta e poi, ma solo poi, verrà l’altro.
    A voi interessa molto se a costruire un bel quartiere sia uno che contribuisce ad eleggere Alemanno o Rutelli? A me no.
    Mi rendo conto che ci siamo tutti regionalizzati un po’ troppo: a Roma avete il problema dei palazzinari che vi condiziona, in Sicilia non c’è ragionamento che non preveda la mafia, in Toscana c’è la repubblica popolare bulgara che incombe su tutto ed entra in ogni aspetto della vita, in Veneto c’è l’individualismo esasperato che crea villettopoli e non si vede soluzione, e via dicendo. Dobbiamo uscire tutti, me compreso, da questa logica che ci imbriglia e non offre speranza. Dobbiamo tornare, come classe professionale a fare cultura vera, dobbiamo pensare alla città e all’architettura come dovrebbero essere e non sono, dobbiamo proporre soluzioni generali e, ove possibile, specifiche, per conciliare la modernità, che è sempre in evoluzione, con ciò che di permanente c’è nell’uomo, nell’abitare, negli insediamenti umani.
    Dobbiamo riscoprire il principio di realtà oltre le leggi, che non sono le generatrici della realtà ma figlie della cultura del tempo e se le leggi sono sbagliate si possono cambiare senza riserve mentali o idolatrie, e dobbiamo giudicare criticamente il passato recente ed anche il presente, ma con spirito di proposta del nuovo avendo come obiettivo fisso non l’architettura, ma l’architettura per chi la utilizza. Perché l’architettura da sola, senza chi l’abita, non esiste.
    Saluti
    Pietro

  12. qfwfq scrive:

    @Pietro
    prendo il tono pacato del tuo commento come un apprezzamento implicito al mio sforzo di non trascendere in una analisi ideologica e precostituita alla proposta di Krier
    in realtà dovremmo parlare di proposta Alemanno, anche perchè mi sembra che riferendosi a Krier si finsce per scivolare più sulle questioni stilistiche e pur trovando proprio le scelte stilistiche completamente inaccettabili (senza la pretesa o la velleità di convincerti) ritengo molto più interessante ragionare sugli aspetti di fondo

    provo a riformulare il primo paradosso.
    la scelta di concentrare le abitazioni lasciando vasta parte di territorio libero è uno dei principi fondamentali del modernismo a cui si sono ispirati il progettisti di TBM;
    la disponibilità pubblica di larga parte di tale spazio è addirittura un concetto che molti definirebbero comunista;
    questo per me è un valore, una potenzialità, ed è il presupposto fondamentale che consente oggi di pensare in termini di alternative;
    la città proposta da Krier riduce fortemente questa potenzialità fino ad azzerarla completamente;
    per mè è la stessa contraddizione del gabbiano che critica l’aria perchè gli limita la libertà di volo;
    In pratica la cultura che lui critica e giudica come il male assoluto gli ha messo in mano gli strumenti per operare; questo dovrebbe bastare per ridimensionare decisamente il manicheismo latente nella proposta (quello che usa toni come “disastro” e che cerca colpe da attribuire)
    il primo paradosso inoltre si sofferma anche su una autentica bugia che viene trasmessa sui media, che spaccia il nuovo agglomerato come “meno denso” (v. articolo sul sito del comune), bastano due conti per smentire questo assunto.
    Come precisato anche da GPC la maggiore densità non sarebbe necessariamente un disvalore; nel caso del progetto di Krier, se l’obbiettivo è quello di realizzare una città giardino, è invece un autentico errore di programmazione (da ascrivere all’amministrazione).

    Sul secondo paradosso tendo a darti ragione in quanto anche io ho la sensazione che certe manifestazioni di assenso sembrano più il maldestro tentativo di salire sul carro all’ultimo minuto.
    Corsini nel presentare il progetto ha espresso un pensiero chiaro ed ha sostenenuto che la scelta di Krier è stata fatta perchè occorreva creare un effetto mediatico di rottura;
    Krier con altrettanto candore risponde che quello è il suo modo di progettare “se non piace vado da un’altra parte” (alla fine sembra sempre ridursi a un problema di stile)
    Ribadisco che non credo che la strada intrapresa sia corretta, ma se proprio l’intenzione è quella di costruire una città di 44.000 abitanti (quanti ne ha Arezzo?) sei sicuro che la vorresti vedere edificata tutta con lo stesso stile? (a proposito, tu hai capito che stile è? io no, cioè dove sono a Roma le abitazioni tradizionali costruite in quella maniera?)
    poi si parla di megalomania delle archistar…..

    quinto paradosso
    vivaddio, chi se ne importa di Krier!
    le mie osservazioni erano rivolte all’amministrazione (e all’ordine degli architetti) che ha il dovere invece di rispettare le leggi dello stato (italiano) senza scorciatoie o senza deroghe
    può non piacerti una legge ma finchè c’è va rispettata e non è che se l’incarico venisse dato a Libeskind cambieremmo opinione (v. il post successivo a questo)
    se le cose stanno come dici è anche peggio (si chiama millantato credito)

    sarebbe utile a questo punto sapere
    – che tipo di progetto è stato commissionato (preliminare, studio di fattibilità, metaprogetto)
    – in base a quale titolo questo progetto è stato commissionato a Krier (come architetto, come esperto di economia o che altro)
    – quali siano gli studi (grafici, documentali, di ricerca) e le valutazioni economiche sono di supporto ad una decisione (che ripeto interessa la realizzazione di una città di 44.000 abitanti)
    – se e quanto è stata pagata la consulenza
    – come si pensa di conferire gli incarichi di progettazione esecutiva (dai piani attuativi ai progetti)
    su quest’ultimo punto credo che anche tu concorderai che invece è bene fare chiarezza proprio per scongiurare il rischio di ingerenza speculativa. immagina cosa succederebbe se dopo tante belle idee alla fine i progetti esecutivi venissero redatti “in house” dalle imprese edili (Valle che esecutivizza colonninne ed archetti….. brrr, fremito di terrore)

    in tutto questo manca ancora il nodo fondamentale da chiarire: è necessario tutto questo?

  13. Corto Maltese scrive:

    Ultimo aggiornamento: 25/01/2011 h.19:50
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    PdA _ Pensieri di Architettura
    Associazione Culturale

    L’utopia psicopatica di Celebration
    di Simona Pareschi

    Immagine retorica e illusione di una comunità, sogno irresponsabile e felicità razionale, sono gli elementi messi in scena da CELEBRATION (nel nome il programma) per attuare il suo insano e globale disegno di manipolazione della sostanza stessa della vita delle persone: la loro intimità e il loro bisogno di mito e di certezze.
    Nel 1994 nasce, sulla scia del ‘nuovo urbanesimo’, Celebration, città nuova a numero chiuso. Dopo Disneyland e Disneyworld, un’operazione finanziaria molto ambiziosa prevede l’urbanizzazione di vaste zone paludose della Florida, per la realizzazione di nuovi centri commerciali e città ‘modello nate dalla ‘fantasia di Walt Disney.
    Le autorizzazioni di impatto ambientale ottenute dalla Disney diedero alla Corporation la possibilità di controllare, con il piano ventennale per lo sviluppo della regione, l’intera rete stradale e adattarla così alle sue esigenze private di traffico.
    Nel progetto EPCOT (Experimental Prototype Community of Tomorrow), figlio degenere dei parchi dei divertimenti e delle città-giardino, era prevista la realizzazione di una utopistica città del futuro; una città modello, basata, nell’idea di Disney, sul tipo di organizzazione del Campus.
    Al centro doveva nascere il parco a tema e, intorno, le residenze. In questo primo tentativo, la città rimase solo un’intenzione, ma con Celebration, sorta nella contea di Osceola, si realizza, finalmente, il sogno di Walt Disney: la celebrazione del suo mondo immaginario che diverrà una realtà per i suoi ‘fortunati abitanti.
    Fu considerata in un primo momento l’idea di creare un ‘passato a questa città: dai superstiti di un naufragio alle macerie di un’illustre storia. Prevalse infine l’ipotesi neotradizionalista: una tradizione neutralizzante che non è futuro e nemmeno presente, ma un incerto Passato dai contorni sfumati e seducenti.
    Prima sono stati costruiti i centri commerciali e i negozi, poi i quartieri residenziali. Al centro della città il punto civico di riferimento non è più il luogo di culto ma il cuore economico.
    La costruzione è approssimativa perchè l’attenzione era rivolta alla ‘forma’. La pianta è a mezza luna, foreste tropicali e laghetti con il loro ruscello alimentato artificialmente fanno da cornice a questo artificio della meraviglia, dove persino la natura è prodotta, fino al gracidare delle rane che proviene dal bosco.
    Un Canale televisivo è interamente dedicato alla città. È come vivere in un Telefilm o, peggio, in una soap opera, dove tutto è preconfezionato da abili scenografi.
    L’estetica della Small-Town (Stars Hollow delle Gilmor Girls, Pleasantville, la città-fantasma del Truman Show e la stessa Springfield dei Simpson) realizza una forma di vita urbana per una classe media suburbana. Riflette il mito del passato e la promessa di un futuro, simultaneamente, e vuole procurare una risposta ‘terapeutica al Mac World, il mondo ormai ‘macdonaldizzato’, della vita umana. In realtà si tende alla disneyficazione della stessa vita, che trasforma gli abitanti della improbabile città in Comparse della Disney.
    Il New Urbanism, movimento americano di pianificazione urbanistica nato negli anni ’80, era alla ricerca di un’alternativa allo sviluppo caotico delle città americane con soluzioni ecosostenibili.
    Era un tentativo di ricondurre all’etica della partecipazione comunitaria. Da qui lo charme di una piccola città, una sfida per trovare un’alternativa all’insediamento, dove la gente potesse pensare ai suoi bambini che giocano nelle strade. Non avrebbe, quindi, dovuto evocare la città, che è aliena per definizione.
    Celebration è il desiderio di realizzare l’EUTOPIA, il buon posto, o il buon luogo, ma con il rischio (qui la certezza) di realizzare una OUTOPIA, un nessun posto, un nessun-luogo.
    Se l’Utopia, idea della immaginazione sociale, deve realizzare la ‘sua città, qui si parte, invece, dalla realizzazione di una città per indurre, con attitudine bio-politica, un comportamento di vita. Una città dovrebbe riflettere il desiderio, l’immaginazione e il progresso ideale di una società, in Celebration si mostrano invece tutti i limiti dell’immaginazione che Disney e le Corporation assicurano al presente, incatenandolo ad immagini rassicuranti.
    Lo spiegano molto bene i due registi di The Corporation: quando uno stato non è in grado di gestire un problema di vaste proporzioni, lo da in ‘affido alle grandi imprese, e l’intreccio aggressivo tra la politica e l’economia è qui portato alle più violente e sottili conseguenze sulla vita.
    “Non è solo la formazione di una Siedlung, ma è, proprio, Forma dell’organizzazione sociale”, dice Frank Roost: Celebration è il gran teatro della Subordinazione al linguaggio imperativo del Mercato.
    Vi sono Case come monumenti alla vita di famiglia, con bagni grandi come la sala ovale, ma, tutto intorno, una “sentimentalità regressiva”, la necessità di obbedire, di seguire un codice, più che di liberare la fantasia. Alla fabbricazione della fantasia si dedicano i tecnici della Disney, che si spingono fino a spargere neve finta sui viali per Natale. Innumerevoli regole assurde prevedono l’uso, ad esempio, di vasi da fiori uniformi e tutti uguali, o di tende identiche per le finestre. Con la macchina ammaccata, per ragioni di pubblico decoro, non si può circolare. E il Castello di Cenerentola, a sua volta copia conforme del Castello di Neuschwanstein, è preso come modello di architettura perfetta dai professori di storia dell’arte di Celebration che portano gli studenti in pellegrinaggio a Disneyland.
    Nella Programmazione del gusto, del comportamento e della reazione emotiva, il sentimento comune degli abitanti si dissolve in emozioni standardizzate. Se le Utopie, come scrive Baczko, sono il luogo dell’immaginazione sociale, la quale, a sua volta, è limitata dall’ingerenza del sapere, senza una autentica immaginazione collettiva si ottiene, come risultato dell’esperimento, il modello ridotto del villaggio, con tutte le restrizioni mentali che il villaggio comporta.
    La vita comunitaria si chiude entro i confini fisici ed emotivi che la città stessa ha creato e si rivolge più alle dinamiche interne che al creare un legame con ciò che già era presente intorno.
    Uno spazio civico con un codice di progetto prescrittivo, impone con disegni elaborati un controllo di zonizzazione per creare “armonici paesaggi urbani”.
    È come nel parco a tema in cui si fa rivivere il T-rex; è come l’invenzione di una tradizione, una “Instant History”, un “paesaggio della simulazione”.
    A Celebration bisogna essere, sempre, “intensivamente cute, carini”: è la colla che tiene insieme il vicinato, neighborhood, e che dà agli abitanti quella finta riconoscibilità che inventa loro addosso una ancor più finta tradizione. Prototipo diffuso è quello di una neutra e sofisticata Architettura Coloniale, che rimanda ai padri pellegrini e ai pionieri.
    È stato scritto che Celebration non è Utopia, ma Heterotopia, uno spazio dove narrative e retoriche di segno opposto coesistono per gestire la tensione e indurre consenso. Si va, ed è allarmante, verso la messa al bando del pensiero non-unilaterale: la democrazia muore fra scrosci di applausi, vien detto nell’episodio chiave di Star Wars.
    Una città di fondazione come questa vuole porsi come una tendenza della vita pubblica, tra tecnopolis e arcadia. La tecnologia è impiegata come manipolazione dell’ambiente, e degli esseri, per mezzo di artifici.
    Nel cercare il meglio generale si perde il bene individuale: nella città, “in cui ogni viale per la passeggiata, scrive ancora Baczko, è una potenziale lezione sulle virtù morali e civiche, un apprendimento dell’ordine sociale”, si è perduto il linguaggio e l’abilità per pensare in modo complesso, e i suburbi diventano dei Cartoons della pianificazione urbanistica.
    Celebration è Iper-realtà, “utopia conservativa e “Gated Community”, una comunità recinta da steccati di plastica.
    Aldo Rossi, maestro dell’architettura fantastica, ha progettato (realizzato poi dall’architetto americano Morris Adjmi), il Disney Office Complex, ‘anima e ‘cabina di regia di Celebration: e in effetti, anche la torre funzionale del Teatro Carlo Felice assomiglia al Deposito di Paperon de Paperoni.
    Scrive Jerry Adle (Paved Paradise, News Week 1995): “O Celebration confermerà il nuovo urbanesimo con l’imprimatur della Disney (una totale disneyficazione della politica!) ‘sicuro per il consumo della classe media’, oppure dimostrerà quello che dicono i critici: che non si devono far vivere cittadini poco saggi dentro dei parchi a tema”.

    Celebration
    Omicidio a Topolinia
    Un paese da sogno, un po’ fumetto un po’ Truman Show. Troppo bello per essere vero, troppo vero per non essere legato a quello accade nell vita reale. Celebration nasce per volere di Walt Disney: è il paese dei sogni, manca giusto il commissario Basettoni a dare la caccia a chi ruba le torte lasciate in veranda da Nonna Papera.

    Per quattordici anni tutto fila liscio tra gli 11mila abitanti della cittadina costruita dal nulla in Florida. Ma ora il fumetto a colori diventa più un bianco e nero stile indagatore dell’incubo, ovvero Dylan Dog. C’è un morto. Il primo morto ammazzato. E c’è un suicida, dicono sconvolto per la fine di quel mondo perfetto in cui aveva anche un lavoro, perduto. Due casi di sangue che sono sufficienti a seminare il panico nella città, anche perché per la prima volta sono comparsi i cartelli che indicano la presenza di una taglia per chi dà informazioni utili a trovare i killer e soprattutto sulle bianche case, e sulla piazza dove la neve cade artificialmente, riflettono i lampeggianti delle squadre speciali di pronto intervento, oggi come non mai massicciamente presenti per le strade cittadine.
    La fine del sogno di Walt Disney, il mondo dei fumetti, senza crimini e criminali, o che al massimo fossero sprovveduti come i Bassotti, s’è materializzata il fine settimana scorso quando il corpo di Matteo Patrick Giovanditto, 58 anni, è stato trovato nella sua abitazione in centro, a dieci minuti dal fantastico mondo di Disney World. I vicini non lo vedevano da giorni quando hanno avvertito la polizia. Che, intervenuta, l’ha trovato ormai cadavere, in cucina. E ha poi trovato la Corvette della vittima parcheggiata in una città vicina a Celebration, ma non ha ancora fatto un arresto e parrebbe brancolare nel buio. Ancora sconvolta dall’accaduto, la comunità di Celebration ha vissuto ieri un nuovo dramma: Craigh Foushee, 52 anni, si è ucciso nella sua abitazione che era stata tenuta sotto assedio dalla polizia per oltre quattordici ore.
    Durante l’intervento l’uomo aveva sparato più volte contro la polizia che stava circondando la sua abitazione. Quando gli agenti sono entrati infine nella casa hanno trovato Foushee morto: si era ucciso con la sua arma da fuoco. Era un uomo sconvolto, racconta ora quella moglie con cui stava separandosi, aveva perso da poco il suo posto di lavoro e stava vivendo drammaticamente la crisi che sta colpendo gli Stati Uniti, senza lasciare da parte questo mondo da fumetto. La comunità è stata colpita duramente dalla crisi economica. Case acquistate per un milione di dollari hanno visto in poco tempo dimezzato il loro valore, la richiesta è andata calando, chi ci vive pensa a soluzioni alternative, ma non riesce comunque a vendere perché il mercato è stagnante. «Pensavo di vivere in una comunità perfetta. Invece sembra di essere a Manhattan», racconta alla stampa locale Vince Cassaro, giunto dodici anni fa a Celebration da New York, commentando i due episodi di violenza che hanno deturpato per sempre la immagine da cartolina della cittadina voluta dalla Disney. Una cartolina che ha perso perfino il cinema locale, che proiettava spesso film della Disney, e chiuso per fallimento.

    Da web gol (…)
    Ma evidente più di ogni altra cosa che la scommessa della “Experimental Prototype Community for Tomorrow” è andata persa. Perchè la gente ha messo qui in atto – nonostante le indicazioni e alcune limitazioni che fanno quasi sorridere – la propria vita di sempre, il proprio gioco quotidiano, cercando, dopotutto, di fare salve le proprie istanze personali, magari viaggiando su una macchinina elettrica invece che in bicicletta ma senza sostanziali modifiche di vita.
    Un canale locale della televisione è un “canale dedicato” a Celebration, poco più di quello che potrete trovare in un qualsiasi Hilton Hotel. Oggi comunicano che c’è bisogno di sangue all’ospedale di Celebration. La funzione sociale sembra espletata ma fuori casa dei signori con una t-shirt che recita “manteinance team” tagliano l’erba intorno casa e per un attimo ho il presentimento che siano spie governative. Il centro della cittadina assomiglia tanto a quello di una città di mare italiana, un pò più simile a Marina di Pietrasanta che a Forte dei Marmi e ci si chiede come certe attività commerciali possano sopravvivere, tanto più che là fuori c’è proprio tutto a metà prezzo.
    Si arriverà al ticket per entrare a Celebration?
    Questa sera rientrando a casa, abitiamo in Celebration Avenue, mi sono messo ad ascoltare il concerto della natura: rane, anatre e altri abitanti del mondo circostante cantavano per me mentre contavo le stelle che i razzi avrebbero presto raggiunto dal centro spaziale di Cape Canaveral.
    Dopo qualche minuto di questa meraviglia, sarà perchè l’abitudine di molti anni di studio di registrazione mi porta ad analizzare le fonti sonore ho cominciato a notare una certa ripetitività costante e cadenzata dell’orchestra proveniente dal bosco dirimpetto all’abitazione.
    Che perfezione canora le rane, che voce senza inflessioni, che percezione aura esatta, come se tutti gli animaletti restassero fermi e impettiti per cantare per me, e un brivido ha percorso la mia schiena insieme ad una drammatica domanda.
    Non sarà mica una registrazione?
    Mi hanno detto che dopo di me a Celebration è passato l’Uragano Charlie. Il servizio metereologico di Celebration lo aveva annunciato fra le 20 e le 21 di sera e lui puntualmente si è presentato.
    La città ha retto bene così come il suo piano immobiliare per i prossimi anni – se ne prevede uno così fra almeno 43 anni! – e il giorno dopo hanno solo dovuto sostituire qualche quercia piantata qui per bellezza ma non proprio sicura di aver messo radici nelle usanze locali. Per un attimo ho pensato che visto il tempismo e la perfetta operatività locale anche Charlie fosse una sindrome della mia schizofrenia oggi che tutto qui mi sembra un pò The Truman Show. Poi ho acceso il telegiornale e ho capito che Charlie aveva fatto sul serio.
    Allora ho spento l’elettrodomestico e ho recitato una preghierina allo zio Walt.
    Risorse
    Riviste: Pierluigi Cervellato su Domus n.854 del dic 2002
    Libri: Andrew Ross, Celebration, la città perfetta. L’Utopia urbanistica finanziata dalla Disney, Arcanapop, 2001 (pp 411, euro 17)

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