Demolire le torri di Tor Bella Monaca? Ragioniamo.

Alcune proposte per una nuova urbanistica a Roma.

Dopo anni in cui le passate giunte capitoline proponevano per la città solo grandi interventi puntuali di grande risonanza e limitavano la riflessione architettonica alla città storica (lasciando campo libero in periferia alla lobby dei costruttori), la nuova giunta Alemanno si lancia in proposte per la periferia.

Tralasciando le prime proposte di sapore elettorale (la possibilità di costruire case popolari in terreni agricoli, di dimensioni limitate, ad una distanza massima da infrastrutture di trasporto su ferro, in deroga al piano) le prime idee arrivarono in occasione del workshop internazionale di architettura e urbanistica del 09/04/2010 all’auditorium: si crescerà “in verticale” nelle nuove periferie, per non consumare più l’agro romano.

Egli dichiarò: «fino a che punto si può arrivare con la densificazione? come si può conciliare la verticalità, i grattacieli, in periferia e soprattutto con la tutela dell’ambiente?» e inoltre: «Ci sono troppi centri commerciali, siamo arrivati oltre il limite. Quindi nei cambi di destinazione d’uso per il piano casa azzereremo tutte le cubature che riguardano queste strutture».

Queste dichiarazioni perciò possiamo considerarle come il punto di partenza della politica urbanistica della nuova giunta capitolina.

Ora nell’inconsueto periodo agostano, il sindaco propone la demolizione delle torri di Tor Bella Monaca, causa principale, a sua detta, del degrado del quartiere.

A questa prima dichiarazione risponde il gotha dell’architettura romana: gli architetti Portoghesi Fuksas e Cesare Valle jr con posizioni differenti tra loro, propongono l’abbattimento delle torri (per Fuksas in modo più puntuale insieme a integrazioni), mentre secondo Renato Nicolini un quartiere si può recuperare costruendo e non demolendo.

Purtroppo, seguendo una pessima tradizione degli ultimi vent’anni di politica, in una successiva dichiarazione il sindaco Alemanno ci fa capire che era una boutade e la butta in caciara. In agosto ai politici è permesso di dire tutto e il contrario di tutto.

Dovremo aspettare ottobre, pare, per vedere delle proposte concrete.

In tutti i casi il sindaco è da ringraziare per almeno due motivi: pone l’architettura e l’urbanistica al centro dell’attenzione e offre spunto per una riflessione sullo sviluppo della città e del territorio.

A differenza dell’acredine di Teodoro Bontempo per Corviale, che sembra più di origine ideologica, l’esternazione di Alemanno su Tor Bella Monaca, sembra più pragmatica, anche se non è sostenuta da un pensiero sistematico.

Quando parla (seriamente) dice cose vere: la politica dei suoli in Italia è fallita: l’esproprio dei terreni (per l’edilizia popolare) costa troppo; ci sono dei quartieri 167 (popolari) che sono delle vere cisti urbane. Per non parlare dello stato di molti di questi edifici che, frutto della prefabbricazione spinta (e della mancata manutenzione) cascano a pezzi.

Alle dichiarazioni frettolose dei notabili vorremmo aggiungere un nostra un poco più articolata.

Partiamo dalla definizione di quartiere-ghetto. E’ vero. Quartieri come Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38 sono un ghetto. Lo sono perché sono stati costruiti come un ghetto e perché sono stati popolati come un ghetto.

Se si costruisce un quartiere senza l’idea di mescolare classi sociali, funzioni residenziali e servizi, senza collegarlo decentemente al resto della città, si crea un ghetto.

Abbiamo perciò individuato una priorità sociale per una eventuale linea di azione della giunta comunale.

Inoltre, partendo dall’indiscutibilità del degrado dei suddetti edifici, aggiungiamo che, quando non siano fatiscenti (Corviale), questi non corrispondono più ai criteri di efficienza energetica richiesta attualmente. Ecco una seconda priorità.

Un terzo spunto importante riguarda l’utilizzo dei premi di cubatura ai costruttori. Alemanno dichiara: “puntiamo ad edificare le aree circostanti con premi di cubatura da dare ai costruttori, quindi senza esborsi per l’amministrazione comunale.”

E’ vero che il premio di cubatura è una leva importantissima (e forse l’unica nel panorama attuale), ma attenzione a come la si usa. Vogliamo soffermarci un attimo sui quartieri di recentissima costruzione: Ponte di Nona, Bufalotta, ecc. Questi “gioielli” sono esclusivamente opera dei grandi costruttori/speculatori romani, nel senso che sono stati costruiti nella totale assenza di pianificazione da parte dell’amministrazione comunale, in deroga o nelle falle dell’appena approvato PRG, viatico per il nuovo Sacco di Roma.

( vedi il link della trasmissione Report )

Non sono composti da case popolari, ci abitano tutti quelli che non si possono permettere case più centrali (in massima parte famiglie giovani). Ma vivono bene lì? Sono ben serviti?

(si veda l’inchiesta di Amate l’Architettura su You Tube:  parte 1 parte 2 )

Paradossalmente questi quartieri sono ancora più privi di servizi di Tor Bella Monaca e degli altri ghetti. L’unica differenza che non li fa connotare come ghetti è di tipo sociale.

Ponte di Nona e simili sono abitati dalla piccola borghesia e dai lavoratori non proletari (ci si perdoni questa distinzione un po’ manichea) mentre, come sappiamo, gli altri addensano classi sociali disagiate.

Proporre, come fa Alemanno, lo “spostamento” degli abitanti delle torri in case nuove limitrofe non crediamo possa risolvere i problemi del quartiere. Come anche fornire finalmente di decoro e servizi il quartiere (ma anche semplicemente manutenerlo), come propone l’urbanista Pier Paolo Balbo, può migliorare la situazione ma non risolverla. Neanche dare iniezioni di cultura come sostiene Asor Rosa risolve. Aiuta, semmai.

A Tor Bella Monaca, con grandi difficoltà, opera da anni un teatro e coraggiose compagnie. Ma il degrado resta.

Ecco allora il nostro piccolo contributo al dibattito con alcune proposte schematiche:

1) Priorità sociale: mescolare le classi sociali in tutta la città. Utilizzare strumenti come i premi di cubatura e altro per dotare il Comune di un consistente patrimonio edilizio anche in zone centrali e semicentrali come si fa nel Comune di Parigi. Queste case potrebbero essere affittate non solo a persone disagiate ma a qualsiasi tipo di lavoratore, giovani soprattutto, che lavorino nelle zone centrali con canoni proporzionati al reddito. In caso ci sia ancora del patrimonio pubblico che non sia stato dismesso, questo dovrebbe essere preservato.

2) Priorità energetica/manutentiva: monitorare il patrimonio di edilizia pubblica e valutare la convenienza della demolizione/ricostruzione o del restauro e dell’adeguamento. La convenienza dell’operazione sarà nella maggiore economicità della gestione negli anni a venire. Si può pensare anche di fare una convenzione con società private a fronte di concessioni ventennali o trentennali.

3) Affrontare finalmente il problema del controllo delle graduatorie e della regolarità degli occupanti delle case popolari. Questa è l’unica azione politica forte che nessuna giunta ha avuto il coraggio di fare.

4) Approntare dei nuovi piani di densificazione dei quartieri periferici (non solo i 167), con il contributo eventuale delle associazioni di quartiere e dei privati e la regìa di urbanisti assoldati dalla pubblica amministrazione.

5) Sia per i nuovi quartieri che per la densificazione degli esistenti le risorse ricavate devono prioritariamente andare a servizi di trasporto su ferro. Anzi le nuove edificazioni devono essere subordinate ad una realizzazione delle infrastrutture.

6) Riprendendo la proposta del Presidente della Provincia Zingaretti è necessario creare un coordinamento tra Comune, Provincia e Regione per le espansioni edilizie nella logica della città metropolitana. L’espansione incontrollata delle città satelliti dell’hinterland romano non può pesare e mettere in ginocchio, come avviene ora, la viabilità della capitale.

Dai punti che abbiamo elencato si evince come sia da giocare una partita tutta politica nel senso alto del termine. Politici che abbiano il coraggio di mettersi a tavolino e confrontarsi con altre giunte o poteri, anche di altro schieramento politico, per mettere in atto delle vere strategie i gestione del territorio darebbero finalmente un segnale di rinnovamento che Roma (ma il criterio è applicabile anche ad altre metropoli) attende da decenni.

C’è un elettorato numeroso, tra cui il sottoscritto, che è pronto ad appoggiare chi riesce a non prostituirsi ai nuovi “re di Roma”, come li definì la Gabanelli e che è lo stesso che ha affondato la vecchia giunta.


12 Commenti a “Demolire le torri di Tor Bella Monaca? Ragioniamo.”

  1. corto maltese scrive:

    Alemanno viene a Ponte di nona per inaugurare la nuova stazione dei vigili urbani #1

    Iscritto il: 1/3/2007
    Da
    Messaggi: 1156 E’ la prima volta che il Sindaco di Roma viene a Ponte di nona.
    E lo fa per inaugurare una nuova stazione dei vigili urbani.
    Quali vantaggi avranno i cittadini pontenonini da tale presenza di vigili?
    Speriamo che controllino gli eccessi di velocità e i parcheggi in doppia fila di viale caltagirone…

    pensate, dopo anni dalla costruzione del quartiere è il primo avamposto pubblico e non privato e commerciale presente nella zona…. la prima vera attuazione della centralità metropolitana

    Ben venga e ne sono contento ma mi pare assolutamente poco rispetto a tutti i servizi e le infrastrutture che dovevano essere costruite come opere a scomputo e che non sono mai state realizzate con buona pace dei costruttori…

    per non parlare dei problemi della mobilità e della costruzione della stazione…per non parlare del salasso del pedaggio

    ci vorrebbe un comitato di quartiere che in quel giorno riesca a parlare con alemanno ricordandogli i nodi irrisolti del nostro quartiere… ci vorrebbe…

    http://viapontedinona.blogspot.com/
    Inviato il: 25/3/2010 12:15

    Emilianoz32
    Emilianoz32
    Re: Alemanno viene a Ponte di nona per inaugurare la nuova stazione dei vigili urbani #2
    Emilianoz32

    Da
    Messaggi: 3904 avrei preferito un commissariato, anche perchè la presenza di vigili non significa affatto che a ponte di nona ci saranno controlli sulla velocità e sui parcheggi in doppia fila…e cmq questi problemi sono infinitamente marginali rispetto alla sicurezza…

  2. .it scrive:

    Content is the king
    il mio mestiere di scrivere

    Borgate, primo piano citofonare Alemanno prima che sia tardi
    agosto 26, 2010
    Edilizia a Roma. Per fine ottobre previsto un progetto. «Via le case comuniste, questo quartiere è un ghetto» dice il presidente Pdl del Municipio. «Cucitegli la stella addosso» commenta Nicolini. Fuksas applaude, Portoghesi incita alla demolizione. Si salva Corviale, l’ecomostro delle giunte rosse. Per De Lucia la ricetta del «piccone risanatore è uno sbaglio».

    Dove non arrivò Moretti in vespa, che si era fermato con benevolenza a Spinaceto, arrivò «Ale-danno» come lo chiama Dagospia, con il suo «piccone risanatore». Tor Bella Monaca (dove tra l’altro Alemanno voleva trasferire l’Ara Pacis) è «un quartiere da demolire e ricostruire per intero». Non è una boutade estiva, dopo l’esternazione di Cortina il sindaco di Roma rilancia: «A fine ottobre presenteremo un master plan della zona e faremo un confronto diretto con i residenti, anche con un referendum, perché vogliamo attuare una urbanistica partecipata e non calata dall’alto».

    Il primo sì Alemanno lo prende in casa, da Massimiliano Lorenzotti, presidente Pdl dell’VIII Municipio che comprende Tor Bella Monaca, il quale ci mette il carico: «Sono perfettamente d’accordo. Tor Bella Monaca va demolita e ricostruita uscendo dalla logica delle case popolari di foggia comunista. Quando lo dissi due anni fa in campagna elettorale mi presero per pazzo. L’architettura di quel quartiere è invivibile, una vera architettura comunista come in Unione Sovietica. La gente ci vive male, e negli anni si è creato un ghetto. Ci vuole dunque coraggio. Sarà necessario responsabilizzare chi ci abita realizzando case a riscatto e non più case pubbliche che tutti si sentono autorizzati a sporcare e distruggere».

    Secondo Alemanno, per il quartiere periferico che sorge nel municipio più popoloso della capitale, 250 mila abitanti (se fosse una città, sarebbe la tredicesima a livello nazionale), con il più alto tasso di minori della capitale (tanto che anche il canale musicale Mtv ha dedicato uno speciale al disagio giovanile dei ragazzi di TBM), il nuovo modello a cui guardare, dallo stretto balconcino del Campidoglio, sarebbe la fascistissima Garbatella, quella che ai tempi venne definita «la borgata a misura d’uomo». Spiega Alemanno: «I grattacieli servono per realizzare servizi e non residenze. Lo schema edilizio verticale è fallito. Penso a case come quelle della Garbatella cioè basse e con ampi spazi verdi».

    La semplice questione estetica allarma Alberto Asor Rosa, che quella periferia la conosce dai tempi dei suoi comizi col Pci: «Se una decisione del genere dovesse essere presa per mero fatto estetico tre quarti della Roma post bellica dovrebbe essere abbattuta. Penso al Tuscolano e agli insediamenti nati attorno alla Salaria. Di più, si potrebbe pensare ad una distruzione quasi totale della Capitale». Ma Alemanno risponde anche all’ex barone rosso: «Nelle case di Tor Bella Monaca ci piove dentro, la qualità di vita dei cittadini è pessima perché spesso di tratta di prefabbricati spinti e tra una lastra e l’altra ci sono crepe ed infiltrazioni. Forse Asor Rosa questo aspetto non lo conosce».

    Arriva anche il plauso dell’archistar Fuksas, con riserva: «Si può fare ma la strategia non è la tabula rasa, serve un lavoro di cesello e attenzione, perché ogni quartiere coinvolge sentimenti. consolidati delle popolazioni». Paolo Portoghesi non ha dubbi, demolire Tor Bella Monaca «è un’ottima idea, auspicabile. Perché è uno dei grandi fallimenti dell’urbanistica romana degli anni 70/80». Anche lui parla di «ghetto senza vivibilità che consuma energia in modo terribile perché realizzato con modelli di prefabbricazione sbagliata». Insomma, «costa meno abbatterlo e ricostruirlo che riqualificarlo». La soluzione di Alemanno non è sbrigativa ma «un sintomo positivo perché vuol dire che si stanno affrontando i problemi».

    Portoghesi condivide con Alemanno anche la scelta di non toccare il chilometro e mezzo di Corviale, che invece spesso è stato preso di mira a destra come esempio di mala architettura delle giunte rosse. Salvo Corviale, ma non certo in buona salute. Non per Portoghesi, appunto: «Non avrebbe senso abbattere il Corviale perché non è in condizioni negative, anzi resta un esempio di tecnologia applicata all’architettura. Sarebbe uno spreco di denaro». Alemanno è pronto a considerare anche il lato economico della faccenda: «Puntiamo ad edificare le aree circostanti con premi di cubature da dare ai costruttori, quindi senza esborsi per l’amministrazione comunale».

    Roma è una città immensa, tanto che si può perderla di vista. Lo storico Italo Insolera al telefono col Riformista racconta che quella zona non la vede da anni, per cui non sa cosa dire. Ai microfoni del seguitissimo Tg3 regionale l’umore degli abitanti del quartiere è nero, ma Alemanno non ha di che consolarsi. «Invece di pensare a queste cavolate spenda i soldi per costruire dei centri a buon mercato per le famiglie in modo che i ragazzi possano andare tranquillamente a fare attività sportiva e toglierli dalla strada» dice un abitante. «Non hanno una lira, come costruiscono?» commenta un altro, e ancora: «Quando è venuto qui a prendere i voti non doveva radere al suolo Tor Bella Monaca!».

    La ricetta di Alemanno è «ricorrere al piccone risanatore» racconta invece l’urbanista Vezio De Lucia. «Il sindaco avrà molto da fare se avrà voglia di effettuare demolizioni. Ha di fronte a sè la più massiccia dimostrazione di abusivismo edilizio dove esercitare questa sua severità. Altro che queste insane manie contro l’edilizia pubblica. Una volta erano contro Corviale, oggi contro Tor Bella Monaca. Sbaglia chi tende ad attribuire a soluzioni urbanistiche e architettoniche responsabilità che riguardano la cattiva gestione dell’edilizia pubblica, che invece appartiene a tutti. Diventa dialetticamente efficace dire “demoliamo”».

    Tor Bella Monaca come Scampia: un’equazione che qualcuno ha proposto anche dopo il mega blitz antidroga dello scorso giugno: «Anche a Scampia, dove ho vissuto, ci sono fenomeni di pessima amministrazione, di incapacità di governare l’edilizia pubblica, di assenza totale in questo senso. Tor Bella Monaca è opera di Pietro Barucci, un grande architetto, ma non un archistar. Il problema della casa all’epoca era molto più acuto di adesso. La Garbatella? La faccenda si carica di ideologia. Bisogna vedere chi metterà i soldi. Dove li mettono gli abitanti? La cosa è molto complessa».

    «Se lo chiamano ghetto l’hanno già condannato a morte» racconta l’architetto Renato Nicolini, storico assessore alla cultura capitolina. Un quartiere lo si recupera «costruendo e non demolendo. Non bisogna avere paura degli spazi vuoti. A Tor Bella Monaca ci sono ampi spazi tra una costruzione e l’altra che però non sono spazi, sono vuoti urbani. Non è stato concepito come un quartiere pedonale. L’architettura europea ha un’altra filosofia. Si recupera, si riqualifica, si costruisce, si trasforma. Ma per far questo ci vuole uno sforzo di fantasia. E la proposta di demolire manca assolutamente di qualsiasi fantasia». Il presidente del municipio parlava di ghetto: «Mi meraviglia quella espressione, dovrebbero cucirgli la stella addosso».

  3. .it scrive:

    Rione Garbatella

    Architettura
    Scritto da Administrator

    La costruzione dei primi quattro lotti, attestati attorno a Piazza Benedetto Brin – collegata alla via Ostiense dalla scalinata monumentale progettata da Plinio Marconi – risale al 1921 e si struttura in una serie di piccoli edifici isolati, di undici tipologie diverse e dal taglio progressivamente crescente a partire dalla casa monofamiliare. Originariamente l’edificazione della Garbatella doveva rispettare il modello sviluppato in Inghilterra delle garden cities (città giardino), caratterizzate da un buon collegamento con il centro della città, e costituite da case unifamiliari con ingresso indipendente, giardino e spazi verdi coltivabili. Con l’avvento dell’autoritarismo fascista, lo sviluppo urbanistico della Garbatella subì un brusco cambiamento, caratterizzato da un intenso periodo di edificazione a danno del verde pubblico presente nella zona.Questa nuova fase, conseguenza del mutato scenario politico nazionale, vede la Garbatella divenire luogo di sistemazione per tutte quelle persone, non necessariamente povere, che si trovavano senza una casa. In questo periodo, infatti, viene presa la decisione di ridisegnare il volto del centro della città, attraverso l’abbattimento di molti edifici con conseguente necessità di trovare nuova sistemazione agli inquilini sgomberati. La realizzazione dei necessari complessi abitativi venne affidata ancora una volta all’Istituto per le case popolari (ICP), il quale attuò uno sviluppo edilizio basato sulla sperimentazione della “casa rapida” negli anni compresi tra il 1923 e il 1927.
    Questa tipologia poteva essere visivamente associata alla casa giardino ma, a differenza del modello inglese, prevedeva l’utilizzo di materiali molto economici, era caratterizzata da una notevole velocità di esecuzione, gli elementi ornamentali erano marginali e gli spazi verdi non erano più giardini privati ma luoghi collettivi. A partire dal 1928 alla Garbatella venne sperimentata un’altra tipologia di struttura abitativa, gli Alberghi suburbani, realizzati tra il 1928 e il 1929, attorno a Piazza Michele da carbonara. Gli alberghi suburbani (lotti 41,42 Rosso-43,44).

    Questi edifici, ideati dall’Architetto Innocenzo Sabbatini, suscitarono grande interesse, fino ad essere presentati nella Prima Mostra di Architettura Razionale che si tenne a Roma nel 1928. Al loro interno dovevano ospitare momentaneamente le famiglie sfollate dal centro della città e, per evitare che si stabilissero definitivamente all’interno degli edifici, furono fatti funzionare come case albergo, strutturate in modo tale da dividere gli spazi riservati alla sfera privata (stanze da letto, camerate usate come dormitori e divise per sesso) con gli spazi comuni in cui si espletavano le altre attività (servizi igienici sanitari, sale da pranzo, asili nido e scuole, l’ambulatorio medico, etc). Nel 1929 le case albergo subirono una trasformazione molto importante per coloro che ci vivevano. Infatti le sistemazioni provvisorie costituite dalle parti comuni vennero divise e furono creati dei veri e propri alloggi familiari. Questa trasformazione fu importantissima per la Garbatella, e ad essa si aggiunsero le opere di completamento dei lotti iniziati tempo prima dall’Istituto Case Popolari e la costruzione di nuovi edifici da parte dell’Istituto Postelegrafonici che non si discostavano molto dalle strutture che avevano dato origine al quartiere (1931-1933 Via Guglielmo Massaia). La Garbatella cresceva, dunque, come un vero e proprio quartiere e così nello stesso periodo furono realizzate la Scuola (ex Michele Bianchi) e ora Cesare Battisti (P.zza Damiano Sauli), il Teatro Palladium alto sette piani e ideato come edificio di testa del lotto 12 verso la piazza (Piazza Bartolomeo Romano) e un edificio polifunzionale inserito nel lotto 13 che ospitava al piano terra i bagni pubblici attivi fino agli anni sessanta, nei piani intermedi abitazioni popolari e all’ultimo livello alcuni spazi dedicati agli studi (l’ingresso è in via Ferrati).

  4. .it scrive:

    da Municipio Roma delle Torri
    Origine Storica di Tor Bella Monaca

    Dopo la caduta dell’Impero romano, progressivamente la Chiesa romana subentra in possesso dei patrimoni imperiali, ma bisognerà giungere al medioevo per vedere rifiorire le abitazioni e le coltivazioni del territorio, favorite dalle fondazioni di papa Zaccaria (711-752), che incentivò la nascita delle domus cultae o villaggi sparsi. Nel 946 c’è il primo atto di concessione di un territorio da parte della Chiesa ad una famiglia, incaricata di costruirvi un castello e di difenderlo dagli invasori.

    Nel 1115 iniziarono a sorgere nell’agro romano le caratteristiche torri, segni della giurisdizione dei baroni e degli enti ecclesiastici: la zona di cui ci interessiamo apparteneva all’epoca alla famiglia Monaci, che nel XIII secolo fece erigere la torre tuttora esistente. Il 7 maggio 1319 Maria, vedova di Pietro Monaci vendette il territorio a Landolfo Colonna.Era costume nella campagna romana che una volta venduto un bene immobiliare esso prendesse il nome del vecchio proprietario; pertanto la zona, dal giorno in cui venne venduta alla famiglia Colonna, fu denominata “Turris Pauli Monaci”. La tendenza nella traduzione dal latino al volgare, di femminilizzare i nomi delle cose fece si che essa venisse corretta in “Palo Monaco”, ”Pala Monaca” fino a che assunse l’attuale nome sul quale la fantasia popolare ha costruito una leggenda legata al personaggio di Santa Rita da Cascia.

    In seguito i Colonna donarono alla Basilica di S. Maria Maggiore la torre “Pala Monaca” e 100 ettari di terreno attorno; la Chiesa conserverà questo patrimonio fino all’800. Poi i possedimenti, intorno al XVI secolo, furono acquistati dal cardinale Borghese, già proprietario del latifondo di Torre Nova al quale si annettono i nuovi territori.

    Nel 1797 per far fronte alla crisi finanziaria dovuta all’invasione francese nello Stato Pontificio, Papa Pio VI chiese agli enti ecclesiastici di vendere la sesta parte dei beni per venire incontro alle necessità economiche, così i canonici di S. Maria Maggiore decisero di mettere in vendita insieme alle altre tenute la tenuta di Tor Bella Monaca. La comprò Giovanni Giacomo Acquaroni che la restituì dopo poco tempo per debiti contratti con i canonici a cui non aveva potuto far fronte.

    Il 23 marzo 1869 i Borghese permutarono una loro tenuta con il territorio di Tor Bella Monaca, ma una crisi economica nell’ultimo decennio del secolo costrinse i Borghese a vendere le proprietà e nel 1919 furono completamente smembrate.

    Nel 1923 Romolo Vaselli acquistò la tenuta di Tor Bella Monaca e fino alla seconda guerra mondiale la zona acquistò una certa stabilità anzi si ingrandì con l’acquisto di Torre Angela.Nel 1937 la Società Ernesto Breda comprò una tenuta nell’agro adiacente a Tor Bella Monaca e dall’anno successivo iniziò la costruzione dei primi reparti dello stabilimento Breda. La società cedette all’istituto autonomo fascista per le case popolari il terreno sul quale verrà edificato il Villaggio Breda e già nel 1941 furono stipulati i contratti di affitto con i primi inquilini. Finita la guerra iniziarono le nuove vendite e le lottizzazioni che dettero origine alla borgata. Nel 1946 Romolo Vaselli vendette a Marino Giobbe e Pietro Moro 44 ettari di terreno che lottizzato negli anni successivi darà vita all’attuale borgata di Tor Bella Monaca.

    Il terreno venne frazionato in piccoli lotti che subito trovarono acquirenti. L’edificazione venne attuata da persone che avevano avuto rapporti con il territorio. Infatti gli abitanti della zona presenti sin dalle prime fasi dello sviluppo sono i contadini dell’azienda liquidati da Vaselli con terreni e case coloniche. Tra i primi abitanti vi sono quelli del vicino Villaggio Breda che acquistarono dei lotti per ampliamento del nucleo familiare. I primi edifici costruiti erano delle casette appena sufficienti alle esigenze della famiglia, la zona era priva non solo di servizi commerciali, sanitari, scolastici ecc, ma anche di quelli come l’acqua, l’illuminazione elettrica, le fognature, strade asfaltate. Negli anni 50 la zona cominciò a popolarsi e i protagonisti della nuova edificazione furono gli immigrati dei castelli romani e del frusinate in quanto per essi la via Casilina costituiva il collegamento ideale tra città e luogo di origine. Molti di questi immigrati riproducevano nella nuova zona modi di vita, tradizioni del paese di origine; altri immigrati provenivano da altre zone della città colpiti da sfratti, sgomberi, oppure privi di una sistemazione accettabile ricorsero all’autocostruzione abusiva per l’impossibilità di trovare un alloggio a basso costo. La zona si popolò di altri immigrati originari delle Marche, dell’Abruzzo e delle altre regioni del centro sud.

    Ma il vero e proprio boom edilizio si verificò negli anni sessanta, infatti vi è una ripresa dell’attività edilizia da parte dei vecchi abitanti con le prime sopraelevazioni ed ingrandimenti degli edifici per ampliare le abitazioni e assicurare l’alloggio alla discendenza. I costruttori non erano più autocostruttori ma si avvalsero di manodopera esterna ed anche di ditte costruttrici. Le costruzioni vennero realizzate con una tipologia diversa: non più la casetta bassa ma le prime palazzine sorte con i criteri dell’edilizia ufficiale. Comparvero le nuove figure sociali degli inquilini a cui vennero affittati gli appartamenti realizzati in funzione dell’ingrandimento del nucleo familiare, infatti l’ingresso in quegli anni di molti immigrati nei posti pubblici fu garanzia di stabilità economica che consentì nuovi investimenti nell’edilizia .

    Negli anni 70 si assistette ad una terza fase del fenomeno: quello dell’attività edilizia avviata da promotori esterni che edificarono costruzioni con la tutta la caratteristica di abitazioni di medio lusso.

    Tor Bella Monaca Nuova: il piano di zona

    Il quartiere di Tor Bella Monaca, nel quale era prevista la costruzione della nuova chiesa, ha una storia antica. Alcuni scavi eseguiti nel corso della realizzazione di opere di urbanizzazione hanno messo in luce resti di ville romane del IV secolo a.C., con tracce di frequentazione fino al III secolo d.C., parti di una fattoria e trecento metri di lastricato, residuo di un probabile collegamento tra Roma e Gabii. E’ inoltre ancora visibile la torre duecentesca nella quale, secondo la leggenda, nel 1450 avrebbe pernottato con alcune compagne una bella religiosa, che sarebbe poi divenuta S. Rita da Cascia e che in quell’occasione era in viaggio verso Roma per il giubileo.

    A partire dagli anni Sessanta, come già evidenziato nel precedente paragrafo quella zona dell’agro romano, rimasta per secoli più o meno inalterata e ormai alle porte della città, ha subito la spinta tumultuosa di un’espansione urbana incontrollata, che ha allargato a macchia d’olio gli insediamenti, per lo più aggravati dal vistoso fenomeno dell’abusivismo edilizio. Al degrado ambientale le autorità comunali hanno tentato di far fronte attraverso un piano di urbanizzazione legato alla legge che nel 1980 ha stanziato mille miliardi per la costruzione di alloggi nelle aree con elevata tensione abitativa. Di questo stanziamento, Roma ha ottenuto 175 miliardi, destinati in gran parte al finanziamento del piano di Zona di Tor Bella Monaca, che prevedeva la realizzazione di alloggi per un insediamento previsto di circa 30.000 abitanti, edifici scolastici adeguati, servizi commerciali essenziali.

    Tuttavia come spesso accade quando l’intervento pubblico giunge in ritardo ed è costretto a sovrapporsi a realtà già radicate , la fisionomia del quartiere appare caratterizzata da squilibri profondi, contrasti, problemi umani e sociali. Le nuove costruzioni che si allineano lungo i tracciati previsti con la regolarità propria dell’edilizia programmata, si contrappongono alla grigia marea delle costruzioni abusive.

    La formazione dell’insediamento e il ruolo della pianificazione urbanistica.

    Per meglio comprendere le caratteristiche insediative del comprensorio di Tor Bella Monaca – Torre Angela è utile ripercorrere le tappe storiche della sua costituzione. Il primo insediamento comincia a sorgere intorno agli anni ’20-’30 a ridosso della Via Casilina, asse radiale lungo il quale era da poco stata realizzata la linea ferroviaria che collegava la città con la vicina Fiuggi. Elementi di attrazione del primitivo insediamento furono il complesso industriale della Breda (molto attivo in quegli anni a causa della produzione bellica) e la stazione del Dazio posta in prossimità del Castello di Torrenova che rappresentava, dal punto di vista dei commercianti, la porta della città in quanto luogo di controllo di tutte le merci che vi accedevano. A ridosso di quei luoghi iniziarono a stabilirsi numerose persone provenienti dalla provincia, parte dalle regioni meridionali e parte, per effetto degli sventramenti che avvenivano in quegli anni, dalla città storica.

    Il primo nucleo si costituì con malsani baraccamenti ai quali si sostituirono lentamente le case con orti a seguito dei frazionamenti delle grandi proprietà fondiarie. Nel 1934 un primo nucleo già consistente fu legalizzato, dall’allora governatorato nel quadro di un più generale provvedimento di riconoscimento della edilizia spontanea sorta nelle campagne e nell’Agro Romano con il nome di “Nuclei Edilizi”. Solo con il piano regolatore del 1962 quest’area ebbe definita una organica previsione pianificatoria. Il contiguo e vecchio nucleo edilizio di Torre Nova e quello più recente di Torre Angela divengono zone di “Ristrutturazione Urbanistica” e la parte di territorio tra essi compresa, Tor Bella Monaca, viene definita come zona di “Espansione”.

    Nelle previsioni urbanistiche fu mantenuta la presenza del vicino nucleo industriale della Breda, vi fu localizzata una parte dei servizi generali per la città e fu salvaguardata dall’edificazione l’area dei casali agricoli anche al fine di tutelare il bacino idrogeologico sottostante dell’acquedotto Vergine e la zona archeologica caratterizzata dalla presenza dell’acquedotto di epoca romana. Il piano del ’62 si sarebbe attuato, secondo le prescrizioni, attraverso dei piani particolareggiati. Tra il 1972 e il 1977 vennero redatti e adottati i Piani Particolareggiati di Torre Angela e di Torre Nova; il Piano dell’area industriale di Villaggio Breda e il Piano di Zona di Tor Bella Monaca. Attraverso l’attuazione di questi piani si sarebbe dovuto realizzare la ristrutturazione urbanistica delle varie zone e il loro collegamento.

    Le vicende urbanistiche degli anni ’80, la mancata sintonia tra gli organi istituzionali (Regione e Comune) preposti alla pianificazione, hanno prodotto il risultato di non far mai approvare i piani delle tre borgate, con la conseguenza di attuare l’iniziativa privata mentre tutta la parte di iniziativa pubblica rimaneva non realizzata. Questi piani hanno ora perduto efficacia giuridica essendo oramai decaduti e pertanto non più attuabili.

    Diversa sorte ha invece avuto il Piano di Zona di Tor Bella Monaca che è stato interamente attuato, anche grazie alle semplificazioni procedurali previste dalla legge 167/62, e probabilmente anche a causa della pressante domanda di edilizia pubblica che negli anni ’80 costrinse l’amministrazione comunale a interventi straordinari.

    Le aree precedentemente destinate a tutela ambientale hanno invece subito una violenta aggressione edilizia spontanea, fuori da ogni regola, vengono legalizzate dall’amministrazione comunale nel 1978 con una apposita variante urbanistica che comprendeva complessivamente 86 nuove borgate, (le zone “O” de P.R.G.).

    A parere dei sociologi qualsiasi sistema urbano è distinguibile in tre sottosistemi.

    Il primo è il sistema di localizzazione delle attività. Questo rappresenta lo spazio come una molteplicità di siti per l’insediamento di soggetti ed agenti (edifici, macchine, mezzi di comunicazione ecc.);

    Il secondo è un sistema di comunicazioni fisiche. Comunicazioni che danno luogo a flussi che si sovrappongono, legati alle attività umane e che richiedono infrastrutture proporzionate al numero degli interscambi;

    Il terzo è un sistema di comunicazioni sociali. Cioè tutte quelle interazioni dei soggetti che operano in uno scenario urbano e che sono attribuibili alla sfera delle attività quotidiane. (Mela, 1990)

    Il sistema urbano di Tor Bella Monaca per quanto riguarda il primo punto risulta essere all’avanguardia per molteplicità dei siti e per le belle speranze riposte nella realizzazione di un quartiere modello. Non volendo riprendere l’annosa polemica ben descritta da Cervellati[3] sulla “inutilità” dell’architettura nel mondo moderno, si sottolinea però l’incompiutezza di tale faraonico progetto che per quanto riguarda il secondo e terzo punto si è rivelata una debacle precoce. Le comunicazioni fisiche che, come dice Mela, sono le infrastrutture di un sistema urbano, lasciano molto a desiderare. Pochissimi sono infatti i mezzi messi a disposizione per avvicinare tale quartiere al centro di Roma; per quanto riguarda invece le comunicazioni sociali l’assenza di un vero centro, di una piazza, di un punto d’incontro riconosciuto dalla popolazione rappresenta l’anello mancante di un processo che, nelle intenzioni dei progettisti, doveva ( ..e poteva..) rappresentare un grande esperimento di architettura sociourbanistica. In teoria i vari comparti sono stati costruiti per essere autosufficienti, ma nella realtà lo sviluppo incompleto della zona (mancano cinema, teatri, fast food, discoteche ecc.) ha fatto sì che la popolazione (specie quella giovanile) avesse comunque come riferimento ludico, storico ed identificativo sempre il Centro di Roma.

    A onor del vero in questi ultimi anni, grazie anche alle attività promosse dal Programma URBAN” finanziato in parte dalla Unione Europea, nel quartiere è nata una ludoteca, sono state riqualificate aree verdi e attrezzate alcune piazze (vedi ad esempio: Piazza Castano, la ristrutturazione del Teatro Municipale e dell’arena adiacente, infine la realizzazione di una sala cinema presso il Liceo Amaldi.

  5. .it scrive:

    Da Roma sette.it

    In città: Disagio delle famiglie e precariato ecco le emergenze di Roma

    L’audizione del direttore della Caritas monsignor Feroci presso la Commissione di Indagine per l’Esclusione sociale del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali di Alberto Colaiacomo

    Il disagio che colpisce le famiglie, soprattutto quelle con problemi socio-affettivi e quelle separate, l’educazione delle nuove generazioni, la precarietà occupazionale e il difficile rapporto con i cittadini immigrati portatori di diverse culture. Sono queste, secondo il direttore della Caritas diocesana, monsignor Enrico Feroci, le emergenze sociali nella città di Roma. Il direttore dell’Ufficio del Vicariato preposto alla pastorale della carità è stato protagonista ieri (giovedì 22 aprile 2010) di un’audizione presso la Commissione di Indagine per l’Esclusione sociale (Cies) del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Monsignor Feroci è stato ascoltato quale referente, insieme all’assessore capitolino per le Politiche sociali Sveva Belviso, per la situazione della città di Roma nell’ambito dell’indagine che la Cies sta conducendo sugli effetti della crisi economica nei grandi contesti urbani.

    Il direttore ha illustrato i risultati di un sondaggio realizzato dalla Caritas diocesana di Roma tra l’ottobre 2008 ed il marzo 2009 a cui hanno risposto 174 parroci ed i referenti delle 14 maggiori organizzazioni di promozione sociale di ispirazione cattolica presenti a Roma con 146 servizi e centri di assistenza (comunità, mense, case famiglia, sportelli di patronato, centri di cura, consultori).

    Nel corso dell’intervento, monsignor Feroci ha riportato le “percezioni” sulle emergenze contingenti. Dal punto di vista economico, ha dichiarato, «aumenta l’economia informale, con forme di caporalato molto diffuse tra gli stranieri anche nell’ambito del lavoro domestico». Aumenta la crisi occupazionale in quanto «sono sempre più le persone ultracinquantenni escluse dal mercato del lavoro e nell’impossibilità di ricollocarsi. Drammatico il precariato che riguarda i giovani».

    Molto preoccupante, secondo monsignor Feroci, il quadro che emerge sulla famiglia in cui «al crescere delle separazioni e dei problemi affettivi segue di pari passo l’aumento dell’indigenza». A questo riguardo il direttore della Caritas ha ricordato le problematiche dei nuclei monogenitoriali soprattutto nel caso delle donne straniere impiegate nel lavoro domestico, chiamate a enormi sacrifici per accudire i figli e scarsamente supportate dalle politiche pubbliche per l’infanzia e la famiglia.

    Un vero e proprio allarme è quello che riguarda le nuove generazioni per le quali, «come conseguenza di quella che la Diocesi di Roma ha definito ‘emergenza educativa’, cresce l’abbandono scolastico, l’abuso di alcol e il consumo di stupefacenti anche tra gli adolescenti».

    Il problema abitativo é poi parso di una «drammaticità estrema» e per il quale appare macchinosa, poco percepita e scoraggiate la risposta delle istituzioni. Monsignor Feroci si è da ultimo soffermato sull’immigrazione sottolineando come i disagi precedentemente descritti riguardino tutta la popolazione ma che rischino di essere avvertiti come «conseguenza dell’arrivo dei nuovi cittadini» divenendo così potenziali detonatori di forme di discriminazione e rifiuto.

    Un quadro cupo, quello descritto nel corso dell’audizione, a cui secondo monsignor Feroci «non mancano risposte di speranza che vedono nella Chiesa di Roma un autorevole testimone di carità».

    Ad accompagnare il direttore della Caritas all’incontro erano presenti Fabio Vando, che coordina l’animazione nelle parrocchie, e Gianni Pizzuti, responsabile della formazione dei volontari e coordinatore del progetto “Compagni di strada” rivolto ai giovani a rischio di devianza ed emarginazione. Nel loro intervento, Vando ha illustrato i dati dell’attività dei centri di ascolto parrocchiali e dell’Emporio della solidarietà mentre Pizzuti ha parlato della situazione dei giovani nelle periferie romane.

    23 aprile 2010

  6. .it scrive:

    Il partenariato con le città
    L’Iniziativa comunitaria URBAN

    Le realtà urbane europee costituiscono un paradosso.
    Da un canto le città rappresentano il motore principale della
    crescita in un’economia sempre più globale, concentrando
    in sé la maggior parte della ricchezza, del sapere e della
    tecnica. È qui, tra l’altro, che sono presenti la maggior
    parte dei servizi pubblici quali l’istruzione, la sanità e
    i trasporti. D’altro canto, è proprio in queste realtà che si
    riscontrano i maggiori problemi tipici della società di oggi:
    emarginazione economica e sociale, degrado dell’ambiente
    urbano e naturale, sovraffollamento, criminalità,
    intolleranza e razzismo, perdita dell’identità locale.
    Le aree urbane rappresentano pertanto le sedi strategiche
    ideali per il perseguimento degli obiettivi comuni europei,
    quali il sostegno alla competitività economica,
    l’integrazione sociale, lo sviluppo sostenibile dell’ambiente,
    il rafforzamento della cultura e dell’identità locali.
    In particolare, le tre sfide principali sono:
    • Rafforzare la competitività delle città europee. Sfruttare
    in modo costruttivo i successi realizzati, rimuovere gli
    ostacoli all’imprenditorialità, favorire l’introduzione delle
    nuove tecnologie, sostenere l’occupazione.
    • Affrontare i problemi legati all’emarginazione sociale,
    migliorando l’accesso al mercato del lavoro e alla
    formazione per tutti, compresi gli immigrati e le persone
    appartenenti a minoranze etniche. Inoltre, fornire alle
    comunità locali strumenti di auto aiuto.
    • Avviare la riqualificazione ambientale e materiale,
    garantendo la sostenibilità e l’attrattiva delle città.
    Valorizzare in modo costruttivo il patrimonio
    architettonico e culturale delle aree urbane.
    Le città europee traggono vantaggio a vario titolo dalla
    politica di coesione europea:
    • L’Obiettivo 1 è finalizzato a favorire lo sviluppo delle
    regioni svantaggiate. Gli stanziamenti in tal senso
    rappresentano i due terzi dei Fondi strutturali, vale a
    dire circa 135 miliardi di euro (1). Lo scopo è quello di
    fornire alle regioni dell’Obiettivo 1 le infrastrutture
    principali di cui sono carenti – in termini di trasporto,
    telecomunicazioni, formazione, sanità,
    approvvigionamento idrico, energia e trattamento dei
    rifiuti – incentivando gli investimenti in attività
    economiche e imprenditoriali. In queste regioni le città
    fungono da motori dello sviluppo e i Fondi strutturali
    mirano a sfruttare questo potenziale.
    • I finanziamenti previsti a titolo dell’Obiettivo 2 ammontano
    ad oltre 22 miliardi di euro e sono diretti a sostenere
    il risanamento economico e sociale delle aree penalizzate
    da carenze strutturali, nonché il recupero delle industrie e
    delle aree in crisi. Il problema principale per queste realtà
    non è tanto rappresentato dalle carenze infrastrutturali,
    quanto piuttosto dal declino delle attività economiche
    tradizionali. Tale impostazione presuppone la creazione
    di nuove opportunità alternative. I provvedimenti principali
    in tal senso riguardano la promozione
    dell’imprenditorialità e l’aggiornamento professionale.
    • L’Obiettivo 3 (24 miliardi di euro) ha come finalità
    l’ammodernamento dei sistemi formativi e il sostegno
    all’occupazione. Inoltre, l’Iniziativa comunitaria EQUAL
    è mirata ad affrontare i problemi legati all’emarginazione
    sociale, un’emergenza particolarmente sentita nelle aree
    urbane più svantaggiate.
    All’interno di questo quadro d’azione, l’Iniziativa
    comunitaria URBAN fornisce un contributo specifico.
    L’iniziativa corrente riguarda 2,2 milioni di persone in tutta
    Europa che vivono in 70 aree urbane in crisi. L’ammontare
    dei finanziamenti stanziati per far fronte ai principali
    problemi di queste aree è pari a 730 milioni euro.
    Le principali caratteristiche dell’iniziativa sono:
    • Un approccio integrato alle problematiche che in altre
    sedi vengono affrontate solitamente in modo isolato:
    rafforzamento della competitività; risposta ai problemi
    dell’emarginazione sociale; riqualificazione ambientale
    e materiale.
    • Una particolare attenzione alle priorità dell’Unione
    europea, quali l’integrazione delle comunità di
    immigrati, lo sviluppo sostenibile, le pari opportunità
    e la società dell’informazione.
    • I programmi sono gestiti a livello locale, vicino alle
    persone e ai loro problemi. Le autorità locali vengono
    coinvolte nella gestione di due terzi dei programmi.
    Le aree urbane vengono aiutate ad auto aiutarsi.
    Le città europee,
    i Fondi strutturali e l’Iniziativa
    comunitaria URBAN
    (1) Per i 15 Paesi membri dell’UE, prezzi 1999.
    Le città europee, i Fondi strutturali e l’Iniziativa comunitaria URBAN 7
    Il partenariato con le città
    • Forte coinvolgimento delle
    comunità locali, chiamate a
    partecipare all’ideazione di oltre
    1,80% dei programmi. Inoltre,
    queste ultime sono adeguatamente
    rappresentate nei comitati di
    sorveglianza. Il coinvolgimento della
    comunità locale è un requisito
    fondamentale per garantire
    l’efficacia del programma, e ciò
    anche quando si tratta di affrontare
    questioni legate all’emarginazione
    sociale e all’ambiente circostante.
    • Un processo di apprendimento
    endogeno, con strumenti a vasto
    raggio per l’analisi e lo scambio di
    esperienze. All’interno di URBAN,
    il programma URBACT mira a
    individuare in modo sistematico le
    buone pratiche e a favorire lo
    scambio di esperienze all’interno di
    un gruppo di circa 200 città
    dell’Unione europea.
    Il presente documento fornisce
    informazioni sulla situazione delle
    aree urbane europee e sulle attività
    poste in essere grazie all’Iniziativa
    comunitaria URBAN, fra cui:
    • Fatti salienti riguardanti le sfide
    che devono affrontare le aree
    urbane, tratti da fonti di
    informazioni quali l’Audit urbano
    (un’inchiesta completa su un vasto
    numero di indicatori socioeconomici
    provenienti da un campione di città
    dell’Unione europea). Come già
    evidenziato precedentemente, le
    aree urbane presentano un
    paradosso sia dal punto di vista
    sociale che economico e ambientale,
    in quanto coniugano aspetti di
    criticità ad opportunità
    straordinarie.
    • Impostazione dei programmi
    europei URBAN (il cosiddetto
    “metodo URBAN”). Gli esempi
    relativi ai progetti posti in essere
    illustrano il coinvolgimento e
    l’impegno delle autorità e delle
    comunità locali. Inoltre, il
    documento contiene informazioni
    sulla rete europea per lo scambio di
    esperienze (“URBACT”), una
    notevole opportunità per le città,
    che possono in tal modo venire a
    conoscenza della buone pratiche
    attuate nei paesi dell’UE.
    • Esempi concreti del contributo di
    URBAN al rafforzamento della
    competitività, dell’integrazione
    sociale e della riqualificazione
    ambientale e materiale, compresi
    i progetti che illustrano il valore e la
    natura dell’approccio integrato.

  7. corto maltese scrive:

    nfo dal Campidoglio: RELITTI URBANI: RIQUALIFICARE PERIFERIE CON NUOVI PROGETTI

    Roma, 21 lug. – (Adnkronos) – «Nuovi progetti architettonici per riqualificare tutta la città, ed in particolare le periferie. Non grandi interventi isolati, ma al contrario interventi diffusi su tutto il territorio». È quanto ha dichiarato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno presentando in Campidoglio il bando per la sostituzione di aree, edifici degradati o dismessi e il bando F555 Pietralata per la realizzazione di un quartiere di housing sociale. Presenti nella sala delle Bandiere, accanto all’architetto Paolo Portoghesi, gli assessori all’Urbanistica e ai Lavori pubblici Marco Corsini e Fabrizio Ghera, il direttore del Dipartimento delle periferie Francesco Coccia, il responsabile dell’Emergenza abitativa, Marco Visconti. «Non si tratta di interventi programmatici astratti -ha ricordato ancora Alemanno- ma di una progettualità concreta per ridare nuova vita alle periferie».

  8. corto maltese scrive:

    Tor Bella Monaca: una risorsa per la periferia di Roma. Scelte sostenibili e fattibilità economica del progetto di riqualificazione urbana
    di Scaglione Adriana
    Prezzo: € 35.00

  9. corto maltese scrive:

    M8 crea condividi partecipa
    Giardinaggio d’assalto a Largo Mengaroni | Stampa | E-mail
    1083
    12345(5 voti, media 5.00 di 5) Notizie – Cronaca
    Scritto da Tachis
    Lunedì 30 Novembre 2009 02:16
    Armati di tre decespugliatori, due pale, svariati rastrelli, qualche scopa e soprattutto tanto entusiasmo, circa venti cittadini hanno autonomamente ripulito gli spazi verdi della piazza di Largo Ferruccio Mengaroni, a Tor Bella Monaca. E’ successo sabato 28 novembre, dalle 10 alle 13. L’erbaccia era alta quasi un metro e sotto di essa nascondeva ogni sorta di rifiuti.

    L’idea, che prende spunto da un movimento internazionale noto come Guerrilla Gardening, è stata lanciata dal gruppo Amici di Beppe Grillo VIII Municipio di Roma, e quindi raccolta da alcune realtà che operano sulla piazza: l’Associazione culturale Cubo Libro, la ciclofficina La Gabbia, l’Associazione Socialmente Inutili, il SIDI e El Chentro sociale.

    Membri delle diverse realtà hanno partecipato con uno o più rappresentanti (i grillini i più numerosi) per tagliare l’erba, raccoglierla, togliere i rifiuti e buttare il tutto.

    Per ripagare le spese vive del gasolio, i ragazzi si sono autotassati mettendo circa due euro a testa.

    Chiedendo a Elia, Claudia, Francesco, Giancarlo, Antonio e altri di loro il perché hanno deciso di fare questa operazione, la risposta è pressocché unanime: protestare in maniera costruttiva. Far vedere alle istituzioni, colpevoli di non aver regolato la manutenzione di uno spazio così grande e importante (in cui mancano persino i cestini dell’immondizia), che i cittadini non vogliono vivere nel degrado e, con rastrelli e sorrisi, far vedere a tutti quella che vorrebbero fosse la normalità.

    Inoltre l’iniziativa è servita anche per far incontrare persone attive in gruppi diversi, che condividono l’obiettivo di riqualificare il territorio e creare una comunità locale vivibile.

    Dopo tre ore di fatica la piazza è visibilmente più bella: si può camminare sull’erba, i bambini possono tornare ad accedere ai giochi e le persone che passano si sentono un po’ meno in periferia.

    Ovviamente l’impegno volontario non è sufficiente: servono professionisti per riparare i tombini rotti, pulire i chiusini che impediscono lo scarico dell’acqua piovana, installare panchine funzionali e soprattutto tenere pulito e curato uno spazio che potrebbe essere un piccolo gioiello.

  10. corto maltese scrive:

    Roma social visibile:

    Polizia lascia Tor Bella Monaca, zona ad alta criminalità
    Home » Categorie » Cronaca
    .0
    Up Down Polizia lascia Tor Bella Monaca, zona ad alta criminalità La zona viene ritenuta «ad alta criminalità» dalle stesse forze dell’ordine, ciò nonostante e malgrado le segnalazioni degli agenti, la caserma di Tor Bella Monaca al centro commerciale Le Torri chiuderà a marzo del prossimo anno per “tagli alle risorse”. «Fino al 2002 – dicono Giulio Incoronato e Francesco Paolo Russo, segretari provinciali della Consap romana – la caserma ospitava anche un posto di polizia per le denunce, poi chiuso per recupero uomini. Oggi ci sono otto nuclei familiari di agenti, ma la caserma dovrà chiudere a marzo per tagli di risorse, mandando letteralmente per strada i poliziotti e le loro famiglie. Non solo, ma per l’ampiezza del territorio di competenza e l’alto numero di reati, sarebbe necessario riaprire con urgenza il posto di polizia all’interno della struttura». A rendere ancora più grave la chiusura, è la condizione critica in cui versa il commissariato Casilino Nuovo, cui fa capo anche la zona di Tor Bella Monaca. «In un territorio esteso quanto una piccola città, con circa 240.000 abitanti, il commissariato è in una struttura fatiscente, all’interno di un centro commerciale, e non è accessibile ai portatori di handicap, tanto che gli agenti sono costretti a recarsi a casa dei disabili per prenderne le denunce». E c’è anche la carenza di personale, «con tagli del venti per cento dell’organico previsto». «Gli uomini sono pochi e non mancano prelievi per un posto fisso, oltre ai servizi di ordine pubblico – spiegano Russo e Incoronato – Il controllo del territorio è effettuato con due sole auto, peraltro vecchie. Il poliziotto di quartiere è usato come tappabuchi».

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    http://www.ultimenotizie.tv/notizie-di-cronaca/notizie-roma/polizia-lascia-tor-bella-monaca-zona-ad-alta-criminalita.html

  11. ! scrive:

    Demolire Tor Bella Monaca? Ni
    di Riccardo Bagnato – pubblicato il 25 Agosto 2010 alle 17:46
    Interviene Stefano Boeri, architetto e urbanista, sul dibattito lanciato dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno

    Non è stato il primo e l’unico annuncio che il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha offerto in questo fine di stagione. Forse per via del fresco clima di Cortina d’Ampezzo dove si trovava, ma dopo aver ipotizzato una tassa sui cortei nella città eterna, il primo cittadino ha anticipato l’intenzione di demolire il quartiere popolare di Tor Bella Monaca e di ricostruirlo.
    Secondo Alemanno, intervenuto a un dibattito intitolato “Estetica delle città” nel corso della manifestazione Cortina Incontra – è infatti necessario avere «il coraggio di dare nuova dignità urbanistica alle periferie, intervenendo anche con una operazione di demolizione e ricostruzione». Apriti cielo.
    In ordine sparso hanno commentato politici (favorevole la maggioranza, contraria l’opposizione), ordini professionali (entusiasti in generale) e noti urbanisti con i dovuti distinguo e osservazioni di carattere tecnico. Quello che è certo – e su cui tutti concordano – è che qualcosa si deve fare, soprattutto per arginare il degrado sempre più evidente che caratterizza alcune periferie delle grandi città e quindi scongiurare il pericolo banlieue.
    A intervenire nel dibattito oggi è Stefano Boeri, architetto e urbanista e docente di Progettazione Urbanistica presso il Politecnico di Milano nonché visiting professor al GSD di Harvard.
    VITA: Professore, quella della demolizione dell’intero quartiere di Tor Bella Monaca è una boutade agostana secondo lei, o come fanno presagire le precisazioni del comune di Roma, è un progetto più che concreto?
    Stefano Boeri: Di per sé, l’idea di una demolizione totale è non solo sbagliata, ma figlia di un autoritarismo determinista e ideologico molto pericoloso. Se questo, però, significa intervenire demolendo anche, ma parzialmente, introducendo elementi di socialità, forme abitative diverse, coinvolgendo realtà sociale che possano offrire soluzioni di affitto o vendita particolari, allora, come è successo ad esempio ad Amsterdam, non solo è necessario, ma urgente.
    VITA: Quindi c’è del buono in quel che intende fare la nuova giunta romana?
    Boeri: Ripeto. Non si tratta di demolire un intero quartiere, ma di fare interventi più o meno significativi in un tessuto da rivatilizzare. Le faccio un esempio: uno dei grossi problemi delle periferie progettate negli anni ’70 e ’80 è quello di averle pensate senza un piano terra. Mi spiego meglio. Se ci facciamo caso, ciò che rende particolarmente vivibile un quartiere sono i piani terra dove trovano spazio negozi e servizi. Se, come nel caso di Tor Bella Monaca, manca questa livello, di fatto si creano ghetti, dormitori, edifici muti uno con l’altro. Da qui bisogna ripartire. Ma le aggiungo un’altra osservazione. Quello di Alemanno è sicuramente un annuncio che dovremmo valutare alla prova dei fatti. Ma se questo significa agevolare la progettazione urbanistica rendendo più facile fiscalmente e culturalmente demolire credo che sia giusto. In Italia abbiamo poca dimestichezza. Non consideriamo che la demolizione è una possibilità.
    VITA: E’ un caso, secondo lei, oppure ha una ragione storica che proprio Gianni Alemanno, un sindaco con una tradizione politica che affonda le sue radice nella destra sociale italiana, abbia reintrodotto nel discorso urbanistico il concetto di demolizione, un concetto molto caro alla Roma del ventennio?
    Boeri: Guardi, non so come risponderle. Diciamo così: se ci fosse davvero una matrice culturale comune fra quello che ha annunciato Alemanno e l’urbanistica fascista ne sarei sorpreso, e positivamente. Quello è stato un periodo, da un punto di vista architettonico, molto importante e con realizzazioni apprezzabili. Temo piuttosto che il tutto si consumi in un’idea della politica che tende invece a semplificare troppo, ad alludere a una semplificazione, sovrapponendo degrado e urbanistica in modo ideologico, tale da far pensare che se si demolisce l’architettura in cui si sviluppa il degrado, allora scompare il degrado. Una tesi del tutto sbagliata e repellente. Le ripeto, oggi non dobbiamo costruire per allargare le città – e per inciso, abbattere palazzi, per sostituirli con case di pochi piani a questo porta – ma dobbiamo lavorare sulla città già costruita. Per questo dico, ben venga la demolizione, ma studiata, parziale, chirurgica, non totale.
    E tu cosa ne pensi? Vota il sondaggio qui a fianco!
    1 commenti agli articoli
    CAL Coordinamento Associazioni Locali – pubblicato il 2010-08-26 09:59:48
    Così come prospettata mi sembra più un annuncio da campagna elettorale che un proposta seria e concreta. Non stiamo parlando di abbattere e ricostruire qualche palazzo, qualche isolato, parliamo di un quartiere-città, di quasi 250.000 abitanti. E poi di realtà simili ce ne sono altre a Roma. Penso che la strada più realistica e percorribile sia quella della riqualificazione creando servizi, luoghi di incontri, spazi verdi, spazi per lo sport evitando così che resti solo un quartiere dormitorio. Inoltre c’è da chiedersi come sia stato possibile far nascere quartieri simili, chi li ha progettati, che interessi economici e non solo erano in gioco, chi non ha vigilato e controllato. Prendiamo spunto da questa “provocazione” per evitare (il rischio è sempre in agguato) la nascita di altre Tor Bella Monaca. Rosario Sasso

    http://www.webalice.it/luigi.vasari/torbellamonaca.htm

    Programmi Urbanistici
    Tor Bella Monaca
    28 febbraio 2007
    Quadrante a ridosso del GRA, nel settore est della città, chiuso a sud dalla via Casilina e a nord dalla Prenestina.
    Tra gli obiettivi del programma ci sono il potenziamento e la riorganizzazione della viabilità interquartiere e di quella di collegamento con i nodi di scambio e con il resto della città e in particolare con la vicina centralità di livello metropolitano di Tor Vergata. Uno degli interventi più importanti per migliorare il collegamento dei quartieri con il resto della città riguarda la creazione di un nuovo svincolo sul Gra che faciliterà l’accesso alla nuova fermata Giardinetti della Metro C e all’omonima borgata. Il programma di recupero punta inoltre al rafforzamento delle centralità locali con la creazione di servizi pubblici e privati di qualità anche di livello urbano, l’arricchimento della dotazione di verde pubblico e il miglioramento della sua fruibilità mediante la realizzazione di percorsi pedonali e aree attrezzate per lo sport o il elax.Comprende 6 interventi privati e 27 interventi pubblici, interessa circa 965 ettari di territorio abitati da oltre 60.000 persone e attiva nel complesso investimenti per circa 151.000 euro, di cui il 54% si devono agli operatori privati.
    Tempi previsti
    Dal momento dell’approvazione del Programma e della stipula del relativo Accordo di Programma per la realizzazione delle opere pubbliche è previsto un periodo che va da un minimo di 12 mesi ad un massimo di 60 mesi a secondo della complessità delle opere.
    Stato di attuazione
    Pubblicato sul BUR Lazio n. 33 suppl. 3 del 30-11-2005
    Competenza: U.O. VIII
    Responsabile: Arch. Ezio Neri
    Documenti scaricabili:
    Relazione (PDF 56,4 Kb)
    Delibera Comunale (PDF 59,3 Kb)
    Piano Finanziario di Interventi Pubblici (PDF 13,13Kb)
    Inquadramento Urbanistico (PDF 1,34 Mb)
    Localizzazione interventi (PDF 2,37 Mb)

  12. Madonna mia, questi non sono commenti, sono poemi! Li trascuro per eccesso di lunghezza e mi fermo al post.
    Condivido molte delle proposte scritte: premio cubatura, mix sociale e delle funzioni, densificazione, insomma città normali. Inutile parlare di ciò su cui siamo d’accordo. Vediamo cos’è che condivido meno.
    Magari è solo una mia impressione e mi posso sbagliare e sono malpensante, ma il tono dell’articolo è, come dire, acrobatico: va bene Alemanno, meno Buontempo perché ideologico, va bene Zingaretti, il Corviale però è un ghetto (allora perché Buontempo sarebbe ideologico, o è un ghetto o non lo è). Insomma mi pare che, per non scontentare nessuno, vi siano delle indecisioni in certe affermazioni che pure mi sembrano importanti.
    Tornando al merito, io credo che prima di “assoldare” urbanisti, non sia sufficiente indicare quegli obiettivi già detti e su cui ho detto di essere d’accordo, ma occorra anche definire i criteri progettuali cui attenersi per non fare nuove periferie solo più dense: strade tradizionali (attenzione, ho detto strade tradizionali), isolati, piazze vere, cioè racchiuse da edifici e poste in punti nodali e non casuali, altezze limitate ad un massimo di 4, massimo 5 piani, negozi e attività al piano terra, edifici pubblici nei punti nevralgici e tali da riuscire a diventare punti di riferimento per i cittadini. Senza questi criteri non c’è città.
    E Asor Rosa e la sua cultura…… come merce sul banco! Pasolini saprebbe cosa dire in proposito sulla cultura consumistica.
    Saluti
    Pietro

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