L’Aquila com’era dov’era ?

11 giugno 2009

Il primo postulato sostenuto dal Prof. Marconi è che vi sia in realtà una esigenza di “rimozione collettiva”, volta a cancellare ogni traccia dei danni e dei traumi subiti, ricostruendo appunto tutto come prima, come se nulla fosse mai accaduto.

Questa prima premessa però non è suffragata da alcun dato oggettivo o scientifico; non è dato al momento sapere se TUTTI gli abitanti de L’Aquila hanno veramente intenzione di ricostruire TUTTO com’era prima; per saperlo veramente bisognerebbe avviare un’indagine statistica, un referendum; fare un’operazione di architettura partecipata; ma anche in questo caso i risultati sarebbero necessariamente schematici, parziali. 

E’ probabile che vi sia qualcosa di simile ad un sentimento collettivo verso i principali monumenti, magari diverso da monumento a monumento; magari molti cittadini sono legati al tessuto urbano condiviso, ma non alle singole abitazioni (le quali anche nel centro storico potrebbero essere state costruite in diverse epoche e con diversi linguaggi).

Siamo sicuri che ogni singolo proprietario di casa, che ha visto quella stessa casa tremargli e crollargli sotto i piedi, dove magari ha perso la vita qualcuno, ora non veda l’ora di rientrarci? Ma soprattutto siamo sicuri di voler applicare lo stesso metodo ad ogni brano architettonico distrutto? Anche a voler attuare un processo “dal basso” di autoricostruzione della città non credo che molti architetti esulterebbero dalla gioia, Marconis in primis.

Non sappiamo inoltre se la via della “rimozione” della memoria sia in sé la strada concettualmente corretta da seguire. 

Ritengo in generale poco utile, e in genere fuorviante, applicare all’architettura criteri metodologici di altre scienze (come ad esempio la filologia….). In questo caso la premessa vorrebbe applicare una forma di psicanalisi di gruppo all’urbanistica. 

Ma se anche fosse possibile questa trasposizione scientifica, chi ci dice che la rimozione sia veramente la strada corretta da seguire per superare una sorta di crisi post traumatica sociale? ed ancora, come mai per rimuovere un ricordo spiacevole dalla memoria di un soggetto traumatizzato, si sceglie di ricostruirgli così com’era “la scena del delitto”? 

Nella mia superficiale conoscenza delle cose, mi pareva che la rimozione della memoria fosse il male da curare, non la cura! anni di monumenti alla memoria buttati al vento!

Non so’ dare risposte, ma credo che prima di dare soluzioni precostituite, sarebbe opportuno come minimo approfondire l’analisi.

La seconda tesi portata avanti è tratta dalla citazione di Umberto Eco, che evidenzia la funzione fàtica (espressiva) dell’architettura. In tal senso un fatto architettonico deve essere letto non solo per la funzione che svolge, o per la quale è stato realizzato, ma anche per il messaggio culturale che porta. Questa interpretazione dell’architettura sembrerebbe mirare a giustificare un approccio storicistico della progettazione mettendo in crisi la branca dell’architettura moderna che si rifà a criteri di oggettività e funzionalismo. In realtà tutte le più importanti realizzazioni dell’architettura contemporanea e larga parte delle architetture novecentesche (comunque moderne) dimostrano ampiamente di avere recepito l’importanza comunicativa dell’architettura.

Il solito esempio di Bilbao illustra bene il significato della funzione fàtica dell’architettura sfruttandone a pieno le potenzialità per veicolare il rilancio di una città in crisi, non devastata da un terremoto, ma certamente bisognosa di “ricostruzione” economica e culturale.

Che messaggio vogliamo dare per la ricostruzione di una città che era già in crisi prima del terremoto? 

Che ricostruzione vogliamo attuare? Quale messaggio di speranza e fiducia nel futuro?

Vogliamo pensare ad una città che crede nel suo presente, proiettata nel futuro, o ad una città che si ritrae in se stessa incapace di ricercare nuove energie, nuovi progetti, nuove idee od ideali?

Il prof. Marconi, prosegue lo svolgimento della sua tesi portando ad esempio interventi di restauro su singoli manufatti edilizi; restauro e ricostruzione puntuali; in questo cita Renzo Piano quando suggerisce l’uso del legno per la ricostruzione; questa citazione, che appare un po’ decontestualizzata, ha una sua validità per gli interventi di ricucitura di fabbricati parzialmente danneggiati; non sembra generalizzabile al caso di ricostruzione di edifici completamente crollati; tantomeno è applicabile alla ricostruzione di interi agglomerati urbani.

La seconda citazione, ancora a proposito di un restauro di un singolo edificio, tende a reiterare un disguido; in pratica Roberto Cecchi, Direttore Generale per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Ministero per i Beni Culturali, sembrerebbe citare a sproposito il restauro della cattedrale di Noto parlando di integrazione tra vecchio e nuovo anche per la ricostruzione di una città; il prof. Marconi ci dimostra dove sbaglia, ricordando che gli interventi di ricucitura della cattedrale non avevano nessun inserto moderno (ci mancherebbe altro, era un intervento di restauro!); il professore però commette involontariamente lo stesso errore di Roberto Cecchi, pretendendo di applicare ad una città criteri e filosofie di progettazione utilizzate per un singolo intervento edilizio.

Comunque è il professore stesso che ci ricorda che nella ricostruzione della cattedrale di Noto non si è trattato di una semplice “anastilosi”, non un semplice com’era dov’era, ma di un’autentica riprogettazione dell’opera, in alcuni casi diversa dall’originale, utilizzando però stili e “linguaggi” affini a quelli originali. In questo caso, se applicato questo criterio alla città de L’Aquila, è evidente e un po’ banale che l’obiettivo non sarebbe, ricostruire com’era né dov’era, ma: come sarebbe e dove sarebbe! soprattutto se a costruirla sarebbe stato il prof. Marconi. Una sorta di archistar in stile.

Veniamo al tema del linguaggio. La tesi proposta è di nuovo una operazione di trasposizione scientifica; Marconi sostiene che per la progettazione di un’opera in un centro storico non solo occorrerebbe conoscerne le caratteristiche “linguistiche e filologiche” (cosa che ritengo per certi versi, sacrosanta), ma anche utilizzarne il lessico, il vocabolario linguistico, nelle nuove realizzazioni (il discorso sembrerebbe allargarsi anche a tutti i campi della progettazione). In tal senso invita tutti ad esercitarsi “nella filologia: quella Scienza umana relativa alla ricostruzione e alla corretta interpretazione dei documenti di un ambiente culturale definito”. 

Egli sostiene che come chi volesse esercitarsi nell’emendare un documento antico dovrebbe necessariamente studiare prima il linguaggio e la sintassi della lingua utilizzata nel documento, così anche chi volesse realizzare un opera in un contesto consolidato dovrebbe necessariamente utilizzare lo stesso linguaggio. Inoltre porta ad esempio la sensazione di ‘spaesamento’ che “proveremmo se qualcuno ci parlasse senza preavviso in una lingua diversa dalla nostra lingua materna”.

Ora a me paiono evidenti due cose. 

In primis non capisco per quale motivo uno studioso di Cicerone, pur conoscendo perfettamente la sua opera, pur avendone studiato a fondo la filologia, dovrebbe esercitarsi nella ricostruzione di brani latini mancanti, utilizzandone la stessa lingua e sintassi? Forse per qualche produzione cinematografica, o peggio per frode; certo è che se quello stesso studioso intendesse divulgare i risultati delle sue ricerche, comunicare il proprio evento culturale, utilizzerebbe l’italiano, o addirittura l’inglese, lingue terribilmente brutte rispetto alla eleganza del latino, capisco, ma sicuramente più efficaci a trasmettere il messaggio; più efficaci a diffondere la conoscenza di quella stessa lingua antica.

Inoltre, quando parlo, scrivo, comunico, agisco, lo faccio in un contesto contemporaneo ed utilizzo i mezzi e gli strumenti che la contemporaneità mi ha messo a disposizione (sono compresi anche il legno, e i mattoni); lo spaesamento che si prova quando ci si ritrova all’improvviso in un contesto differente, non è necessariamente negativo. Anzi spesso c’è bisogno di cambiare, rivoluzionare, per risolvere situazioni di stagnazione.

Concludendo 

Un approccio metodologico che ritengo corretto dovrebbe innanzitutto seguire un metodo che presupponga l’analisi preliminare dei bisogni espressi dalla popolazione colpita. Non parlo di operazioni di architettura partecipata (salvaguardiamo il ruolo della professione: che diamine!), Però sarebbe utile passare attraverso una operazione, preliminare di analisi oggettiva dei bisogni, espressi e non, di chi la città la usava, la utilizzerà, ma soprattutto la usa oggi (presente indicativo).

Nella definizione degli interventi, lungi dal volere dare alla progettazione un approccio funzionalistico, ritengo opportuno attuare proprio l’approccio fàtico accennato, con l’intento di esprimere in maniera palese e non subalterna la modernità e la contemporaneità dell’intervento.

Nella definizione specifica degli interventi nel centro storico, personalmente credo che possa essere pensato un approccio misto che tenda a distinguere in maniera il più possibile netta gli interventi più propriamente di restauro, dagli interventi di ricostruzione; in ogni caso dovrà essere pensato un approccio che coniughi tecnica e tecnologia compatibili, con l’esigenza di comunicazione contemporaneistica dell’intervento. L’utilizzo di tecniche e materiali “tradizionali” non necessariamente dovrebbe comportare la creazione di forme e stilemi conservatori.

Ritengo che la strada per il superamento di una crisi sia la ricostruzione positiva e migliorativa, il perseguimento di un’idea di città rinnovata; L’Aquila, prima del terremoto, era una città in crisi, adesso, nella disgrazia, ha l’occasione di ripartire, ricostruire la propria città, in senso nuovo. C’è bisogno certamente di rispetto del passato, ma soprattutto di fiducia nel presente e di una visione per il futuro. 

Per chi volesse leggere il testo di Marconi, è sempre un esercizio di erudizione interessante.

http://www.stefanoborselli.elios.net


15 Commenti a “L’Aquila com’era dov’era ?”

  1. Christian Rocchi scrive:

    Dov’era e com’era: spacciatori d’ oppio.

    Premesso che:

    -non esistono edifici anti-terremoto como ho avuto modo di spiegare altre volte;

    -l’obiettivo principale sarebbe di togliere gli sfollati del terremoto quanto prima dalle tende;

    -che l’identitá delle varie popolazioni cittadine è data spesso anche da alcuni edifici simbolo;

    -che gli oppiacei del “com’era e dov’era” meglio lasciarli a coloro che hanno memoria corta;

    personalmente tenderei a risolvere la questione l’Aquila in modo pragmatico:

    1. cio’ che non e’ recuperabile perche’ completamente distrutto si rada al suolo;

    2. cio’ che e’ recuperabile si recuperi con il criterio del “restauro critico”: tutto cio’ che e’ originale si conservi (se possibile) il resto da ricostruire si costruisca senza mimetizzare. Si effettuino i miglioramenti statici del caso;

    3. gli edifici simbolo dell’Aquila conservino le loro ferite e vengano messi in sicurezza al piu’ presto per essere restituiti alla collettivita´ e al comune sentimento popolare;

    4. il nuovo deve essere costruito “in primis” con le tecnologie statiche ed impiantistiche oggi esistenti poi con i servizi che una nuova edificazione dovrebbe dare.

    Per cio’ che concerne la comunicazione dell’architettura: personalmente credo che una buona architettura non abbia bisogno del megafono…semplicemente deve funzionare, deve essere ben fatta, accogliente, cercando di non scivolare nel vernacolo.

    Gli spacciatori del com’era e dov’era traggono la loro linfa dall’assunto che predica che tutto va bene e tutto tornerà come prima

    ..niente tornera’ come prima..almeno nei cuori degli Aquilani.

  2. qfwfq, proverò a confutare alcune tue tesi. La prima sul piano strettamente logico. Tu domandi: chi ci assicura che la popolazione voglia ricostruire tutto com’era e dov’era? Ti rispondo: chi ci assicura che preferisca la soluzione fàtica? Questo non per rispondere con una domanda, ma per evidenziare l’inconsistenza della tua che, salvo altre considerazioni, vale esattamente la mia.

    Il Prof. Marconi (che per inciso definire un’archistar è semplicemente puerile e ti consiglio di leggere il suo libro, se già non l’ho fatto nel mio blog) non asserisce, come nessuno credo, di ricostruire “tutta L’Aquila” com’era e dov’era. Marconi si riferisce espressamente al centro storico non alle periferie. E comunque, aggiungo di mio, se un cittadino volesse che la sua casa nuova o recente fosse ricostruita esattamente com’era io lo riterrei un suo diritto e non mi sentirei di alzare le ciglia con disprezzo, perché quel bene è il suo, è sua proprietà, racconta la sua storia e la sua vita e questa esigenza deve essere tenuta in altissima considerazione.

    Trascuro, perché è estranea alla mia cultura e al mio modo di essere, tutta la parte psicanalitica. Ma rispondo pragmaticamente su questa che laddove è stata praticata la “rimozione collettiva” ha funzionato benissimo (Friuli, Varsavia, campanile di San marco, ecc), laddove si è voluti intervenire con la chimerica contemporaneità c’è stato il disastro (Belice), dove a Gibellina c’è una città tanto parodistica quanto spettrale.

    La filologia. L’approccio filologico è essenziale non per riscrivere testi contemporanei in latino (cito il caso che fai te), ma per ricostruire parti mancanti di documenti essenziali. Senza filologia saremmo oggi tutti molto più ignoranti. Ma quello che vale per la scrittura vale anche per la pittura, la scultura, l’archeologia in genere ed anche l’architettura. Senza metodo di lettura filologica avremmo ancora ad Arezzo (come in parte abbiamo ancora purtroppo) gli affreschi di Pier della Francesca devastati dall’intonaco applicato sopra le parti mancanti o largamente deteriorate, mentre dopo l’ultimo restauro si possono ammirare nella loro bellezza quasi interamente. Vorrei portarti un esempio: se per un evento qualsiasi venisse distrutta la testa del David di Michelangelo io immagino tu diresti che non andrebbe ricostruita e lasciata monca quest’opera. Domandati il significato di un approccio del genere: non c’è interesse per l’opera in sé, per la bellezza e la forza che esprime ma solo per una teoria purista completamnete priva di motivazioni che non siano quelle tutte interne al “metodo” e non al merito. Il risultato finale è l’opera in se stessa, non il fatto che sia autentica o meno. Se te ne fosse dato il potere assoluto, senza dovere rendere conto a nessuno, te la sentiresti di demolire il campanile di San Marco? E’, secondo la tua visione, falso, dunque, che problemi ci sarebbero? Non credi che passeresti alla storia come un folle? Io credo di sì, e per due motivi: perché è bello e perché è il simbolo di una città e dei suoi cittadini.

    Molto altro ci sarebbe da dire ma mi limito a queste considerazioni, molto poco “erudite” come vedi, ma semplicemente affidate alla volontà e al “metodo” di porre domande semplici che hanno lo scopo di abbattere un modo di pensare basato su luoghi comuni. Ogni volta che pronunciamo la parola “falso” dobbiamo pensare al suo significato riferito all’argomento specifico e non assolutizzandolo.
    Falso è male nel momento in cui ti truffo vendendoti una copia di un quadro per l’originale. Ma è falso perché è una truffa economica, ti ho fatto pagare una cifra molto maggiore del suo reale valore di mercato ma, se ti vendo un falso bellissimo di un quadro bellissimo, dichiarandolo, a prescindere dal prezzo, quell’opera perde la sua definizione di falso per diventare solo una “copia” e se è ben fatta e ne trai godimento estetico conta niente che sia l’originale, solo il valore economico sarà differente. ripeto: pensa all’opera in sé non al metodo.

    Un’architettura falsa è una contraddizione di termini per definizione perché se c’è è vera, esiste, la puoi utilizzare, abitare, godere, rivendere, amare, odiare; si tratta solo di sapere se è una bella o una brutta architettura, ovviamente riferita al contesto e non solo in assoluto.
    Mi piacerebbe che venissero abbandonati i luoghi comuni, le frasi fatte, frutto purtroppo di una cultura diffusa a piene mani a partire dai licei e notevolmente incrementata all’università, dove si favorisce la creatività a svantaggio della fatica della lettura. Questa è la mentalità che deve essere smontata pezzo per pezzo per il semplice motivo che è veramente “falsa”.
    Saluti
    Pietro

  3. Scusa qfwfq per l’autocitazione di cui mi sono dimenticato nel commento precedente, ma di falso mi ero già interessato un annetto fa, prima del terremoto in questo post
    http://www.de-architectura.com/2008/08/il-tabu-del-falso-in-architettura.html
    che rimanda ad un altro molto spensierato e divertito.
    Solo per dire che allora parlavo di tabù del falso, oggi non sembra più essere tabù, purtroppo causa terremoto, e l’ho ridimensionato a luogo comune, non per denigrare il pensiero degli altri ma per sollecitare a riflettere su questo concetto che non può essere liquidato come una sciocchezza, come purtroppo fanno in molti. Insomma, si può essere ragionevolmente contrari al “falso”, ma occorre trovare motivazioni e giustificazioni ben più sostanziose di quelle di coloro che non credono al falso.
    Saluti
    Pietro

  4. Christian Rocchi scrive:

    Secondo quanto dice il Pagliardini potremmo ricostruire il colosseo com’era in origine.

    Potrebbe essere un idea…. uno spunto ottimo per il nostro primo ministro.

    Grazie per l’illuminazione.

    ch

  5. Se i nostri antenati avessero ragionato “pragmaticamente” come il Rocchi noi avremmo ereditato dei centri storici che, avendo conservato le loro ferite, sarebbero delle enormi infermerie di ospedale da campo militare:edifici acciaccati, tetti caduti, brecce sui muri, edera che li avvolge.
    Molto pittoresco, davvero molto pittoresco.

    Ma fortunatamente i nostri antenati erano molto più pragmatici del Rocchi e quando c’era una ferita la rimarginavano, come qualunque persona di buon senso farebbe e cercavano di fare in modo che anche la cicatrice se ne andasse. Invece, in omaggio al principio che ogni epoca deve lasciare il segno e in disprezzo totale dell’opera, ma nel rispetto massimo dell’architetto (contemporaneo), quando si cura la ferita se ne “denuncia la differenza”, come se importasse a qualcuno, oltre agli architetti (e non a tutti), fregandosene altamente della qualità dell’opera in sè, smembrandola in parti differenti come un Frankesntein. Strana società questa: da una parte c’è la fissazione della bellezza fisica e la chirurgia plastica cerca di rimediare, mimetizzando al massimo, a quelle che vengono, impropriamente, ritenute carenze della natura, dall’altra la chirurgia architettonica richiede un bello de-costruito con aggiunte di ferro, vetro, c.a. in edifici in muratura che mal lo sopportano sia stilisticamente che strutturalmente. Insomma, un disgraziato che perdesse una gamba dovrebbe “godere” del fascino del suo arto artificiale e, quasi quasi, ritenersi fortunato perché in questo modo il dottore si è potuto esprimere con la sua scienza!
    Bah!

    Saluti
    Pietro

  6. Christian Rocchi scrive:

    I film americani hanno fatto tanti danni vedo!

  7. .it scrive:

    1. Ho avuto modo di apprezzare l’opera del prof. Marconi;
    2. Gli antichi spesso non rispettavano il passato, (per esempio l’opera delle architetture dei romani,o gli affreschi nel rinascimento: opera su un’altra opera);
    La filologia ha per me due aspetti importanti: conoscere per quanto possibile l’origine dell’opera sotto l’aspetto estetico e strutturale. Negli anni settanta l’uso del cemento armato ha stravolto continuamente edifici realizzati in muratura portante sostituendone l’originale struttura e troppe volte si cerca di ricreare il passato, non uguale all’originale, in modo che il “nuovo” edificio non sia niente, non è copia dell’originale ( pur volendo, spesso impossibile) e non è contemporaneo. Il grande problema è la creazione delle opere finte, che non sono falsi veri o veri falsi, ma falsi, falsi. Ricreando un immagine idealizzata, e mai esistita.
    3. Detto ciò, esiste, quando possibile, un approccio diverso di presentarsi davanti ad un’opera “distrutta”:
    il restauro del Colosseo dello Stern
    Il restauro del Colosseo del Valadier (due approcci diversi, preferisco l’opera dello Stern);
    il rifacimento del campanile di San Marco a Venezia (intervento piccolo in una città unica);
    il Reichstag (meraviglioso) etc..
    Approcci completamente diversi su diverse realtà. Esiste una pluralità di metodologie.
    A nessuno è venuto in mente di restaurare-ricreare il Colosseo …, così come era, in Germania l’intervento sul Reichstag, ha un ottimo valore, che va oltre l’architettura.

  8. .it scrive:

    «Fui invitato a sentire certi madrigali nuovi [di Monteverdi]…sono però aspri et all’udito poco piacevoli» Artusi, ouero delle Imperfetioni della moderna musica (1600)

  9. Christian Rocchi scrive:

    Artusi quello del famoso libro di ricette?

  10. .it scrive:

    Giovanni Artusi
    Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

    “Giovanni Maria Artusi (Bologna, 1540 circa – 18 agosto 1613) è stato un compositore e teorico musicale italiano.

    Giovanni Artusi fu uno dei maggiori reazionari nella storia della musica, condannando in maniera feroce il nuovo stile che si andava delineando all’inizio del XVII secolo e che poi diverrà il barocco. Egli fu anche studente e seminarista nella Congregazione San Salvatore di Bologna e rimase devoto per tutta la vita al suo insegnante Gioseffo Zarlino (il principale teorico musicale del XVI secolo). Quando Vincenzo Galilei attaccò Zarlino nel Dialogo del 1581, lo fece provocando Artusi a difendere il suo insegnante e lo stile da lui seguito.

    Il più importante episodio della carriera di Artusi, ed uno dei più famosi episodi nella storia della critica musicale, accaddero nel 1600 e nel 1603, quando egli attaccò le “crudezze” e le “licenze” contenute nei lavori di un musicista che inizialmente rifiutò di nominare (si trattava di Claudio Monteverdi). Monteverdi replicò nell’introduzione al suo quinto libro di madrigali del 1605, con la sua discussione sulla divisione della pratica musicale in due correnti, che egli definì prima pratica e seconda pratica. La prima pratica era il precedente ideale polifonico del XVI secolo, fatto di fluenti contrappunti, dissonanze e parità di voci, mentre la seconda pratica era il nuovo stile di monodia e recitativi accompagnati che enfatizzavano le voci di soprano e di basso.

    Il maggior contributo di Artusi alla letteratura della teoria musicale fu il suo libro sulle dissonanze nel contrappunto. Egli riconobbe che vi erano più dissonanze che consonanze in un pezzo scritto secondo la tecnica del contrappunto, e tentò di enumerare le ragioni dell’uso di tali dissonanze che venivano messe per sottolineare concetti come dolore, dispiacere, desiderio e terrore. Ironicamente, l’uso di Monteverdi nella “seconda pratica”, era formalmente aderente a quanto teorizzato nel libro; la differenza fra le musiche di Monteverdi e le teorie di Artusi era nell’importanza delle diverse voci e sugli esatti intervalli da usare nella formazione della linea melodica.

    Le composizioni di Artusi furono poche e tutte in stile conservatore: un libro di canzonette a quattro voci, pubblicato a Venezia nel 1598 ed un Cantate Domino ad otto voci del 1599.”

  11. qfwfq scrive:

    La storia è piena di aneddoti su come le novità artistiche e culturali sono state accolte dai conservatori del momento. Solo il tempo e la storia hanno reso giustizia delle vere opere di ingegno e dei capolavori degni di essere conservati e tramandati.
    Quello che arriva a noi è sempre il frutto di un filtro, che la storia ha messo sulle opere umane. In più l’abitudine, la consuetudine, ci porta a definire naturalemente bello quello che già conosciamo. La novità, l’ignoto spesso fa paura, per questo spesso si preferisce rifugiarsi nel passato.
    Brunelleschi fu osteggiato dai capimastri che operavano “alla Tedesca”, le sue opere erano delle autentiche ferite, degli shock culturali nel panorama italiano. Tutto il rinascimento non portò altro che ferite urbane: maglie regolari, assi rettilinei, forme rigorose, disegni ripetitivi e simmetrici, che solo il tempo e l’abitudine ha consentito di amalgamare con il contesto.
    Palazzo Farnese a Roma (progetto di Sangallo e Michelangelo) è un cubo modernissimo e regolarissimo calato in un tessuno urbano medioevale, è alto il doppio delle abitazioni vicine e si affaccia in una piazza ampia a cui si accede dopo aver attraversato stradine strette e tortuose.
    In una parola: che ci azzecca con il linguaggio dell’architettura allora preesistente? eppure adesso nessuno vede le ferite ma solo il capolavoro.
    E San Pietro? che dire del colonnato? Marmoreo, Regolare, Gigante, scenografico, monumentale; come si rapporta il colonnato con la spina di borgo? delizioso quartiere a scala umana, fatto di umile intonaco e strade strette? non si tratta forse di una delle più grandi “ferite” inferte al tessuto storico di Roma.
    Il tempo e la storia rimarginano le ferite, “decontestualizzando” il clima storico in cui certe opere sono state prodotte, trasmettendocene l’essenza culturale.
    Anche la diatriba tra falso e vero è in realtà un “falso” problema. La copia è un esercizio utile, divertente, a volte anche utile, didattico, se fatto con ironia a volte può anche essere un esercizio interessante da un punto di vista culturale. Resta il fatto che sempre e solo di copia si tratta, nel migliore dei casi di un esercizio di virtuosità stilistica; quando si copia di fatto si compie un atto di rinuncia; rinuncia a produrre un’opera, non necessariamente innovativa, non necessariamente creativa, ma semplicemente personale; portatrice di una identità e di una personalità proprie.
    Per L’Aquila.
    Noi ci rivolgiamo contro la ricostruzione anastatica, acriticamente estesa a tutto il centro (storico), contro la riproposizione imposta di stili e schemi lessicali a tutte le unità abitative (uguali per tutti), la progettazione di nuove opere “in stile”. Siamo invece a favore della lettura critca di ogni singolo intervento, a favore del consentire un grado di libertà espressiva ai singoli committenti (e agli architetti che dovranno tradurre in opere i desideri espressi), di reinterpretare la città salvaguardandone la struttura storica non rinunciando a interventi dichiaratemente contemporanei volti a risolvere e migliorare l’organizzazione della città.
    Nessuno si è chiesto se la ricostruzione non fosse l’occasione per realizzare una metropolitana (che libererebbe il centro dal traffico salvaguardandone i monumenti), una serie di parcheggi (che restituirebbe un tessuto urbano nato per i cavalli e i pedoni ai suoi originari utilizzatori), dei nuovi luoghi di aggregazione urbana (teatri, musei, uffici cittadini) progettati con criteri funzionali più idonei alle esigenze contemporanee?
    progetti per la rinascita! di questo vogliamo sentire parlare!

  12. qwfwq, gli esempi che riporti sono sempre gli stessi che riportano molti di coloro che hanno sposato la causa dell’architettura contemporanea senza minimamente tenere le profonde, abissali, inusitate differenze che esistono tra quelle che a te piace chiamare rivoluzioni, ma che sono solo evoluzioni, e quello che c’era e quelle che chiami architetture contemporanee che altro non sono che oggetti di design e ciò che il passato ci ha lasciato.
    Pensare, anche solo lontanamente, di paragonare la “rivoluzione”di Palazzo Farnese con la banalità della provocazione della incombente scatola di c.a. dell’inceneritore di Foligno è…davvero non trovo le parole.
    Ma meglio di ogni argomentazione vale il tuo incitamento finale al popolo dei modernisti: progetti per la rinascita, di questo vogliamo sentire parlare! Mi sembra un modo di farsi coraggio come i giocatori di pallavolo prima della partita, ma poi i valori si vedono in campo, una squadra vince e l’altra perde.
    La sostanza sarebbe: metropolitana, parcheggi. Parliamone, per carità, anche se io non conosco L’Aquila e non ho niente da dire, ma qualcuno direbbe: che c’azecca con l’argomento? Non so, vogliamo parlare dell’industria e dell’artigianato piuttosto che del turismo e dei servizi? L’argomento era lievemente diverso mi pare. Ma, è chiaro, la “rivoluzione” non deve essere necessariamente logica, solo energica, altrimenti che rivoluzione sarebbe!
    Saluti
    Pietro

  13. .it scrive:

    Palazzo Farnese Wikipedia
    “Il palazzo prospetta su una piazza ornata di fontane, che riutilizzano bacini in granito provenienti dalle Terme di Caracalla. La facciata, in mattoni con cantonale in travertino (56 m di lato), si articola su tre piani. Le 13 finestre di ciascun piano presentano differenti decorazioni, e quelle del piano nobile sono coronate da frontoncini alternativamente curvilinei e triangolari. Un recente restauro ha riportato in luce una decorazione ottenuta con l’uso di mattoni albasi (poco cotti, di colore giallo e particolarmente porosi) e ferraioli (molto cotti, di colore rosso e molto resistenti) in alcune parti della facciata. Tali decorazioni tuttavia seguono logiche diverse nella parte destra e in quella sinistra della facciata. Quest’ultima presenta una decorazione geometricamente definita a losanghe, Inoltre nei timpani delle finestre del piano nobile sono presenti degli intarsi floreali, sempre realizzati con mattoni bicromi. Tali mattoni bicromi sono utilizzati anche per l’ammorsatura delle finestre, che presenta una caratteristica apparecchiatura dentellata, presumibilmente per motivi strutturali. Queste decorazioni hanno lasciato suppore nel corso degli anni che la facciata in cortina splendidamente apparecchiata, tagliata e arrotata in opera, fosse fatta per essere lasciata a vista. La parte destra della facciata è molto meno curata, le losanghe ben definite sono poche e buona parte dei ferraioli sono posti alla rinfusa nella parte alta del piano nobile, nei pressi del cantonale. Questa difformità sulla facciata di quello che è presumibilmente il palazzo gentilizio più importante della Roma rinascimentale ha invece suffragato l’ipotesi che la cortina andasse rivestita e che l’apparecchiatura perfettamente liscia e quasi monolitica avesse lo scopo di minimizzare lo spessore dell’intonaco in stucco di travertino, riducendolo a due o tre mani di scialbo in latte di calce. Quest’ipotesi è suffragata dal ritrovamento di tracce di scialbatura su altre importanti architetture dell’epoca, come ad esempio il Palazzo dei Conservatori di Michelangelo nel complesso del Campidoglio[1].”

  14. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    .it, ti prego, stai più sull’argomento, please.

  15. Master scrive:

    Ricostruire una città identica a come era è fortunatamente una strada raramente percorsa, e storicamente è sempre stato così, perchè si può sempre fare di meglio e di sicuro l’Aquila non era certo perfetta. L’Italia, pur nella cattiva sorte di aver avuto un terremoto del genere, ora può dimostrare di aver il coraggio di creare una città nuova, più efficiente e capace di soddisfare meglio le esigenze dei cittadini. Gli esempi e gli insegnamenti ci sono, sono solo da seguire.

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