Viaggio attraverso le architetture “vere”, presunte utopiche, ritenute fallimentari

Come prolungato eco nelle coscienze continua a colpire Gomorra.

Più che evento mediatico dell’anno, configuratosi in forma scritta e in forma visiva, cinematografica, Gomorra non è solo un libro, nemmeno solo un film.

Ci si augura possa essere l’eco della coscienza comune, che talvolta affiora e trova coraggiosa espressione nelle capacità espressive e nella sensibilità di un gesto individuale lucido, sapientemente maturato e privo di retorica.

Gomorra è una realtà complessa che abbraccia aspetti molteplici che riguardano l’individuo, la comunità, le complesse innervature della società intera nelle sue diramazioni sociali, economiche, filosofiche, etiche, politiche, culturali, antropologiche, storiche, e, che abbandonando la dimensione che a volte ci è più estranea, quella puramente intellettuale, punta diritto ai vari ruoli e responsabilità che ciascuno di noi svolge e agli atteggiamenti, spesso così pacatamente colpevoli.

Colpisce profondamente il libro che tanto fluidamente ci guida nei percorsi della mente fin nei più riposti angoli delle logiche perverse del profitto, del potere, dove si consumano tutti i sentimenti e da cui molti sentimenti partono. E scuote in altro modo, per altre vie, il film, che ci introduce a visitare con i nostri occhi i luoghi fisici delle perversioni e deviazioni così spaventosamente vere, esistenti, da abitare luoghi. E ci si chiede che luoghi siano questi, chi li ha pensati, chi li ha progettati e realizzati. Come se fosse l’anima di quel luogo a permeare della sua negatività l’uomo. Ed in parte è vero, è vero che il luogo influisce sui comportamenti, accelera, o nega, impulsi.

Di Gomorra film colpisce il complesso delle Vele di Napoli, oggetto di lunghe dispute in materia di utopie architettoniche fallite ed in parte abbattuto e respinto da alcuni degli stessi abitanti.

I ragazzini di 12 anni giocano “a Scarface” impugnando armi tra i ballatoi semioscuri del grande ventre della Vela. Qualche scena dopo si ritrovano in quelle stesse viscere a fare da sentinelle, non visibili, come soldatini guerrieri lungo i camminamenti di ronda delle mura fortificate della rocca impugnata. Si ripropone il modello del feudo, con le proprie leggi, i propri dazi da pagare, i propri privilegi. Questa volta la rocca non è proprietà dei signori, ma è stata data in concessione dallo Stato, attraverso la legge 167 per i piani di edilizia economica e popolare, ai nuclei economicamente svantaggiati. La Roccaforte della malavita organizzata, dove si consuma la morte quotidianamente, dove al ballatoio inferiore ci si sposa, mentre a quello superiore si controllano i traffici di droga; dove la spazialità tanto complessa studiata per l’integrazione organica, funzionale di molte attività finisce per servire la rete intricata di una realtà socio-economica altra, modello funzionante, a suo modo alternativo, all’utopia dello Stato democratico, col gran finale della morte violenta.

Dunque concentrazione demografica = malavita? Dunque altezza, cemento e densità di popolazione = malavita, disagio, povertà, miseria, corruzione, sporcizia…ecc…?

La biennale di Venezia sembra essersi fermata a questo punto, dopo una lunga enunciazione di città e di numeri. Con immagini, che non mancano mai, e Suoni. Mancavano gli Odori però, quelli delle bidonville, dei ghetti, che, se non ci sei mai stato non puoi capire. Poi il silenzio totale, il non progetto, la non ricerca.

Qualcuno forse e’ tornato a casa con l’immagine della densità madre della prostrazione dell’individuo, del fallimento della società. E con ancora impugnata l’idea ingenua e insufficiente della villetta con giardino, dimentica del villaggio africano progenitore.

Ma non è così. Grandi maestri dell’età moderna hanno dimostrato il contrario, con disegni certo, più che realizzazioni, ma quei disegni esprimevano idee politiche democratiche.

Ecco quello che la cultura architettonica contemporanea non è riuscita a comunicare, o comunque ha dimenticato, della ricchissima e senza eguali esperienza dell’architettura moderna, anni luce avanti in ipotesi di nuovi modelli abitativi, mai veramente applicati, ma relegati alla sfera della sperimentazione per poveri, per ghettizzati. L’ esperimento nell’esperimento. Dove la concentrazione edilizia e demografica ha servito la concentrazione dei diseredati, degli ineducati, dei disoccupati o i “diversamente occupati” (dalla camorra). Dove la comunità si stringe intorno ad altri “valori”, ma comunque si stringe e si identifica in un luogo, in un Organismo, che sono le Vele.

Ecco quello che l’architettura può essere: una stessa architettura abitata da una classe sociale diventa altro abitata da un’altra classe sociale. Può trasformarsi da simbolo di ricerca architettonica di lusso come nel caso dell’Habitat ’68 di Moshe Safdie a Montreal, a simbolo di cosa non farsi, quando le politiche soprattutto sono sbagliate e non ispirate a principi di democrazia. Molto illude la concessione fatta in segno di regalo ai non abbienti, che non è simbolo di democrazia ma di populismo che non incita al lavoro alla dignità individuale, ma al disprezzo. Corruzione nella corruzione.

E Gomorra ci dimostra che le vele di Napoli funzionano. Creano il senso di appartenenza, di identificazione. Si può nascere e vivere nella Vela. Si può uscire dalla vela, scappare, perché esistono i portali, i passaggi, gli spazi di comunicazione, gli spazi di sosta. Come in nessun altro habitat così ben delineati. La vela è un organismo ben identificabile, riconoscibile nel territorio, nel paesaggio. Sai da dove viene, chi viene dalle Vele.

E noi architetti non possiamo esimerci dal riflettere sul nostro ruolo determinante e su quello che la nostra professione significa per l’Uomo e la Comunità.

Ci si chiede se Gomorra sia anche architettura e città oltre che libro, film.

Gomorra insegna paradossalmente che le Vele permettono un’alta qualità del vivere, dalle terrazze-giardino, assolate, in parte utilizzate, agli spazi pubblici, dotati di “fontane”, come le piazze dei nostri borghi medievali, quello che nega la qualità sono le politiche, l’abbandono, la mancanza di infrastrutture, spina dorsale di qualunque habitat che voglia essere integrato al resto del territorio e non isolato e destinato alla deriva sociale ed economica.

La vera utopia che sbandiera quotidianamente sotto i nostri occhi a quanto pare è la democrazia. Basterebbe ammettere che non esiste e che non sarà mai.

E lasciare spazio ai propositori di risparmio del territorio, di modelli di abitazione a basso costo, che non significa per poveri, ma per tutti coloro che consapevoli del futuro e delle sfide che aspettano le prossime generazioni abbracciano con generosità le idee che quasi un secolo fa sono state elaborate sapientemente e progettate.


3 Commenti a “Viaggio attraverso le architetture “vere”, presunte utopiche, ritenute fallimentari”

  1. Pino scrive:

    Sono d’accordo con questo che scrivete: “…una stessa architettura abitata da una classe sociale diventa altro abitato da un’altra classe sociale…”.
    Aggiungo che tale nuova classe sociale trasforma, dopo aver occupato gran parte delle abitazioni della vecchia classe sociale cacciata a suon di bigliettoni, l’ambiente a suo piacimento, spesso come era quello diprovenienza, spesso, più che altro, un garage abusivo senza certificato prevenzione incendi e senza un minimo di buon gusto.
    Devo dire che non nutro molta simpatia per l’architettura: la considero l’arte del cambiare lo stato delle cose preesistente secondo i propri gusti ma coinvolgendo anche la vita degli altri.
    Per fare un esempio, io preferivo di gran lunga l’affascinante spettacolo lunare e gelidamente silenzioso della parte del Villaggio Olimpico che era lluminata dalla luna e da luci fredde e biancastre e che donava profondità alla vista e calore al cuore per contrasto col rientro nel calore della casa. Ora, grazie ad un architetto, tale prospettive è occupata da ingombranti, e spesso rumorose, strutture.
    La quiete e tranquillità, e la pulizia dell’aria che faceva campare oltrre novanta anni molti abitanti si è ora trasformata in sfoggio di decibel per concerti all’aperto, strombazzatte di automobilisti che accorrono in massa per far mostra di tutto ciò che il codice della strada, e dell’educazione e rispetto civico, dovrebbero vietare.
    L’aria è divenuta quella di un garage e appesta i nostri polmoni; le nostre orecchie sono messe a dura prova.Tutto ciò in nome dell’architettura? I nostri, i miei, nervi, non ne possono più.
    Eppure la Costituzione garantisce il diritto dei cittadini a vivere in pace, soprattutto nelle loro abitazioni.
    Frase che continuo a ripetere: cancellate anche questa come mi sembra abbiate fatto con le altre.
    Domanda: non sarebbe più semplice non inviarmi la mailing list che continuare a cancellare i miei commenti?

  2. Pino scrive:

    Aggiungo: Villaggio Olimpico zona pedonale e concerti all’aperto in acustica; come accadeva nell’anfiteatro greco ove da ogni punto era perfettamente udibile chi recitasse al centro della cavea.

  3. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Gentile Pino, come potrà vedere noi censuriamo solo i commenti che sono offensivi verso terze persone. Per quanto attiene la newsletter forse si riferisce a quella di Carteinregola.
    Se invece non desidera ricevere la nostra, in fondo alla newsletter c’è l’indirizzo a cui richiedere la cancellazione dalla mailng list, a termini di legge.
    Una sola preghiera. Quando ci scriverà ancora scriva i commenti in risposta ad un solo articolo e non li copi in altri articoli. Questa volta li abbiamo lasciati tutti, ma in genere cancelliamo le copie per non tediare i lettori.
    Cordiali saluti.

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