Ogni occasione è buona per attaccare l’Ara Pacis

GIUSEPPE PULLARA
Corriere della Sera 02/06/2009

ARCHITETTURA NOSTRO SPECCHIO QUOTIDIANO

Dispiace a tutti vedere la parete candida del museo dell’Ara Pacis, sul lungotevere, imbrattata da secchiate di vernice. Anche al sindaco Alemanno, che tempo fa voleva perfino «buttar giù» l’edificio del progettista americano Richard Meier. Ci dispiace perché in una importante architettura urbana, che piaccia o meno, alla fine riconosciamo un pezzetto del nostro mondo, della nostra vita quotidiana. Ci passiamo davanti, ne sentiamo parlare, la accettiamo o la respingiamo. Fa parte del palcoscenico in cui recitiamo la nostra parte. Ci sentiamo offesi, oggi, dall’offesa all’opera architettonica tanto più perché per compiere questo gesto sono stati usati i colori della bandiera: un furto di valori profondi e riservati che aggrava la posizione del teppista. 

L’altro giorno Renzo Piano, nel ricevere a Milano il premio Inarch alla carriera, rivelava che per anni ha nascosto la sua identità girando per Parigi: il «suo» rivoluzionario Beaubourg era contestatissimo e lui preferiva non farsi riconoscere. «Ormai da chissà quanto mi fermano per la strada, mi amano: l’architettura ha bisogno di tempo per farsi accettare ». Vedremo se l’Ara Pacis di Meier sarà amata dai romani. Per ora fa semplicemente parte del nostro panorama quotidiano. Ci appartiene, è di tutti noi e per questo è un edificio da rispettare.

Come i graffitari e altri disperati che per uscire dall’isolamento compiono gesti da consumo mediatico, anche chi ha sporcato il museo testimonia le difficoltà della relazione umana, dello scambio, dell’ascolto delle parole a cui si fa sempre meno ricorso in favore di provocazioni, urli, atti forti. Si vede nella campagna elettorale, ma ormai sembra un diffuso modo di esprimersi. Non bisogna accettare questa deriva ricorrendo a sociologismi da strapazzo, che giustificano tutto. Cercare di capire come e perché nasce un problema non esclude che si agisca innanzitutto per impedirne le conseguenze negative per la comunità. A proposito: con tutte le telecamere che ci spiano, non ce n’è una a difesa di un edificio costato caro e che contiene un tesoro?

Fuori il colpevole.

ROMA – Arte vera, finta e vandalismi un’occhiata alla Teca di Meier
Roberto Pepe
Corriere della Sera (Roma) 16/06/2009

Caro Buccini, Giuseppe Pullara parlando di Architettura nel Corriere di Roma, riferisce che Renzo Piano ha dovuto nascondere la propria identità a Parigi, in quanto odiato per la costruzione del famoso Beaubourg. Ora, invece, tutti lo osannano. La tesi è che la gente comune è ignorante (artisticamente parlando) e che l’artista, alla lunga, ha sempre ragione,… a prescindere. Tale aneddoto lo espone riferendosi al muro (imbrattato di vernice) dell’odiata «officina-garage» che Meier ha costruito per avvolgere l’Ara Pacis. Qui si confonde quel sacrosanto sentimento umano che è l’«abitudine»: quando la gente si abitua ad una bruttura tipo Beaubourg parigino o la Teca romana, incomincia a considerare l’opera come un fatto compiuto fisico di riferimento e quindi, quasi positivo. Senza entrare nell’annosa ed irrisolvibile questione di Arte non-arte, abbiamo il coraggio individuale senza paura di apparire out culturalmente, di affermare che non ci piacciono, in quanto lavori (per noi) privi di valore artistico, avulsi dall’ambiente circostante. Tutto sommato, quell’insano, deprecabile gesto dell’imbrattamento colorato è meno esecrabile delle proteste protette dei no-global…


Goffredo Buccini

Caro Pepe, il mondo è pieno di commistioni felici tra panorami classici e buona architettura moderna. E quel suo riferimento finale ai no global (per una volta, che dia­volo c’entrano?) marchia abbastanza ideologicamen­te la sua più che legittima critica. La teca è stata vittima di una vera gazzarra pre-elettorale quando Veltroni era ancora sindaco. Non mi pare, onestamente, un problema serio per Roma e non mi pare serio vagheggiarne lo smantellamento… La tesi non è affatto che la gente comune è ignorante, ma che il gusto si può educare. Mi scusi, ma io sto con Pullara.


26 Commenti a “Ogni occasione è buona per attaccare l’Ara Pacis”

  1. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Ci sono edifici o monumenti che inizialmente suscitano acerrime critiche e che poi acquistano l’amore dei cittadini o, nei casi più felici, divengono icone della città. Le architetture ha bisogno di tempo, come le altre opere artistiche, ma più di esse perché impongono la propria presenza nel paesaggio urbano e non. La tour Eiffel, la Mole Antonelliana, La torre Velasca, sono gli esempi più eclatanti (perché onnivisibili) del concetto che esprimo. Ci sono altri edifici/monumenti che nonostante il tempo mantengono la loro bruttura: il Vittoriano a Roma, il parlamento europeo a Bruxelles, il Ryugyong hotel di Pyongyang (altrettanto onnivisibili). Il barocco fino agli anni ’60 era uno stile esecrato. Poi c’è stata la grande rivalutazione attraverso un’importante rivisitazione culturale. Ci vuole tempo per fare e selezionare la buona architettura!

  2. ALESSIO scrive:

    Rieccoci.
    Non arriveremo mai ad una conclusione.
    l’edificio intorno all’Ara Pacis è brutto? la gente comincia ad amarlo? ad “abituarsi”?
    Gli acquedotti romani, queste orribili infrastrutture che tagliavano le campagne e distruggevano l’immagine del paesaggio allora?
    E quel massiccio del Colosseo nella periferia dell’antica Roma! La plebe taceva di fronte a quell’ostentazione di muscoli.
    Mio Dio, quelle opere di architettura (o ingegneria?) come erano giudicate dal popolo? belle per sottomissione?
    se le rivalutiano con certi sgarbi forse era da demolire anche il colosseo.
    Se non mi sono spiegato chiedete pure.
    W L’INNOVAZIONE

  3. qfwfq scrive:

    La distinzione aprioristica tra contemporaneo e antico non esiste, esiste solo per chi si sofferma all’aspetto stilistico formalistico.
    L’architetto ha il compito di leggere e interpretare la realtà urbana fatta di relazioni spaziali e reciproche connessioni.
    L’Ara Pacis (essendo praticamente l’unico caso di opera contemporanea nel centro di Roma samo condannati a discuterne in eterno…..) pecca sicuramente dal punto di vista delle finiture (difetto ascrivibile più alle imprese esecutrici), non certamente dal punto di vista delle relazioni urbane. La teca trasparente restituisce alla cittadinanza un monumento apprezzabile anche da chi non vuole o non può pagare un biglietto (meglio di come hanno sistemato il David di Michelangelo, tanto per fare un esempio), oserei dire che la vista dall’esterno è ancora più sugestiva dato lo scorcio sullo sfondo del mausoleo di Augusto. Il contesto della piazza tuttaltro che medioevale è caratterizzato da forti masse bianche e linee forti, dritte e regolari; lo spazio antistante con le gradinate e la fontana (aah! roma e le sue fontane!) costituiscono un punto di vista privilegiato per le due chiese antistanti, per S.Rocco il parapetto pieno si smaterializza e diventa in ferro (chi si ricorda il vecchio muro sbilenco?). La vista è invece (giustamente) interdetta dai veicoli che passano sul lungotevere (se vuio vedere devi fermarti!)
    Infine l’opera è un indiscusso successo di partecipazione; un politico in fase elettorale, sosteneva che non ci fosse bisogno di tale costruzione (“non se ne sentiva proprio il bisogno”, “Altre priorità!”), io dico che c’è bisogno di almeno un’Ara Pacis per ognuno dei monumenti sparsi che ci ritroviamo a Roma, c’è bisogno a via Giulia, in via delle Botteghe oscure (magari per illustrare la zona di Largo argentina), ecc.
    se non altro per alimentare la discussione su altre cose…..
    saluti

  4. .it scrive:

    1.a parte il sottoscritto, gentilmente mi potete riferire il nome di qualcuno che sia andato a visitare l’Ara Pacis prima della costruzione della teca di Meier?
    2. potete descrivere il progetto di Krier per l’Ara Pacis? possibile il rifacimento di un tempio greco!?
    spero di essere rimasto in tema,
    un caro saluto .it

  5. ALESSIO scrive:

    1. no, non posso descrivere il progetto preesistente
    2.il progetto di Krier per l’Ara Pacis è a mio avviso utopico e slegato dal contesto, dalla società odierna e da qualsiasi ipotesi di spesa pubblica.

  6. ALESSIO scrive:

    bene!

    vedo con immenso piacere che ci siamo capiti!

  7. qfwfq scrive:

    La prima domanda di .it mi era sembrata in realta’ molto più retorica e provocatoria. Provo a reinterpretare: “ma prima che fosse realizzato il progetto di meier quanti, che non fossero specialisti del settore, sapevano dell’esistenza dell’Ara Pacis? Quanti si ricordano della anonima struttura di Morpurgo?”
    Risposta: pochi, molto pochi!

  8. christian rocchi scrive:

    La questione e’ anche un’altra. Il progetto in origine prevedeva l’interramento del tratto del luogotevere in adiacenza dell’edificio di Meier e la pedonalizzazione della superficie fuori terra. Questo avrebbe dato maggiore funzionalità e respiro all’edificio.

    Oggi funzionalmente l’edificio e’ menomato ed ha un rapporto diverso dalle previsioni del suo architetto.

    La logica del far diventare Roma una citta’ a misura d’uomo, latita perche’ c’e’ gente che come si apre un buco o si realizza qualcosa per migliorare la vivibilita’ della citta’ comincia a fare filologia storica stantia e ammuffita: ma vi sembra normale il giro che ci fanno fare intorno a Castel Sant’Angelo per procedere in macchina lungo il tevere? Siamo il popolo del sottopassino!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Le cose le hanno sempre cambiate poche persone: non credo nella governance visto anche il popolo che siamo.
    Diceva Benigni nel film “Il Mostro” alla fine di una riunione di condominio:

    “Affanculo la maggioranza!!!!!!”
    http://www.youtube.com/watch?v=nLiaGrct-Xk

  9. .it scrive:

    Kataweb speciale

    “Trascorsi circa 70 anni dagli scavi che ne hanno restituito l’organicità, l’Ara Pacis sembra finalmente aver trovato la cornice definitiva nella complessa urbanistica del Campo Marzio. Una sistemazione accompagnata, sin dall’origine, da aspre polemiche. Nel 1937, per preparare la festa del bimillenario della nascita dell’Imperatore Augusto, gli ultimi rilievi mancanti dell’Ara Pacis, già individuata nell’800, furono riportati alla luce sotto Palazzo Fiano-Almagià con tecniche di scavo, per l’epoca, rivoluzionarie.
    Il Ministero fascista per l’Educazione, guidato da Giuseppe Bottai, si trovò alle prese con la decisione più difficile: dove collocare il monumento ricomposto dall’archeologo Giuseppe Moretti. Esaminate varie proposte, tra cui il posizionamento sulla nuova via dell’Impero, la scelta di Bottai e Mussolini cadde sulla piazza dove sorgeva il Mausoleo di Augusto: è il febbraio 1937.

    Le demolizioni del 1934

    Le demolizioni nell’area dell’Augusteo erano iniziate nel 1934 (foto in alto), in virtù di un preciso disegno del regime fascista che prevedeva di ‘fare largo’ attorno alle grandi opere romane e cancellare i secoli di decadenza per supportare ideologicamente il ‘nuovo impero’. In quello stesso anno il progetto di risistemazione della piazza fu affidato all’architetto ebreo Vittorio Ballio Morpurgo, classe 1890, noto per aver progettato il Museo delle navi romane di Nemi. Morpurgo si troverà davanti a una pianificazione dei lavori in buona parte già stabilita, con le demolizioni dell’Auditorium sorto sopra il Mausoleo di Augusto e degli edifici a questo più prossimi.

    Nel primo progetto presentato da Morpurgo nel 1935 la prospettiva principale su piazza Augusto Imperatore si aveva da via del Corso: all’Augusteo facevano da cornice ad ovest il corpo di edifici realizzati dall’architetto Busiri Vici nel 1930 e a sud le chiese di San Girolamo degli Illirici e San Rocco. Le due chiese, apparentemente molto simili, si mostrano quasi affiancate lungo via di Ripetta, e appaiono ora quasi isolate proprio per le demolizioni effettuate negli anni Trenta, ma fino al tardo Ottocento erano inserite nel contesto del settecentesco porto di Ripetta, andato poi distrutto per la costruzione degli argini del Tevere. Nel progetto originale del 1935 erano previsti, inoltre, due padiglioni museali in linea con la Chiesa di San Rocco.
    Sulla proposta di Ballio Morpurgo intervenne in prima persona Mussolini che bocciò gli avancorpi museali e stravolse la prospettiva iniziale, spostando la visione principale della piazza da via del Corso al Lungotevere: il Mausoleo doveva avvicinarsi al fiume, come in epoca romana.

    Il bimillenario d’Augusto

    Il progetto definitivo viene presentato nel novembre 1937: il tempo stringe perché manca meno di un anno alla data del 23 settembre 1938, giorno di chiusura del bimillenario della nascita dell’Imperatore. I fondi stanziati dal Governatorato di Roma scarseggiano, e in corso d’opera i materiali pregiati, marmo, travertino e porfido, vengono sostituiti da cemento e surrogati. La drastica semplificazione del progetto definitivo del ’37 viene quindi dettata da carenze insormontabili di tempo e denaro. L’architetto Morpurgo è blandito dal Governatorato con la promessa che passata l’emergenza si potrà dar corso al progetto nella sua forma completa. Ma la Guerra bussa alle porte e non ci sarà più tempo per apportare le migliorie promesse, demolire il padiglione provvisorio e costruire quello definitivo. Dal risultato finale prendono tutti le distanze; l’architetto in particolare non poteva essere considerato il principale responsabile della cattiva riuscita del progetto, costretto a soddisfare i capricci di Mussolini e dei gerarchi di turno. Le polemiche continuarono senza sosta durante la guerra mentre una nuova catastrofe si abbatteva sull’Ara: asportati i cristalli della teca per paura dei bombardamenti e depositati nei magazzini della ditta fornitrice al Tiburtino, per ironia della sorte, venivano distrutti nel bombardamento di San Lorenzo. “

  10. .it scrive:

    Biografia Wikipedia
    Morpurgo, nato a Roma nel 1890, fu esponente di rilievo dell’architettura italiana degli anni ’30.

    Nel 1929 realizza la sistemazione di Piazza Monte Grappa a Varese.

    Dopo il ritrovamento delle navi romane nel Lago di Nemi, nel 1935 progettò gratuitamente il Museo delle Navi di Nemi che fu inaugurato nel 1940.

    Nel 1935 insieme ad Enrico Del Debbio ed Arnaldo Foschini progetta il Palazzo per la sede di Roma del Partito Nazionale Fascista che, ultimato nel 1959 non avrebbe mai assolto la funzione originaria ma sarebbe diventato il Palazzo della Farnesina, ovvero la sede del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana.

    Nel 1938 sempre a Roma realizza l’intera sistemazione urbana di Piazza Augusto Imperatore (1936-40), compresa la Teca di vetro che conteneva l’Ara Pacis Augustae e che fu demolita nel 2003.

    A Roma progetta anche il Villino Alatri a via Paisiello, e il Palazzo per la Esso insieme a Luigi Moretti.

    Sempre nel 1938 ha realizzato il Palazzo della Banca di Albania a Tirana tuttora esistente.

    Docente universitario di Architettura, è stato anche preside della Facoltà di Architettura dell’Ateneo di Roma.

    Ha ricevuto la Medaglia d’oro ai Benemeriti della Scuola della Cultura e dell’Arte il 2 giugno 1962.

    Nel 1966 diventa Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

    Muore a Roma nel 1966.

    Principali progetti [modifica]
    1929 – Sistemazione urbana di Piazza Monte Grappa, Varese
    1935 – Il Museo delle Navi di Nemi, Nemi (Roma)
    1935 – Palazzo della Farnesina, Roma
    1937 – Recupero della sede nazionale della Banca d’Albania, in piazza Skanderbeg, Tirana (Albania)
    1938 – Padiglione dell’Ara Pacis, piazza Augusto Imperatore, Roma (demolito nel 2003)
    1961 – Chiesa di San Nicola da Bari, Cosenza

  11. .it scrive:

    http://www.architettoluigi moretti

    Esso e della Società generale immobiliare all’EUR, Roma. 1962
    Committente: Società generale immobiliare

    Collaboratori: arch.tti G. Quadarella, G. Santoro

    Coprogettisti: arch. B. Morpurgo

    A distanza di quaranta anni Moretti torna a progettare per l’EUR. La costruzione del suo teatro, situato al centro del quartiere per l’Esposizione universale del 1942, era stata sospesa a causa della guerra.
    Nel 1962 Moretti, su incarico della Società generale immobiliare, realizza i palazzi sede della Esso e della società stessa. Moretti progetta due edifici gemelli ubicati all’ingresso del quartiere, la cui conformazione planimetrica e volumetrica sembra rinviare proprio allo schema di Porta pensato 40 anni prima da Piacentini e mai realizzato.

    Moretti ha detto:

    “Si tratta di due edifici simmetrici, destinati a uffici, situati all’ingresso dell’EUR da Roma, ai due lati del viale Cristoforo Colombo, con l’asse maggiore a quest’ultimo e le fronti principali in fregio a piazzale dell’Agricoltura. Il volume fuori terra di ciascun edificio è di mc 88.224, con una superficie utile totale di mq 33.959.
    La pianta di ciascuno dei due edifici è a tau, con il braccio minore disimmetrico e più sporgente verso il piazzale. Il piano terreno, su pilastri, è quesi interamente libero, salvo negli spazi delle scale, degli ascensori e degli ingressi.

    L’edificio si definisce come un grande prisma a facce vetrate che, per la presenza dei «brises-soleil» metallici, moltiplicano le proprie possibilità di rifrazione luminosa mentre assumono il valore di superfici rigate verticalmente e una consistenza massiva che la superficie vetrata non avrebbe, di per se, offerto.

    L’ultimo piano, a sbalzo, con l’alta fascia terminale bianca solcata dal nastro orizzontale di una finestra continua, assume il valore e il senso quasi di un grande attico, che, con il suo peso – accentuato dal colore contrastante con la massa scura sottostante – incorona e conclude tutta la composizione.

    La sistemazione del terreno, che, sottopassando per il portico l’edificio, è quasi interamente transitabile, è risolta a scalee, murature di sostegno, terrazze in travertino, che, con fluida naturalezza, collegano l’architettura agli spazi alberati che la circondano.„

  12. .it scrive:

    Morpugno con Moretti nel 1962 firma l’edificio della Esso per il quartiere Eur a Roma, con un’architettura innovativa.

  13. Antonio Marco Alcaro scrive:

    interessante, ma, come direbbe Di Pietro, che c’azzecca!!!!

  14. .it scrive:

    Secondo me:
    1. una architettura andrebbe inquadrata nel contesto storico della sua costruzione,(problemi economici, tempi ristretti, rapporto con l’intorno – l’opera di Morpugo forse non era corrispondente all’originale progetto);
    2. l’opera di un architetto va vista nella sua complessità (Morpugo ha realizzato opere interessanti);
    3. l’opera di un architetto a volte si evolve in sintonia con i tempi (il palazzo della esso è diverso da i lavori precedenti);
    negli ultimi anni, la critica contemporanea prospetta, nell’analisi di un’opera, il giudizio soggettivo del fruitore, ok – ma un minimo di contestualizzazione per capire cosa era successo nel 1938 e chi era Morpugo la vogliamo dare? O dobbiamo fare solo il tifo quello si questo no, secondo il colore delle magliette? Che a volte sostituisce anche il colore dell’opera (vedi i templi antichi).
    Probabilmente sono andato fuori tema anche questa volta, ma ogni volta facendo queste piccolissime ricerche, mi arricchisco un po’ di più.
    Premettendo che è un lavoro non svolto, per mancanza di tempo, in questo contesto, ma sono solo ritagli di interessanti informazioni ,un’analisi di un’ architettura dovrebbe partire da:
    descrizione dell’opera; contesto storico; storia dell’autore; cultura ai tempi dell’autore; sintesi; spunti per ulteriori ricerche.
    Secondo la mia personale esperienza funziona. Ho sbagliato qualcosa? Gradirei un confronto.
    Un caro saluto.

  15. .it scrive:

    amicididaverio.blogspot.com
    La teca di Meier? Bella e adatta al contesto
    Intervista a Philippe Daverio
    di Elisa Borghi

    “Io devo dire una cosa che va controcorrente. L’Ara Pacis a me piace. Si adatta molto bene agli edifici che le stanno attorno, sia quelli neoclassici, sia quelli settecenteschi e del Ventennio. Aggiungo che questa questione noi la abbiamo esaminata molto a lungo, io ero infatti nella commissione che doveva giudicare il progetto per il riordino della piazza adiacente all’Ara Pacis, quella dedicata ad Augusto Imperatore”. Ad andare “controcorrente” è Philippe Daverio, noto critico d’arte franco-italiano che dal ’93 al 97’ è stato assessore nel giunta Formentini a Milano e oggi è molto impegnato in ambito giornalistico (dirige la rivista “Art e dossier”, scrive per “Panorma”, “Vogue”, “Liberal” e conduce la trasmissione “Passepartout” su Rai3).

    Sull’Ara Pacis, dunque, niente da obbiettare?
    “L’unica cosa da modificare è la parete che affaccia sulla strada, dove peraltro ho proposto di mettere una tenda. Il committente ha chiesto che quella parete fosse trasparente affinché da fuori si potesse vedere l’Ara Pacis ma questo non succede perché nella strada c’è più luce rispetto a dentro e quindi quel vetro fa da specchio. E così succede da fuori non si vede dentro mentre dentro irrompe la presenza del traffico, che impedisce quella concentrazione mentale che il museo richiede”.

    Resta il fatto che l’Ara Pacis divide i cittadini di Roma e i critici d’arte.
    “Questo succede perché la prima patologia italiana di oggi si chiama ’misoneismo’. Il misoneismo è la paura del nuovo. Noi siamo un Paese che pensa di non avere un domani e quindi ha paura di ogni fatto nuovo”.

    Anche architettonico?
    “Soprattuto architettonico. In Italia ogni opera divide. Io ho vissuto il caso milanese, dove otto manufatti su otto sono stati rigettati dall’opinione pubblica. Ma c’è un motivo dietro tutto ciò. L’Italia, che negli ultimi venticinque secoli è stato il paese dell’architettura per eccellenza, ha vissuto il trauma del fascismo come un momento di condanna dell’architettura. Dal Dopoguerra in poi abbiamo smesso di credere nell’architettura perché abbiamo cominciato a ritenere che l’architettura fosse fascista. Questo è anche il motivo per cui ormai amiamo solo gli architetti stranieri”.

    Ma Meier, padre dell’Ara Pacis, viene contestato anche perché straniero. Perché, essendo americano, non ha nulla a che vedere con l’Italia.
    “Questo è ingiusto. Qui bisogna distinguere. Richard Meier è uno che si è formato fin dalla radice sull’architettura di Giuseppe Terragni. Sono moltissime le citazioni di Terragni nella sua architettura, tanto che forse è il più italianizzante degli architetti americani. Una simile questione non può essere ridotta alla provenienza etnica, o finiamo come nei Balcani. Ben vengano i cognomi esteri. Richard Meier si è formato sulla lingua del nazionalismo italiano per dare la lirica al nazionalismo americano che ne era privo”.(…)

  16. christian rocchi scrive:

    Il problema e’ che mentre nel resto del mondo si vive la contemporaneita’ (giustamente), il tempo in Italia si e’ fermato al manierismo deformando l’ottica e il costume di molte persone (come abbiamo visto c’e’ una buona rappresentanza di costoro anche in questo blog). L’Italia per le questioni d’architettura vive l’oggi ancora in un trapassato remoto.

    Questo problema era stato sollevato tanto tempo fa (ero ancora studente) in uno dei migliori incontri realizzati dall’inarch. Si era nel chiostro di Bramante a Roma. LA prima vera tavola rotonda dove tutti potevano esprimersi liberamente (un po’ come in questo blog). Un tavolo rotondo posto al centro della chiostrina. Gente intorno. Chiunque volesse dire la propria poteva sedersi al tavolo e parlare. Il tema
    “10, 100, 1000 architetture”: ovvero come poter cambiare il sentimento comune degli italiani in materia d’architettura.

    Questione centrale: “E’ l’architettura contemporanea a dover far parlare di se oppure sono i media a doverla sponsorizzare?”

    Fu un interessante incontro moderatore unico seduto per quasi tutto il tempo (finche’ Fuksas non gli chiese di alzarsi) fu Zevi (padre).

    Il problema credo sia ancora aperto, ma credo che le nuove generazioni (quelle interail, erasmus e leonardo) stiano cominciando a uscire da un passato troppo dissonante con la quotidianità dell’oggi.

    In fondo sono passati 4 secoli.

    ch

    ps: per .it gradirei avere notizie sul manierismo…grazie

  17. .it scrive:

    1.vuoi vedere che “rispetta” di più la piazza l’opera di Meier di un previsto e non realizzato rifacimento di Morpugo, magari negli anni sessanta?
    2. mi permetto di obiettare che sono le macchine che dovrebbero essere nascoste, secondo progetto originale ripreso ultimamente dalla attuale amministrazione e non la parete
    con questo spero di essere tornato in tema, saluti

  18. .it scrive:

    oramai siamo alle richieste, intanto, spero di non sbagliare, ti posso dire che era un movimento rivoluzionario per certi aspetti, ma, semplificando molto, basato sulla copia, alla maniera di, non certo popolare, parlava in codice e il popolo specialmente nella pittura non doveva capire i significati;con il suo tardo e neo ha influenzato molto l’architettura romana tra le altre(per esempio la scalinata di Michelangelo al Campidoglio Palazzo Senatorio – meravigliosa .Molte ville l’hanno utilizzata nel tardomanierismo.E’ stato anche un suggerimento per la scala di Carlo Scarpa a venezia- negozio Olivetti? altrettanto meravigliosa) comunque forse è una ricerca un pò lunga……saluti

  19. chvl.firm scrive:

    diciamoci la verita’..quella piazza era abbandonata a se stessa finche’ non e’ arrivato prima il ristorante

    `gusto…mi sembra che si chiami e poi la nuova teca di Meier, archistar che fa tanto fico averlo in ogni citta`che si rispetti…

    facciamo una petizione affinche’ realizzino interamente il progetto con la pedonalizzazione del tratto di lungotevere davanti alla teca e insieme l’affaccio sul nostro biondo tevere ormai caduto nel dimenticatoio.

    ch

    ps:.it mi sta simpatico

  20. qfwfq scrive:

    trasparenza:
    la vetrata verso la strada è assolutamente trasparente e si vede perfetamente sia l’Ara Pacis che il mausoleo sullo sfondo (a che ora ci è andato P Daverio?)

    opportunità:
    la vecchia teca andava demolita, ora sappiamo che faceva schifo anche al progettista (Banlio ha smesso di rigirarsi nella teca…..)

  21. Master scrive:

    La teca è il monumento più visitato di Roma dopo il colosseo e di sicuro l’Ara Pacis non lo era prima di venir protetta dalla nuova struttura. A me personalmente piace e non vedo cosa deturpi visto che il bianco del marmo e della struttura illumina ogni cosa intorno. Come al solito le sterili polemiche che nascono probabilmente dall’invidia non fanno altro che far sorridere la gente comune che invece apprezza l’architettura contemporanea. A me sembra che quest’opera sia una delle poche che possono davvero svecchiare l’idea malsana di città statiche e intoccabili che si ha spesso in Italia. La gente vuole città dinamiche come Londra, Berlino o New York!

  22. PEJA scrive:

    La gente che critica l’Ara Pacis è la stessa che no la frequenta, ed è la stessa che va alle mostre di arte moderna per vedere dei quadri con dei bei colori. Lasciano insomma il tempo che trovano. Purtroppo queste persone spesso hanno poteri decisionali. L’edificio, come diceva qfwfq, ha un’ottima lettura di contesto, dato che chiude Piazza Augusto Imperatore, offrendole una quinta e nuovi scorci, nonché ricrea l’allineamento di via di Ripetta. Ci sono errori, come in tutti i progetti, è ovvio, però quest’accanita critica verso uno dei luoghi culturali più vissuti del centro di Roma, tra l’altro penalizzato anche dai vari iter, mi sembra una battaglia contro i mulini a vento… Mi chiedo se qualcuno abbia visitato la vecchia teca…

  23. PEJA scrive:

    Dimenticavo, sono daccordissimo con Christian Rocchi: a Roma le cose si fanno sempre ad un terzo (se si facessero a metà, sarebbe un traguardo…)

  24. Andrea scrive:

    Ciao a tutti,
    innanzitutto mi presento: non sono un architetto ma uno storico dell’arte, anni fa ho studiato per la mia tesi di laurea tutta la complessa storia dell’Ara Pacis e del suo “contenitore” fatto rifare da Meier.
    Quello che nessuno dice è che la teca di Morpurgo sin dal suo nascere era provvisoria: non solo, ma all’epoca non era stato previsto l’intenso traffico della macchine sul Lungotevere, cosa che ha creato numerosi problemi strutturali al vecchio padiglione: ecco xchè si è reso necessario smantellare la vecchia teca, o comunque provvedere ad un cambiamento, dato che al suo interno si era creato una sorta di effetto serra che prouceva danni irreversibili ai marmi antichi dell’altare augusteo.
    Vogliamo parlare una benedetta volta dell’altare e del suo recinto – impropriamente chiamato tutto con il nome di Ara – che è il vero protagonista del progetto? Su quella sfortunata opera ne sono state dette e fatte di tutti i colori, a partire dalla mancata ricostruzione di alcuni frammenti – uno, molto grosso, proveniente dalla collezione Campana e venduto a metà ‘800 è rimasto al Louvre perché Mussolini non lo volle dalla Francia – per finire con quello che gli è stato costruito intorno arbitrariamente, dato che la collocazione originaria dell’altare era lungo la via Lata, l’odierna via del Corso, all’altezza del cinema Olympia. È come se a Berlino l’altare di Pergamo lo avessero collocato all’aperto, in mezzo alla Alexanderplatz. Non c’azzeccherebbe niente, proprio come l’Ara con il Lungotevere. Probabilmente, e qui so che mi attirerò le critiche di qualcuno, sarebbe stato meglio musealizzare l’altare augusteo.
    Ora, qualsiasi architetto fosse stato chiamato a ricostruire una nuova teca intorno all’altare avrebbe sicuramente attirato le più aspre critiche da parte di chiunque: non si tratta di un intervento qualsiasi, sbaglia Daverio a fare paragoni con Milano che è stata gran parte bombardata e distrutta: Roma ha e mantiene un centro storico di ineguagliabile bellezza, andate a confrontarlo con quello delle altre capitali europee che hanno subìto tutte incendi, distruzioni o sventramenti, da Parigi a Londra solo x citarne due. Ovvio che un pugno nell’occhio simile come la teca di Meier – a proposito, vorrei ricordare che anche la vecchia teca di Morpurgo era interamente vetrata – sia destinato a dare fastidio. E non credo che una soluzione sia di riqualificare la piazza Augusto Imperatore, è tutto un progetto fascista nato e sviluppato male per dare risalto a quello che doveva diventare il mausoleo della famiglia del Duce, ovvero l’antico Auditorium-mausoleo di Augusto.
    Non è mia intenzione fare il disfattista, ma tutta la zona è il risultato di sventramenti e devastazioni da cui si sono salvate solo le chiese di San Rocco e San Girolamo degli Schiavoni, le cui facciate peraltro sono pure malamente coperte dall’ingresso del nuovo museo.
    Cosa voglio dire? Che il centro di Roma è piccolo: è fatto di vicoli, stradine, piazzette, non bisogna essere un urbanista per capirlo. E il museo di Meier c’entra come i cavoli a merenda, anche se come è stato detto, ormai c’è e ce lo dobbiamo tenere.
    Però per favore non citiamo la contemporaneità, che in questo caso nn c’entra niente: le architetture contemporanee stanno bene altrove, esiste una cosa che si chiama contesto – in questo caso il centro storico, i palazzi di Roma, anche se sono di epoca fascista come quelli della piazza dietro – e che troppo spesso gli architetti non considerano questo contesto perché sono troppo impegnati a realizzare il loro capolavoro imperituro. E se al popolo non piace, si educhi il suo gusto (ovvvero, dategli le brioche).
    O sbaglio?

  25. Rob scrive:

    Mi è capitato per caso di entrare in questo sito e di leggere i vari commenti. Sono un “architetto” e, tra l’altro, ho anche frequentato il vecchio corso di restauro dei monumenti dell’I.C.C.R.O.M. di Roma, che ha insegnato a professionisti Italiani e stranieri a rispettare, conservare e valorizzare tutto ciò che il passato ci ha consegnato. Sono proprio dello stesso parere dello storico dell’arte “Andrea”. Solo un “asino” poteva realizzare una struttura come quella del Meier che, con “ROMA” non c’entra proprio niente. Mi dispiace che esistano gli “imbrattatori” che rappresentano una forma di inciviltà, ma altrettanto mi dispiace che esistano “Amministratori Pubblici” che permettono di imbrattare i nostri centri storici con architetture aberranti. Vogliamo parlare delle facciate delle due chiese di San Rocco e San Girolamo, apprezzabili esempi del ‘700 presenti in tutte le iconografie del Porto di Ripetta, e che sono attualmente deturpate da un ammasso di cemento che ne mortifica la dimensione e la prospettiva!? Se vogliamo fare “architettura moderna”, ovvero, come meglio andrebbe detto, una “buona architettura” in linea con i nostri tempi, abbiamo tante periferie degradate da valorizzare, prima di andare a degradare un “centro storico” che tutto il mondo c’invidia. Mi dispiace per Alemanno che non ha rispettato una sola delle sue promesse elettorali: tra l’altro si era impegnato a demolire l’edificio di Meier con spese a carico di chi irresponsabilmente ne aveva permesso la realizzazione. E, a questo punto, anche lui è “CORREO”. Ma lo schifo più totale è rappresentato dal fatto che, non solo dobbiamo subire l’orribile visione del “casermone di cemento” passando sul lungotevere o provenendo da Piazza Cavour, ma dobbiamo altresì godere della vista della Piazza Augusto Imperatore in completo stato di degrado, con giardini abbandonati, cacche di cani e siringhe di drogati. Complimenti al Sindaco Alemanno ed ai suoi predecessori, nonchè a tutti quelli che vanno “cantando” dell’arte, del dinamismo delle città, dell’architettura al passo dei tempi che deve essere accettata dai conservatori e dagli ignoranti etc. etc.. Rimettiamo l’ARA PACIS dove stava e/o come suggeriva lo storico dell’arte “Andrea” in un contesto museale: ma sarebbe troppo logico in un sistema di “alienati”.
    Aggiungo: non pagherò mai il biglietto per entrare nel “casermone”, mi fa davvero schifo.
    Saluti ed Auguri!!!

  26. Fabrizio scrive:

    Per caso leggo il commento di Rob del 7/8 e mi stupisco profondamente come una persona che si definisce “architetto” possa avere una visione così misera e limitata di un intervento innovativo, (che a me piace), se dovessimo proseguire con una visione limitata e limitante non si andrebbe mai da nessuna parte. Bisogna aprire gli occhi e l’intelletto verso nuovi orizzonti e punti di vista. Personaggi immensi come il Borromini, il Bernini sono passati e hanno lasciato il loro segno, bisogna interpretare, comprendere, andare avanti, non restare ancorati ad un perbenismo ottuso e qualunquista che ci ha abituati a manufatti obsoleti e di nessun valore. Cerchiamo di andare avanti, di affinare la cultura e attivare la critica costruttiva, non il qualunquismo di Alemanno e di Rob. Come si dice popolarmente a parlare non è fatica ; che il sedicente architetto proponga una sua luminosa innovativa e strabiliante idea per la collocazione dell’Ara Pacis, mi offro per effettuare una sottoscrizione popolare per realizzare il nuovo capolavoro di Rob.

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