Archive del 2009

Finalmente MAXXI !!!!

19 Novembre 2009

Io ci sono andata…

E penso sia un luogo interessantissimo.

Lo spazio coinvolgeva lo spettatore nella performance del corpo di ballo di Sasha Waltz.

Immaginate che i corpi si adagiavano sui piani inclinati delle pareti altissime, volavano con funi sospese ai setti verticali della copertura e  disegnavano il perimetro ondulato delle sale con i loro corpi.

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La performance non poteva essere “guardata” frontalmente, perchè i corpi creavano delle sculture e ogni persona avrà avuto una visione diversa, da 20 m. in alto affacciandosi e guardando giù o dal basso guardando i corpi improvvisamente fuggire in tutte le direzioni per poi legarsi strettamente e sollevarne uno solo il più in alto possibile….e lo spazio era lo strumento di questo movimento, con un’acustica perfetta.

Ma il movimento dei corpi in confronto al movimento dello spazio museale sembrava “artificiale”.

E’ stata una strana sensazione, forse solo mia, personale, ma provo a spiegarla: era come vedere il movimento di una parte all’interno di uno spazio in movimento. I ballerini si muovevano lentissimamente quasi come manichini in lontananza e la gente si muoveva da una parte all’altra richiamata dai suoni , e alla fine sembrava quasi che tutte le persone presenti facessero parte del corpo di ballo.

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Gli artisti ( perchè tali li considero, per la capacità tecnica ed espressiva) non si muovevano all’interno di una scenografia, ma interagivano con gli spazi… nella parte con un solaio inclinato facevano scivolare dei piatti di porcellana bianca, creando un suono e talvolta un rumore familiare di cocci. Non c’erano elementi aggiunti, ( anzi no, uno, alla fine della performance, un lunghissimo nastro di margherite gialle posate con estrema cura dalle ballerine, unico elemento naturale presente..e anche questo mi fa riflettere…) loro “usavano” l’architettura: intonaci, gradini, balaustre, vetrate, pavimenti, scale, vuoti, ascensori, montacarichi.

Il montacarichi. Ecco, questo è stato l’elemento che forse più mi ha colpito….perchè credetemi un montacarichi può avere un’anima e danzare con l’apertura e chiusura delle porta scorrevoli.

Ecco credo sia questa l’architettura, l’arte più completa anche se possiede solo un po’ di cemento e una matita…. la matita. Credo sia l’invenzione più importante per un architetto, lo strumento che ci permette di trasferire, di far capire quello che abbiamo avuto il dono di immaginare. Zaha Hadid evidentemente riesce a realizzare esattamente quello che con una semplice matita disegna.

Tutto il resto viene dopo, è fondamentale, lo sappiamo bene, perchè mi rendo conto che la capacità tecnica libera e rende realizzabile tutto esattamente come viene pensato, altrimenti verrebbe appesantito, svilito, corrotto. Ma mai nulla riesce a darmi la stessa sensazione, non saprei descriverla compiutamente…poesia, musica, pittura, cinema, scultura, nulla di ciò che l’essere umano può creare riesce ad emozionarmi come lo spazio architettonico… che sia un piccolo, piccolissimo dettaglio…o uno spazio immenso… credo  sia fondamentale, perchè ci viviamo dentro…e non parlo quindi del museo, ok, siamo stati bravi a realizzarlo finalmente a Roma ( e credo che la città da adesso non sarà più la stessa) ma parlo degli spazi in cui lavoriamo, dormiamo, studiamo, mangiamo, parlo dello spazio che racchiude la nostra vita.

Alla fine il museo si lascia indietro le pareti, che in un certo senso condizionano i nostri passi e ci lancia nel vuoto della vetrata sospesa sui tetti di Roma e del quartiere Flaminio, quasi a farci da rampa di lancio per volare via anche noi.

Mi sembrava di sognare ad occhi aperti.

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Fiera di Roma e Hannover 2000

19 Novembre 2009

Visto il recente interessamento sulla scarsa qualità architettonica della Nuova Fiera di Roma colgo l’occasione per raccontare una storia particolarmente emblematica di come vengono gestite certe operazioni “Pubbliche” e di come poi alla fine il risultato sia sempre decisamente scarso.

Questa storia comincia nel lontano 2000, ai tempi della Fiera di Hannover, quando il Parlamento Italiano approva la legge di finanziamento per la realizzazione del padiglione italiano ad Hannover 2000 per un costo stimato dell’opera di 35 miliardi del vecchio conio; l’approvazione conteneva una clausola: che l’intera opera fosse progettata in maniera tale da essere smontata e ricostruita; già nella legge si prevedeva la donazione del padiglione alla Fiera del Levante a Bari.

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Come succede spesso l’approvazione avviene con il colpevole ritardo dei nostri governanti; pare infatti che la lega avesse fatto ostruzionismo perché non voleva che il padiglione venisse dedicato solo al toscano Leonardo da Vinci, spingendo per un più nordico Alessando Volta, si è finito con un ragionevole compromesso (“Da Leonardo a Volta” era il tema espositivo del nostro padiglione). Alla fine, come succede spesso per noi italiani, il padiglione viene realizzato a tempo di record, giusto in tempo per l’inaugurazione della fiera; taglio dei nastri con rumore dei trapani di contorno.

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Il progettista incaricato non era un architetto, non era un ingegnere, non era un geometra, nemmeno un perito industriale, era il sig. Luigi Sturchio, famoso nel mondo del design nautico per aver fatto da arredatore di lusso nei maxi yacht dei ricchi sceicchi arabi. Era comunque abbastanza introdotto nelle alte sfere da godere dei favori di personaggi quali Umberto Vattani (Segretario Generale del Ministero degli Esteri) e Cordero di Montezzemolo (sua è la “firma” di alcune opere a Maranello, accanto a Fuksas e Piano, nonché di alcune ville capresi di proprietà di LCM, nonché del padiglione italiano a Lisbona).

Ovviamente l’urgenza, anzi l’emergenza, non sono d’aiuto, non facilitano certo una selezione trasparente dei progettisti, men che meno delle imprese esecutrici, meno ancora della qualità delle scelte progettuali.

Il progetto pur non essendo un capolavoro, non era poi totalmente da buttare via; era pensato per essere come una grande piazza coperta, ma aperta al flusso del pubblico esterno, uno spazio continuo caratterizzato da due rampe leggere che si snodavano sul fronte esterno e consentivano di raggiungere il piano superiore dell’esposizione realizzando un continuum spaziale; le passerelle erano soprannominate “Santorini” rievocando l’idea delle passeggiate marine tipiche del paesaggio mediterraneo; ma Santorini, non è un’isola greca? Boh!?

L’idea di ruotare l’asse principale del padiglione rispetto al lotto assegnato contribuiva a stemperare un po’ la pesantezza dell’opera.

La copertura era prevista in Rheinzink (un’azienda tedesca per un padiglione che doveva rappresentare la tecnologia italiana?), con una poderosa struttura ben dimensionata per sorreggerne il peso; chi di noi architetti non si è cimentato nella progettazione dei ben noti pacchetti di copertura della Rheinzink; certo non molto facile da smontare e rimontare….

All’esterno faceva bella mostra di se una maxi installazione gigante dell’artista Plessi, un fagiolone alto 43 metri lungo il quale erano installati una serie di schermi proiettanti immagini naturali (tipo fiume digitale che scorre), una installazione simile a quella che è stata posta in uno degli aulici ingressi del Ministero degli Affari Esteri. Anche questa installazione doveva essere recuperata.

Accade però che il progetto, venga ulteriormente depauperato anche a causa della sua realizzazione, eseguita come detto con estrema urgenza. Per la copertura si decide di optare per un meno raffinato ma ben più rapido rivestimento in teflon (er tendone del circo, per intenderci). La struttura, posata su un ben solido basamento in cemento, resta quella originaria.

Le partizioni interne furono realizzate con semplici pannelli di legno verniciati. Il tutto senza alcun riguardo per la possibilità di recuperare alcunché (per queste cose ci vuole tempo da spendere, sia in progettazione che in realizzazione; tempo non ce n’era….). Alla fine, com’era comprensibile, lo smontaggio è stato una vera e propria demolizione; si salvò solo la poderosa struttura; peraltro in alcuni punti segata ad arte.

A questo punto la Fiera del Levante si fa due conti; capisce che il generoso regalo del Governo Italiano veniva a costargli più o meno quanto l’intera opera realizzata ex novo, Rheinzink incluso, ma che non si poteva dire perché l’opera era stata finanziata per essere recuperata totalmente; non poteva costare altro che la manodopera necessaria, più un po’ di romanella; “il padiglione in regalo? Emm… No grazie, non ci serve!!”; così la struttura cominciò a giacere abbandonata in un non precisato campo, dicono all’aperto, in quel di Bologna.

A questo punto viene in soccorso Fiera di Roma; forse volontariamente, forse no, forse il dott. Mondello, già allora presidente della camera di Commercio di Roma, volendo compiacere qualche potente, si dichiara disponibile a ricevere il regalo e chiede alla Lamaro, con cui sta trattando per la realizzazione della Nuova Fiera, di studiare una soluzione per la sistemazione del padiglione all’interno della nuova struttura. In fondo, rispetto al costo complessivo delle opere che stavano per partire, era facile mascherare eventuali costi “non congrui”.

Lo studio della sistemazione del padiglione si rivela più ostico del previsto. Nonostante al cospetto dei capannoni fieristici appaia un nanerottolo, il progettista incaricato, il prof. Valle, abituato evidentemente a lavorare per blocchi squadrati e linee rette, sembra trovarsi in difficoltà a trovare una sistemazione a questa specie di disco volante. Valle elabora una prima soluzione che cerca di imbrigliarne la forma all’interno delle rigide simmetrie che sta elaborando nel suo progetto generale; decide di piazzarlo esattamente al centro del campo d’erba antistante all’ingresso principale in asse con la via di accesso, un mostro che sbarra la strada a tutti i visitatori; le Santorini a mo’ di chele di granchio che minacciano chi si avventura nella Fiera: “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”. Sostanzialmente una figurina di Dragonball appiccicata su un album dei calciatori.

E poi c’è sempre il problema della donazione, il tutto deve risultare un rimontaggio…. Eventualmente sono ammessi i costi delle sistemazioni, in questo caso inesistenti; l’ente Fiera, non si sa se volontariamente o meno, decide di andare avanti e di affidare l’incarico di studiare la sistemazione del padiglione al suo ideatore, di nuovo al sig. Sturchio.

Lo studio della sistemazione è principalmente figlio di un altro non architetto, il sig. Terrinoni, noto al secolo come uno dei più famosi prospettivari de’ Roma prima dell’avvento di AutoCAD & Co; Terrinoni, non privo di sensibilità architettonica, elabora una soluzione che ha degli spunti interessanti.

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L’idea elaborata prova a mettere in discussione la rigidità simmetrica degli spazi circostanti; pone il padiglione fuori dall’asse di simmetria e ripropone la rotazione del fronte, intorno vengono previsti specchi d’acqua (utili anche per contenere il drenaggio della zona); l’accesso alle biglietterie non è più sbarrato e il padiglione diventa uno spazio più amichevole, fluido, ci si gira intorno senza inibizioni e magari si viene attratti al suo interno da eventi speciali.

Un aspetto fondamentale della sistemazione è il tentativo di risolvere proprio uno dei maggiori problemi che la Fiera presenta oggi: la gimcana a cui i visitatori sono costretti salendo e scendendo dalle passerelle distributive, con la chicca finale del dovere percorrere allo scoperto gran parte della strada dalla macchina all’ingresso (compresa la fila prima delle biglietterie); se piove è un disastro, sopra e sotto.

img_2332La soluzione è molto semplice: si mantiene il percorso sopraelevato anche nell’area antistante alla Fiera; il percorso gira attorno al Padiglione di Hannover (come una finestra privilegiata sulla Fiera e sul padiglione); il percorso è coperto (nun ce’ se bagna!); chi arriva dal parcheggio ha un solo salto di quota (si sale una volta sola!); non si cammina in mezzo ad acquitrini; non si rischia che il 50% dei visitatori scelga di passare sotto intersecando i flussi del traffico (niente incidenti!).

La nuova passerella mette in discussione anche l’unico vero motivo architettonico del progetto di Valle, che non potendo scialare sui capannoni espositivi, aveva scelto di caratterizzare il complesso inserendo questi camminamenti sopraelevati che richiamano molto le vicine opere aeroportuali.

Il disegno della nuova passerella, rifiuta qualsiasi confronto con il progetto di Valle, e si distingue per una maggiore leggerezza e ariosità.

Costo della sistemazione: 22 milioni di Euro (compresa la nuova passerella).

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Il progetto non passa e si procede senza Padiglione e senza passerella. Troppo costoso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non ho idea di che fine abbia fatto il padiglione di Hannover, ma è chiaro che i soldi spesi per la sua realizzazione, che dovevano essere recuperati attraverso il riuso, sono invece finiti nel nulla….. Intanto la Nuova Fiera di Roma fatica a collocarsi come una struttura cardine del rilancio dell’economia romana od anche semplicemente come uno dei simboli della Roma moderna, innovativa e internazionale che si vorrebbe.

Per la cronaca:

la Fiera è stata realizzata su un terreno di proprietà della Lamaro Appalti (Fratelli Toti) grazie ad una variante di piano appositamente approvata dalla giunta comunale (tecnicamente si dice accordo di programma);

la metodologia dell’appalto è stata quella dell’appalto integrato (progettazione eseguita direttamente dall’impresa), ed è evidente che il progetto risponde più ad esigenze di tipo costruttivo ed organizzativo (per gli allestitori), che di utenza finale;

la Nuova Fiera non sembra avere portato grande valore aggiunto alla capitale; le iniziative promosse sono rimaste sostanzialmente le stesse che venivano fatte nella precedente struttura, mentre questa nuova, peraltro non realizzata completamente, appare già sovradimensionata;

L’attuale AD di Investimenti S.p.A. (società che detiene il 100% della Fiera) è la dottoressa Ottavia Zanzi, moglie del dott. Cerasi, presidente della SAC, società che ha vinto l’appalto per il MAXXI. La nomina fu fatta dall’allora sindaco Veltroni; ora il sindaco è cambiato staremo a vedere.

Nota – L’articolo è stato integrato con l’inserimento di alcuni link e delle immagini relative al Padiglione Italiano di Hannover 2000, nell’aprile 2016

Ponte si….. ponte no

28 Ottobre 2009

PONTE PONENTE PONTE PPPPIIIIIIII!

Dopo l’ennesima Strage di stato annunciata, quella sul disastro idrogeologico di Messina, puntuale come una rondine a primavera, o se preferite, come le cicale in agosto, si ripresenta la vexata quaestio del Ponte sullo Stretto.

E altrettanto puntualissimo arriva l’annuncio! Il ponte si farà! Anzi le opere partiranno il 23 dicembre e finiranno dopo sei anni. Mitico!!!!

Puntualissime le critiche e le azioni di protesta…..

Per mia natura diffido sempre delle posizioni espresse sull’impeto della tragedia; soprattutto se queste posizioni parlano di tutt’altro!!! Con una reazione di stampo Pavloviano, l’attenzione si sposta immediatamente dalle cause del dissesto idrogeologico (dall’abusivismo e dalla aggressione del territorio, per intenderci) al ponte sullo stretto; nemmeno sono iniziati i lavori, eppure è Lui il grande moloch, la causa di tutti i mali…..

“Piove! Ponte Ladro!”

Se non sono state fatte le opere di messa in sicurezza la colpa è di chi non le ha fatte.

Sostenere che invece ci sia una connessione di causa ed effetto con un’altra opera, che ha l’unica colpa di essere geograficamente vicina, è una emerita stupidaggine, che non risolve né il problema del dissesto né quello dello stretto.

Per l’occasione rispolvero un libercolo che mi è capitato tra le mani pochi mesi orsono scritto da Giuseppe Cruciani, edito da Rizzoli, e dal titolo eloquente: “Questo ponte s’ha da fare”.

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Chiarisco subito il mio “ponte” di vista;

per me il Ponte s’ha da fare!!!!

E parlo a titolo personale…… personalissimo!!!

Quindi sulla falsa riga del citato saggio provo a riepilogare alcuni dei principali aspetti che per un verso o per un altro rendono questa opera particolarmente emblematica dell’agire italiano sulle opere pubbliche, e del perché, infine, ritengo che questa sia un’opera che come tante altre debba essere, nonostante tutto, realizzata.

L’immobilismo decisionale.

È vizio tutto italiano di non decidere mai nulla su nessuna delle opere che si ritengono necessarie per la collettività; il Ponte è solo la punta di diamante di un intero sistema ormai al collasso che non sa portare avanti una sola opera di ampio respiro in tempi ragionevolmente accettabili.

Non decidere, non prendersi responsabilità, in nessun caso; e se per caso qualcosa dovesse, miracolosamente essere avviata, lavorare ad un estenuante tira e molla, fatto di annunci, propositi, contestazioni, veti incrociati ed altri sistemi coercitivi; e se per caso un’opera parte e i lavori vanno avanti, c’è sempre una sovrintendenza, o un qualsiasi altro ispettorato od ente tecnico, che dovrà dire la sua, verificare, approfondire, affossare; una volta passate anche queste forche caudine c’è sempre un comitato locale pronto a incatenarsi per il bene e la salute pubblica.

Ma non disperiamo: “Del futur non v’è certezza!” basta infatti un cambio di governo, o anche di amministrazione locale, o di un semplice geometra all’ufficio tecnico, che ecco il potente di turno deve vederci chiaro, perché chi lo ha preceduto avrà certamente sbagliato tutto, allora fermiamolo questo tutto! occorrono verifiche, controlli, approfondimenti: “qui ci vuole una commissione!!!!”

Magari solamente perché l’appaltatore non è amico del potente di turno finisce che si rimescolano le carte. Il tutto magari solo per distribuire risorse a qualche amico consulente …..

Cosi, opere ferme, commissioni di controllo, pareri, proteste, sit in, verifiche, ed opere che costantemente ed immancabilmente finiscono nel cassetto; e cittadini che nel frattempo vengono defraudati, sistematicamente privati del loro primario diritto civile; il diritto a vivere in una società dove si realizzano opere, tendenzialmente fatte per migliorare le loro condizioni di vita.

L’elenco delle opere incompiute è sterminato; ognuno di noi ne avrebbe un buon numero da raccontare, grandi e piccole. L’ammontare dei soldi spesi per valutazioni preliminari, progetti studi di fattibilità anche; vogliamo veramente aggiungere altro?

Voi direte: “allora lo vedi che il Ponte non che un’altra macchina per speculare? Un altro generatore di commissioni?”. Certo! Ma non è questo un motivo per decidere di non realizzare un’opera: io mi batto perché le procedure siano più trasparenti, perché abbiano tempi certi, perché le opere vengano progettate e valutate approfonditamente con un chiaro ed evidente processo di approfondimento. Dobbiamo rinunciare ad un opera solo perché, c’è il pericolo di speculazioni politiche?

Decidere una volta per tutte.

C’è poi un altro aspetto emblematico, l’assoluta incapacità anche di dire no, per sempre; e che non se ne parli più per almeno 20 anni; almeno finché non cambia la tecnologia, finché non si presentano diverse condizioni al contorno.

Nella storia del ponte si sono presentate numerose imprese straniere (famoso l’interessamento dei giapponesi), perché si sono rifiutai di andare avanti? Perché hanno deciso di abbandonare questa gallina dalle uova d’oro (dove i privati che investono, non rischiano niente…… così si dice)?

Incertezza! Un’opera può costare anche tanto, ed avere tempi di ritorno anche lunghi, ma alla fine c’è sempre un punto di equilibrio che la rende appetibile (un finanziamento europeo, una partecipazione pubblica, l’allungamento della concessione); quello che non è accettabile è l’incertezza; con quali garanzie un’impresa è disposta ad investire in Italia…. Non certo con questa classe politica, incapace di prendere una decisione univoca e di lungo respiro; persino nel terzo mondo, in paesi meno sviluppati, ci sono più certezze: se si decide di costruire una diga, si parte e si realizza.

Invece comunque e sempre l’Indecisionismo colpisce anche quando si vuole dire NO!

Voi capirete, anche per dire chiaramente no ad una opera ci vuole una forte assunzione di responsabilità: “fosse che avevano ragione quegli altri”, “fosse che poi l’opera mi torna comodo ripescarla”. Per cui la regola è, dimenticare, sorvolare…… d’altronde anche dopo lo stop del governo Prodi, la Società Stretto di Messina, mica è stata mai smantellata……..

IL BENALTRISMO

“Si ma ci sono opere più importanti……”, “prima la viabilità ordinaria…..”, “eh ma la sicurezza idrogeologica……”

Il Benaltrismo è una pratica molto diffusa, e guarda caso si utilizza sempre e solo per bloccare. Poi guarda caso di quelle opere tanto urgenti ci si dimentica subito;

e comunque ci sarà sempre qualcosa di più urgente.

Con questo criterio allora dovremmo metterci subito tutti il saio ed emigrare in africa a fare i missionari (cosa c’è di più urgente dei bambini che muoiono di fame?); con questo criterio perché discutere se ricostruire un centro storico “com’era, dov’era”; perché realizzare un nuovo museo, dovunque esso sia, perché una nuova chiesa? il raddoppio del GRA? si doveva evitare; l’alta velocità Roma Milano? Inutile; l’autostrada del sole? Che l’hanno fatta a fare?

Nella gara al benaltrismo c’è e ci sarà sempre qualcuno che la sa meglio, qualcuno che avrebbe saputo fare meglio di te…… questo gli architetti lo dovrebbero sapere bene.

Le opere, i progetti, si valutano e si decide se farli, per se stessi, per come si presenta il problema e per come si ritiene di essere in grado di risolverlo; le risorse economiche si trovano di conseguenza e mi dispiace per i dissesti idrogeologici, ma si tratta di capitoli e modalità finanziarie fondamentalmente diversi. Mentre con il criterio del benaltrismo si costruisce solo il nulla.

Costa troppo non è autofinaziabile

Che c’entra? Da quando in qua un’opera “Pubblica” si realizza solo per la sua convenienza economica? Ci sono i fondi europei, c’è la partecipazione dei privati (certo sicuramente potrebbero rischiare qual cosina di più…..); è un’opera che si giustifica ben al di là delle sue implicazioni strettamente economiche. È un’opera che si colloca strategicamente all’interno di uno dei più importanti assi viari europei, il Corridoio 1 (da Palermo a Berlino). Ora poiché non siamo sul tratto centrale, l’opera è meno importante? Meno strategica? Cioè, poiché siamo in periferia non vale la pena di realizzare opere importanti? Poiché il Sud d’Europa è arretrato allora tanto vale lasciarlo stare?

Un po’ come dire: facciamo la metropolitana da Termini ad Anagnina, ma siccome l’ultimo tratto è più costoso, quello lo lasciamo perdere……

Ma poi chi lo dice che costa troppo? Qual è il criterio? rispetto a cosa? Quanto è costato il tunnel del Monte Bianco? Quanto il tunnel nella Manica? Quanto costa un lancio di un satellite? Quanto costa la metropolitana di Roma?

Di sicuro costa tanto, non è da nascondere; ma siamo sicuri che per un’opera tanto eccezionale il fattore economico sia valutabile con criteri ordinari?

La Cattedrale nel deserto

Non c’è definizione tanto errata per sostenere che un’opera è inutile: tutte le cattedrali sono “nate nel deserto”, semmai le opere di una cattedrale sono state spesso la spinta e il motore, in economia si dice volano, per sollecitare altre opere, attirare investimenti.

In altri ambiti si dice che è l’offerta che genera la domanda.

Spesso si cita la SARC come esempio; o in generale l’assenza di altre infrastrutture in Sicilia per dire che questa non serve proprio; ma non sarà vero il contrario? Cioè che proprio la presenza di un opera come il ponte potrebbe costituire una spinta forte ad investire nel sud, a realizzare altre opere complementari?

Il danno per l’ambiente

Qui non faccio testo: a me piacciono i viadotti; li trovo l’espressione massima della capacità umana di creare il nuovo dal nulla. Li ammiro come i paesaggisti ammirerebbero gli acquedotti romani. Come loro ammiro le ville e i casali di campagna, la muraglia cinese, il tunnel della manica, i terrazzamenti liguri, i sassi di Matera, il canale di Panama, le miniere di carbone etrusche, le regge francesi ecc.

Se poi per tutela dell’ambiente vogliamo dire che l’ombra del ponte spaventerà i pesci, alzo le mani….

In ogni caso gli studi ci sono, le obiezioni ambientali non sono banalità e dovrebbero essere prese in considerazione, ma non mi dite che

Intanto i traghetti che attraversano lo stretto sono ad impatto zero……

La mafia

Aah! beh! allora ditelo subito! Se c’è infiltrazione mafiosa che ne parliamo a fare? Anzi, che ci andiamo a fare in Sicilia, tanto sono tutti mafiosi; chiudiamo tutto e andiamocene! Anzi togliamo pure i traghetti, tanto saranno gestiti dalla mafia pure loro. Le opere di sicurezza idrogeologiche? Ma no! non ne parliamo, tanto poi le imprese che le realizzano saranno sicuramente mafiose.

È rinunciando a fare le cose, che si consegna il territorio alle organizzazioni criminali. Non voglio dire che non ci sia il rischio, ma questo non deve essere motivo di blocco, deve anzi essere uno stimolo, una sfida; un voler dire ecco non ci credeva nessuno e invece siamo venuti qui a realizzare l’impossibile di fronte ai vostri occhi, laddove nessuno credeva fosse possibile. Laddove la gente fugge perché non ha speranza, dove tutto è vincolo e immobilismo abbiamo realizzato il massimo, perché il massimo è tra di noi e noi possiamo aspirare al massimo.

Concludendo

Veniamo al punto. Per me il ponte è un’opera importante, una tra le tante che mancano all’Italia; come la TAV, come i vari passanti e varianti di valico, come le metropolitane urbane, come il raddoppio della A1 tra Firenze e Bologna; come gli aeroporti di tutte le nostre città, come il raddoppio della SARC; un’opera tra le tante di cui l’Italia ha un disperato bisogno. Ne ha bisogno perché soffoca nelle mille frammentazioni della gestione pubblica del territorio; soffoca per assenza totale di infrastrutture, perché mentre tutto il mondo accelera noi restiamo al palo, incapaci di pensare a qualcosa che vada al di la della prossima settimana.

È un’opera che serve a tutti sia perché per rilanciare un’economia servono infrastrutture, sia perché è un’opera ad alto valore simbolico; serve a Messina e Reggio, serve al Sud, serve all’Italia, serve persino all’Europa per completare uno degli assi principali di attraversamento nord sud (che facciamo ci scordiamo l’ultimo miglio?).

Con questo sono sicuro che è un’opera difficile, scomoda per tanti aspetti, su cui bisogna avere molta cautela, molta attenzione, molta trasparenza; che ha un’alta probabilità di diventare un’opera speculativa, mal gestita, che avrà un impatto non indifferente sul territorio.

Nessuna delle difficoltà sinora citate od emerse, giustifica il non fare. Semmai ogni obiezione è una sfida a fare bene, un punto di attenzione; nessuna impresa di modernizzazione; nessuna innovazione è stata mai semplice, per il semplice fatto che nessuno aveva mai percorso quella strada; per una volta l’idea che in Italia si possa fare qualcosa da molti ritenuto impossibile è in realtà un messaggio di speranza!

Poche domande al futuro segretario del PD

Le domande:

1. Nicolas Sarkozy, presidente di destra, tra i suoi primi atti, ha ritenuto opportuno riunire intorno a se i più famosi architetti mondiali. Con tale atto ha voluto sottolineare da una parte l’importanza che l’Architettura, intesa come arte di gestire il territorio, è una materia di fondamentale importanza per qualsiasi società che ritenga di definirsi civile, dall’altra ci ha ricordato che i principali responsabili della materia sono proprio gli architetti. Da candidato segretario, aspirante a governare l’Italia, che ne pensa?

2. Una delle leggi che crea maggiori mal di pancia agli architetti italiani, soprattutto i liberi professionisti, è la Legge Bersani, che ha abolito i minimi tariffari. Non ritiene che sia giusto prevedere, se non l’abolizione, almeno qualche meccanismo di compensazione? Se si, quale?

3. Legge per l’architettura: art. 1 ………………….

Le risposte:

Per il momento ha risposto Marino:

1. Ritengo che quella di Sarkozy sia stata una giusta intuizione. Bisogna ammettere che in Francia la professione dell’architetto ha un ruolo istituzionale di ben altro valore che ha le sue origini nel sistema universitario e in come è stata intesa la professione fin dall’epoca napoleonica. Negli anni ‘80 Mitterand chiamò i più importanti architetti del mondo per cambiare non solo l’immagine di Parigi, ma la sua stessa anima. In Francia l’architetto è considerato non un semplice professionista ma un attore con una profonda coscienza sociale capace di modificare socialmente con la opera il territorio. E’ questo lo spirito che dobbiamo recuperare anche per ciò che riguarda il nostro Paese: più cultura del territorio, più cultura dell’ambiente e del progetto. Se l’iniziativa di Sarkozy può aiutarci ad alzare l’asticella e spronarci a fare meglio, ben venga.

2. Bisogna levare i tappi che occludono il mercato delle professioni in generale. Dobbiamo moltiplicare le occasioni e le opportunità di lavoro per i giovani architetti, non possiamo chiuderci nella difesa delle corporazioni. Si può pensare, piuttosto, a incentivi fiscali che tutelino la professione soprattutto per i primi anni di attività, e aiutare quindi fiscalmente i giovani professionisti mettendo a disposizione spazi per atelier di progettazione e stabilendo con apposite norme che i comuni, le province e le regioni promuovano l’architettura moderna, anche e soprattutto con il ricorso al concorso di progettazione.
Le norme ad esempio introdotte dalla Regione Lazio nel “piano casa” recentemente approvato vanno, seppur timidamente, in questa direzione e vanno sostenute e generalizzate: trasformazioni urbane accompagnate da una maggiore qualità della progettazione e della esecuzione degli interventi.

3. Al fine di salvaguardare l’ambiente, il territorio e la salute degli abitanti, gli organismi centrali e periferici dell’amministrazione statale e le regioni, nell’ambito delle proprie autonome competenze, promuovono la dignità e l’identità dell’architettura, incentivano la qualità nella progettazione e nella realizzazione di opere edilizie pubbliche e private, favoriscono l’accesso dei progettisti alla professione sostenendo il concorso di progettazione come sistema prioritario che premi il merito nell’assegnazione di incarichi pubblici.

100 domande …. ai futuri consiglieri dell’Ordine di Roma

1. a cosa serve l’Ordine ?

2. a cosa servirebbe la tua presenza nel consiglio ?

3. cosa pensi dell’attuale regime tariffario ?

4. primi 100 giorni da eletto ?

5. come ti rapporterai con gli altri ordini “cugini” (ingegneri e geometri”) ?

6. e con gli altri ordini (Psicologi, medici, avvocati, ecc.) ?

7. un’idea per l’Università

8. manda un messaggio al Sindaco

9. un consiglio agli architetti romani (leggi: della provincia romana……)

Attendiamo fiduciosi…..

Elezioni per il rinnovo dei Consigli degli Ordini provinciali

30 Settembre 2009

Le novità principali sono state quindi la modifica della durata del mandato che è stato portato da due anni a quattro anni e il nuovo regolamento elettorale che prevede le elezioni in tre fasi: (art. 3 comma 5)

in prima votazione l’elezione è valida se ha votato un terzo degli aventi diritto, (per gli ordini con più di 1500 iscritti), la metà degli aventi diritto, (per gli ordini con meno di 1500 iscritti);

in seconda votazione l’elezione è valida se ha votato un quinto degli aventi diritto, (per gli ordini con più di 1500 iscritti), un quarto degli aventi diritto, (per gli ordini con meno di 1500 iscritti);

in terza votazione l’elezione è valida qualsiasi sia il numero dei votanti.

Quest’ultima novità è stata fondamentale per sbloccare le elezioni negli ordini più grandi dove, in precedenza, se non si raggiungeva il quorum si andava avanti all’infinito paralizzando di fatto ogni attività con un enorme spreco di energie inutili, potrebbe apparire un sistema poco democratico ma in realtà ogni iscritto oltre ad avere il diritto di votare ha anche il dovere di farlo recandosi nei seggi nei tempi previsti.

Per quanto riguarda i tempi e le modalità di voto si nota tra gli iscritti una certa confusione, il DPR 169 stabilisce che, (art. 3 comma 1), le elezioni devono essere indette almeno 50 giorni prima della sua scadenza e la votazione deve tenersi il quindicesimo giorno feriale successivo a quello in cui è stata indetta l’elezione medesima. Ora dato che le elezioni del 2005 sono iniziate lo stesso giorno in tutte le  province ma non sono finite in contemporanea, perché gli ordini più piccoli, che hanno facilità di raggiungere il quorum al primo o secondo turno, hanno concluso i lavori prima e quindi si sono insediati prima di quelli più grandi. Il problema che si è venuto a creare è stato quello di essersi insediati i primi giorni di ottobre 2005 e secondo quanto previsto dal DPR 169 le elezioni dovevano essere indette almeno 50 giorni prima, quindi nel mese di agosto, la problematica è stata fatta presente tramite il Consiglio Nazionale al Ministero della Giustizia competente in materia, il Ministero dopo aver promesso di concedere una proroga da inserire nel decreto milleproroghe, ha, all’ultimo momento, negato questa possibilità creando problemi ai consigli provinciali. Nel frattempo alcuni ordini, senza aspettare la risposta del Ministero, hanno anticipato le elezioni nel mese di giugno, gli altri sono stati obbligati a convocare le elezioni appena tornati dalle vacanze tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. I tempi e le modalità di convocazione sono stabiliti dall’art. 3 comma 1-3, la prima votazione deve tenersi il quindicesimo giorno feriale successivo a quello in cui è stata indetta l’elezione. L’avviso di convocazione, negli ordini in cui il numero degli iscritti supera i 500, può tenere luogo dell’avviso, spedito per posta, la notizia della convocazione pubblicata almeno in un giornale per due volte consecutive. Il seggio elettorale deve essere aperto in prima convocazione per due giorni consecutivi feriali, in seconda convocazione per otto giorni feriali consecutivi, in terza votazione per dieci giorni feriali consecutivi.

Le candidature sono singole, ogni iscritto può candidarsi fino a sette giorni prima della data fissata per la prima votazione. Spesso si lamenta la tardività con cui si comunicano le date per le elezioni, in realtà la data di scadenza di ogni consiglio è ben nota sin dal suo insediamento perché la legge non prevede proroghe e di conseguenza l’organizzazione di eventuali liste può iniziare anche prima che vengano indette le date delle operazioni di voto.

Il numero dei consiglieri varia da un minimo di sette a un massimo di quindici, il Presidente viene nominato dal consiglio eletto, tutti i consiglieri compreso il Presidente non percepiscono uno stipendio hanno un gettone per le sedute di consiglio stabilito dai vari ordini.

Per una lettura completa del Decreto 169 si rimanda al seguente link: DPR 169

Campidoglio 2: un’altra occasione persa

9 Settembre 2009

E’ possibile che i nostri politici non abbiano alcuna sensibilità per l’architettura ? Diceva Gio Ponti, ispiratore del nome del nostro Movimento, che bisogna insegnare ai politici l’architettura, sono passati più di 50 anni ma la situazione è soltanto peggiorata, quando  avremo un Presidente del Consiglio, come in Francia, che nei suoi discorsi esalta il valore dell’architettura contemporanea riconoscendo il valore del progetto e l’importanza di intervenire anche nei centri storici, perchè l’architettura deve essere ed è un espressione culturale del tempo in cui viviamo.

cuci-11

La cosa che colpisce nell’azzeramento del concorso Campidoglio 2 è che la motivazione ufficiale è la seguente: non è più la soluzione più confacente all’interesse pubblico, in quanto scelto sulla base di criteri selettivi elaborati nell’originaria e diversa prospettiva dell’appalto e dunque non può essere messo in gara nella nuova direzione della finanza di progetto. In parole povere, non ci sono più i soldi, peccato che la legge imponga la copertura finanziaria prima di realizzare un concorso di progettazione, e quindi si decide di affidare tutto ai privati, sappiamo bene come sarà rispettato l’interesse pubblico affidando tutto ai privati soprattutto dal punto di vista della qualità architettonica.

cuci-24

E’ ora di finirla con questi concorsi farsa, è stato calcolato che su 1000 se ne realizza 1, se poi a ciò si aggiunge che in molti casi, come in quello di Campidoglio 2, si blocca anche la parcella dell’architetto ben 500,000 euro allora la situazione diventa insostenibile, bisogna reagire con forza!!!

Non c’è alcun rispetto per il progettista dal più piccolo incarico di ristrutturazione svolto da un giovane professionista al più grande incarico svolto dall’architetto noto, siamo socialmente inutili !!!!!!!!

Esprimiamo la nostra solidarietà a Mario Cucinella e lo invitiamo a combattere con noi per la difesa dell’Architettura e del ruolo dell’Architetto.

cuci31