Italia terra di missioni

Oggi abbiamo tenuto un incontro con ragazzi e ragazze dell’ultimo anno della scuola superiore. Il tema era: tendenze e linguaggi dell’architettura contemporanea.

Non essendo studenti con grandi conoscenze di arte (non hanno questa materia), ho pensato che era meglio fare un ampio preambolo sul perché ci occupiamo di architettura e perché c’è bisogno di architettura contemporanea.

Forse, anche a detta delle colleghe di Amate l’Architettura presenti, è stata la parte migliore dell’incontro. I ragazzi, appena hanno capito che non c’era odore di accademia e si rispondeva con franchezza e senza usare un linguaggio tecnico, pur essendo mentalmente aperti (per fortuna lo si può essere a diciotto anni), hanno espresso le loro giuste perplessità di fronte a esiti dell’architettura contemporanea, citando come esempi una piazza di paese avulsa dal contesto del luogo, la famigerata teca dell’Ara Pacis, le mostruosità dell’edilizia economica e popolare degli ultimi trenta anni.

Come dare loro torto?
Eppure ho ribattuto che come nell’architettura antica anche in quella contemporanea ci sono architetti bravi e non; che un buon progetto al 50% dipende dal progettista ma che per il restante 50% deve avere un buon committente che deve seguirlo (mi piacerebbe dire braccarlo) in tutte le fasi progettuali, come nell’esperienza di alcuni amici che hanno partecipato a concorsi in Germania; che, infine, si deve fare l’abitudine all’architettura contemporanea. Ricordate negli anni ’50 e ’60 che il centro storico era considerato vecchio e la gente voleva abitare nelle zone nuove? Che sempre allora il centro storico costava poco per questo motivo? I quartieri nuovi andavano di moda.

E’ questa allora una questione squisitamente culturale: se negli anni ’50 le persone influenti erano gli intellettuali e gli artisti (mio padre me li additava come star quando li incontravamo) ora sono personaggi senza storia e cultura. La società ha marginalizzato la ricerca estetica (in realtà in  Italia si è abiurata qualsiasi ricerca) e le tensioni intellettuali, ma soprattutto, ha cancellato la pluralità dell’informazione.

Dall’assenza di architettura contemporanea a quella di latitanza della pianificazione/progetto architettonico il passo è stato breve, perciò le domande che sono state poste da questi ragazzi sono basilari: come è possibile che si costruisca in assenza di pianificazione (o in accordi di programma che è la stessa cosa)?

Se il consumo di territorio, l’espansione dissennata della città con i non luoghi (centri commerciali, ecc. ecc.), la mancanza di una politica urbanistica basata sul trasporto pubblico, sulla densificazione della città sono delle politiche suicide per la sostenibilità ambientale perché nessuno lo dice?
E quali sono le strategie per contrastare questo suicidio di massa?
La risposta che ho dato è univoca. Il progetto innanzi tutto.

Non possiamo rincorrere le lobby dei costruttori-proprietari fondiari, legate ai politici, per espandere una città. Sono loro che devono adeguarsi alla pianificazione che valuta quale è la soluzione più sostenibile a disposizione.

Ma se il progettista non ha più una posizione di rilievo nel processo edificatorio, se abbiamo una regolamentazione degli appalti e delle progettazioni orientata al massimo ribasso, se lìistituzione è un soggetto debole (e colluso) e non forte della pianificazione come possiamo invertire indirizzo inaccettabile?

Io credo che si invertirà da solo perché se abbiamo mangiato territorio in venti anni pari al Lazio e all’Abruzzo messi insieme. Se una persona che abita nelle periferie di una grande città deve alzarsi alle 4,30 del mattino per trovarsi al lavoro alle 8,00 (viaggiando con i mezzi pubblici), si è superata la soglia di sostenibilità. Quando le persone acquisiranno una conoscenza sufficiente del problema sarà però troppo tardi.

Quello che forse possiamo fare è accelerare questo processo tornando a formare una coscienza critica nelle persone. Ricominciando a parlare di architettura residenziale, sociale, di pianificazione (vera!), di architettura contemporanea (oddio, scusate mi è scappata l’eresia) con un promotore pubblico incalzato dalla consapevolezza delle persone.

Bisogna informare i giovani, quelli che hanno ancora forza per giocare duro in questa partita.
I ragazzi hanno diritto di sapere perché sono inquieti, nel senso che lo sono ma forse senza troppa consapevolezza di alcune cause del loro malessere.

Finita la stagione dell’impegno politico degli anni ’70 c’è stato un vero disimpegno nelle tematiche e nella ricerca dell’abitare.

La gestione del territorio è politica. Le gestione delle risorse finite è politica. Il diritto alla bellezza è politica.

E’ per questo che si evita accuratamente di parlarne sui mass-media. Si fanno volare sopra la testa della gente-catodizzata le decisioni che condizioneranno la loro esistenza e quella delle generazioni che li seguiranno.

L’Italia, l’ex Belpaese (o quello che ne rimane), deve essere nuovamente evangelizzata sulla bellezza come parte imprescindibile della qualità della vita.

P.S.

Dopo un’ora e mezzo di spiegazioni e divulgazioni sul linguaggio dell’architettura contemporanea, ho chiesto ai ragazzi che in precedenza mi avevano formulato riserve, se apprezzassero l’edificio della Stadthaus di R.Meyer a Ulm che stavo mostrando, edificio a mio modesto parere di grande rigore progettuale.

meyer

La risposta, per fortuna sincera, è stata negativa.

La considerazione che ho fatto è stata questa: al di là dei gusti personali, bisogna fare l’occhio alle cose. Quando l’architettura contemporanea sarà una pratica comune e non eccezionale potremo avere giudizi più sereni sugli edifici. Questa considerazione vale anche per i colleghi che si sono accapigliati su un post precedente.


16 Commenti a “Italia terra di missioni”

  1. qfwfq scrive:

    Io credo che il problema dell’educazione al bello o al contemporaneo sia un falso problema.
    Alla fine si riduce il problema ad un esercizio di gusto personale, che spesso è influenzato da mode, tendenze, umore del momento, esperienza personale.
    In più la moltiplicazione delle fonti di informazione mediatiche ha portato ad una sempre crescente soggettivizzazione del bello per cui ogni individuo finisce col subire o determinare la propria storia culturale, e diventa sempre più difficile categorizzare mode stili e tendenze in base a classi sociali di appartenenza, età, o genere.
    Porre una semplice domanda ad un pubblico di studenti per sapere se piace o non piace una certa architettura contemporanea non ha alcun senso; o meglio, è fuorviante rispetto al percorso logico che intendiamo intraprendere.
    Meglio sarebbe stato ribaltare la domanda e chiedere loro di indicare una architettura contemporanea di loro gradimento pescando nella memoria della loro personale esperienza.
    Allora forse si sarebbe scoperto che molti di loro hanno viaggiato nelle capitali europee ed hanno potuto vivere le architetture di Parigi, Amsterdam, Bilbao, Barcellona, Berlino, ecc., apprezzando musei, aeroporti, ponti, piazze, spesso in realtà fortemente storicizzate.
    Magari avremmo scoperto che i centri commercilai che fioriscono copiosi a Roma, sono per loro un riferimento imprescindibile della contemporaneità. O semplicemente sarebbe saltato fuori che la loro personale geografia urbana è in tutt’altro luogo, avulso e distante dalle nostr speculazioni culturali.
    Magari però riflettendo sulle loro esperienze avrebbero scoperto che la contemporaneità può essere anche bella, centrale, utile, comoda, facile, divertente, e non solo periferica e destrutturata.
    Non commettiamo l’errore del manicheismo.
    Non riteniamo che una architettura contemporanea sia necessariamente bella; anzi siamo spesso daccordo nel condannare certe operazioni di edilizia speculativa, che nulla hanno a che fare con l’architettura.
    Il punto è che noi rivendichiamo il diritto della società contemporanea di esprimere se stessa e la propria identità storica culturale anche attraverso l’opera di architettura, anche attraverso la realizzazione delle proprie opere al’interno di realtà consolidate.
    Senza pregiudizi e senza timori reverenziali con il macigno del nostro passato storico.
    ciao

  2. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Caro qfwfq, mi fai dire cose che non ho detto te le copio-e-incollo le cose che ho detto:
    “(a proposito di esempi negativi di architetture contemporanee) Come dare loro torto?
    Eppure ho ribattuto che come nell’architettura antica anche in quella contemporanea ci sono architetti bravi e non; che un buon progetto al 50% dipende dal progettista ma che per il restante 50% deve avere un buon committente che deve seguirlo (mi piacerebbe dire braccarlo) in tutte le fasi progettuali, come nell’esperienza di alcuni amici che hanno partecipato a concorsi in Germania; che, infine, si deve fare l’abitudine all’architettura contemporanea.”. Cioè che è vero che il gusto è personale, è vero che ci sono architetti buoni e cattivi ma è vero che in tutte le epoche storiche si è formato un gusto (un sentire comune) in gran parte condiviso dalle persone.
    E’ un problema di linguaggio. Io posso detestare come scrive uno scrittore, ma grazie alle regole della scritture posso riconoscere comunque un valore intrinseco al suo lavoro.
    Anche chi trasgredisce alle regole (mi piace più parlare di lessico) intrinseche della propria arte comunque deve fare i conti con esse.
    Non è fuorviante chiedere ai giovani come “sentono” la contemporaneità ma è un modo per accorciare una distanza abissale con la gente che abbiamo posto da quarant’anni.
    Non è manicheismo educare al bello, quando per questo si intende fornire un lessico di base (un’alfabetizzazione) alla lettura dell’arte (e architettura) contemporanea.
    Nihil appetitio sine cognitione (non c’è desiderio senza conoscenza) è un detto “contemporaneo” di più di 2000 anni fa.
    Tu citi il relativismo culturale, io ti rispondo che il relativismo culturale è “sostenibile” solo con la diffusione degli strumenti per un approccio critico. Per esempio nella informazione, nella comunicazione visiva, ci si può salvare dal rumore dei media solo con una acquisita capacità selettiva. Il nostro gusto personale in tutti i casi sarebbe salvo, ma saremmo in grado di riconoscere operazioni che hanno una coerenza logica e linguistica interna da quelle che non l’hanno.
    Sono d’accordo con te sul fatto che si possono e devono trovare gli strumenti più efficaci. Forse appassionarli a ciò che già funziona in altri posti o interrogarli sul loro immaginario.
    Dobbiamo riflettere su questo.
    Però è inconfutabile la mancanza di informazione che ho riscontrato anche nei più appassionati (anche perché a 17 anni magari hai viaggiato poco e vedendo solo le città da cartolina).

  3. qfwfq scrive:

    Caro GPC,
    in realtà hai esplicitato, meglio di quanto avrei potuto fare, proprio il mio pensiero.
    La mia era una riflessione sulla “metafora” dell’atteggiamento, errato a parer mio, che che ci porta spesso a crederci interpreti del sentire comune, del gusto “popolare”. Sia nel bene che nel male.
    diamo troppo spesso per scontato che la gente, vissuta sempre come qualcosa d’altro rispetto a noi stessi, sia portatrice di un sentire collettivo negativo, contrario a noi, e per questo sentiamola necessita di lottare, combattere, educare; questo in parte ci autoconsola perchè in fondo giustifica da solo il nostro movimento, inoltre ci gratifica, ci fa sentire snobbisticamente superiori culturalmente.
    L’operazione che abbiamo lanciato di insegnare l’architettura contemporane nelle scuole, è eccezionale (non certo snobbistica), ma alle volte ho la sensazione che si tenda a dare per scontato il rifiuto della modernità.
    Per questo mi sono soffermato sulla questione della domanda che hai posto agli studenti; probabilmente quegli studenti avrebbero mostrato la stessa “ignoranza”, lo stesso rifiuto, sui temi dell’archiettura antica, giustificando simmetricamente la stessa critica da parte di qualsiasi antimoderno (che spesso porta proprio l’ignoranza generale per validare le sue tesi).
    Il nostro messaggio in realtà è diverso; noi crediamo nella contemporaneità come nelle scarpe che portiamo, comode, tecnologiche, belle, moderne. La domanda che avrei fatto io sarebbe stata, quale architettura ti rappresenta, quale architettura ti calza come le scarpe che porti?
    ciao

  4. Questo post è illuminante perché vi sono messi a confronto due atteggiamenti completamente diversi: quello degli studenti che non avendo studiato storia dell’arte (evidentemente è scuola tecnica o professionale) non hanno preparazione critica ma hanno, evidentemente, sensazioni estetiche come tutti, pur non affinate dallo studio e dalla frequentazione dell’arte e dell’architettura. esprimo cioè il loro giudizio in maniera istintiva, magari non documentata, ma certamente “genuina”.
    Questi studenti hanno bocciato due volte Meier. Non avrà valore statistico significativo ma qualcosa vorrà pur dire.
    A questi studenti voi avete risposto che sì, qualche volta anche l’architettura contemporanea sbaglia ma in fondo è colpa della speculazione, della legge sugli appalti ecc. ecc. Scusate, ma non c’entra proprio un bel niente. I progetti che avete loro mostrato non avevano nessuno dei problemi da voi indicati.
    Questi ragazzi hanno visto due progetti che a loro non piacciono e l’hanno dichiarato. Punto.
    La risposta, ma direi la domanda che dovreste fare a voi stessi, è: perché NO?
    Rifugiarsi nel moralismo non serve: voi prima mostrate loro progetti di un’archistar (o quasi) e poi tirate fuori l’edilizia corrente che ha mille problemi, anche più di quelli indicati nel post, ma che non c’entrano con il fatto che a loro non piacciano quei due progetti.
    Avete provato a mostrare loro il Partenone o Piazza del Campidoglio o che so, il Duomo di Firenze? Cosa pensate avrebbero risposto? Ponetevi questa domanda e non tirate fuori la politica cattiva, l’ignoranza, la mancanza di etica, la legge sugli appalti e quant’altro. Se l’architettura nasce brutta nel progetto, anche se conta per il 50% il progetto, come dite, non migliora certo nell’esecuzione.

    Voglio dire che bisogna fare il Duomo di Firenze? Certo che no, ma che l’architettura moderna abbia ormai perso tutte quelle caratteristiche che la fanno riconoscere come bella a tutti mi sembra una dato di fatto. Quale il motivo? Troppo lungo per un commento.

    Scusate, mi sono rivolto a voi, al plurale perché nel post c’è scritto che eravate diversi e ho considerato l’autore del post come portavoce di coloro che erano presenti.
    saluti
    Pietro

  5. Lorenzo Leggeri scrive:

    Questa mattina sul giornale ho letto un’intervista a Zeffirelli, il quale ad un certo punto dice: “Ho sempre amato il bello, quello semplice e rigoroso che perfora il cuore e la mente senza sforzo”. Una frase, secondo me, bellissima. Tutto il contrario di quello che dici tu (“Non è manicheismo educare al bello, quando per questo si intende fornire un lessico di base (un’alfabetizzazione) alla lettura dell’arte (e architettura) contemporanea.”). Il bello secondo te è un concetto al quale si arriva solo dopo aver studiato il lessico; il bello secondo Zeffirelli (e secondo me) è un sentimento istintivo, un qualcosa che senti nella pancia. Se io vedo un’architettura e di getto dico “che schifo”, il mio giudizio non potrà cambiare una volta che avrò letto un libro su quell’opera. Dobbiamo avere fiducia in ciò che ci dicono i nostri sensi, e dobbiamo avere enorme rispetto del sentire di questi ragazzi, anche se non hanno la minima conoscenza del lessico contemporaneo: anzi, proprio per questo la loro opinione (a mio parere), vale addirittura di più della nostra, perchè la loro sensibilità non è stata inquinata dai dogmi che vengono insegnati nelle facolà di architettura; la loro sensibilità è, per così dire, vergine. Ed è per questo che, senza farsi troppe pippe mentali o perdersi in concettualismi, loro ti sanno dire quale sia il bello che gli “perfora il cuore e la mente senza sforzo”. E il senza sforzo stà proprio in questo, nel fatto che loro non hanno bisogno di riflettere e di pensare per ore se un’architettura gli piaccia o meno, lo sanno già dal primo momento che la vedono. Spero solo che noi studenti di architettura e architetti cominciamo a mettere al primo posto il sentire delle persone e cominciamo a mettere in discussione un po’ di cosette.
    P.S. Su Meier penso non ci sia più nulla da dire. Io abito in centro a Roma e so che, se la gente potesse, prenderebbe i picconi e la andrebbe a demolire di persona quella gran cagata.
    Ciao ciao

  6. .it scrive:

    E’ stata citata piazza del Campidoglio, come si potrebbe citare il palazzo di Propaganda Fide, credo, lato del Borromini (confrontate la differenza con la facciata del palazzo su piazza Mignanelli ). Questi edifici, come pochi altri a Roma, sono due opere importanti contemporanee al loro tempo, se non erro, avulse dalla teoria estetica voluta dall’Accademia di San Luca, per volere dell’amministrazione, di fare esternamente i palazzi di Roma semplici con lesene e marcapiani, in modo che siano tutti uguali e accettabili dalla comunità, (solo internamente i bellissimi cortili romani potevano esibire una libertà di espressione contemporanea, in modo da non intaccare il senso comune estetico degli accademici di allora).

  7. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Cari bloggers, ringrazio vivamente coloro che hanno commentato il mio post e in particolare gli interventi contrari.
    Questo intervento, come i precedenti, è a titolo personale anche se l’incontro con gli studenti è stato effettuato insieme a due colleghe: Margherita e Claudia.
    Lo scopo di questo intervento, infatti, è quello di trovare una via per una più ampia conoscenza, diffusione e magari adesione all’architettura contemporanea.
    Non ho formule magiche e condivido buona parte dei dubbi sull’architettura e sull’urban planning contemporanei espressi sia nei vostri interventi, sia da parte degli studenti che ho incontrato.
    Eppure se ho aderito a Amate L’Architettura è perché ritengo l’architettura un linguaggio e, in quanto tale, necessariamente suscettibile di trasformazioni, di pari passo con l’evoluzione della società. Questo linguaggio poi, nella contemporaneità è declinato in 1000 lingue diverse, esauritosi il dogma di un pensiero unico.
    Distinguo una buona e una architettura in due punti fondamentali: una coerenza interna della lingua utilizzata e l’originalità, intesa come una risposta originale alle tematiche espressive poste dalla/dalle società che cambiano.
    LA STRUTTURA DELLA LEZIONE
    La lezione nella scuola verteva su due punti:
    parte prima, perché c’è necessità di pensare l’architettura e perché noi crediamo in quella contemporanea. A sostegno di queste affermazioni ho proiettato sullo sfondo – mentre dialogavo con gli studenti – delle coppie di immagini riferite a delle “necessità”. A titolo di esempio cito le immagini di una trabant vs una fiat 500, per dimostrare che la funzionalità non è sufficiente a diffondere, a fare entrare con amore un oggetto nel nostro immaginario (a meno che non si viva in un paese socialista), l’architettura è con questo sillogismo un plus valore nell’edilizia.
    E’ vero che se la gente cerca la novità nelle automobili, che sono il feticcio (nella fase del tramonto) del mondo industrializzato, non accade più – IN ITALIA – per l’ambiente urbano. E’ segno che c’è qualcosa che non va, ed è per questo che sono qui a ragionare con voi.
    Parte seconda, che era strutturata come un excursus di esempi di architetture. La scelta degli edifici e degli autori era basata sulla loro capacità semantica in base ad una griglia analitica fondata sulle modalità espressive comuni a tutte le arti visive, griglie, moduli, purezza geometrica, proporzioni e fuori scale, epsressioni dello spazio e negazione, vuoti e piani, trasparenze ecc.
    In un’intervista che feci molti anni fa a Wolfgang Frankl (il socio di Ridolfi) lui, formatosi negli anni del Bauhaus, riteneva che uno studente di architettura dovesse “imparare l’espressione di un cerchio, di un colore, dil una linea”.
    LINGUAGGIO E SENTIMENTO ISTINTIVO
    Insegnare a classificare o a strutturare un linguaggio non significa necessariamente insegnare a soffocare la sensazione istintiva che si ha di un’opera. Durante l’incontro infatti ho espressamente esortato i ragazzi a vedere in prima persona gli edifici per poterli giudicare – requisito indispensabile per giudicare un’architettura – e a concentrarsi per sentire la sensazione (che non sempre necessariamente deve essere piacevole) che questo trasmetteva. A sostegno di quanto dicevo ho citato il mausoleo delle Fosse Ardeatine a Roma, di Fiorentino, Perugini, Cardelli Calcaprina e Aprile, il cui spazio esprime un senso di schiacciamento e soffocamento adeguato alla tragedia che commemora.
    Aggiungo inoltre che in realtà quello del “sentimento istintivo” è un falso, come altri falsi filosofico: il mito del buon selvaggio di Rousseau, la capanna primitiva settecentesca. Non esiste una sensibilità vergine perché, fin dall’infanzia, in un modo o nell’altro ci formiamo un gusto. E il nostro gusto, come avviene per l’alimentazione è molto legato alle nostre abitudini (ah la torta della nonna!!), ma come quelle può essere cambiato e affinato. Zeffirelli, esempio citato, ha la capacità di sentimento istintivo partendo sicuramente da una vasta (anche se datata) cultura.
    LINGUAGGIO E DOGMI
    Si può insegnare l’architettura senza essere dogmatici (ma è più difficile). E’ per questo che il senso finale di quanto ho cercato di esprimere a quei ragazzi è di sviluppare un senso critico verso ciò che ci è intorno e verso le informazioni che ci vengono passate. Soprattutto in un’epoca come questa strutturata sull’informazione. Se riflettete bene in quest’epoca impera il conformismo con mille sfaccettature, nel linguaggio “politically correct”, nella moda, soprattutto giovanile, perfino nella fisiognomica.
    LE PROPOSTE
    Al di là di affermazioni troppo semplicistiche – L’ara Pacis è sicuramente un progetto poco riuscito, ma c’è da chiedersi perché e perché lo stesso autore (che non amo particolarmente), che padroneggia una lingua, è capace di progettare opere molto belle come la chiesa del 2000 a Roma o lo Stadthaus a Ulm. C’è da chiedersi, me lo chiedo anch’io quale è il modo migliore di parlare a dei ragazzi di architettura realizzata nello stesso tempo in cui vivono.
    A tutti coloro che sono riusciti a leggere questo post per intero, chiedo sinceramente perdono della mia prolissità.

  8. .it scrive:

    Forse il passaggio del tempo addolcisce o mitizza quanto di nuovo è arrivato che a volte ci infastidisce. Il nuovo a volte mette paura. Ma è la natura che richiede il nuovo, cioè la giusta soluzione alle problematiche, alle esigenze, alle opportunità, etc. contemporanee.
    In tutte le epoche sono esistite opere brutte e opere belle, poi il tempo fa una selezione, e almeno le opere meno forti, spesso purtroppo creando problemi, vengono eliminate, ma non scordiamoci mai delle quantità di costruzioni che si realizzano nei vari tempi storici: gli abitanti della Roma romana erano circa due milioni di persone (forse la qualità delle costruzioni della suburra erano diverse dal palazzo dell’imperatore), nel medioevo gli abitanti di Roma erano circa 17.000; oggi si ritorna a parlare di milioni di abitanti di Roma. Poi dobbiamo parlare di economia della forza lavoro, del baiocco che costava un mattone giallo nel settecento. Certo nei romani, che purtroppo per chi lavorava utilizzavano una forza lavoro spesso gratis, c’era una sapienza nel metter a dimora la calce il giorno della nascita del proprio figlio per costruirgli la sua casa(comunque probabilmente solo una minoranza). Variabili infinite. Anche ai tempi dei romani c’era comunque una diatriba tra tradizione e nuova architettura. Una problematica esistente in tutte le epoche. Il passaggio del tempo non equipara colui che operava secondo la contemporaneità utilizzando la pozzolana o colui che si rifaceva ai templi greci per volere di Augusto. Oltretutto non c’era probabilmente la libertà di opera, ma era lo stesso imperatore che decretava lo stile. Il tempo: per esempio, oggi abbiamo una visione dell’antico non corrrispondente alla visione che si poteva avere originalmente,i templi greci o romani tutti bianchi, probabilmente erano colorati con i capitelli d’oro, abbiamo una visione delle chiese medievali spartane, perchè il passare degli anni ha aggiunto qualcosa, togliendo parti originali e il restauro ha riportato l’opera togliendo tutte le aggiunte ad un’epoca indefinita.
    Faccio un altro esempio: la difficoltà di un architetto Plautilla Bricci a firmare un progetto nel settecento, l’opera quasi completamente distrutta durante la battaglia del 1849 della repubblica romana, fu fatta firmare dal fratello prete. Oltretutto l’edificio era del suo tempo e si rifaceva a dei particolari tipici della zona dove fu costruita che oggi chiameremo rispetto per il genius loci. Non per la tradizione. Utilizzando una materia conosciuta sapientemente da secoli.
    Il passaggio del tempo arricchisce il costruito, per la sedimentazione delle opere, epoca dopo epoca, ogni volta con opere contemporanee al proprio tempo e secondo le esigenze della propria epoca, senza distruggere il meraviglioso tessuto costituitosi nei secoli. Il problema odierno probabilmente sono le periferie, che per vari motivi non hanno una qualità diffusa. Sono venute su molto velocemente, sarà il tempo, attraverso l’opera delle persone, a decretare la loro riqualificazione, secondo i canoni delle esigenze contemporanee.
    Il “tempo”: c’è chi lo disegna attraverso le simmetrie e chi lo disegna attraverso i frattali; però a volte ci scordiamo che i frattali sono una matematica che riescono a descrivere ciò che di più caotico esiste:la natura, a cui sia il classico e sia l’anticlassico fanno riferimento. Attenzione il caos non è una brutta parola. E’ l’universo.
    Gli iconoclasti sono sempre esistiti, in ogni epoca ed in ogni epoca è stato difficile operare, ma non determiniamo come tradizionalisti coloro che nella loro epoca erano contemporanei e solo perché è passato un po’ di tempo, qualche secolo, le loro opere ci sembrano belle. Perché in ogni tempo le “nuove” opere hanno trovato difficoltà. Non sto dicendo che tutto ciò che è nuovo è bello, ma sicuramente non tutto ciò che è vecchio è tradizionalista, perché Borromini, con tante difficoltà, con la statica e con il partito “politico” avverso non ha fatto un tempio greco, ha operato il “tempo” con il concavo e il convesso, realizzando un’opera contemporanea alla propria epoca, o forse avanti, o forse al di la del “tempo”, ma le opere d’arte sono opere d’arte, e qui ritorniamo sul tema delle quantità delle opere che si realizzano e della qualità diffusa. A Plautilla Bricci, a Borromini, ad altri, probabilmente sarebbe comunque piaciuto operare con meno problemi, ma tant’è. Il tempo ha decretato che le loro opere sono belle. Ora. (Come belle erano e sono le opere di Bernini od altri).

  9. qfwfq scrive:

    Mi pare che forse stiamo dando dando al parere di una classe di adescenti in fase ormonale una importanza un po’ eccessiva; sarebbe augurabile che l’amico Pagliardini si cimentasse nell’insegnamento dell’architettura antica a quegli stessi adolescenti; lungi dall’augurarmi un rifiuto culturale della classe, ho però il timore che rischierebbe di scontrarsi nello stesso disinteresse, o peggio ancora in un apprezzamento convenzionale, superficialmente derivante da conoscenza turistico/didattica della stroia dell’arte.
    le precisazioni che ha espresso GPC sono sicuramente acute (e ti assicro che sono arrivato fino in fondo senza stramazzare al suolo).
    Per quanto mi riguarda le definirei bonariamente pleonastiche, in quanto era chiarissimo sin dall’inizio l’intento assolutamente ineccepibile e antiaccademico della tua lezione.
    Sull’educazione al gusto mi sembra che hai già dato una risposta ineccepibile, aggiungo solo che anche l’istinto animale non è che la manifestazione di un bagaglio culturale condiviso, l’esperienza collettiva del branco, una reazione emotiva ed apparentemente irrazionale ad uno stimolo esterno, eppure è una molla che ci spinge a conoscere meglio una cosa, un oggetto, un’opera d’arte che ci rimanda a qualcosa di conosciuto; ma l’istinto ci fa anche fuggire di fronte all’ignoto, al nuovo, ci costringe speso a rifugiarci nella calda accoglienza dei vecchi segni che ci circondano da sempre, ci spinge a cercare di ritrovarli intorno a noi, a riceercare il grembo materno.
    per questo è spesso più facile apprezzare l’opera del passato; essa sta lì, inviolabile ed immutabile; ha passato secoli per arrivare a noi, superando il filtro della storia, vincendo la sua gara contro altre opere, che non hanno saputo reggere al confronto, che sono state rimosse dalla memoria collettiva prima ancora di essere registrate; ed è giunta a noi portandoci l’immagine distorta di una cultura superiore; ma anche quella è pura illusione, perchè le scorie del tempo non sono quelle che ha accumulato invecchiando, ma quelle che aveva in dota al momento della sua creazione; le scorie del contesto storico in cui è nata e da cui lentamente e a fatica si è liberata. E’ più facile e rassicurante pensare a quegli stili, a quei modelli; piuttosto che cercarne nuovi, piuttosto che rischiare di sbagliare, e nello sbaglio, per caso iniziare una via nuova; quella che l’archeologia ha già tracciato secoli or sono; mentre l’opera moderna no, lei non ha anima, ha solo scorie, ancora tutte da rimuovere……

  10. Lorenzo Leggeri scrive:

    A proposito di quanto dice .it, sono d’accordo anch’io sul fatto che non tutto ciò che viene costruito oggi sia brutto, ed è possibile anche che alcune cose che oggi vengono viste negativamente dai più un giorno possano essere apprezzate (se sopravviveranno, visto che, se non sbaglio, il cemento armato non ha una vita molto lunga). Penso però anche che non sia normale che la gente abbia un’opinione in gran parte negativa su tutta l’architettura contemporanea. Nel Seicento probabilmente le persone si dividevano fra chi preferiva Borromini e chi preferiva Carlo Fontana, ma comunque non c’era un diffuso rifiuto per l’architettura contemporanea. Questo era forse dovuto al fatto che comunque l’architettura seguiva determinati canoni, gli ordini architettonici potevano essere più o meno stravaganti, ma comunque erano ordini architettonici. Inoltre risultava a tutti ben chiaro il fatto che S.Ivo, S. Carlo alle Quattro Fontane e le altre chiese borrominiane fossero chiese; oggi è molto difficile rendersi conto che la nuova chiesa di Foligno di Fuksas sia realmente una chiesa (stesso problema per Piano a S. Giovanni Rotondo o Meier a Roma). Borromini sicuramente è stato rivoluzionario, ma non si inventò in modo arbitrario un linguaggio: la cupola si S. Ivo ricorda la mezza cupola del Canopo della villa di Adriano, il tiburio di S. Andrea alle Fratte è molto simile alla Conocchia sulla via Appia, le sue lanterne con le trabeazioni concave convesse ricordano il tempietto di Baalbek. Oggi invece abbiamo una totale anarchia per quanto riguarda il lessico, ogni importante architetto internazionale ha il proprio, perchè oggi l’importante è farsi notare, vince chi la spara più grossa. Così tutti loro usano il proprio “stile” realizzando in modo pressochè identico tutte le proprie opere, indipendentemente dal fatto che si tratti di un museo, di una chiesa, di una pompa di benzina o di un cesso pubblico.
    Inoltre il potere politico e culturale che nel Seicento era rappresentato dall’Accademia di San Luca (che avversava Borromini) oggi è rappresentato dalle nostre facoltà, le quali non sostengono certo una visione tradizionalista. Il potere oggi è dei modernisti e lo amministrano in un modo totalitario e ricattatorio (se lo faccia dire da uno studente che deve vendersi l’anima per strappare un buon voto ad ogni laboratorio di progettazione).
    Arrivederci

  11. A GPC. Vorrei chiarire che io non volevo criticare lo svolgimento di una lezione che non conosco o meglio che non conoscevo prima del dettagliato racconto del commento. Sono noto, direi famigerato, a scuola di mia figlia per essere un fiero e rompipalle oppositore di tutte queste continue intromissioni della società nella scuola, sono convinto che siano dannose e alzino il livello della già altissima confusione e occorrerebbe una moratoria di qualche anno per poi ricominciare semmai in modo più serio, però non dubito affatto che la vostra lezione sia servita e che l’abbiate fatto per passione verso la propria professione.
    Premesso questo, dico subito senza giri di parole che credo tu abbia tenuto una “lezione dogmatica”. E ti spiego perchè lo penso.
    Tu porti l’esempio delle due auto (a parte che oggi mi sa che una trabant costa più di una 500, ma non è questo il dogma) ma è un esempio profondamente sbagliato: la casa, l’architettura non è un bene di consumo come un auto o come le lamette da barba. Il guidare l’auto non ha nulla a che vedere con l’abitare che è un atto istintivo che nasce insieme all’uomo e, tra l’altro, è comune in forme diverse a quasi tutti gli animali. L’uomo nasce e deve abitare, come mangiare, come respirare. La casa, e poi la città, perchè l’uomo è animale socievole, anche se talvolta non sembra, è una costante di ogni civiltà, anche di quei popoli che vivono nelle tende. Unica eccezione, forse, ma non ne sarei così sicuro, sono i nomadi. I valori che sono incamerati nella casa di ognuno sono di tpo funzionale, come il ripararsi dalle intemperie, ma sono anche più profondi, più intimi, legati alla famiglia, alla presa di possesso di un luogo e del territorio. L’auto, o che altro prodotto, sono solo strumenti, utilissimi quanto vuoi, magari anche oggetto di amore e passione ma sono pur sempre strumenti, con una durata infinitamente più breve della vita umana, a differenza della casa e dell’architettura che nasce per essere “eterna” e comunque per sopravvivere sempre al suo costruttore-proprietario. Questo fatto determina un concetto di estetica che non può essere confrontato con nessuna altro bene di consumo perchè nella casa c’è il legame con il territorio, il rapporto con il contesto, la relazione con il vicino, il simbolo della famiglia presente, passata e futura. L’estetica della casa non può essere trattata come l’estetica dell’auto. Quando Vitruvio parla della sua triade Utilitas, Firmitas e Venustas, siamo portati a credere che sia un’astrazione, un espediente retorico per dare forma ad una teoria, ma non è affatto così. Sono i tre elementi fondanti dell’architettura anche da un punto di vista antropologico, cioè nei confronti della cultura dell’uomo.
    Non dico che non si possa giudicare anche l’estetica di un edificio a se stante, non c’è niente di male a farlo, però sapendo che quello che conta è il giudizio di quell’edificio in relazione al luogo, alla geografia, al clima, alla funzione al contesto, alla cultura del popolo che l’ha costruito.
    L’auto esprime una bellezza che è frutto della moda, delle scelte tecnologiche, dei gusti personali, del messaggio pubblicitario, insomma di valori completamente diversi.
    Quindi sei partito, secondo me, con il piede sbagliato e hai (non voglio esagerare troppo, ma prendilo come esempio) indirizzato quei ragazzi in una precisa direzione che è quella del relativismo culturale: tutto deve essere ugualmente bello e se avete passione per la bellezza delle auto dovete averla anche per la bellezza dell’architettura. Non è così perché la bellezza dell’architettura è di tipo assolutamente peculiare e valutarla solo con formalismi visuali è proprio l’errore che si fa da anni e che ha portato alle architetture dell’assurdo delle archistar che fanno, appunto auto, oggetti di design, pezzi unici avulsi dal contesto ma non architettura.
    Altro avrei da dirti sul Bauhaus (altro dogma ) ma è molto tardi. Avremo modo di riparlarne in altra occasione.
    Saluti
    Pietro

  12. .it scrive:

    Dobbiamo ricordarci:
    tutta l’evoluzione delle forme delle chiese nei secoli, dalla chiesa paleocristiana, al romanico, alla chiesa a croce latina, a croce greca, al Concilio di Trento, alla chiesa della controriforma, alla chiesa barrocca, alla chiesa la chiesa del settecento,…. ai neo dell’ottocento,..al razionalismo, alConcilio Vaticano II; che hanno determinato ogni volta nuove forme;
    il volere del committente, per le chiese del seicento come per e chiese contemporanee;
    nel seicento erano pochi coloro che potevano permettersi di avere una coscienza critica artistica;
    l’estetica e l’arte(le cupole, la pittura sistina dopo il periodo iconoclastico seguito alla riforma protestante) servivano per meravigliare e insegnare;
    spesso l’arte era solo per pochi, perchè pochi potevano e dovevano capire (vedi il manierismo);
    il rieferimento all’archetipo o alle sacre scritture, che spesso viene utilizzato nelle opere sacre;
    i riferimenti culturali nell’epoca delle costruzioni delle chiese;
    le chiese come riferimento economico, erano il massimo investimento possibile nella roma dei Papi;
    etc. un’infinità di variabili, sempre presenti

    perchè si porta sempre l’esempio dell’architettura del seicento a Roma, quando l’architettura è veramente innovativa e contemporanea e non si porta un esempio di chiesa dell’ottocento quando imperano i neo… e l’architettura copia il passato, anche per problemi economici e non è certo innovativa? non è una gara, tra le opere. ma parte i poeti che fanno arte a prescindere, lo studio potrebbe esserci utile per cercare di operare sempre meglio, e comunque ritengo opportuno e necessario il continuo confronto di idee;
    un caro saluto

  13. .it scrive:

    un conto è prendere le forme dall’archetipo,( per esempio la forma del tempio di re Salomone per la cappella Sistina), un conto copiare l’immagine riflessa di un’opera antica (rifare un tempio, magari diverso dall’originale, perchè lo si fa bianco e con proporzioni diverse);
    non è detto che la materia della contemporeneità debba essere necessariamente il cemento armato;
    dall’antico c’è sempre da imparare, vedi la bioclimatica (il patio,i camini del vento etc,), ma le applicazioni possono essere applicate, con forme, materiali, tecnologie etc. diversi (per esempio nell’antichità non esistevano i pannelli fotovoltaici)

  14. .it scrive:

    IL BAROCCO

    “La letteratura barocca
    In questo periodo è molto pesante l’influenza della controriforma e l’intellettuale non può scrivere quello che vuole poiché metterebbe in pericolo se stesso e chi lo sostiene (come fece Galileo Galilei). L’intellettuale del ‘600 ha una forte personalità e ha tanto da dire ma non può fare altro che scrivere del “nulla”. Si potrebbe però pensare che sia facile scrivere in merito ad argomenti marginali (esempi sono l’elogio dell’occhio umano, del telaio, trattati sul galateo ecc.), in realta non è affatto così. Infatti gli autori si esprimono con un linguaggio raffinatissimo, sono abilissimi versificatori, ed è proprio questa la grandezza di questi autori. La straordinaria elaborazione artistica è in realtà un grido di dolore degli intellettuali, poiché non possono scrivere ciò che vogliono. Il loro lavoro si basa perciò sulla capacità del lettore di andare oltre la scrittura, oltre al significato letterale di ciò che legge. La letteratura barocca si distingue dalle correnti precedenti in quanto costituisce un genere letterario sperimentale, grazie al quale vengono impiegate per la prima volta nuove forme di espressione artistica che apriranno la strada all’Illuminismo.” Wikipedia
    “Tema “Barocco” Il termine Barocco fu usato per la prima volta, in senso dispregiativo dagli storici del `700, per indicare le arti figurative del secolo precedente, ciò è dovuto soprattutto alla mancanza di veri capolavori letterari italiani: vi sono, infatti, molte opere, ma poche si salvano dalla noia, sono cioè vuote e prive di sentimento. Oggi non si usa più il termine barocco in senso dispregiativo, ma solo in senso storico e culturale per indicare, nel suo complesso, la cultura del `600.” Temi per un liceo.
    “Il termine «barocco» ha una genesi incerta: secondo alcuni autori esso deriva dal termine francese «baroque» (in spagnolo «barrueco» e in portoghese «barrôco») che nel Seicento indicava una perla di forma irregolare. In arte con la parola «barocco» si indica uno stile artistico che storicamente coincide con l’arte prodotta dagli inizi del Seicento alla metà del Settecento. Il termine in realtà verrà utilizzato solo dopo la fine di questo periodo, dagli scrittori di età neoclassica, con chiaro intento dispregiativo, per evidenziare i caratteri di irregolarità di questo stile.” Martina Franca

  15. Giorgio scrive:

    SCUSATE IL RITARDO!!!
    Caro GPC,
    condivido molte delle cose che hai detto, senza entrare nel merito della lezione, perché principalmente condivido lo spirito e l’atteggiamento con i quali l’hai preparata ed affrontata e che è lo stesso, credo, che anima il nostro movimento “Amate l’architettura ”.
    Non condivido, invece, la posizione di chi ritiene “inopportuni” e/o “invadenti” questi interventi all’interno delle scuole da parte della cosidetta “società civile”, che poi saremmo noi. Quando ho proposto, qualche giorno fa, ai dirigenti/professori del Liceo scientifico frequentato da mia figlia, di organizzare, come movimento, insieme a loro, anzi coordinati da loro, una serie di incontri a solo titolo divulgativo e conoscitivo sull’architettura italiana e non solo, mi hanno risposto con grande entusiasmo. Questo la dice lunga sulla “drammatica” situazione della scuola italiana che forse solo noi genitori, insieme naturalmente a tutti gli operatori scolastici, riusciamo a percepire in tutta la sua gravità. Nessuna “invasione di campo” e nessuno scopo di “indottrinamento” da parte nostra verso questi ragazzi, ma solo l’offerta di una “chiara” e “trasparente” informazione, cercando (nei limiti delle nostre possibilità e competenze) di stimolare le loro capacità di critica, il loro interesse e la loro curiosità verso un mondo che sentono molto lontano grazie anche al nostro (architetti, politici, addetti ai lavori, ordini professionali) “eccezionale” contributo.
    Detto questo però bisognerà pure finirla una volta per tutte di parlarci addosso e solo tra di noi e di cercare di uscire da questo recinto in cui ci siamo rinchiusi, di comunicare alla gente comune e soprattutto alle nuove generazioni quelli che sono, almeno a mio parere, i valori ed il significato dell’architettura e che attengono principalmente alla sfera delle istanze etiche e sociali ed a quella della responsabilità e non solo al raggiungimento di effimere visioni estetiche. Finiamola con la figura dell’architetto “artista” che declina ogni responsabilità perché “….il problema è politico: i politici devono combattere l’ingiustizia distributiva che affligge le città” (Fuksas/Repubblica-Gennaio 2008) o dell’architetto “ideologico” che afferma “…io lo Zen di Palermo lo rifarei così com’è” (Purini/Roma 2007). In un bellissimo articolo sul Giornale dell’Architettura (Marzo 2009) Zvi Hecker scrive: “…Ossessionata soltanto dalla massima visibilità, l’architettura si è affidata alla visione dell’ “architetto artista”, tenuto a rendere conto solo delle proprie ispirazioni e desideri; “architetto designer”, occupato nella creazione di abiti, collezioni di moda, portacenere e borsette da viaggio; “architetto intrattenitore”, che mette in scena spettacoli pseudo-iintellettuali. Senza più bisogno di seguire le regole della logica, la coerenza e la chiarezza dei piani, l’ “architetto architetto” è presto diventato irrilevante……sul vero cuore dell’architettura: soluzioni per housing, pianificazione urbana, integrazio e degli emarginati sociali, temi che sono stati la base del Movimento Moderno”.
    Certo che la Pianificazione del territorio spetta soprattutto alla politica, ma questa oramai con prassi consolidata decide tutto da sola con i grandi proprietari terrieri e con i grandi costruttori che quasi sempre sono la stessa persona. E’ stata eliminata quella figura “terza” del grande urbanista (o gruppo di urbanisti) esterno che aveva il compito di ricercare la sintesi e l’equilibrio tra i due soggetti primari, senza dimenticare i problemi legati allo sviluppo della città e del territorio. Oggi non è più così ed il caso di Roma mi sembra emblematico. Agglomerati urbani come “Bufalotta-Porta di Roma” e “Ponte di Nona-Roma-est” che nascono in deroga al PRG con i famosi “Accordi di programma” intorno a dei grossi Centri commerciali (i cosidetti “non luoghi”) che ormai dettano gli indirizzi per le nuove linee di sviluppo delle città. “Brani” di territorio che dovranno aspettare anni per avere l’onore di essere chiamati “Quartieri” per l’assenza totale o quasi di infrastrutture e servizi e dove la qualità della vita è pessima.
    Ma noi (architetti, ingegneri, progettisti in genere) con tutte queste storie, che poi non riguardano solo Roma, non abbiamo niente a che fare ? Noi non abbiamo nessuna responsabilità ? E’ solo colpa della politica e dei grandi costruttori ? Noi come bravi soldati siamo ad uso di “obbedir tacendo” ? Prima di “accapigliarci” (nella ormai solita e noiosa “querrelle” tra cosidetti “tradizionalisti e contemporanei”) e di dividerci su “COME”? è stato o deve essere fatto un determinato progetto, penso che sia giunto il momento di chiederci “PERCHE’”? è stato o deve essere fatto e “PERCHE’ IN QUEL LUOGO”?
    Negli ultimi 10 anni in Italia è scomparso, perché urbanizzato, un territorio pari al Lazio ed all’Abruzzo messi insieme, nell’indifferenza generale, a parte le organizzazioni ambientaliste che, contrariamente alle favolette che si sentono in giro, da noi contano quasi niente.
    Si continuano a costruire quartieri residenziali, “fagocitando”, enormi territori, pur sapendo che oggi in Italia ci sono circa 8.000.000 (Ottomilioni!!!!) di abitazioni in più rispetto al reale fabbisogno nazionale. Di queste nuove abitazioni “NATURALMENTE” la maggior parte viene destinata alla vendita e pochissime sono di edilizia popolare ( o di social housing come si chiamano adesso) nonostante le statistiche ci dicano che (unico paese al mondo credo) qui da noi l’80% delle persone è proprietaria di casa.
    “Dulcis in fundo”, come la ciliegina sulla torta, il Consiglio degli architetti europeo ci informa, secondo un recente rapporto, che gli architetti nell’Europa a 32 (Paesi) sono oggi circa 483.000 e di questi circa 136.186 sono in Italia, cioè un architetto ogni 418 abitanti, rispetto ad una media di Paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna che viaggiano tra i 50 ed i 60.000 architetti. Trovo quest’ultima cosa assolutamente “TRAGICA E DEVASTANTE” per la nostra professione e quindi per la qualità dell’architettura. Anche perché in questo conteggio mancano quelle figure che non esistono in altri paesi, ma da noi sono abilitati per legge a firmare progetti di varia natura, quali Geometri, Periti edili ed Ingegneri vari. Una situazione (concludo e vi chiedo scusa per il mio lungo intervento) che è stata aggravata altresì dalla “STUPENDA” idea che hanno avuto i nostri cosidetti “Baroni” delle università di architettura di “inventarsi” l’Architetto Junior, immettendo così nel nostro mercato del lavoro qualche altro migliaio di giovani disperati che non sono “né carne e né pesce”. Qualche tempo fa ho sentito in un convegno l’Arch. Paolo Portoghesi che diceva amareggiato che oggi in Italia moltissimi architetti superano la soglia dei quarant’anni e purtroppo non sono riusciti a costruire nemmeno un canile. Sinceramente non sapevo se ridere o piangere. Ecco perché caro GPC sono d’accordo con te, RICOMINCIAMO DALLE SCUOLE!

  16. Master scrive:

    E’ interessante notare che in luoghi dove l’architettura contemporanea è diffusa e praticata, e penso a Berlino e Londra, si è spesso avuto un crescente interesse della gente verso questa pratica e verso le scelte urbane (a Berlino i cittadini soddisfatti delle scelte urbane e architettoniche della ricostruzione superavano l’80%). In Italia invece c’è molta diffidenza perchè siamo oggettivamente fermi a 20-30 anni fa nell’evoluzione del discorso architettonico e si continua a scopiazzare, male, edifici obsoleti e piani urbani superati. La vera missione degli architetti di oggi, e di domani temo, è anche quella di mostrare alla gente cosa si è in grado di fare oggi con le nuove teorie urbane e con le nuove tecnologie architettoniche, e allora la fiducia e l’interesse cresceranno esponenzialmente.

Lascia un Commento