Di necessità virtù

24 settembre 2010

Non si è ancora spento l’eco delle inaugurazioni del MAXXI e del MACRO con una grande partecipazione di persone e di addetti ai lavori. A Roma, negli ultimi venti anni si è costruito l’Auditorium di Piano, la contestatissima Ara Pacis di Meier, la chiesa “Dio misericordioso” a Tor Tre Teste dello stesso Meier e si sta costruendo il nuovo centro congressi “La nuvola” di Fuksas,  che avrà vicino altri edifici progettati da Piano e più in là, sempre in zona EUR, ci saranno le torri di Purini. Ma c’è un’altra Roma: quella delle periferie, quella degli “accordi di programma”, tra politica e grandi costruttori, che cambiano e snaturano quelle che erano le indicazioni e le prescrizioni del nuovo PRG, quella delle Nuove Centralità Urbane che dovevano essere il fiore all’occhiello del nuovo PRG di Campos Venuti e che o non sono state realizzate oppure, come  abbiamo cercato di testimoniare con il nostro video su Ponte di Nona (ma è così anche a “Bufalotta-Porta di Roma”),  si trovano in condizioni di grande disagio per la mancanza di servizi ed infrastrutture a parte il Centro Commerciale. Questa Roma, noi di “AMATE L’ARCHITETTURA”, spesso sui mass media non la troviamo, oppure quando c’è non è rappresentata con la dovuta importanza e con la giusta dimensione che merita.

La ragazza “Lucia” del video ci ha dato una piccola lezione di urbanistica dicendo che una volta si costruiva un quartiere intorno ad una chiesa o ad una piazza, oggi si costruisce un quartiere intorno ad un Centro Commerciale. “Che può anche andare bene” ribadisce con il timore di aver detto qualcosa che non è più di moda, di aver espresso un concetto oramai superato; però “fa effetto” è la sua conclusione. Noi siamo completamente d’accordo con “Lucia”.

Se le linee guida di sviluppo di un territorio e la relativa pianificazione vengono affidate alla collocazione “strategica” di un Centro Commerciale (Nuovo TOTEM della modernità) noi pensiamo che forse qualche problema c’è.

Finiamola di pensare che poche architetture firmate da archi-star possano contrastare il boom edilizio e possano riscattare l’anonimato e il degrado delle nostre periferie.

È necessaria una cultura del progetto condivisa dai progettisti, dal potere politico, dai committenti, dalle imprese e dai mezzi di comunicazione.

C’è un’ importante, e non più procrastinabile, operazione di recupero e di riqualificazione di quartieri e di periferie in quasi tutte le nostre città, che dovrebbe essere al primo punto di qualsiasi programma politico ed urbanistico.

Dobbiamo fare qualcosa soprattutto per la difesa del progetto, della qualità dell’architettura e dell’architetto, al quale deve essere restituito il ruolo di protagonista all’interno dell’iter progettuale di qualsiasi opera, ruolo che invece, oggi in Italia, viene continuamente mortificato.

Concludendo ci piacerebbe leggere spesso o che si parlasse sui mass media di architettura come ne ha parlato per esempio Alain de Botton in un articolo sul Daily Telegraph in occasione dei 10 anni della Tate Modern Gallery reinventata dagli architetti Herzog e de Meuron in una ex centrale elettrica sulle rive del Tamigi.

La società britannica affronta ancora diversi problemi sociali, dal vandalismo al degrado dei mezzi d’informazione e del sistema politico, ma non per questo dobbiamo rinunciare a progettare edifici che propongono ideali alternativi. Al contrario questi problemi sottolineano il bisogno di un’architettura ispirata, proprio come la Tate, che rappresenta uno strumento di difesa contro la corruzione e la scarsa immaginazione.

Al di là della sua funzionalità, l’architettura contemporanea dovrebbe spingere i cittadini che si riconoscono nelle sue qualità a migliorare la realtà. L’edificio della Tate è un faro che indica doti dimenticate nella vita di tutti i giorni: la progettualità, la riflessione, la calma, la gentilezza e il coraggio. Si esce dal museo con la sensazione di aver ritrovato, anche se solo per poco tempo, qualità essenziali dell’essere umano.”

Alain de Botton è uno scrittore svizzero nato a Zurigo.

Internazionale 845    7. maggio. 2010

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3 Commenti a “Di necessità virtù”

  1. Giorgio,
    aspettavo da tempo questa pubblicazione.
    Semplicemente condivido ma questo già lo sapevi.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

  2. qfwfq scrive:

    commento sollecitato a gran voce durante una delle nostre riunioni conviviali. con la consapevolezza che Giorgio è un’autentica “penna” che scrive con il cuore.
    detto questo ritengo che le c.d. Archistar (tuttora da individuare una definizione univoca) nel bene o nel male mantengono forte il ruolo di modello per la massa di architetti che operano e realizzano nei quartieri “medi” (non dimentichiamoci che tor di nona, trattasi di quartiere non popolare, ma “piccolo-medio borghese” per usare un vecchio schema ancora atuale) e che interventi di largo respiro, di quelli che incidono seriamente su pezzi di città, se connotati chiaramente in senso moderno e contemporaneo, diventano automaticamente Archi-STAR-tetture, se minimali ed effimeri (fatti con lo sputo, e il sangue degli abitanti), sono interventi paqrtecipati, se realizati con dovizia di dettagli ruralustici contestualizzanti (meglio se poco visibili all’urbe) si dicono tradizionali.
    occorre lavorare sodo, da architetti, per superare questa assurda tri-dicotomia tra città ordinaria, senso del luogo e modernizzazione; le tre cose non sono in antitesi, ma si aspetta con ansia l’arrivo del mastro unificatore (nulla si vede all’orizzonte)
    ciao

  3. GPC scrive:

    Giorgio, hai pienamente ragione a rivendicare la tua battaglia sulla qualità dell’architettura e sul primato del progetto, ma io andrei oltre: serve una qualità del progetto urbano.
    Abbiamo interi quartieri recenti come Tor di Nona a Roma (ma potremmo parlare di tante città italiane) composti da infinite deprimenti distese di palazzine tutte uguali che si distinguono non per qualità tipologica, soluzioni formali, lettura del contesto ma per dettagli raccapriccianti, come i famosi parapetti pseudoromani delle case di Mezzaroma o i timpani sulle scale delle case intensive di Caltagirone.
    Eppure il problema non è il livello architettonico da discount del progetto che ci mostrano quei quartieri.
    Potremmo avere quartieri anonimi che però funzionano bene.
    Il problema nasce dalla mancanza di una lettura critica della città contemporanea – come si è sviluppata negli ultimi 50 anni – e dalla conseguente mancanza di una visione nuova della città.
    Non basta dire facciamo come 80 anni fa (Alemanno sulla Garbatella) perché il contesto e le esigenze sono cambiati. Bisogna individuare che cosa ha funzionato nelle parti della città ben vissute e cosa non risponde ai bisogni di oggi.
    Bisogna avere il coraggio di dire (come è già stato fatto) che certi totem della società industriale sono l’origine dello snaturamento della città: l’automobile è finita; il trasporto deve essere pubblico; i servizi (come anche gli spazi per il tempo libero) non possono essere solo privati.
    E’ giusto rimettere le mani sulle periferie, anche utilizzando strumenti come i premi di cubatura (che tanta preoccupazione destano), ma non è possibile, come ho sentito dire, utilizzare i soldi derivati dagli aumenti di cubatura per la manutenzione delle strade.
    In questo modo scarichiamo sulle generazioni a venire, come è stato fatto con le dismissioni degli immobili statali, il costo della nostra inefficienza.
    I soldi delle trasformazioni devono essere usati per cambiare e adeguare le città.
    Le infrastrutture devono precedere e non seguire i nuovi insediamenti.
    Non si può e deve più delegare ai privati la concezione della città. Questi semmai vanno guidati dettando regole precise.
    E’ questa la nostra battaglia, la battaglia degli intellettuali, di coloro che riflettono sulla trasformazione del territorio.
    Non possiamo essere più dei sepolcri imbiancati come i colleghi delle generazioni che ci hanno preceduto.
    Ecco perché ti appoggio.
    Credo che, con chi ci segue, dovremmo stilare una dichiarazione di princìpi in punti che sia la base di partenza per la nuova concezione della città.

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