Archivio di novembre 2009

La legge stabilisce che l’architetto non serve più a niente

24 novembre 2009

L’art. 7 del  DDL sostituisce l’art. 6 del  Testo Unico dell’edilizia n.380 del 6/06/2001, l’argomento è l’attività edilizia libera, in pratica si liberalizzano gli interventi di manutenzione straordinaria. Per intenderci, d’ora in poi, il proprietario di un appartamento può eseguire lavori interni di qualsiasi tipo senza rivolgersi ad un tecnico e senza fare alcuna comunicazione all’Amministrazione. La cosa che più sorprende è che il comma b stabilisce che gli interventi sono liberi sempre che non riguardino le parti strutturali dell’edificio, mi sembra che non faccia una piega, dato che tutti i proprietari di immobili sono laureati in scienza delle costruzioni e quindi sanno benissimo se l’intervento riguarda le parti strutturali dell’edificio.

Ricordo che il “grande” prof. Michetti diceva: “ci sono edifici nel centro storico di Roma che stanno in piedi grazie alla carta da parati”, mi sembra evidente che le problematiche di ogni edificio siano complesse e non sempre è così facile stabilire la pericolosità di un qualsiasi intervento, anche lo spostamento di un tramezzo. Il crollo di via Jacobini a Roma qualcosa dovrebbe averci insegnato, da li è nato il fascicolo del fabbricato che aveva un importanza fondamentale soprattutto nel conoscere e monitorare qualsiasi intervento di modifica di un edificio, si sa la fine che ha fatto l’istituzione del fascicolo, ora si vuole andare oltre liberalizzare senza alcun controllo da parte di un Amministrazione eliminando la figura del progettista e direttore dei lavori.

Credo che tutto ciò sia di una gravità inaudita, e badate bene qui non si tratta di una difesa corporativa della nostra categoria, ma di un problema di sicurezza di noi tutti.

Il ministro Brunetta dove abita ? se per caso abitasse in un palazzo dove l’inquilino del piano di sotto facesse dei lavori di manutenzione straordinaria eliminando una parte strutturale,  sarebbe contento il ministro di precipitare nel vuoto ?

Chiediamo alla politica di essere seri, ma si può essere seri scrivendo una legge in cui si dice che: ” l’attività edilizia è libera salvo più restrittive disposizioni previste dalla disiplina regionale e comunque nell’osservanza delle prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali e nel rispetto delle altre normative di settore aventi incidenza sulla disciplina dell’attività edilizia e, in particolare, delle norme antisismiche, di sicurezza, antincendio, igienico sanitarie, di  quelle relative all’efficienza energetica nonché delle disposizioni contenute nel decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42 e successive modifiche“. Ma chi può stabilire se tutti i requisiti di cui sopra sono rispettati se non il professionista e allora perché bisogna comunicare il nome dell’impresa e non quella del tecnico ?

Proviamo a farci rispondere dal Ministro, per queste ragioni abbiamo scritto a Brunetta come del resto ha già fatto l’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia, (vedi link),

a proposito ma in tutto ciò cosa fa il Consiglio Nazionale degli Architetti ? forse dorme ?

Pertanto invitiamo tutti a scrivere al Ministro Brunetta, facciamo sentire la nostra voce:   r.brunetta@governo.it oppure su facebook

lettera aperta al Ministro Brunetta

Prof. Renato Brunetta

Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione

Palazzo Vidoni

Corso V.Emanuele II   00186 Roma

Gentile Ministro,

Siamo seriamente preoccupati dall’art. 7 del  DDL  in materia di semplificazione dei rapporti della Pubblica Amministrazione con cittadini e imprese …, si sostituisce l’art. 6 del  Testo Unico dell’edilizia n.380 del 6/06/2001, l’argomento è l’attività edilizia libera, in pratica si liberalizzano gli interventi di manutenzione straordinaria.

Siamo i primi ad affermare che bisogna combattere la burocrazia nella Pubblica Amministrazione, ma la strada giusta sicuramente non è quella di eliminare la certificazione del tecnico.

La cosa che più sorprende è che il comma b stabilisce che gli interventi sono liberi, sempre che non riguardino le parti strutturali dell’edificio, ma il governo ritiene che tutti i proprietari di immobili siano in grado di stabilire se l’intervento riguarda le parti strutturali dell’edificio o meno ?

Le ricordo che il noto prof. Michetti, (uno dei più grandi strutturisti italiani), diceva: “ci sono edifici nel centro storico di Roma che stanno in piedi grazie alla carta da parati“, mi sembra evidente che le problematiche di ogni edificio siano complesse e non sempre è così facile stabilire la pericolosità di un qualsiasi intervento, anche lo spostamento di un tramezzo.

Il crollo di via Vigna Jacobini a Roma nel 1998 causò la morte di 27 persone,  qualcosa dovrebbe averci insegnato, da li è nato il fascicolo del fabbricato, che aveva un importanza fondamentale soprattutto nel conoscere e monitorare qualsiasi intervento di modifica di un edificio, ma la politica ha deciso che non serviva, i cittadini bisognerebbe tutelarli da vivi non piangerli da morti.

Ora si vuole andare oltre, liberalizzare senza alcun controllo da parte di un Amministrazione eliminando la figura del progettista e direttore dei lavori. Credo che tutto ciò sia di una gravità inaudita, e Le ricordo che non vogliamo fare una difesa corporativa della nostra categoria, ma esprimiamo la nostra reale preoccupazione per difendere la sicurezza di noi tutti.

Chiediamo alla politica di essere seri, ma si può essere seri scrivendo una legge in cui si dice che:” l’attività edilizia è libera salvo più restrittive disposizioni previste dalla disiplina regionale e comunque nell’osservanza delle prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali e nel rispetto delle altre normative di settore aventi incidenza sulla disciplina dell’attività edilizia e, in particolare, delle norme antisismiche, di sicurezza, antincendio, igienico sanitarie, di  quelle relative all’efficienza energetica nonché delle disposizioni contenute nel decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42 e successive modifiche”; chi può, secondo Lei, stabilire se tutti i requisiti di cui sopra sono rispettati se non il professionista e allora perché bisogna comunicare il nome dell’impresa e non quella del tecnico ?

Certi della Sua sensibilità per le problematiche esposte, la ringraziamo per l’attenzione e siamo in attesa di un suo cortese riscontro.

Cordiali Saluti

amate l’architettura

Movimento per l’architettura contemporanea

info@amatelarchitettura.com

www.amatelarchitettura.com

Finalmente MAXXI !!!!

19 novembre 2009

Io ci sono andata…

E penso sia un luogo interessantissimo.

Lo spazio coinvolgeva lo spettatore nella performance del corpo di ballo di Sasha Waltz.

Immaginate che i corpi si adagiavano sui piani inclinati delle pareti altissime, volavano con funi sospese ai setti verticali della copertura e  disegnavano il perimetro ondulato delle sale con i loro corpi.

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La performance non poteva essere “guardata” frontalmente, perchè i corpi creavano delle sculture e ogni persona avrà avuto una visione diversa, da 20 m. in alto affacciandosi e guardando giù o dal basso guardando i corpi improvvisamente fuggire in tutte le direzioni per poi legarsi strettamente e sollevarne uno solo il più in alto possibile….e lo spazio era lo strumento di questo movimento, con un’acustica perfetta.

Ma il movimento dei corpi in confronto al movimento dello spazio museale sembrava “artificiale”.

E’ stata una strana sensazione, forse solo mia, personale, ma provo a spiegarla: era come vedere il movimento di una parte all’interno di uno spazio in movimento. I ballerini si muovevano lentissimamente quasi come manichini in lontananza e la gente si muoveva da una parte all’altra richiamata dai suoni , e alla fine sembrava quasi che tutte le persone presenti facessero parte del corpo di ballo.

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Gli artisti ( perchè tali li considero, per la capacità tecnica ed espressiva) non si muovevano all’interno di una scenografia, ma interagivano con gli spazi… nella parte con un solaio inclinato facevano scivolare dei piatti di porcellana bianca, creando un suono e talvolta un rumore familiare di cocci. Non c’erano elementi aggiunti, ( anzi no, uno, alla fine della performance, un lunghissimo nastro di margherite gialle posate con estrema cura dalle ballerine, unico elemento naturale presente..e anche questo mi fa riflettere…) loro “usavano” l’architettura: intonaci, gradini, balaustre, vetrate, pavimenti, scale, vuoti, ascensori, montacarichi.

Il montacarichi. Ecco, questo è stato l’elemento che forse più mi ha colpito….perchè credetemi un montacarichi può avere un’anima e danzare con l’apertura e chiusura delle porta scorrevoli.

Ecco credo sia questa l’architettura, l’arte più completa anche se possiede solo un po’ di cemento e una matita…. la matita. Credo sia l’invenzione più importante per un architetto, lo strumento che ci permette di trasferire, di far capire quello che abbiamo avuto il dono di immaginare. Zaha Hadid evidentemente riesce a realizzare esattamente quello che con una semplice matita disegna.

Tutto il resto viene dopo, è fondamentale, lo sappiamo bene, perchè mi rendo conto che la capacità tecnica libera e rende realizzabile tutto esattamente come viene pensato, altrimenti verrebbe appesantito, svilito, corrotto. Ma mai nulla riesce a darmi la stessa sensazione, non saprei descriverla compiutamente…poesia, musica, pittura, cinema, scultura, nulla di ciò che l’essere umano può creare riesce ad emozionarmi come lo spazio architettonico… che sia un piccolo, piccolissimo dettaglio…o uno spazio immenso… credo  sia fondamentale, perchè ci viviamo dentro…e non parlo quindi del museo, ok, siamo stati bravi a realizzarlo finalmente a Roma ( e credo che la città da adesso non sarà più la stessa) ma parlo degli spazi in cui lavoriamo, dormiamo, studiamo, mangiamo, parlo dello spazio che racchiude la nostra vita.

Alla fine il museo si lascia indietro le pareti, che in un certo senso condizionano i nostri passi e ci lancia nel vuoto della vetrata sospesa sui tetti di Roma e del quartiere Flaminio, quasi a farci da rampa di lancio per volare via anche noi.

Mi sembrava di sognare ad occhi aperti.

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Fiera di Roma e Hannover 2000

19 novembre 2009

Visto il recente interessamento sulla scarsa qualità architettonica della Nuova Fiera di Roma colgo l’occasione per raccontare una storia particolarmente emblematica di come vengono gestite certe operazioni “Pubbliche” e di come poi alla fine il risultato sia sempre decisamente scarso.

Questa storia comincia nel lontano 2000, ai tempi della Fiera di Hannover, quando il Parlamento Italiano approva la legge di finanziamento per la realizzazione del padiglione italiano ad Hannover 2000 per un costo stimato dell’opera di 35 miliardi del vecchio conio; l’approvazione conteneva una clausola: che l’intera opera fosse progettata in maniera tale da essere smontata e ricostruita; già nella legge si prevedeva la donazione del padiglione alla Fiera del Levante a Bari.

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Come succede spesso l’approvazione avviene con il colpevole ritardo dei nostri governanti; pare infatti che la lega avesse fatto ostruzionismo perché non voleva che il padiglione venisse dedicato solo al toscano Leonardo da Vinci, spingendo per un più nordico Alessando Volta, si è finito con un ragionevole compromesso (“Da Leonardo a Volta” era il tema espositivo del nostro padiglione). Alla fine, come succede spesso per noi italiani, il padiglione viene realizzato a tempo di record, giusto in tempo per l’inaugurazione della fiera; taglio dei nastri con rumore dei trapani di contorno.

Il progettista incaricato non era un architetto, non era un ingegnere, non era un geometra, nemmeno un perito industriale, era il sig. Luigi Sturchio, famoso nel mondo del design nautico per aver fatto da arredatore di lusso nei maxi yacht dei ricchi sceicchi arabi. Era comunque abbastanza introdotto nelle alte sfere da godere dei favori di personaggi quali Umberto Vattani (Segretario Generale del Ministero degli Esteri) e Cordero di Montezzemolo (sua è la “firma” di alcune opere a Maranello, accanto a Fuksas e Piano, nonché di alcune ville capresi di proprietà di LCM, nonché del padiglione italiano a Lisbona).

Ovviamente l’urgenza, anzi l’emergenza, non sono d’aiuto, non facilitano certo una selezione trasparente dei progettisti, men che meno delle imprese esecutrici, meno ancora della qualità delle scelte progettuali.

Il progetto pur non essendo un capolavoro, non era poi totalmente da buttare via; era pensato per essere come una grande piazza coperta, ma aperta al flusso del pubblico esterno, uno spazio continuo caratterizzato da due rampe leggere che si snodavano sul fronte esterno e consentivano di raggiungere il piano superiore dell’esposizione realizzando un continuum spaziale; le passerelle erano soprannominate “Santorini” rievocando l’idea delle passeggiate marine tipiche del paesaggio mediterraneo; ma Santorini, non è un’isola greca? Boh!?

L’idea di ruotare l’asse principale del padiglione rispetto al lotto assegnato contribuiva a stemperare un po’ la pesantezza dell’opera.

La copertura era prevista in Rheinzink (un’azienda tedesca per un padiglione che doveva rappresentare la tecnologia italiana?), con una poderosa struttura ben dimensionata per sorreggerne il peso; chi di noi architetti non si è cimentato nella progettazione dei ben noti pacchetti di copertura della Rheinzink; certo non molto facile da smontare e rimontare….

All’esterno faceva bella mostra di se una maxi installazione gigante dell’artista Plessi, un fagiolone alto 43 metri lungo il quale erano installati una serie di schermi proiettanti immagini naturali (tipo fiume digitale che scorre), una installazione simile a quella che è stata posta in uno degli aulici ingressi del Ministero degli Affari Esteri. Anche questa installazione doveva essere recuperata.

Accade però che il progetto, venga ulteriormente depauperato anche a causa della sua realizzazione, eseguita come detto con estrema urgenza. Per la copertura si decide di optare per un meno raffinato ma ben più rapido rivestimento in teflon (er tendone del circo, per intenderci). La struttura, posata su un ben solido basamento in cemento, resta quella originaria.

Le partizioni interne furono realizzate con semplici pannelli di legno verniciati. Il tutto senza alcun riguardo per la possibilità di recuperare alcunché (per queste cose ci vuole tempo da spendere, sia in progettazione che in realizzazione; tempo non ce n’era….). Alla fine, com’era comprensibile, lo smontaggio è stato una vera e propria demolizione; si salvò solo la poderosa struttura; peraltro in alcuni punti segata ad arte.

A questo punto la Fiera del Levante si fa due conti; capisce che il generoso regalo del Governo Italiano veniva a costargli più o meno quanto l’intera opera realizzata ex novo, Rheinzink incluso, ma che non si poteva dire perché l’opera era stata finanziata per essere recuperata totalmente; non poteva costare altro che la manodopera necessaria, più un po’ di romanella; “il padiglione in regalo? Emm… No grazie, non ci serve!!”; così la struttura cominciò a giacere abbandonata in un non precisato campo, dicono all’aperto, in quel di Bologna.

A questo punto viene in soccorso Fiera di Roma; forse volontariamente, forse no, forse il dott. Mondello, già allora presidente della camera di Commercio di Roma, volendo compiacere qualche potente, si dichiara disponibile a ricevere il regalo e chiede alla Lamaro, con cui sta trattando per la realizzazione della Nuova Fiera, di studiare una soluzione per la sistemazione del padiglione all’interno della nuova struttura. In fondo, rispetto al costo complessivo delle opere che stavano per partire, era facile mascherare eventuali costi “non congrui”.

Lo studio della sistemazione del padiglione si rivela più ostico del previsto. Nonostante al cospetto dei capannoni fieristici appaia un nanerottolo, il progettista incaricato, il prof. Valle, abituato evidentemente a lavorare per blocchi squadrati e linee rette, sembra trovarsi in difficoltà a trovare una sistemazione a questa specie di disco volante. Valle elabora una prima soluzione che cerca di imbrigliarne la forma all’interno delle rigide simmetrie che sta elaborando nel suo progetto generale; decide di piazzarlo esattamente al centro del campo d’erba antistante all’ingresso principale in asse con la via di accesso, un mostro che sbarra la strada a tutti i visitatori; le Santorini a mo’ di chele di granchio che minacciano chi si avventura nella Fiera: “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”. Sostanzialmente una figurina di Dragonball appiccicata su un album dei calciatori.

E poi c’è sempre il problema della donazione, il tutto deve risultare un rimontaggio…. Eventualmente sono ammessi i costi delle sistemazioni, in questo caso inesistenti; l’ente Fiera, non si sa se volontariamente o meno, decide di andare avanti e di affidare l’incarico di studiare la sistemazione del padiglione al suo ideatore, di nuovo al sig. Sturchio.

Lo studio della sistemazione è principalmente figlio di un altro non architetto, il sig. Terrinoni, noto al secolo come uno dei più famosi prospettivari de’ Roma prima dell’avvento di AutoCAD & Co; Terrinoni, non privo di sensibilità architettonica, elabora una soluzione che ha degli spunti interessanti.

L’idea elaborata prova a mettere in discussione la rigidità simmetrica degli spazi circostanti; pone il padiglione fuori dall’asse di simmetria e ripropone la rotazione del fronte, intorno vengono previsti specchi d’acqua (utili anche per contenere il drenaggio della zona); l’accesso alle biglietterie non è più sbarrato e il padiglione diventa uno spazio più amichevole, fluido, ci si gira intorno senza inibizioni e magari si viene attratti al suo interno da eventi speciali.

Un aspetto fondamentale della sistemazione è il tentativo di risolvere proprio uno dei maggiori problemi che la Fiera presenta oggi: la gimcana a cui i visitatori sono costretti salendo e scendendo dalle passerelle distributive, con la chicca finale del dovere percorrere allo scoperto gran parte della strada dalla macchina all’ingresso (compresa la fila prima delle biglietterie); se piove è un disastro, sopra e sotto.

La soluzione è molto semplice: si mantiene il percorso sopraelevato anche nell’area antistante alla Fiera; il percorso gira attorno al Padiglione di Hannover (come una finestra privilegiata sulla Fiera e sul padiglione); il percorso è coperto (nun ce’ se bagna!); chi arriva dal parcheggio ha un solo salto di quota (si sale una volta sola!); non si cammina in mezzo ad acquitrini; non si rischia che il 50% dei visitatori scelga di passare sotto intersecando i flussi del traffico (niente incidenti!).

La nuova passerella mette in discussione anche l’unico vero motivo architettonico del progetto di Valle, che non potendo scialare sui capannoni espositivi, aveva scelto di caratterizzare il complesso inserendo questi camminamenti sopraelevati che richiamano molto le vicine opere aeroportuali.

Il disegno della nuova passerella, rifiuta qualsiasi confronto con il progetto di Valle, e si distingue per una maggiore leggerezza e ariosità.

Costo della sistemazione: 22 milioni di Euro (compresa la nuova passerella).

Il progetto non passa e si procede senza Padiglione e senza passerella. Troppo costoso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non ho idea di che fine abbia fatto il padiglione di Hannover, ma è chiaro che i soldi spesi per la sua realizzazione, che dovevano essere recuperati attraverso il riuso, sono invece finiti nel nulla….. Intanto la Nuova Fiera di Roma fatica a collocarsi come una struttura cardine del rilancio dell’economia romana od anche semplicemente come uno dei simboli della Roma moderna, innovativa e internazionale che si vorrebbe.

Per la cronaca:

- la Fiera è stata realizzata su un terreno di proprietà della Lamaro Appalti (Fratelli Toti) grazie ad una variante di piano appositamente approvata dalla giunta comunale (tecnicamente si dice accordo di programma);

- la metodologia dell’appalto è stata quella dell’appalto integrato (progettazione eseguita direttamente dall’impresa), ed è evidente che il progetto risponde più ad esigenze di tipo costruttivo ed organizzativo (per gli allestitori), che di utenza finale;

- la Nuova Fiera non sembra avere portato grande valore aggiunto alla capitale; le iniziative promosse sono rimaste sostanzialmente le stesse che venivano fatte nella precedente struttura, mentre questa nuova, peraltro non realizzata completamente, appare già sovradimensionata;

L’attuale AD di Investimenti S.p.A. (società che detiene il 100% della Fiera) è la dottoressa Ottavia Zanzi, moglie del dott. Cerasi, presidente della SAC, società che ha vinto l’appalto per il MAXXI. La nomina fu fatta dall’allora sindaco Veltroni; ora il sindaco è cambiato staremo a vedere.