Archivio di gennaio 2010

Ordini degli Architetti, è il momento di una svolta

Venerdì 22 gennaio si è svolta a Roma la Conferenza nazionale degli Ordini degli Architetti, si percepiva già un clima elettorale, il mandato del Consiglio Nazionale termina a fine 2010. Il filo conduttore di molti interventi dei Presidenti provinciali, (tra cui Lucca, Roma e Firenze), è stato quello di constatare che negli ultimi 11 anni, (da Torino 1999), il Consiglio Nazionale continua a ripetere le stesse cose senza aver ottenuto alcun risultato.

I problemi degli architetti in questi ultimi anni, non solo non sono stati risolti, ma al contrario sono aumentati.

E’ arrivato il tempo di passare dalle parole ai fatti e non possono essere trascurate le responsabilità precise che il nostro Consiglio Nazionale ha avuto in questi anni, per esempio nella disastrosa riforma universitaria, (3+2 per intenderci).

L’Assemblea dei Presidenti, che si è riunita venerdì 22 a Roma, era composta anche da nuovi esponenti che hanno partecipato per la prima volta, dopo i recenti rinnovi dei consigli provinciali. Si respirava un’aria nuova, il clima - alla “Ceauşescu” - dei precedenti congressi in cui tutto veniva definito prima senza possibilità di un vero dibattito sta cambiando, siamo ad una svolta e speriamo che la maggioranza dei Presidenti si renderà conto che non si può più aspettare, bisogna cambiare rotta subito, per citare un italiano importante: “Qui si fa l’Italia o si muore“.

E’ in quest’ottica che segnaliamo volentieri l’ultimo editoriale di Amedeo Schiattarella, (Presidente dell’Ordine di Roma), pubblicato sul numero 85 di AR, il bimestrale dell’Ordine degli Architetti di Roma.

Crediamo che sia necessario evidenziare alcune importanti e precise affermazioni fatte dal Presidente del maggior Ordine degli Architetti di Italia per dimostrare che il cambiamento di rotta non si può più rimandare.

tratto da AR n. 85/2009

di Amedeo Schiattarella

Come avevo già anticipato nel mio precedente editoriale ritengo che sia oramai giunto il momento, non più rinviabile, di una più evidente accelerazione delle politiche del nostro Ordine.

Se fino a qualche tempo fa il nostro problema principale era quello di riaccreditare e ridefinire il ruolo di una istituzione che con il trascorrere degli anni mostra sempre più in modo evidente i segni di una incapacità di essere al passo con la società contemporanea , oggi, anche sulla base di un confortante segnale di sostegno da parte dei nostri iscritti durante l’ultima tornata elettorale, dobbiamo passare ad una fase più incisiva e più concreta della nostra strategia.

Credo che tutti noi architetti italiani abbiamo la consapevolezza, maturata nella esperienza quotidiana, che la nostra professione non abbia mai versato in uno stato di crisi così’ profonda come quello in cui ci troviamo oggi e che questa situazione non è il frutto esclusivo di una contingenza economica sfavorevole, ma che abbia piuttosto a che fare con una mutazione strutturale del nostro mercato professionale e che quindi siamo di fronte ad una crisi che sembra destinata a durare nel tempo. Le criticità sono così numerose ed i livelli di complessità così alti che il solo tentare di rimettere ordine nella materia e di costruire un quadro organico della situazione rappresenta di per sé una impresa ardua; ciononostante, ritengo, che sia giunto il momento in cui il sistema ordinistico italiano debba farsi carico di questa responsabilità e dichiaro sin d’ora che l’Ordine di Roma svolgerà una intensa attività di promotore di azioni politiche coinvolgendo in una azione corale il più vasto numero possibile di ordini provinciali degli architetti.

Sul piano del metodo politico però non è più possibile inseguire i problemi cercando di tamponare in modo contingente le tante criticità che si aprono in continuazione all’interno di un quadro normativo che ha, di fatto, marginalizzato il nostro ruolo economico e sociale. E’ ora di definire una strategia ed un progetto par dare un futuro alla nostra professione e certamente non è sufficiente l’annunciato ennesimo tentativo di rilanciare una riforma delle professioni (leggi sistema ordinistico) perché, per quanto ci riguarda, se non si mette mano in modo radicale alle attuali istituzioni ordinistiche esaltandone il ruolo di tutela dell’interesse generale, modificandone i modi di operare, e consentendo una reale possibilità di esercizio della democrazia all’interno dei sistemi di rappresentanza, se cioè non diamo un ruolo utile ed un senso reale all’esistenza degli Ordini, siamo per la loro abrogazione.

Noi (in questo caso mi riferisco ai tanti ordini provinciali italiani degli architetti che sono riusciti a ritagliarsi nel loro territorio ampi spazi di credibilità sociale) abbiamo operato in questi ultimi anni per dimostrare che l’Ordine non solo è una istituzione utile, ma che, forse, è addirittura necessaria, ma la risoluzione dei problemi non può passare per effetto di iniziative di carattere localistico. E’ oramai il momento in cui, a partire dalla nostra situazione, deve nascere la consapevolezza che l’interesse generale del paese passa per una profonda e organica revisione del quadro normativo italiano nel settore professionale, ma che poi, all’interno del quadro generale delle professioni, esiste una vera e propria emergenza nel nostro specifico settore di attività che richiede una strategia mirata.

Ritengo necessario, infatti, che questo nostro Paese (o piuttosto il mondo della politica) si interroghi se l’architettura rappresenti ancora un valore della nostra comunità e se il progetto (la pianificazione,…) sia ancora un fattore di regolazione nel governo delle trasformazioni territoriali che può aiutare ad apportare miglioramenti nelle condizioni di vita degli uomini e nella difesa dei valori della storia e dell’ambiente naturale o se, invece, sono solo gli interessi economici e le logiche di mercato a determinare (rendendo sovrastrutturale il ruolo del progetto) il futuro assetto dell’Italia.

In caso di risposta affermativa (che ritengo inevitabile) non chiediamo un discorso come quello pronunciato dal Presidente Sarkozy all’atto del suo insediamento, ma un più concreto e profondo riordino delle leggi che governano il settore degli appalti pubblici facendo in modo che il concorso di progettazione diventi (come in tutti gli altri paesi europei) l’unica procedura per affidare incarichi, che nasca un progetto organico per il riordino ed il sostegno alla attività formativa, che si attivino politiche di incentivazione e di sostegno alla riorganizzazione del sistema professionale, che si favorisca la creazione di canali che consentano l’accesso degli architetti italiani ai mercati internazionali (dando anche una speranza di un futuro credibile alle nuove generazioni), che si sostenga il valore della nostra professionalità dovunque sia esercitata perché è posta al servizio degli interessi generali del Paese.

Credo, infine, che sia giunto il momento di affrontare e risolvere una volta per tutte una questione irrisolta (che volutamente si è evitato di affrontare, che ci trasciniamo da oltre ottanta anni e che rappresenta un fattore di rallentamento di tutto il nostro settore di attività) costituita dalla pletora di figure professionali che si sovrappongono in un groviglio indistinguibile di competenze che non ha precedenti in nessun altro paese del mondo.

Se vogliamo veramente affrontare il mercato globale (di cui fa parte anche quello interno italiano) con qualche speranza di avere spazio per i nostri professionisti è necessario che arrivino a definizione, una volta per tutte, gli ambiti di competenza di ogni professione tecnica in modo da consentire la complementarietà delle conoscenze e favorire la nascita di organizzazioni interprofessionali in grado di competere in modo paritetico con la concorrenza internazionale che fa della multidisciplinarietà un fattore di rafforzamento della offerta professionale.

Siamo consapevoli, tuttavia, che per intraprendere un’azione incisiva su tutte queste questioni è necessaria una vera mobilitazione nazionale. Un’azione che sappia far pesare la forza di 140.000 professionisti che chiedono strumenti per garantire maggiore qualità al nostro territorio.

Ma per far questo occorre rifondare organismi di rappresentanza nazionale che siano in grado prima di tutto di suscitare negli architetti italiani la consapevolezza di tale forza e diventino capaci di dotarsi di strumenti efficaci per incidere realmente nel quadro politico, economico e culturale di questo paese.

Sappiano che lungo tutto il percorso da noi indicato incontreremo mille resistenze, ma il ritardo accumulato è tale che o si affronta in modo coraggioso una stagione di riforme vere o, altrimenti, il nostro paese è destinato nell’ambito del settore della architettura ad una marginalizzazione culturale che, in controtendenza con la nostra grande tradizione, cancellerà il residuo credito di cui godiamo all’estero.

Architetto Amedeo Schiattarella

Ripensare L’Aquila

17 gennaio 2010

In televisione scorrono le immagini delle macerie, tonnellate di pezzi di cemento, di enormi travi, dalle sezioni di un metro e mezzo della Casa dello Studente, vedo che i tondini sono in quantità esigua e di sezione sottilissima, dicono che sotto ci sono ancora cinque ragazzi o forse di più, ho un nodo nella gola, il dolore insieme alla rabbia per queste vite spezzate che guardavano al futuro; e ripenso a me, quando ero studente, ai sogni di ciò che avrei potuto fare una volta laureata, di ciò che avrei potuto creare, questi ragazzi avevano gli stessi sogni e credevano in un Italia migliore di quella che è oggi.

Adesso, è necessario ripartire, ricostruire, si, il più velocemente possibile per tutte le persone che non hanno più niente, per un territorio che deve vivere; ma è doveroso, non ripercorrere gli stessi errori, cercare di fare meglio, avere la forza e il coraggio di cambiare, di ricercare e sperimentare nuove tecnologie architettoniche.

Ripartire dalla conoscenza del proprio territorio, individuare le aree sicure, funzionali, in equilibrio con la natura ed il paesaggio, non rifare involucri, scatole dislocate casualmente.

Il patrimonio artistico architettonico di L’Aquila e dei paesi limitrofi è andato in gran parte distrutto, è bene iniziare a gestire questo patrimonio in modo diverso, ricostruirlo consolidandone le strutture, ma anche dandogli una funzionalità diversa.”

Così terminava il mio articolo “Cronaca di un terremoto annunciato”, scritto il giorno seguente al terremoto del 6 Aprile scorso, ed è proprio da qui che voglio ripartire facendo alcune considerazioni che possano aiutarci a riflettere sul “futuro di L’Aquila”.

Siamo arrivati a Novembre, il periodo dell’anno in cui da millenni, civiltà diverse, politeiste e monoteiste, laiche e religiose hanno da sempre ricordato i “morti”; allora oggi voglio ricordare 300 persone che sono morte nel terremoto del 6 Aprile 2009 a L’Aquila e 35 persone che sono morte nella frana di Messina il 1 Ottobre scorso. Quanti morti ci dovranno ancora essere perché i nostri governanti e gli Italiani acquisiscano la coscienza del rispetto dell’ambiente? Che vivere in un territorio non significa semplicemente occuparne un qualsiasi spazio fisico, ma convivere con esso e trarre una crescita e un arricchimento reciproco?

Non sono un abitante di L’Aquila e conosco questa bellissima Città da pochi anni; ogni qualvolta mi ci sono recata ho ammirato il suo intenso paesaggio caratterizzato dalle alte e imponenti montagne, innevate in inverno e boscose in estate, che la circondano ad anfiteatro e creano prospettive diverse.

Solitamente arrivo a L’Aquila dall’autostrada e, dopo alcune lunghe gallerie, dinanzi a me si apre una valle dalle profonde visuali ma nello stesso tempo raccolta, quasi protetta dal cielo e dalle montagne. Sotto, ai due lati della carreggiata, si dispiega un tessuto quasi fastidioso, disomogeneo, fatto di capannoni industriali, grossi centri commerciali mescolati ad appezzamenti di terreni agricoli e ad edifici residenziali: è la periferia di L’Aquila.

Una periferia frastagliata, nella quale non è possibile individuare un margine tra il costruito e la campagna, tra il così detto “centro abitato” e il territorio agricolo, il verde pubblico o privato che sia, necessario per la nostra sana evoluzione.

Certo questa caratteristica non è propria solo di L’Aquila ma purtroppo di gran parte del territorio delle città italiane. Si calcola che le costruzioni mangino circa 280.000 ettari di terreno sgombro, libero, verde all’anno.

Tutta la vallata è costruita, senza soluzione di continuità; edifici sparsi dalle tipologie e funzioni più varie arrivano, corrodendo la natura, fin quasi a metà del pendio delle montagne. Zone industriali e residenziali dei Comuni limitrofi si addossano l’una all’altra, seguendo le stesse vecchie vie di accessibilità e traffico.

Non esiste una destinazione d’uso precisa delle aree territoriali e tutte vengono costruite senza parametri architettonici, senza tecnologie e materiali appropriati per ogni tipologia geologica degli appezzamenti e senza una relazione corretta con l’ambiente storico - naturale.

Sui terreni alluvionali di valle che rispondono in generale negativamente alle scosse sismiche, poiché sono molto molli e trasmettono completamente l’energia cinetica agli edifici soprastanti, sono stati costruiti anche palazzi di più piani.

Come può rispondere un edificato di questo tipo ad eventuali scosse?

Come si può parlare di sicurezza e prevenzione quando sul territorio governano spesso politiche dettate da Piani Urbanistici che vengono modificati a seconda delle esigenze particolari di chi ha più peso economico e politico, esigenze di votanti, di costruttori, di industriali, di privati e di amici e parenti a cui vengono date concessioni edilizie anche su terreni inadatti ad essere costruiti?

Ricordo bene cosa illustravano tanti disegni dei bambini della scuola elementare Giovanni XXIII, quando nel Dicembre 2008 mi recai a fare delle giornate a spiegare che cosa è l’Architettura: c’era la città delle residenze, con i fiori e le piante, le pasticcerie, poi un ponte altissimo la divideva dalla città delle fabbriche, dell’industria, grigia e priva di servizi.

Poi ancora disegni di architetture con volumetrie fantasiose e non scatolari, dalle bucature irregolari, con pannelli solari, fotovoltaici, pale eoliche, immerse in parchi, giardini bellissimi, con enormi piscine, fontane, giochi.

Questi sono i desideri dei nostri bambini, espressione di una maggiore sensibilità verso l’ambiente, valori che dovremmo noi adulti recuperare, per vivere veramente in sintonia con la società e la natura. Che i bambini vedano meglio di noi?

Non esiste in Italia la coscienza di un governo del territorio inteso come insieme di componenti sociali, culturali, economiche, ma anche naturali, vegetali ed animali.

E’ mai possibile che in una porzione di Regione con la massima presenza di Parchi Naturali al mondo ci si permetta una gestione del territorio con scopi di tipo esclusivamente speculativo ed industriale?! Bisognerebbe invece sviluppare l’industria del turismo. Oggi, dalla seconda posizione in Europa, siamo retrocessi al settimo posto anche dopo la Germania che non ha certo la ricchezza storico-artistica e paesaggistica della nostra terra.

Gli abitanti di L’Aquila nel Medioevo avevano una piena coscienza di cosa significa abitare in sintonia questo territorio, infatti la parte antica della città ancora, dopo secoli, rimane il contesto urbano meglio inserito architettonicamente e funzionalmente di tutta l’urbanizzazione che si è sviluppata a venire.

Da qui anche il grande fascino e la bellezza del centro storico di L’Aquila, un edificato arroccato, tipico delle forme urbanistiche medioevali con piazze funzionali: quella destinata al mercato, quelle relative allo spazio religioso e quelle che esaltavano visualmente, dandone più prestigio, i palazzi signorili e borghesi; piazze e piazzette che purtroppo, già prima del terremoto, avevano perso la loro identità diventando degli ammassi di auto parcheggiate. Nello stesso tempo, il contesto medioevale si era relazionato con l’intorno ambientale e naturale della valle, attraverso scorci prospettici e belvederi. Ma ciò che appare istantaneamente al visitatore è il grande distacco urbanistico e architettonico tra il centro storico e la città subito prospiciente a questo, è come se il tessuto posteriore si fosse sviluppato senza chiare linee urbanistiche, disordinatamente o non fosse riuscito a trovare delle soluzioni appropriate per superare con più omogeneità la particolare morfologia del territorio.

Un centro storico quasi morto, tenuto in vita soprattutto dalla commercializzazione di tipo ormai globale, in parte dormitorio degli studenti universitari, ma nello stesso tempo abbandonato e modificato inopportunamente proprio per meglio ottemperare a queste funzioni. Una visione che grottescamente affascinava e nel contempo sconcertava, un reticolo di antichi vicoli penetrati dalla nebbia che in inverno si confondeva con le poche luci delle ormai rare botteghe di vecchi sarti o calzolai artigiani.

Si sentiva grande tristezza. Purtroppo oggi si continuano ad incentivare le zone industriali e i centri commerciali senza favorire vecchie arti e mestieri che anche in tempi di crisi tengono in vita i centri storici favorendo la convivenza residenziale, l’occupazione e il turismo.

L’aspetto positivo è che a differenza di città universitarie come Perugia che hanno perso completamente un carattere cittadino e sono state snaturate, divenendo del tutto a servizio degli studenti, L’Aquila aveva mantenuto un aspetto provinciale che l’aveva salvata dalla “globalizzazione dello studio” anche nel suo abbandono dell’antico.

Un’economia parzialmente basata sul supporto dei privati verso l’Università - fast food, bar, camere e appartamenti da affittare - e sull’industria, ma per niente o solo marginalmente sul turismo e sull’incentivazione della cultura ad alti livelli, invece attestata solo a livello locale. Mi avevano sempre colpito nel profondo i numerosi edifici di importanza storica, completamente chiusi e abbandonati, con i tetti e gli infissi rotti, dai quali era possibile intravedere soffitti altissimi probabilmente affrescati.

Bisognava avere il coraggio di chiudere tutto il centro storico di L’Aquila al traffico, si sarebbero dovuti creare dei parcheggi esterni con collegamenti continui di ascensori e funicolari. Solo le vie principali avrebbero dovuto essere percorribili con piccoli mezzi elettrici; certamente non era stata una bella idea quella della Metro leggera, sia per la particolare morfologia del terreno, sia perché avrebbe danneggiato le funzioni storiche delle strade. A Via Roma, larga solo qualche metro, erano già state chiuse quelle poche attività artigianali esistenti, come una nota pasticceria, perché non si sarebbe potuto attraversare la strada.

Una città in cui lo Stato, sia in passato e ancor più oggi, dopo il terremoto, non ha supportato i proprietari residenti e non, per una politica di mantenimento e recupero del patrimonio artistico allo scopo di incentivare un turismo di carattere Europeo. In futuro si spera che almeno in una città di montagna, con un clima freddo e tanti giovani, si possano realizzare uno stadio del ghiaccio e strutture sportive collaterali, dove svolgere incontri di hockey, competizioni di pattinaggio artistico e corsa.

In tutto questo contesto si dovrà tenere conto del grossissimo problema della viabilità, che non viene studiata affatto prima della urbanizzazione ma che rimane, da sempre, la stessa anche quando si vanno a modificare le funzionalità del territorio.

Ricordo molto bene la difficoltà a spostarsi nell’area periferica e dei Comuni limitrofi già qualche mese dopo il terremoto, quando mi recavo come volontaria a fare i sopralluoghi in zona rossa: pochissime vie di accesso e di dimensioni del tutto insufficienti rispetto al carico di urbanizzazione.

L’Aquila, come tutto l’Abruzzo manca dei grandi mezzi di comunicazione, c’è ancora una rete ferroviaria obsoleta, lenta e inefficiente, a binario unico. Le stazioni sono abbandonate con motrici e vagoni vetusti, è certo che se dobbiamo riattivare l’economia e la vita di questa Città non possiamo fare a meno di un ammodernamento e uno sviluppo dei servizi primari ed essenziali del trasporto. L’automobile non è il simbolo della modernità ma della individualità ed è un intralcio al progresso della collettività e di tutte le classi sociali.

Oggi, si potrebbe fare molto per cercare soluzioni valide a questi problemi passati ai quali si sono aggiunti quelli più gravi delle perdite di vite umane e del patrimonio storico - artistico della Città. Si ha la possibilità di modificare quelle dinamiche che prima erano problematiche e che hanno portato anche la città antica ad essere così devastata dal terremoto stesso.

Prima di tutto, si dovrebbero rimettere insieme tutti gli studi sul territorio che sono stati fatti e verificarne la validità e lì dove si ha carenza di informazioni valide farne di nuovi, ma attraverso l’aiuto delle Facoltà Universitarie, e non assegnando incarichi a professionisti “ammanicati”.

Il lavoro dovrebbe avere un’alta qualità, essere connotato dallo spirito d’innovazione e di ricerca, quindi non è possibile seguire le solite strade clientelari che caratterizzano spesso le nostre politiche territoriali.

All’estero in Paesi dove c’è un’alta qualità architettonica, ed intendo quindi funzionale, si incentivano i giovani architetti promuovendo concorsi di idee e di progettazione che portano a creare dei tavoli di collaborazione tra professionisti con varie specializzazioni per realizzare progetti innovativi e futuribili. Nel nostro Paese, purtroppo, si “scelgono” sempre le stesse strade probabilmente per mancanza di una vera volontà di progredire.

In tal senso, il progetto C.A.S.E. non risulta una architettura di qualità, né dal punto di vista estetico e né da quello funzionale ed ecologico, i bagni e le cucine sono prive di finestre ed hanno sistemi di areazione forzata alimentati da batterie al litio, sostanza altamente inquinante. Dove andranno in seguito a gettare queste batterie? Dove gettano anche l’amianto, in nessun luogo o in tutti i luoghi?!

Da queste prassi viene fuori l’anomalia del cattivo comportamento politico e professionale atto a non ricercare risultati di alta qualità ma a distribuire il lavoro sempre ai soliti canali clientelari. Non è certamente così che si otterrà sicurezza e qualità architettonica.

In Friuli (Gemona), dopo il terremoto, i cittadini si mobilitarono e sentirono l’esigenza, poiché  già educati a curare e proteggere contemporaneamente il bene pubblico e quello privato, di partecipare attivamente alla ricostruzione. In Abruzzo invece si è abituati ad attendere la mano protettiva assistenziale dello Stato, il quale spendendo cifre enormi ed incontrollate, giustificandole solo con l’urgenza, soddisfa solo esigenze personali, senza progettare un futuro per tutti.

Sino ad ora sono stati edificati agglomerati di case prefabbricate che diverranno certamente dei quartieri ghetto e che non hanno alcun legame con la Città antica.

Si sarebbe già dovuto iniziare da tempo a recuperare il centro storico; fra poco sarà passato un anno e tutto è ancora fermo, magari agendo per lotti e programmando gli interventi per almeno 5 anni anche sulla base dell’accessibilità e viabilità. Molti dei proprietari di case del centro storico non sanno quale sarà il loro destino. Tutto sembra programmato secondo una regia a sorpresa.

E’ necessario che tutti i cittadini si responsabilizzino per recuperare l’Aquila; costruire il nuovo e restaurare criticamente l’edificato storico, mediante tecnologie moderne e contemporanee sperimentate, innesti tra antico e contemporaneo studiati appositamente per ogni particolarità sociale - architettonica, è un dovere di una società e di un Paese veramente evoluto e moderno.

Lucia Proto