Archivio di giugno 2009

Ogni occasione è buona per attaccare l’Ara Pacis

GIUSEPPE PULLARA
Corriere della Sera 02/06/2009

ARCHITETTURA NOSTRO SPECCHIO QUOTIDIANO

Dispiace a tutti vedere la parete candida del museo dell’Ara Pacis, sul lungotevere, imbrattata da secchiate di vernice. Anche al sindaco Alemanno, che tempo fa voleva perfino «buttar giù» l’edificio del progettista americano Richard Meier. Ci dispiace perché in una importante architettura urbana, che piaccia o meno, alla fine riconosciamo un pezzetto del nostro mondo, della nostra vita quotidiana. Ci passiamo davanti, ne sentiamo parlare, la accettiamo o la respingiamo. Fa parte del palcoscenico in cui recitiamo la nostra parte. Ci sentiamo offesi, oggi, dall’offesa all’opera architettonica tanto più perché per compiere questo gesto sono stati usati i colori della bandiera: un furto di valori profondi e riservati che aggrava la posizione del teppista. 

L’altro giorno Renzo Piano, nel ricevere a Milano il premio Inarch alla carriera, rivelava che per anni ha nascosto la sua identità girando per Parigi: il «suo» rivoluzionario Beaubourg era contestatissimo e lui preferiva non farsi riconoscere. «Ormai da chissà quanto mi fermano per la strada, mi amano: l’architettura ha bisogno di tempo per farsi accettare ». Vedremo se l’Ara Pacis di Meier sarà amata dai romani. Per ora fa semplicemente parte del nostro panorama quotidiano. Ci appartiene, è di tutti noi e per questo è un edificio da rispettare.

Come i graffitari e altri disperati che per uscire dall’isolamento compiono gesti da consumo mediatico, anche chi ha sporcato il museo testimonia le difficoltà della relazione umana, dello scambio, dell’ascolto delle parole a cui si fa sempre meno ricorso in favore di provocazioni, urli, atti forti. Si vede nella campagna elettorale, ma ormai sembra un diffuso modo di esprimersi. Non bisogna accettare questa deriva ricorrendo a sociologismi da strapazzo, che giustificano tutto. Cercare di capire come e perché nasce un problema non esclude che si agisca innanzitutto per impedirne le conseguenze negative per la comunità. A proposito: con tutte le telecamere che ci spiano, non ce n’è una a difesa di un edificio costato caro e che contiene un tesoro?

Fuori il colpevole.

ROMA - Arte vera, finta e vandalismi un’occhiata alla Teca di Meier
Roberto Pepe
Corriere della Sera (Roma) 16/06/2009

Caro Buccini, Giuseppe Pullara parlando di Architettura nel Corriere di Roma, riferisce che Renzo Piano ha dovuto nascondere la propria identità a Parigi, in quanto odiato per la costruzione del famoso Beaubourg. Ora, invece, tutti lo osannano. La tesi è che la gente comune è ignorante (artisticamente parlando) e che l’artista, alla lunga, ha sempre ragione,… a prescindere. Tale aneddoto lo espone riferendosi al muro (imbrattato di vernice) dell’odiata «officina-garage» che Meier ha costruito per avvolgere l’Ara Pacis. Qui si confonde quel sacrosanto sentimento umano che è l’«abitudine»: quando la gente si abitua ad una bruttura tipo Beaubourg parigino o la Teca romana, incomincia a considerare l’opera come un fatto compiuto fisico di riferimento e quindi, quasi positivo. Senza entrare nell’annosa ed irrisolvibile questione di Arte non-arte, abbiamo il coraggio individuale senza paura di apparire out culturalmente, di affermare che non ci piacciono, in quanto lavori (per noi) privi di valore artistico, avulsi dall’ambiente circostante. Tutto sommato, quell’insano, deprecabile gesto dell’imbrattamento colorato è meno esecrabile delle proteste protette dei no-global…


Goffredo Buccini

Caro Pepe, il mondo è pieno di commistioni felici tra panorami classici e buona architettura moderna. E quel suo riferimento finale ai no global (per una volta, che dia­volo c’entrano?) marchia abbastanza ideologicamen­te la sua più che legittima critica. La teca è stata vittima di una vera gazzarra pre-elettorale quando Veltroni era ancora sindaco. Non mi pare, onestamente, un problema serio per Roma e non mi pare serio vagheggiarne lo smantellamento… La tesi non è affatto che la gente comune è ignorante, ma che il gusto si può educare. Mi scusi, ma io sto con Pullara.

L’Aquila com’era dov’era ?

11 giugno 2009

Il primo postulato sostenuto dal Prof. Marconi è che vi sia in realtà una esigenza di “rimozione collettiva”, volta a cancellare ogni traccia dei danni e dei traumi subiti, ricostruendo appunto tutto come prima, come se nulla fosse mai accaduto.

Questa prima premessa però non è suffragata da alcun dato oggettivo o scientifico; non è dato al momento sapere se TUTTI gli abitanti de L’Aquila hanno veramente intenzione di ricostruire TUTTO com’era prima; per saperlo veramente bisognerebbe avviare un’indagine statistica, un referendum; fare un’operazione di architettura partecipata; ma anche in questo caso i risultati sarebbero necessariamente schematici, parziali. 

E’ probabile che vi sia qualcosa di simile ad un sentimento collettivo verso i principali monumenti, magari diverso da monumento a monumento; magari molti cittadini sono legati al tessuto urbano condiviso, ma non alle singole abitazioni (le quali anche nel centro storico potrebbero essere state costruite in diverse epoche e con diversi linguaggi).

Siamo sicuri che ogni singolo proprietario di casa, che ha visto quella stessa casa tremargli e crollargli sotto i piedi, dove magari ha perso la vita qualcuno, ora non veda l’ora di rientrarci? Ma soprattutto siamo sicuri di voler applicare lo stesso metodo ad ogni brano architettonico distrutto? Anche a voler attuare un processo “dal basso” di autoricostruzione della città non credo che molti architetti esulterebbero dalla gioia, Marconis in primis.

Non sappiamo inoltre se la via della “rimozione” della memoria sia in sé la strada concettualmente corretta da seguire. 

Ritengo in generale poco utile, e in genere fuorviante, applicare all’architettura criteri metodologici di altre scienze (come ad esempio la filologia….). In questo caso la premessa vorrebbe applicare una forma di psicanalisi di gruppo all’urbanistica. 

Ma se anche fosse possibile questa trasposizione scientifica, chi ci dice che la rimozione sia veramente la strada corretta da seguire per superare una sorta di crisi post traumatica sociale? ed ancora, come mai per rimuovere un ricordo spiacevole dalla memoria di un soggetto traumatizzato, si sceglie di ricostruirgli così com’era “la scena del delitto”? 

Nella mia superficiale conoscenza delle cose, mi pareva che la rimozione della memoria fosse il male da curare, non la cura! anni di monumenti alla memoria buttati al vento!

Non so’ dare risposte, ma credo che prima di dare soluzioni precostituite, sarebbe opportuno come minimo approfondire l’analisi.

La seconda tesi portata avanti è tratta dalla citazione di Umberto Eco, che evidenzia la funzione fàtica (espressiva) dell’architettura. In tal senso un fatto architettonico deve essere letto non solo per la funzione che svolge, o per la quale è stato realizzato, ma anche per il messaggio culturale che porta. Questa interpretazione dell’architettura sembrerebbe mirare a giustificare un approccio storicistico della progettazione mettendo in crisi la branca dell’architettura moderna che si rifà a criteri di oggettività e funzionalismo. In realtà tutte le più importanti realizzazioni dell’architettura contemporanea e larga parte delle architetture novecentesche (comunque moderne) dimostrano ampiamente di avere recepito l’importanza comunicativa dell’architettura.

Il solito esempio di Bilbao illustra bene il significato della funzione fàtica dell’architettura sfruttandone a pieno le potenzialità per veicolare il rilancio di una città in crisi, non devastata da un terremoto, ma certamente bisognosa di “ricostruzione” economica e culturale.

Che messaggio vogliamo dare per la ricostruzione di una città che era già in crisi prima del terremoto? 

Che ricostruzione vogliamo attuare? Quale messaggio di speranza e fiducia nel futuro?

Vogliamo pensare ad una città che crede nel suo presente, proiettata nel futuro, o ad una città che si ritrae in se stessa incapace di ricercare nuove energie, nuovi progetti, nuove idee od ideali?

Il prof. Marconi, prosegue lo svolgimento della sua tesi portando ad esempio interventi di restauro su singoli manufatti edilizi; restauro e ricostruzione puntuali; in questo cita Renzo Piano quando suggerisce l’uso del legno per la ricostruzione; questa citazione, che appare un po’ decontestualizzata, ha una sua validità per gli interventi di ricucitura di fabbricati parzialmente danneggiati; non sembra generalizzabile al caso di ricostruzione di edifici completamente crollati; tantomeno è applicabile alla ricostruzione di interi agglomerati urbani.

La seconda citazione, ancora a proposito di un restauro di un singolo edificio, tende a reiterare un disguido; in pratica Roberto Cecchi, Direttore Generale per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Ministero per i Beni Culturali, sembrerebbe citare a sproposito il restauro della cattedrale di Noto parlando di integrazione tra vecchio e nuovo anche per la ricostruzione di una città; il prof. Marconi ci dimostra dove sbaglia, ricordando che gli interventi di ricucitura della cattedrale non avevano nessun inserto moderno (ci mancherebbe altro, era un intervento di restauro!); il professore però commette involontariamente lo stesso errore di Roberto Cecchi, pretendendo di applicare ad una città criteri e filosofie di progettazione utilizzate per un singolo intervento edilizio.

Comunque è il professore stesso che ci ricorda che nella ricostruzione della cattedrale di Noto non si è trattato di una semplice “anastilosi”, non un semplice com’era dov’era, ma di un’autentica riprogettazione dell’opera, in alcuni casi diversa dall’originale, utilizzando però stili e “linguaggi” affini a quelli originali. In questo caso, se applicato questo criterio alla città de L’Aquila, è evidente e un po’ banale che l’obiettivo non sarebbe, ricostruire com’era né dov’era, ma: come sarebbe e dove sarebbe! soprattutto se a costruirla sarebbe stato il prof. Marconi. Una sorta di archistar in stile.

Veniamo al tema del linguaggio. La tesi proposta è di nuovo una operazione di trasposizione scientifica; Marconi sostiene che per la progettazione di un’opera in un centro storico non solo occorrerebbe conoscerne le caratteristiche “linguistiche e filologiche” (cosa che ritengo per certi versi, sacrosanta), ma anche utilizzarne il lessico, il vocabolario linguistico, nelle nuove realizzazioni (il discorso sembrerebbe allargarsi anche a tutti i campi della progettazione). In tal senso invita tutti ad esercitarsi “nella filologia: quella Scienza umana relativa alla ricostruzione e alla corretta interpretazione dei documenti di un ambiente culturale definito”. 

Egli sostiene che come chi volesse esercitarsi nell’emendare un documento antico dovrebbe necessariamente studiare prima il linguaggio e la sintassi della lingua utilizzata nel documento, così anche chi volesse realizzare un opera in un contesto consolidato dovrebbe necessariamente utilizzare lo stesso linguaggio. Inoltre porta ad esempio la sensazione di ‘spaesamento’ che “proveremmo se qualcuno ci parlasse senza preavviso in una lingua diversa dalla nostra lingua materna”.

Ora a me paiono evidenti due cose. 

In primis non capisco per quale motivo uno studioso di Cicerone, pur conoscendo perfettamente la sua opera, pur avendone studiato a fondo la filologia, dovrebbe esercitarsi nella ricostruzione di brani latini mancanti, utilizzandone la stessa lingua e sintassi? Forse per qualche produzione cinematografica, o peggio per frode; certo è che se quello stesso studioso intendesse divulgare i risultati delle sue ricerche, comunicare il proprio evento culturale, utilizzerebbe l’italiano, o addirittura l’inglese, lingue terribilmente brutte rispetto alla eleganza del latino, capisco, ma sicuramente più efficaci a trasmettere il messaggio; più efficaci a diffondere la conoscenza di quella stessa lingua antica.

Inoltre, quando parlo, scrivo, comunico, agisco, lo faccio in un contesto contemporaneo ed utilizzo i mezzi e gli strumenti che la contemporaneità mi ha messo a disposizione (sono compresi anche il legno, e i mattoni); lo spaesamento che si prova quando ci si ritrova all’improvviso in un contesto differente, non è necessariamente negativo. Anzi spesso c’è bisogno di cambiare, rivoluzionare, per risolvere situazioni di stagnazione.

Concludendo 

Un approccio metodologico che ritengo corretto dovrebbe innanzitutto seguire un metodo che presupponga l’analisi preliminare dei bisogni espressi dalla popolazione colpita. Non parlo di operazioni di architettura partecipata (salvaguardiamo il ruolo della professione: che diamine!), Però sarebbe utile passare attraverso una operazione, preliminare di analisi oggettiva dei bisogni, espressi e non, di chi la città la usava, la utilizzerà, ma soprattutto la usa oggi (presente indicativo).

Nella definizione degli interventi, lungi dal volere dare alla progettazione un approccio funzionalistico, ritengo opportuno attuare proprio l’approccio fàtico accennato, con l’intento di esprimere in maniera palese e non subalterna la modernità e la contemporaneità dell’intervento.

Nella definizione specifica degli interventi nel centro storico, personalmente credo che possa essere pensato un approccio misto che tenda a distinguere in maniera il più possibile netta gli interventi più propriamente di restauro, dagli interventi di ricostruzione; in ogni caso dovrà essere pensato un approccio che coniughi tecnica e tecnologia compatibili, con l’esigenza di comunicazione contemporaneistica dell’intervento. L’utilizzo di tecniche e materiali “tradizionali” non necessariamente dovrebbe comportare la creazione di forme e stilemi conservatori.

Ritengo che la strada per il superamento di una crisi sia la ricostruzione positiva e migliorativa, il perseguimento di un’idea di città rinnovata; L’Aquila, prima del terremoto, era una città in crisi, adesso, nella disgrazia, ha l’occasione di ripartire, ricostruire la propria città, in senso nuovo. C’è bisogno certamente di rispetto del passato, ma soprattutto di fiducia nel presente e di una visione per il futuro. 

Per chi volesse leggere il testo di Marconi, è sempre un esercizio di erudizione interessante.

http://www.stefanoborselli.elios.net

Italia terra di missioni

Oggi abbiamo tenuto un incontro con ragazzi e ragazze dell’ultimo anno della scuola superiore. Il tema era: tendenze e linguaggi dell’architettura contemporanea.

Non essendo studenti con grandi conoscenze di arte (non hanno questa materia), ho pensato che era meglio fare un ampio preambolo sul perché ci occupiamo di architettura e perché c’è bisogno di architettura contemporanea.

Forse, anche a detta delle colleghe di Amate l’Architettura presenti, è stata la parte migliore dell’incontro. I ragazzi, appena hanno capito che non c’era odore di accademia e si rispondeva con franchezza e senza usare un linguaggio tecnico, pur essendo mentalmente aperti (per fortuna lo si può essere a diciotto anni), hanno espresso le loro giuste perplessità di fronte a esiti dell’architettura contemporanea, citando come esempi una piazza di paese avulsa dal contesto del luogo, la famigerata teca dell’Ara Pacis, le mostruosità dell’edilizia economica e popolare degli ultimi trenta anni.

Come dare loro torto?
Eppure ho ribattuto che come nell’architettura antica anche in quella contemporanea ci sono architetti bravi e non; che un buon progetto al 50% dipende dal progettista ma che per il restante 50% deve avere un buon committente che deve seguirlo (mi piacerebbe dire braccarlo) in tutte le fasi progettuali, come nell’esperienza di alcuni amici che hanno partecipato a concorsi in Germania; che, infine, si deve fare l’abitudine all’architettura contemporanea. Ricordate negli anni ’50 e ’60 che il centro storico era considerato vecchio e la gente voleva abitare nelle zone nuove? Che sempre allora il centro storico costava poco per questo motivo? I quartieri nuovi andavano di moda.

E’ questa allora una questione squisitamente culturale: se negli anni ’50 le persone influenti erano gli intellettuali e gli artisti (mio padre me li additava come star quando li incontravamo) ora sono personaggi senza storia e cultura. La società ha marginalizzato la ricerca estetica (in realtà in  Italia si è abiurata qualsiasi ricerca) e le tensioni intellettuali, ma soprattutto, ha cancellato la pluralità dell’informazione.

Dall’assenza di architettura contemporanea a quella di latitanza della pianificazione/progetto architettonico il passo è stato breve, perciò le domande che sono state poste da questi ragazzi sono basilari: come è possibile che si costruisca in assenza di pianificazione (o in accordi di programma che è la stessa cosa)?

Se il consumo di territorio, l’espansione dissennata della città con i non luoghi (centri commerciali, ecc. ecc.), la mancanza di una politica urbanistica basata sul trasporto pubblico, sulla densificazione della città sono delle politiche suicide per la sostenibilità ambientale perché nessuno lo dice?
E quali sono le strategie per contrastare questo suicidio di massa?
La risposta che ho dato è univoca. Il progetto innanzi tutto.

Non possiamo rincorrere le lobby dei costruttori-proprietari fondiari, legate ai politici, per espandere una città. Sono loro che devono adeguarsi alla pianificazione che valuta quale è la soluzione più sostenibile a disposizione.

Ma se il progettista non ha più una posizione di rilievo nel processo edificatorio, se abbiamo una regolamentazione degli appalti e delle progettazioni orientata al massimo ribasso, se lìistituzione è un soggetto debole (e colluso) e non forte della pianificazione come possiamo invertire indirizzo inaccettabile?

Io credo che si invertirà da solo perché se abbiamo mangiato territorio in venti anni pari al Lazio e all’Abruzzo messi insieme. Se una persona che abita nelle periferie di una grande città deve alzarsi alle 4,30 del mattino per trovarsi al lavoro alle 8,00 (viaggiando con i mezzi pubblici), si è superata la soglia di sostenibilità. Quando le persone acquisiranno una conoscenza sufficiente del problema sarà però troppo tardi.

Quello che forse possiamo fare è accelerare questo processo tornando a formare una coscienza critica nelle persone. Ricominciando a parlare di architettura residenziale, sociale, di pianificazione (vera!), di architettura contemporanea (oddio, scusate mi è scappata l’eresia) con un promotore pubblico incalzato dalla consapevolezza delle persone.

Bisogna informare i giovani, quelli che hanno ancora forza per giocare duro in questa partita.
I ragazzi hanno diritto di sapere perché sono inquieti, nel senso che lo sono ma forse senza troppa consapevolezza di alcune cause del loro malessere.

Finita la stagione dell’impegno politico degli anni ’70 c’è stato un vero disimpegno nelle tematiche e nella ricerca dell’abitare.

La gestione del territorio è politica. Le gestione delle risorse finite è politica. Il diritto alla bellezza è politica.

E’ per questo che si evita accuratamente di parlarne sui mass-media. Si fanno volare sopra la testa della gente-catodizzata le decisioni che condizioneranno la loro esistenza e quella delle generazioni che li seguiranno.

L’Italia, l’ex Belpaese (o quello che ne rimane), deve essere nuovamente evangelizzata sulla bellezza come parte imprescindibile della qualità della vita.

P.S.

Dopo un’ora e mezzo di spiegazioni e divulgazioni sul linguaggio dell’architettura contemporanea, ho chiesto ai ragazzi che in precedenza mi avevano formulato riserve, se apprezzassero l’edificio della Stadthaus di R.Meyer a Ulm che stavo mostrando, edificio a mio modesto parere di grande rigore progettuale.

meyer

La risposta, per fortuna sincera, è stata negativa.

La considerazione che ho fatto è stata questa: al di là dei gusti personali, bisogna fare l’occhio alle cose. Quando l’architettura contemporanea sarà una pratica comune e non eccezionale potremo avere giudizi più sereni sugli edifici. Questa considerazione vale anche per i colleghi che si sono accapigliati su un post precedente.