Archivio di settembre 2010

E’ scomparso il prof. Antonio Michetti

27 settembre 2010

Con rammarico devo comunicarvi la scomparsa del prof. Michetti, si è spento all’età di 83 anni dopo una lunga malattia che si era aggravata negli ultimi tempi, un abbraccio affettuoso ai famigliari da amate l’architettura.

La perdita per la nostra comunità di architetti e ingegneri è davvero incolmabile, chiunque abbia frequentato la facoltà di architettura di Roma negli ultimi 30 anni si ricorda delle memorabili lezioni di tecnica delle costruzioni seguite anche da chi non doveva sostenere l’esame. La sua capacità di spiegare con la massima semplicità e chiarezza concetti complessi era difficile da trovare negli altri docenti, oggi poi non ne parliamo.

Tutte le strutture delle più importanti opere realizzate a Roma e non solo negli ultimi 40 anni portano la sua firma, ha collaborato con i più famosi architetti, determinante il suo contributo nella Chiesa di Meier, profetico il suo parere sul ponte dello stretto che non si realizzerà mai.

La sua cultura e la sua capacità di insegnare divertendo e appassionando i suoi uditori rimarrà nei ricordi di tutti noi, memorabili i suoi intercalari (d’accordo questo qui).

Conserveremo nei nostri cuori il ricordo delle sue conferenze su Pierluigi Nervi, organizzate dall’Associazione Culturale Zingari negli anni 90.

Le sue doti oltre alla straordinaria capacità didattica e alla geniale competenza ingegneristica erano quelle di essere un grande uomo che non scende a compromessi, per la sua integrità morale è stato molto ostacolato nella sua carriera universitaria, si sa non sono i migliori a fare carriera.

Nel 2003 gli è stata conferita la laurea honoris causa in Architettura, ma è stato un riconoscimento tardivo, ha dedicato tutta la sua vita all’insegnamento nella facoltà di Architettura, avrebbe meritato un trattamento migliore, è davvero triste pensare alla situazione della Facoltà oggi, non avremo mai più un prof. come Antonio Maria Michetti.

Vi riproponiamo il testo della laudatio tenutasi per il conferimento della sua Laurea honoris causa in Architettura presso l’aula magna della Sapienza in data 03.03.03 :

“Antonio Michetti è nato nel 1927 e si è laureato in Ingegneria a Roma nel ’54; ha iniziato giovanissimo la sua attività all’interno della Facoltà di Architettura di Valle Giulia collaborando con Pier Luigi Nervi, Gaetano Minnucci e Carlo Cestelli Guidi presso la cattedra di “Tecnica delle costruzioni”, insegnamento che terrà ininterrottamente fino ad oggi.
Tecnico di eccezionale talento ha collaborato a definire il volto dell’architettura italiana contemporanea contribuendo in maniera determinante alla concreta realizzazione di ogni tipo di edificio, dal più semplice al più complesso, da quelli di civile abitazione a quelli commerciali, dalle scuole agli ospedali, dagli edifici per lo sport a quelli per il culto, dalle grandi strutture al restauro.
Antonio Michetti, per gli architetti della mia generazione (e non solo per loro), è sicuramente ”il più amato degli ingegneri romani”; tantè che hanno voluto, e alla fine ci sono riusciti, riconoscendolo come maestro, che diventasse uno di loro (ed è per questo che siamo qui). Attraverso un vero e proprio plebiscito (scaturito dalla proposta che Adriano Capo fece nel giugno di due anni fa al nostro Consiglio di Facoltà) sono stati in centinaia ad aderire, in questa formula inconsueta e al fondo irrituale, a questo evento accademico che ci vede qui riuniti per festeggiare un collega e un amico al quale siamo tutti, per qualche motivo, debitori e riconoscenti.
Per quanto riguarda la scuola e la professione Antonio Michetti si è quindi sempre attenuto con coerenza e determinazione alla lezione del suo maestro Pier Luigi Nervi per il quale, come sappiamo:
“La progettazione … si può definire in senso vasto come la invenzione e lo studio dei mezzi necessari a raggiungere un determinato scopo con la massima convenienza.” (nel senso latino, vitruviano, “simmetrico” appunto del termine, naturalmente … )
E secondo il quale: “… La più alta prerogativa dell’artista è quella di poter sintetizzare naturalmente, e direi quasi involontariamente, i sentimenti caratteristici del proprio tempo e tradurli in forme eloquenti per tutti. (In questo processo) assume particolare importanza la sensibilità statica che deve permettere una impostazione e definizione sufficientemente approssimata dell’organismo resistente, indipendentemente dall’uso dei veri e propri calcoli di stabilità e con l’ausilio di semplici conteggi orientativi o di formule largamente approssimate. …
… L’ideazione di un sistema resistente è atto creativo che, solo in parte, si basa su dati scientifici; la sensibilità statica che lo determina, se pure necessaria conseguenza dello studio dell’equilibrio e della resistenza dei materiali, resta, come la sensibilità estetica, una capacità puramente personale o per meglio dire il frutto della comprensione ed assimilazione, compiutesi nello spirito del progettista, delle leggi del mondo fisico. …
In sostanza, la progettazione statica presenta gli stessi caratteri di quella più specificatamente e strettamente architettonica.”
Ove si evince con chiarezza una certa radicata diffidenza, da un lato, nei confronti di astratte e verbose teorie tanto spesso appannaggio di un comporre sterile e meramente formalista, delle mode più passeggere, come pure di altrettanto artificiose formulazioni teorico-strutturali.
Una pratica scettica del dubbio da coltivarsi soprattutto nei confronti dell’ultima e devastante deriva merceologico-informatica rispetto alla quale troppo pochi allarmi sono, fin qui, stati fatti scattare di fronte al pericolo di un definitivo e irreversibile immiserimento concettuale delle nostre discipline di progetto.
La diffidenza di Antonio Michetti nei confronti di un uso improprio, deviante e intossicante dell’informatica volgare è noto e proverbiale e meriterebbe un’attenzione seria e capace di mettere in discussione e quindi di innescare una più rigorosa vigilanza nei confronti del dilagare mercantile di un’informatica mono-dimensionale ove gli elementi di logica, di invenzione e di creatività sono ormai quasi del tutto esclusi e il progetto si risolve, quindi, proprio nella negazione radicale dei suoi aspetti più evolutivi.
Anche in campo teorico il suo contributo è stato di particolare rilievo e, oltre ai numerosi studi sul cemento armato, vanno qui ricordate le sue affascinanti ricerche sugli organismi a cupola di Roma antica e sul tema specifico della “commodulatio”, della “sezione aurea” e del “triangolo diofantino”; tutti argomenti ove la dimestichezza con l’essenza logica e strutturale dell’edificio e le sue straordinarie esperienze “sul campo” gli hanno consentito sensazionali risultati. La sua consumata esperienza gli ha così fatto maturare una capacità di lettura dell’edificio storico che va ben oltre una sterile rilettura filologica del manufatto e della manualistica (cosa che purtroppo avviene nella maggior parte della recente ricerca storiografica) consentendogli una penetrazione ben più intima del testo architettonico, una conoscenza tecnica e teorica, materiale e progettuale, insieme, degli etimi più riposti della costruzione antica. Argomenti, questi, che poi sono risultati ancora utilissimi per risolvere i più spinosi problemi di tanti cantieri, di tante ultime fabbriche contemporanee ove sono venuti utilmente in soccorso, addirittura, i suggerimenti delle tecniche più remote, quelle degli antichi lapicidi e la sofisticata sapienza statico-grafico-analitica codificata nei manuali classici di geometria e di stereometria a conferire senso architettonico e sostanza strutturale ad alcuni di quelli che senz’altro resteranno come taluni dei più significativi “monumenti” romani di fine millennio.
Per alcuni di questi, questa specie di Padre Pio dell’architettura romana ha fatto letteralmente “miracoli” … dal più elementare edificio del più sconosciuto e modesto dei suoi allievi fino alle più cervellotiche richieste delle star internazionali, Antonio Michetti, non ha mai lesinato risposte ad alcuno, e si è impegnato sempre per rispondere ai bisogni di ciascuno con la consapevolezza che il suo apporto sarebbe comunque stato indispensabile per conferire credibilità ad una forma, senso e significato ad un gesto e a un’idea di architettura …
… e non è certo un caso che sia riuscito a far “stare” letteralmente “in piedi”, anche, le cupole giubilari di Richard Meier …
Tra le sue numerosissime collaborazioni vanno ricordate, almeno, quelle con gli architetti: Ventura, Giani, Busiri-Vici, Paniconi, Pediconi, Passarelli, Coronelli, Sartogo, Chiarini, Lambertucci, Valle, Pellegrin, Berarducci, Pineschi, Racheli, Anselmi, Pasquali, … solo per citarne alcuni che, come potete vedere appartengono ad almeno tre generazioni di architetti romani …
… e, naturalmente, il già citato Richard Meier (e conviene qui, ancora, ricordarlo … per il quale sarebbe potuto ben valere l’antico adagio romano: “Chi impiccia la matassa se la sbrogli …”) … con il quale ha recentemente collaborato per la messa a punto degli aspetti tecnici e strutturali della nuova chiesa del Giubileo a Tor Tre Teste risolvendone i più complessi e fondamentali aspetti, non tanto e non solo strutturali, quanto, anche e soprattutto, sostanziali, concettuali, sintattici ed espressivi. Quell’edificio, senza l’apporto di Antonio Michetti sarebbe stato diverso, molto, molto diverso … avrebbe avuto … un’anima, diversa.
La Laurea Honoris Causa in Architettura gli verrà quindi conferita con la seguente motivazione:
“Per aver unito le sue riconosciute capacità di tecnico ad una sensibilità architettonica capace di interpretare al meglio le qualità di ogni progetto; per il suo impareggiabile impegno didattico che ha consentito ad intere generazioni di architetti di impadronirsi dei segreti della scienza e dell’arte del costruire; per la passione e l’intelligenza nel comprendere e risolvere i piccoli e i grandi problemi dell’architettura e di un mestiere sempre inteso al generoso servizio della collettività.”

Sarà questo quindi una specie di tardivo risarcimento conferito a chi ha dedicato una vita di studi e di impegno all’Università intesa nei suoi significati più alti ed è piuttosto imbarazzante per noi rappresentare, qui e oggi, proprio quell’istituzione che non ha saputo apprezzare e riconoscere, quando avrebbe dovuto e potuto, i suoi straordinari meriti accademici e che, avendo perso, a suo tempo, l’occasione di “mettere in cattedra” Antonio Michetti, gli conferisce, oggi, questa “Laurea” ad Honorem.
Una “laurea” quindi che vale ben più di una “cattedra” e che viene conferita ad Antonio Michetti anche con la stima e l’affetto che si hanno e che sono dovuti ai Maestri più cari, a coloro che, oltre che a farci condividere il gusto per una scienza e per un mestiere, ci hanno trasmesso il rispetto degli altri e la capacità di ascoltare i loro desideri e i loro bisogni, ci hanno insegnato anche e soprattutto a “vivere”, dignitosamente, la nostra professione.
Un’occasione quindi per un abbraccio e una stretta di mano a chi tra noi ha sempre lavorato onestamente e spesso in solitudine per una scuola che fosse, come dovrebbe sempre essere, regno della ricerca, della libertà e della verità, un’autentica comunità scientifica e non soltanto un comitato di affari (come troppe volte è, purtroppo, accaduto anche in tempi recenti).
Ci piace quindi concludere con le parole che, pochi mesi prima di morire, Aldo Rossi scrisse, nel luglio del ’97 introducendo un libro che riteneva indispensabile per qualsiasi studente di architettura, per qualsiasi architetto, un libro che gli aveva sempre dato anche “la speranza … di una nuova scuola”, quel, già citato, Scienza o Arte del Costruire: caratteristiche e possibilità del cemento armato, che Pier Luigi Nervi aveva dato alle stampe nel 1945, per i tipi delle Edizioni della Bussola, nella collana “panorami di cultura contemporanea” diretta da Marcello Piacentini e che crediamo sia stato una specie di Vangelo anche per Antonio Michetti, un vero e proprio livre de chevet per il nostro “laureando”.
Scriveva, allora e piuttosto imprevedibilmente, Aldo Rossi (memore certo anche della lezione di Loos):
“… la bellezza dell’architettura è legata alle leggi della statica, ai materiali, alla sua vita interna …
… l’opera architettonica non è tale se non quando è diventata realtà vivente di materiali …
Le costruzioni hanno una loro vita e questo dipende dalla sanità e robustezza dei componenti e, come diceva Palladio, la forma è più importante della materia nel senso che la forma trae la sua bellezza dalla statica e dalla concezione costruttiva.
… Fuori di questo vi è solo cattiva letteratura.”

Giorgio Muratore   Roma 3.3.03

Di necessità virtù

24 settembre 2010

Non si è ancora spento l’eco delle inaugurazioni del MAXXI e del MACRO con una grande partecipazione di persone e di addetti ai lavori. A Roma, negli ultimi venti anni si è costruito l’Auditorium di Piano, la contestatissima Ara Pacis di Meier, la chiesa “Dio misericordioso” a Tor Tre Teste dello stesso Meier e si sta costruendo il nuovo centro congressi “La nuvola” di Fuksas,  che avrà vicino altri edifici progettati da Piano e più in là, sempre in zona EUR, ci saranno le torri di Purini. Ma c’è un’altra Roma: quella delle periferie, quella degli “accordi di programma”, tra politica e grandi costruttori, che cambiano e snaturano quelle che erano le indicazioni e le prescrizioni del nuovo PRG, quella delle Nuove Centralità Urbane che dovevano essere il fiore all’occhiello del nuovo PRG di Campos Venuti e che o non sono state realizzate oppure, come  abbiamo cercato di testimoniare con il nostro video su Ponte di Nona (ma è così anche a “Bufalotta-Porta di Roma”),  si trovano in condizioni di grande disagio per la mancanza di servizi ed infrastrutture a parte il Centro Commerciale. Questa Roma, noi di “AMATE L’ARCHITETTURA”, spesso sui mass media non la troviamo, oppure quando c’è non è rappresentata con la dovuta importanza e con la giusta dimensione che merita.

La ragazza “Lucia” del video ci ha dato una piccola lezione di urbanistica dicendo che una volta si costruiva un quartiere intorno ad una chiesa o ad una piazza, oggi si costruisce un quartiere intorno ad un Centro Commerciale. “Che può anche andare bene” ribadisce con il timore di aver detto qualcosa che non è più di moda, di aver espresso un concetto oramai superato; però “fa effetto” è la sua conclusione. Noi siamo completamente d’accordo con “Lucia”.

Se le linee guida di sviluppo di un territorio e la relativa pianificazione vengono affidate alla collocazione “strategica” di un Centro Commerciale (Nuovo TOTEM della modernità) noi pensiamo che forse qualche problema c’è.

Finiamola di pensare che poche architetture firmate da archi-star possano contrastare il boom edilizio e possano riscattare l’anonimato e il degrado delle nostre periferie.

È necessaria una cultura del progetto condivisa dai progettisti, dal potere politico, dai committenti, dalle imprese e dai mezzi di comunicazione.

C’è un’ importante, e non più procrastinabile, operazione di recupero e di riqualificazione di quartieri e di periferie in quasi tutte le nostre città, che dovrebbe essere al primo punto di qualsiasi programma politico ed urbanistico.

Dobbiamo fare qualcosa soprattutto per la difesa del progetto, della qualità dell’architettura e dell’architetto, al quale deve essere restituito il ruolo di protagonista all’interno dell’iter progettuale di qualsiasi opera, ruolo che invece, oggi in Italia, viene continuamente mortificato.

Concludendo ci piacerebbe leggere spesso o che si parlasse sui mass media di architettura come ne ha parlato per esempio Alain de Botton in un articolo sul Daily Telegraph in occasione dei 10 anni della Tate Modern Gallery reinventata dagli architetti Herzog e de Meuron in una ex centrale elettrica sulle rive del Tamigi.

La società britannica affronta ancora diversi problemi sociali, dal vandalismo al degrado dei mezzi d’informazione e del sistema politico, ma non per questo dobbiamo rinunciare a progettare edifici che propongono ideali alternativi. Al contrario questi problemi sottolineano il bisogno di un’architettura ispirata, proprio come la Tate, che rappresenta uno strumento di difesa contro la corruzione e la scarsa immaginazione.

Al di là della sua funzionalità, l’architettura contemporanea dovrebbe spingere i cittadini che si riconoscono nelle sue qualità a migliorare la realtà. L’edificio della Tate è un faro che indica doti dimenticate nella vita di tutti i giorni: la progettualità, la riflessione, la calma, la gentilezza e il coraggio. Si esce dal museo con la sensazione di aver ritrovato, anche se solo per poco tempo, qualità essenziali dell’essere umano.”

Alain de Botton è uno scrittore svizzero nato a Zurigo.

Internazionale 845    7. maggio. 2010

VISIONATE IL VIDEO

Oosterwoold, un laboratorio per il futuro…

17 settembre 2010

Nella nostra ricerca sulla nuova città  di Almere,  attraverso le matrici, abbiamo esaminato tutti gli elementi che esercitano un’influenza sullo sviluppo del territorio. Il nostro gruppo si è posto come obiettivo quello di trovare terreno edificabile a basso costo, in cui venisse privilegiata l’iniziativa privata e gli spazi collettivi, individuando tipologie di edifici chiamate con il nome di PO e CPO, e meglio definite da un + che sta ad indicare la relazione con l’età degli abitanti insediati (leefomgeving).

Il lavoro è stato diviso in n. 5 matrici:

VOORBEELD PROJECTEN + KARAKTER PROJECTEN (progetti di esempi + caratteri di progetto), WOONCULTUUR  MATRIX (matrice sugli aspetti culturali dell’abitare), GELD-GRONDMATRIX (matrice costo-terreno eidificabile), PROFIELEN PROJECTEN + PROCES MATRIX (matrice sui processi e sui partecipanti all’urbanizzazione), LOCATIEMATRIX (studio sui concetti del Particulier Opdrachtgeverschap e del Collectief Particulieropdrachtgeverschap nei vari ambiti, urbano o meno), che alla fine hanno portato alla realizzazione di uno schema da noi deominato (C) PO+ MOTOR, ed alla definizione degli scenari possibili, calati sul territoio di Oosterwoold, una nuova urbanizzazione a Nord-Est di Almere.

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In questo momento mi sto occupando della matrice concettuale, quella che raccoglie tutti gli elementi che intervengono nell’antropizzazione del territorio, sistematizza le varie influenze che lo modificano ed individua un sistema di regole per la costruzione dello spazio collettivo. Questa matrice combina le varie specificità del sito con le differenti tipologie  edificatorie, prevedendo un uso dello spazio collettivo in vari modi nell’edificio, ed arriva a definire 52.920 possibilità a livello teorico.

Il laboratorio “HOME MADE” all’interno dell’iniziativa Nederland Wordt Anders=L’Olanda diventa altro (NWA), finanziata dal ministerie van VROM (leggi SVILUPPO URBANISTICO), dal Comune di Almere ed altri enti di ricerca olandesi, si pone come obiettivo principale infatti quello di studiare gli usi del territorio  in relazione agli spazi collettivi, favoriti dall’iniziativa privata. Nella sua vasta ricerca Home Made, composto da n. 11 Architetti e Urbanisti: Ludwin Budde, Luca Coppola, Camila Pinzon Cortez, Vincent van den Dijssel, Karen Heijne, Vincent Klijndijk, Maarten Molenaar, Wibke Plagmann, Gilad Sitton, Steven Spanjersberg, Anna Vlaming Reitmanova, di diverse nazionalità e diverse culture e guidato da Jan Wilelm van Cuilenburg, Architetto Urbanista dello studio MONOLAB, di Rotterdam, è partito dall’individuazione di scenari possibili sull’uso del suolo in termini innovativi e diversificati, in modo da stimolare un gran numero di proposte.

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Nel primo incontro, svoltosi a maggio, alla presenza di professionisti ed esperti del settore, ognuno dei partecipanti ha elaborato le idee più innovative nell’ambito delle proposte studiate. Questo feedback, come è stato chiamato dal nostro mentor, è stato raccolto in un volume, dove sono presenti i primi tentativi di approccio al problema, inizialmente sconosciuto alla maggior parte di noi.

Nel corso del primo mese di lavoro molto tempo è stato dedicato alle interviste, delle quali si sono occupati i miei colleghi, che sono andati su e giù per l’Olanda del Nord ad intervistare i protagonisti di questo nuovo modo di progettare le città, in modo durevole, tenendo presente le esigenze degli abitanti fermi restando i criteri della bioarchitettura. L’obiettivo principale di Home Made tuttavia è quello di portare la pratica edilizia del Po e del Cpo, che letteralmente vuol dire impresa privata collettiva, da una percentuale del 2% della produzione edificatoria attuale al 30% tra 30 anni.  Questi valori ovviamente non sono indicativi di tutta l’Olanda, ma variano a seconda del livello di urbanizzazione e di avanzamento delle pratiche edilizie: si passa da un 10% nella zona del Randstad, che raccoglie le principali città del Nord, allo 0,5% di Groningen, in Friesland ed in Limburgo.

In questa fase il mio compito è stato quello di cercare esempi in Europa e nel mondo dove la partecipazione dei privati alla realizzazione  degli spazi pubblici fosse evidente. La mia ricerca mi ha condotto a scoprire programmi europei, come il modello “Urban 2”, attivo in molte città dell’Europa meridionale, quali la Spagna e la Francia, esempi notevoli a livello mondiale, quali Mumbai in India od il modello di Arcosanti in Arizona di Soleri, ma anche vari altri laboratori in Europa, come a Torup, in Danimarca, dove sono state insediate circa 200 persone in una sorta di ecovillaggio, od a Tubinga, città tedesca occupata dai francesi fino al 1990. Dopo il crollo del muro le truppe francesi si sono però ritirate, lasciando liberi una serie di spazi, per lo più caserme, riconvertiti in abitazioni attraverso un processo di coinvolgimento degli abitanti che ha prodotto, infine, una pubblicazione dal titolo: “Tubinga, un modello per Almere”, dove sono catalogati molti sistemi di utilizzazione dello spazio collettivo, che abbiamo preso ad esempio per il nostro caso di Oosterwoold, dove avremmo dovuto prevedere insediamenti per circa 750.000 abitanti: una nuova Amsterdam per l’appunto…

Giunti così alla definizione di vari feedback il nostro lavoro si è concentrato sulla preparazione di queste matrici, attraverso le quali rendere esplicite le influenze di tutti i fattori che contribuiscono a modificare il territorio in funzione degli usi e dei costi. Per esempio grande importanza è stata data inizialmente alle agenzie immobiliari, che io ho subito individuato come le principali responsabili della  crescita esponenziale dei costi del terreno edificabile, come poi confermato dal mio collega Vincent van den Dijssel, che ha riportato le esatte cifre: si passa da €1 per il terreno incolto ad €357 per mq per il terreno edificabile, diciamo “da vendere per costuire”, prezzo medio delle agenzie immobiliari!!!

In un primo momento il fatto stesso di essermi inserito a laboratorio iniziato, alle prese con un tema del tutto nuovo, in una lingua che non è la mia, e che dopo due anni non parlo ancora alla perfezione, pensavo costituisse un handicap. Con il passare del tempo mi sono accorto che il mio entusiasmo e la mia forza di volontà mi permettevano se non di colmare le mie lacune, almeno di cogliere le problematiche discusse nel gruppo con i colleghi, che all’inizio ne sapevano quanto me.

Nella prima fase del lavoro di ricerca ho collaborato alla definizione del costo del suolo come di un elemento strettamente legato all’uso che di esso se ne fa, senza peraltro aggiungere nulla a quanto già sapevo, e che costituiva il mio bagaglio di conoscenze. Al momento di passare però alla realizzazione delle matrici, ho deciso di cambiare gruppo e mi sono voluto occupare della matrice culturale per cercare di capire le differenze che avrei potuto trovare tra l’Italia  e l’Olanda. Qui ho incontrato le prime difficoltà, perché non sono riuscito a scovare esempi di progettazione partecipata nella definizione di spazi collettivi nel nostro Paese. Uniche esperienze di un qualche  interesse a Roma, al Pigneto, a Napoli, nell’uso degli spazi intorno alle “Vele di Secondigliano”, dove si è sviluppata una coscienza collettiva ed a Torino, nell’uso degli spazi di Moncalieri per scopi legati all’arte…nel confronto con i colleghi sono riuscito a spostare la mia ricerca limitandomi all’Olanda, ed agli aspetti che nel corso del tempo ne hanno modificato la cultura dell’abitare, quali per esempio la diffusione della cucina all’americana, “open space”, che dall’ingresso porta fino al giardino sul retro, oppure la diffusione del bagno con la tazza al piano di sopra nelle case a schiera, molto diffuse nell’edilizia estensiva olandese, insieme alla doccia ed al lavandino (non ho neanche provato a promuovere la diffusione del bidet, perché non c’è spazio per questo accessorio, per il momento….). Alla fine sono approdato ad una serie di tabelle che in qualche modo documentano questa trasformazione, elaborate dal centro di raccolta dati olandese, una specie di ISTAT italiano, e che sono state poi inserite nella matrice Wooncultuur.

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Finita la seconda presentazione siamo tornati al nostro lavoro, che si svolge a partire dalla metà di aprile nei locali di un capannone industriale convertito a studio professionale, dove sono presenti più persone, architetti, studenti, tecnici, stagisti, in un ambiente molto stimolante e produttivo. Lo studio che ci ospita si chiama Search, e ci ha messo a disposizione un tavolo con una decina di computer, diverse stampanti, un plotter, le connessioni a internet, e poi spazi per riunioni, i pasti e la macchina per il cappuccino. Search è stato pagato con i fondi messi a disposizione dal governo olandese, lo stesso che alla fine di quest’esperienza ci darà un rimborso spese per il viaggio. Search si trova in Homerusstraat, 3, sull’Ijland, un’isola a nord di Amsterdam, che sarà collegata tra qualche anno dalla nuova linea Nord-Sud della metropolitana, ma che già oggi si può raggiungere in macchina attraverso il Piet Heinrich tunnel, realizzato nel 2006 dall’architetto olandese Ben Van Berkel, di UN-STUDIO, oppure con un comodissimo traghetto gratuito che parte ogni 7 minuti dalla stazione centrale. Ogni mattina impiego  circa un’ora per raggiungere il posto di lavoro: alle 8.00 esco di casa, alle 8.16 ho il treno, alle 8.50 il traghetto, e verso le 9.00 sono davanti al PC: una svolta!

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Il 30 giugno abbiamo la presentazione finale ad Almere e la settimana dopo siamo al Comune per un confronto sui temi più innovativi del laboratorio…per il momento dopo non ci sono prospettive, ma non è ancora detto. Sicuramente avremo tutti alle spalle una preparazione specifica su di un tema nuovo, come quello della partecipazione dell’iniziativa privata nella realizzazione degli spazi  pubblici, che non è proprio quello che cercavo, ma che alla fine ci può aprire altre porte, anche come gruppo di lavoro.

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…Man mano che il laboratorio va avanti, il senso dello spazio collettivo, che nasce dall’iniziativa privata, mi appare sempre più chiaro: partendo dal concetto che la qualità dell’abitare si misura attraverso i parametri del vivere, lavorare, ricrearsi, cioè impiegare il proprio tempo libero, secondo i dettami del movimento moderno, stiamo studiando soluzioni che prevedano un’aggregazione collettiva all’interno di differenti tipologie  abitative, in forma di tetto giardino o di serra comune per il palazzo a blocco, oppure di una fascia libera tutto intorno alla costruzione, a seconda se questo spazio si trova al centro, in alto od in basso del palazzo.

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Questo blocco, per esempio, viene immaginato posizionato sull’acqua, secondo un’esposizione favorevole, in maniera tale che gli abitanti possano prendere il sole come su di una terrazza davanti al mare nelle ore più soleggiate del pomeriggio……in pratica siamo partiti dai disegni di MVRDV, uno degli studi più forti di Rotterdam, che ha elaborato il Masterplan per Oosterwold e dall’aereofotogrammetrico di Google Maps per calare il nostro sistema concettuale  sul territorio. Una volta individuati gli assi, le emergenze architettoniche (i vecchi mulini che delimitano i Polder, per esempio) e la morfologia del sito (divisa  in otto sub-zone, che vanno dal boschivo all’agrario fino al canale, a seconda del grado di umidità), abbiamo analizzato le sue specificità, ovviamente  partendo dall’ambiente  costruito, e l’abbiamo sistematizzato in grafici.

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In questa fase  mi sono occupato di perfezionare  gli schemi che avevamo messo a punto con i colleghi esperti del programma di visualizzazione e sto graficizzando alcuni schizzi di un collega, a cui viene molto facile, a mano libera, abbinare tipologie edilizie e caratterisctiche del suolo. Alla fine quindi ognuno fa quello che gli riesce meglio, e come per il territorio, la funzione sua propria gli calza a pennello…un’idea che  abbiamo preso di comune accordo è stata quella di comprare delle magliette nere, e di stamparci sopra il nome del laboratorio sul davanti ed il logo sul di dietro: HOME MADE e Cpo+ come soluzione  proposta, “SAMENBOUWEN IS DE TOEKOMST”, che sarebbe “costruire insieme è il futuro”, che racchiude in una frase emblematica il lavoro di tre mesi di ricerca, gli esempi di Po e Cpo+ presenti nel mondo ed in Olanda, gli scenari proposti e le matrici concettuali.

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Proprio come ci hanno indicato nell’ultimo incontro, proprio come ci eravamo prefissi all’inizio, proprio come si conviene per il laboratorio di idee urbanisticamente più avanzato del mondo: la città di Almere.

Lettera aperta al Consiglio di Amministrazione Inarcassa

12 settembre 2010

Appena rientrati dalle vacanze, alcuni nostri giovani colleghi iscritti a Inarcassa, (Cassa di previdenza Ingegneri e Architetti), hanno avuto una brutta sorpresa.

Nel mandato precedente (2005-2010) il Comitato dei Delegati ha approvato una modifica dello statuto che ha portato da 3 a 5 anni il periodo di agevolazione per i neoiscritti sotto i 35 anni, sembrerebbe un vantaggio in realtà per alcuni si è rilevata una fregatura.

Nella riunione che ha approvato la modifica dello statuto non si è specificato se la nuova norma valeva soltanto per i nuovi iscritti o anche per tutte le iscrizioni antecedenti, la decisione non è da poco in quanto ci sono 2464 colleghi che si vedrebbero perdere di colpo un diritto acquisito.

Il Consiglio di Amministrazione di Inarcassa nella riunione del 22 luglio 2010 ha deliberato di applicare la nuova norma a tutti gli iscritti, motivando la decisione con la constatazione che il numero degli iscritti che beneficierà della nuova norma  è di gran lunga superiore a coloro che ne saranno danneggiati.

Prima l’agevolazione valeva per tre anni e l’unico requisito era quello di non aver compiuto 35 anni al momento dell’iscrizione, ora si ha diritto a 5 anni di agevolazione ma a patto che non si superino i 35 anni durante il quinquennio.

Gli iscritti con due anni di anzianità che avevano compiuto 35 anni nel 2009 erano tranquilli di dover pagare a settembre una rata di 250/300 euro di contributo minimo ma si sono visti recapitare un bollettino di ben 1500 euro!!!

Sarebbe venuto un colpo a chiunque, pensate a chi guadagna a malapena mille euro al mese lordi.

Il bello è che non sono stati avvisati per tempo l’aumento è stato caricato tutto sulla rata di settembre e non anche su quella di giugno e non è stata prevista una possibilità di rateizzazione.

Mi sembra che una mazzata del genere in un periodo di crisi così delicato i nostri giovani colleghi non se la meritino.

Vi ricordo che l’art. 11 del codice civile stabilisce il principio di irretroattività:
“La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo.”, di fatto questa modifica è retroattiva perché chi si è iscritto nel 2008 (di età inferiore a 35 anni) aveva la certezza di pagare per tre anni un contributo minimo ridotto di un terzo, certezza che è svanita improvvisamente e inaspettatamente.

Bisognava prevedere almeno una proroga per coloro che, prima dell’entrata in vigore della nuova norma,  avevano diritto ad un altro anno di agevolazione.

Appena sono venuto a conoscenza della situazione, poiché sono convinto che noi Delegati abbiamo il dovere di aiutare i nostri giovani colleghi,  ho scritto una lettera (in allegato) al Consiglio di Amministrazione di inarcassa per consentire una proroga o almeno una rateizzazione del contributo dovuto.

Per dare maggiore forza alla lettera ho contattato tutti i Delegati Architetti e Ingegneri, (230 in tutto il territorio nazionale), chiedendo loro di sottoscrivere il mio appello al CDA, hanno risposto in 20, tra i romani i due ingegneri Aristide Croce e Massimo Calda e l’architetto Loredana Regazzoni, peccato che non abbiano sottoscritto gli altri due colleghi architetti romani.

Il tempo a disposizione è poco il contributo da pagare scade il 30 settembre, ci sono addirittura colleghi che hanno chiesto un finanziamento per pagare il contributo.

Il Presidente di Inarcassa Paola Muratorio, dopo la mia lettera, ha inviato a tutti i Delegati una lettera di chiarimento, le motivazioni espresse non mi hanno del tutto convinto e pertanto ho scritto nuovamente ai Consiglieri di Amministrazione:


Cari amici e colleghi Consiglieri


vorrei esprimere alcune considerazioni in merito alla lettera del nostro Presidente Paola Muratorio del 9 settembre 2010.

Chiarisco che nessuno vuole contestare la modifica degli articoli 22.4 e 22.3 dello statuto che ha mutato il regime di agevolazioni per i giovani iscritti sotto i 35 anni, personalmente ritengo che sia stata una decisione giusta in quanto incentiva i giovani ad iscriversi a inarcassa.

Il problema e’ che in sede di CND non e’ stata chiarita l’applicabilita’ o meno nei confronti dei “vecchi” iscritti, molti Delegati davano per scontato il mantenimento delle agevolazioni per i colleghi che ne avevano diritto.

Nella riunione del CDA del 22 luglio 2010 si e’ deciso di applicare la nuova norma anche ai vecchi iscritti considerando il fatto che coloro che ne avrebbero beneficiato erano di gran lunga superiori a coloro che ne sarebbero stati danneggiati.

Non credo che sia stato un buon metodo di valutazione in quanto non sono stati considerati gli effetti pericolosi che una decisione del genere poteva generare.

Le norme retroattive possono essere soltanto migliorative e non peggiorative, percio’ avete fatto benissimo ad estendere l’agevolazione a coloro che, con la vecchia norma, non potevano usufruirne, ma non potete negare a 2464 colleghi un diritto acquisito e soprattutto non si puo’ inviare un bollettino da pagare di ben 5 volte superiore al precedente senza alcun preavviso e senza possibilita’ di rateizzazione.

Ci sono dei Colleghi che hanno chiesto un finanziamento!! per pagare il contributo.

Certo di una vostra comprensione vi invio in allegato la lettera ufficiale inviata al CDA e sottoscritta da diversi Delegati.


Credo che la problematica non sia facilmente risolvibile, ci sono diverse interpretazioni ma sono convinto che ci siano dei presupposti per fare ricorso, invito tutti i colleghi interessati a seguire gli sviluppi prima di pagare il contributo, spero che prima del 30 settembre ci siano delle novità.