Il vero problema è la chiesa di Foligno di Fuksas ?

Vorrei chiedere a questi critici illuminati se hanno mai girato per il nostro paese e pensano realmente che il problema dell’Italia sia l’ultimo progetto di Fuksas, sono diventati tutti improvvisamente esperti di liturgia cattolica, stanno li a pontificare su forma, dimensione, materiali e quant’altro, ma le nostre periferie le hanno mai viste ?

Studio Fuksas - Chiesa San Giacomo - Foligno

Vedi il set di immagini su Flickr

Ogni giorno vengono approvati in Italia, dagli uffici competenti,  progetti firmati da geometri, (nella maggior parte dei casi contravvenendo alla legge), da ingegneri di ogni settore, (che normalmente non hanno alcuna preparazione per poter progettare), da periti edili, da agronomi e da architetti assoggettati all’impresa edile o al partito politico di turno che invadono il nostro paese di immondizia edile senza che ci sia dietro alcun progetto e di conseguenza senza architettura.

Ma allora il nostro problema è davvero quel 1% 0 2% di architettura che viene realizzata in Italia, come la chiesa di Fuksas ?

Proporrei in futuro di far progettare a Sgarbi, Salingaros o La Cecla così vivremo in un paese più bello e soprattutto più contemporaneo.


38 Commenti a “Il vero problema è la chiesa di Foligno di Fuksas ?”

  1. Peja scrive:

    Caro Antonio Marco Alcaro,
    l’argomentazione che poni mi sembra più che legittima, ed anzi sono molto allineato con questa tua opinione. Però questa volta do ragione ai deterrenti del progetto folignate: il progetto mi sembra disadatto ad una chiesa, e quì occorre domandarci se sia corretta dal punto di vista deontologico se un progettista, trovandosi di fronte ad una realizzazione così delicata, come quella di una chiesa in questi tempi così secolarizzati. Ossia, va bene basta che sia contemporaneo? No, secondo me no. E bada bene: io sono tra i difensori dell’Ara Pacis, perchè dal mio punto di vista la sua ricchezza sta proprio nel creare quel tipo di scorcio, e per il tema posto l’intervento di Meier è magistrale. Tornando al tuo discorso, occorre chiedersi cosa sta accadendo all’Italia: un paese dove un’opera come quella di Niemayer a Ravello viene resa problematica per via burocratica, e poi si applica il piano casa, dove si tenta di limitare il progetto del Maxxi, e poi la municipalità propone un progetto retorico al fianco di esso, dove abbiamo immobili in disuso di proprietà di ministeri ed istituzioni, e si continua a costruire allargando i margini urbani di ogni città. Non sto andando fuori tema, siamo sempre all’interno delle occasioni perse, come secondo me può essere identificata la chiesa che indichi. Fuksas mi piace come progettista, ma quì secondo me ha toppato…

  2. Antonio Marco Alcaro, tu mi hai citato in Archiwtach domandandoti ironicamente che vorresti vedere i miei progetti realizzati per capire se sono in grado di giudicare, e io vengo a spiegarti alcune cose nel vostro blog.
    Esistono alcune regole non scritte che dovrebbero però essere conosciute ad un architetto. Una di queste consiste nel non cercare di spostare mai il dibattito dal piano culturale e delle idee a quello personale. Lo fa spesso Sgarbi ma, sai, un suo attacco è un gigantesco spot e può determinare il successo di colui che lo subisce.

    Se però sei interessato c’è il sito del mio studio linkato in fondo al blog, puoi andarci e farti un’idea. E ti dirò, che se qualcuno cominciasse a criticarmi, dapprima mi infastidirebbe molto perché non sono abituato al “successo mediatico”, ma poi sarei contento perché è tutta pubblicità.

    Voglio anche segnalarti alcune altre contraddizioni in quella tua domanda: Bruno Zevi è stato un grande storico, un grande critico di architettura (per me dannosissimo, ma sempre grande) ma un mediocre architetto. Attaccare Zevi in quanto architetto sarebbe, prima che una carognata, una cosa stupida. Io non sono un grande critico, sono solo un blogger come te e altri e non sono neanche un grande architetto, solo un professionista abbastanza conosciuto in provincia, ma la regola rimane esattamente la stessa.

    Fuksas, Piano ecc. invece sono uomini pubblici, famosi nel mondo, pubblicati in ogni dove e presenti nelle TV, non possono non essere giudicati e criticati. Chi vive d’immagine vive anche di questo. Se nessuno parlasse di loro, loro non esisterebbero. Fuksas, se hai una rassegna stampa, non passa giorno che non pontifica su tutto e di più. Gli attacchi alle archistar non sono di tipo personale, ma di tipo culturale, sono attacchi alle loro architetture e a ciò che significano e comportano nella cultura degli architetti. Questo è anche uno dei motivi per cui è utile e necessario parlare dell’1% dei progetti. Dunque il vero problema non sarà la chiesa di Fuksas ma la chiesa di Fuksas è un vero problema perché fa il giro del mondo.
    Un’altra contraddizione ancora: voi avete costituito un’Associazione per l’architettura contemporanea. Bene, che ne direste se qualcuno vi chiedesse che cosa avete progettato e realizzato per aver titolo a fare una cosa del genere?
    A me, e a nessuno credo, passa neanche per la testa di fare a te o chiunque altro una domanda del genere.
    In un anno che ho aperto il blog è la prima volta, che mi è stata posta una domanda del genere. E sì che di litigate ne ho fatte e di feroci. Un motivo ci sarà, non credi?
    Però, ripeto, c’è il mio sito, magari non troppo aggiornato, puoi andare e fare la tua bella critica.
    Chiarito quanto dovevo
    ti saluto
    Pietro Pagliardini

  3. Gentile Antonio Marco Alcaro,

    > Proporrei in futuro di far progettare a Sgarbi, Salingaros o La Cecla così vivremo in un paese più bello e soprattutto più contemporaneo.

    Molto volontieri e ne sono d’accordo! Grazie. Finora, però, i clienti italiani non mi hanno invitato di progettare in Italia. Il mio grande progetto è in Doha, Qatar, con un’altro possibile in Pristina, Kossovo. In Italia chiamano soltanto le archistar, locali e stranieri. Per le periferie, hai anche ragione, Pietro Pagliardini ed io abbiamo sviluppato un piano per la loro ricostruzione. Bisogna una ristrutturazione radicale.

    Cordiali saluti,
    Nikos

  4. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Esiste un’architettura perfetta, senza errori? O più in generale un’opera unanimemente riconosciuta?
    A mio avviso è preferibile costruire architetture imperfette, ma che siano in grado di alimentare un dibattito architettonico, come quello che abbiamo in questo blog e in altri, piuttosto che agognare ad una aurea mediocritas nella quale è blasfemìa propugnare qualcosa di nuovo anche se imperfetto. Una importante stagione architettonica si coltiva unicamente costruendo e cercando un nuovo linguaggio anche mettendo in conto gli errori.
    Chi ricorda ora che Ville Savoy di Le Corbusier è stato uno dei più grandi fallimenti funzionali del ‘900? E che i suoi proprietari non sono riusciti quasi ad abitarla? E che anzi ci si sono ammalati perché era insalubre? Eppure è una delle icone del XX secolo e ha contribuito in modo determinate a cambiare l’architettura mondiale. E il dott. Sgarbi butterebbe giù anche quella?
    In Francia, in Olanda, la committenza pubblica ha contribuito significativamente a creare un volano di ricerca architettonica che è ora ampiamente diffuso anche nell’iniziativa privata.
    Ha ragione Alcaro quando dice che se ci fermiamo a criticare architetture contemporanee (ancorché imperfette aggiungo io), togliamo risorse alla critica più urgente che deve volgere verso un rinnovamento e un risanamento delle periferie.

  5. caro Pietro Pagliardini
    dal tuo e da altri commenti capisco di non essermi spiegato bene.
    Innanzitutto io non ho detto che vorrei vedere i tuoi progetti per capire se sei in grado di giudicare, me ne guarderei bene; Bruno Zevi non era un grandissimo progettista ed è per questo motivo, forse, che ha scelto di fare il critico diventando il più importante critico di architettura della storia. Non si è mai visto che un critico cinematrografico per poter giudicare un film deve prima vincere l’oscar come miglior regista.
    Il mio commento diceva: “mi piacerebbe vedere qualche progetto, realizzato, di Pietro Pagliardini o di memmo 54 o di qualche altro architetto o no, visto che sanno soltanto parlare male di architettura contemporanea”, il significato è ben diverso, per criticare un progetto non è necessario saper progettare, ma chi parla sempre male di qualsiasi progetto di architettura contemporanea non fa che danneggiare l’architettura.
    Vorrei poter ribadire che non ho spostato il dibattito sul piano personale, ho criticato te insieme ad altri come rappresentanti di una certa categoria di critici o blogger che ha come caratteristica quella di distruggere e non di costruire.
    Ritornando al progetto di Fuksas, a me non interessa stabilire se sia un buon o un cattivo progetto, non credo che se la chiesa di Foligno faccia il giro del mondo, sia un grave danno per l’architettura.
    Ciò che ritengo grave è il fatto che determinati critici o architetti non perdano occasione per scagliarsi contro il progetto dell’archistar di turno, (in molti casi anche per invidia), e non si preoccupino mai di commentare uno soltanto degli edifici senza progetto che vengono realizzati in Italia e che costituiscono il 95% della produzione edilizia del nostro paese.
    Ho fondato il Movimento amate l’architettura non perchè abbia velleità di critico ne mi ritengo un genio come progettista, (non sta a me giudicarmi), ma perché vogliamo che si torni a fare architettura in Italia e che la gente torni ad amare l’architettura e il progetto di Fuksas di Foligno, che vi piaccia o no, è Architettura.

  6. alessio scrive:

    Caro Marco,
    ABBIAMO (!) fondato il movimento per cercare coesione e per creare qualcosa di positivo e propositivo.
    ABBIAMO (!) fondato il movimento per comunicare al di fuori del mondo della critica e dell’architettura in senso stretto.
    ABBIAMO (!) fondato il movimento per riesumare la parola “ETICA” e per ridiscutere di “RESPONSABILITA'”
    Gli intenti NOSTRI (!) sono quelli di non parlarsi addosso fra intellettuali VARI, critici, blogger, oratori da TV, digitatori di tastiera…

    Massimiliano Fuksas è un grande architetto, e un grande artista.
    Provatemi il contrario.
    LEGGENDO G.PONTI …. RIFLETTO
    Come giudicare l’Architettura?
    Come concepire un metodo per dare un valore all’Architettura sia essa antica, moderna o contemporanea?
    Le tecnologie (grandi strutture), i materiali (metallo,cemento, vetro), le destinazioni d’uso (dalle grandi strutture ottocentiste ai moderni centri commerciali), le economie (l’estrazione sociale e culturale delle grandi committenze), tutto ciò ha comportato certamente mutamenti tecnici, storici ed estetici nella progettazione, ma hanno a che fare con la bellezza?
    Forse no. La stessa tecnica, gli stessi materiali, lo stesso committente, lo stesso architetto possono produrre architetture belle, meno belle o brutte.
    E’ altrettanto vero che siamo prigionieri di una tradizione culturale che pone l’architettura antica nella campana di vetro della bellezza aulica inarrivabile.
    L’architettura contemporanea è INVECE AL CENTRO DELL’ATTENZIONE.
    ORA SUL PODIO, ORA SUL PATIBOLO
    Penso che l’architettura sia un’opera d’arte soggetta ad un giudizio perenne, o affascina o no.
    LA CHIESA DI FOLIGNO E’ ARCHITETTURA E MI AFFASCINA PERCHE HA IN SE:

    Invenzione
    Essenzialità
    Capacità comunicativa
    Interattività e immersività
    Immortalità

    E’ anche, più semplicemente, un’opera che crea un dibattito e questo è già moltissimo.

    La fiera di Rho? non so ancora. la sua scala mi fa nascere degli interrogativi su quella che Il REM chiama Bigness. ci sto studiando.

    SAN CARLO ALLE 4 FONTANE è ARCHITETTURA EPPURE QUANTE NE HA SENTITE QUEL PAZZO DI BORROMINI
    PALAZZO TE A MANTOVA? COSA NE FECERO A GIULIO ROMANO?
    Aldo Rossi, Jean Nouvel,Borromini, F.L.Wright, Tadao Ando, Zumthor, Raffaello, Siza, Terragni, …., hanno fatto e Stanno facendo la storia della nostra Architettura E NOI CI SIAMO IMMERSI.
    LORO SONO STATI TUTTI DEGLI INNOVATORI! MI PARLINO DI INNOVAZIONE I CRITICI.

    NON sono un “blogger” MA INIZIO AD APPREZZARNE L’UTILITA’.
    Uso solo il mezzo per riflettere con voi e per costruire qualcosa di propositivo.

    Il problema è che abbiamo interlocutori (clienti? amministratori?) spesso distratti, disattenti o miopi.
    QUESTI SIGNORI NON VEDONO IL FUTURO, ANZI PEGGIO, CREDONO DI VEDERNE UNO.
    I signori che invece criticano cosi aspramente la chiesa di Foligno fanno il loro buon mestiere, si guadagnano da vivere cosi, o si AGITANO a discutere in TV o sui blog. NON GLI è MAI STATO CHIESTO DI ESSERE INNOVATORI, NE’ DI CARICARSI DELLA RESPONSBILITA’ DI FARE PROPOSTE CONCRETE.
    AGLI ARCHITETTI IL COMPITO DI PROGETTARE
    AGLI INGEGNERI IL COMPITO DI PROPORRE LE TECNOLOGIE PIù PROGREDITE
    AI GEOMETRI IL COMPITO DI MISURARE E STIMARE
    ECC…….
    I CRITICI “CRITICANO”

    SE TUTTI FACESSERO BENE IL LORO MESTIERE NON SAREMMO QUI, aimè, A FARE I CRITICI

    CORDIALMENTE.
    Alessio Bonetti

  7. Per me il caso personale è chiuso. Ma resta il dissenso sull’idea di architettura. Io critico l’architettura contemporanea, ma auspico in positivo quella che Lèon Krier chiama un’altra modernità.
    Chi l’ha detto che l’architettura debba essere bizzaria, volontà di stupire, falsa creatività, licenza?
    Il brutto che si vede in giro ovunque, l’edilizia corrente, il 98% di quella che c’è in giro, è così brutta per molti motivi ma non è causa secondaria il fatto che gli insegnamenti che si danno all’università sono impostati sulla mancanza di regole, sulla ricerca dello stupefacente, sul fatto che ad ogni architetto il suo linguaggio, che l’architetto viene educato ad essere un artista. Ognuno dunque si sente autorizzato a sprigionare la sua fantasia.
    E non dire che non è vero perché l’ho fatta anch’io l’università anche se qualche anno prima. Ma era la stessa cosa. Semmai la tendenza si è accentuata, con qualche lodevole eccezione.
    Il nostro lavoro richiede la modestia, l’umiltà anche, di tenere conto di ciò che c’è intorno, di non essere per forza dissonanti, di non farsi notare per forza, di rispettare le richieste del committente e non di prevaricarlo convinti che lui sia un ignorante e che noi abbiamo in tasca la verità. Non è così e lo dimostrano proprio le schifezze di cui ti lamenti
    E lascia perdere i geometri (pensa piuttosto agli architetti) che quello è un altro discorso e, almeno dalle mie parti, sono sempre meno determinanti! E in fondo anche loro fino a quando lavoravano con il manuale Hoepli di danni ne facevano pochi. Il peggio è venuto quando anch’essi si sono dati alla creatività, che gli abbiamo insegnato noi.

    Il tuo blog si chiama: Amate l’architettura. Benissimo, non lo dite a me che non cambierei il mio lavoro con nessun altro (a parte il reddito)! La differenza sta su un dettaglio non insignificante: su quale architettura amare.
    saluti
    Pietro

  8. Peja scrive:

    Da quello che mi è parso di capire, mi pare che per Pietro Pagliardini il vero problema sia la creatività degli architetti. Ed io che credevo che fossero problemi di mal costume, scarso professionismo, collusioni con attività illecite, consensietismo, mafia, eccettera… Meno male, allora la cosa è meno grave di quello che pensavo…

  9. Stefano Serafini scrive:

    Non sono un architetto, sono “soltanto” un umile fruitore di architettura, cioè un cittadino. Mi sembra che definire l’architettura in funzione dell’innovazione sia un abbaglio, che porta appunto a giustificare schifezze come il cubo di cemento in questione, subite (e pagate), senza giri di parole, dai cittadini come me. Borromini è rimasto alla storia per aver realizzato opere di bellezza ed eleganza che parlano con la città eterna in un linguaggio nuovo. Non per la novità del linguaggio e punto. Che Fuksas sia capace di realizzare “secondo le norme vigenti” delle perfette cacche dal punto di vista estetico e funzionale (vedi la sua palestra in forma di Chiesa cadente a Paliano, “originalissima” nel voler significare la fine dei valori tradizionali, orrenda, e in cui piove dentro), mi sembra veramente un argomento da ultima spiaggia. Ci mancherebbe soltanto l’inadempienza alle esigenze di legge!

    Naturalmente non credo che qui nessuno voglia esaltare l’Erostrato dell’architettura, tuttavia con l’argomento soggettivo della necessità artistica di innovare, si rischia di arrivarci.

    Prima – esattamente come per l’adempimento alle norme – si faccia qualcosa di funzionale per i suoi fruitori (dove non piove dentro, per es., e visti i precedenti anche su questa chiesa ho i miei legittimi dubbi). Ben venga poi su tale abc (che tanto abc non è, ma che è il cuore dell’arte e del mestiere, prima di qualsiasi esercizio intellettuale nel senso moderno del termine) un’esecuzione virtuosa, l’innovazione, la scrittura del proprio tempo. Poi parliamo di bellezza, come suggello di una cosa ben riuscita, come espressione di un qualcosa che “va”, che fa bene intorno, che è armonica alla realtà umana e naturale nella quale si inserisce. Proprio come Palazzo Te.

  10. Peja non fare il Travaglio di turno che considera la vita un problema giudiziario cui ovviamente si rimedia con uno stato giudiziario e di polizia. Tutti poliziotti e magistrati, quindi tutti buoni. Bene, una bella società semplificata. Anche l’edilizia diventa più semplice perché basta fare tutte carceri e siamo apposto. Non è mica difficile progettare carceri!!!
    Queste “semplificazioni” non portano da nessuna parte e se portassero da qualche parte quella si chiama dittatura.
    La democrazia, invece, prevede anche qualche imbroglio. Ma ridurre la storia ad un processo penale non è solo una semplificazione è una sciocchezza.
    Restiamo a parlare di architettura che è meglio.
    Saluti
    Pietro

  11. alberto scrive:

    Il teatro dell’opera di Sydney (la Sydney Opera House), costituisce una delle più significative architetture realizzate nel XX secolo e tale da rappresentare quasi un’icona non solo per la città di Sydney, in cui sorge, quanto per l’Australia stessa.
    È stato progettato dall’architetto danese Jørn Utzon, per conto di Arup.
    Situato nella baia di Sydney, dotato di un parco di divertimenti a sud e di un grande parcheggio per le autovetture accessibile da Macquarie Street, ben collegato e vicino all’enorme Sydney Harbour Bridge, l’edificio ed i suoi dintorni rappresentano spesso una meta per i turisti che – per la maggior parte senza interesse alcuno per l’opera – affollano l’edificio semplicemente per visitarne la struttura.
    Secondo alcuni critici, i gusci a sezione sferica possono ricordare la flottiglia di barche a vela che si reca in crociera nei mari australiani.
    L’acustica dell’intera struttura, particolarmente quella del teatro dell’opera, non sempre ha avuto apprezzamento ed anzi ha ricevuto critiche fino a essere giudicata insoddisfacente rispetto alla funzione per cui è stata creata.
    Vi sono state continue richieste per una ristrutturazione degli spazi, un restyling che preveda lo spostamento del teatro dell’opera alla sala concerto, più grande e più adatta acusticamente, con conseguente spostamento dell’orchestra in una nuova sede.
    Il teatro dell’opera venne inaugurato dalla regina Elisabetta II del Regno Unito il 20 ottobre 1973. L’apertura fu trasmessa in televisione, con fuochi d’artificio e l’esecuzione della Nona sinfonia di Beethoven.
    La sala concerto ha un organo a canne, dotato di 10.500 canne, installato nel 1979.
    Nel 2007 è entrato a far parte dei Patrimoni dell’Umanità sotto l’egida dell’UNESCO.
    Jørn Utzon
    Nel 1957 vince il concorso per l’opera di Sydney in Australia, dove nel 1962 si trasferisce per seguire meglio il cantiere. Dopo numerosi problemi con la committenza si trova costretto ad abbandonare il progetto nel 1966 e a lasciare l’Australia. Il progetto che ha subito numerose modifiche rispetto al progetto di Utzon, è stato poi ultimato da Peter Hall, David Littlemore e Lionel Todd. L’Opera House è stata inaugurata ufficialmente il 23 ottobre 1973 dalla regina Elisabetta II.
    A partire dal 1985 i suoi figli Jan e Kim cominciano a collaborare con lui, e da quando Jørn Utzon si è ritirato proseguono l’attività dello studio Utzon Architects. Sono stati incaricati di seguire lo sviluppo e il restauro dell’Opera di Sydney, e soprattutto di progettare il completamento degli interni.
    Durante la sua carriera Utzon ha ricevuto numerosi riconoscimenti come la medaglia Alvar Aalto, il Premio Sonning, il Premio Wolf, la Legion d’Onore francese, e a coronamento della sua carriera, nel 2003, è stato il laureato del prestigioso Premio Pritzker.
    (wapedia)

    INAUGURATA LA CHIESA DI FOLIGNO DISEGNATA DA FUKSAS. VESCOVO SIGISMONDI: “DISEGNA UN DIALOGO TRA CIELO E TERRA”
    Ed ecco il testo integrale dell’omelia del vescovo Gualtiero Sigismondi:
    “Nella tua casa, Signore, la santità risplenda”: questa formula di benedizione, suggerita dalla Liturgia, riassume e interpreta il senso profondo del rito solenne con cui oggi dedichiamo a Dio, per sempre, questa casa della Chiesa. Giustamente fin dall’antichità, il nome “chiesa” è stato esteso all’edificio in cui la comunità cristiana si riunisce per ascoltare la parola di Dio, pregare insieme, ricevere i sacramenti e celebrare l’Eucaristia. “In quanto costruzione visibile, la chiesa-edificio è segno della Chiesa pellegrina sulla terra e immagine della Chiesa beata nel cielo”. Quello che più colpisce di questa nuova casa di preghiera è il fatto che, nelle sue linee architettoniche, manifesta simbolicamente il mistero della Chiesa: “casa del Dio vivente”, fondata sulla roccia della fede di Pietro (cf. Mt 16,18); “colonna e sostegno della verità” (cf. 1Tm 3,15), edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti in Cristo Gesù, “pietra angolare” (cf. Ef 2,20). Si tratta di un complesso edilizio che, essendo slanciato e proiettato verso l’alto, disegna un dialogo tra cielo e terra, che consente di intuire che la Chiesa pellegrina sulla terra si configura come vera e propria cripta della basilica della nuova Gerusalemme, la città santa che, come dice l’Apocalisse, “è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza” (cf. Ap 21,16); immediatamente dopo l’Autore sacro precisa che “la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali”, lasciando intendere che è a forma di cubo! Si tratta di un edificio di culto che, essendo inondato dalla luce del Sole, i cui raggi entrano trasversalmente e verticalmente, vuole sottolineare che la Chiesa “non brilla di luce propria”, ma della luce di Cristo, “Sole di giustizia”. Si tratta di un complesso che, facendo dell’altare il punto di contatto e di tangenza tra il piano orizzontale e quello verticale, rende plastica l’esclamazione che ancora oggi, nella celebrazione eucaristica, viene rivolta alla comunità credente: Sursum corda. L’altare, punto d’incontro fra cielo e terra, è il punto focale di ogni comunità: su di esso viene perpetuato nel mistero il Sacrificio della croce; intorno ad esso convergono, come a centro ideale, i figli di Dio; verso di esso, polo dello spazio sacro, si dispongono tutti gli elementi necessari per la celebrazione; sotto di esso si ponevano, in passato, le reliquie dei martiri. La celebrazione eucaristica è il rito fondamentale e l’unico indispensabile per dedicare a Dio una nuova casa della Chiesa, e tuttavia la Liturgia, con la preghiera di dedicazione “esprime l’intenzione di dedicare a Dio per sempre” una nuova casa di preghiera, mentre mediante l’aspersione, l’unzione, l’incensazione e l’illuminazione “esprime con segni visibili alcuni aspetti di quella azione invisibile che il Signore esercita per mezzo della Chiesa, quando essa celebra i divini misteri e specialmente l’Eucaristia”. La presenza reale di Cristo fa di ciascuno di noi la sua “casa”, e tutti insieme, quali “pietre vive”, formiamo la sua Chiesa (cf. 1Pt 2,4-5). Sviluppando questa metafora, sant’Agostino osserva che mediante la fede gli uomini “divengono materiale disponibile per la costruzione, come quando gli alberi e le pietre vengono tagliati dai boschi e dai monti”. E tuttavia, “non diventano casa di Dio se non quando sono uniti insieme dalla carità” (cf. Serm. 336); non divengono “pietre atte all’altare” – avverte Origene nelle sue Omelie su Giosuè – fino a quando i credenti “non formano insieme un unico altare per la loro unanimità e concordia”. Questa casa della Chiesa, nella solidità della sua struttura e nella semplicità della sua architettura, sorge in un luogo dissodato dalla sofferenza procurata dal sisma del 1997, e in un campo irrigato dalle lacrime di chi qui ha vissuto, per così dire, l’esperienza dell’esilio, passando dalle macerie della rassegnazione alla fatica e alla gioia della ricostruzione. Questa casa di preghiera si innalza in uno dei punti nevralgici della città di Foligno, accanto al nuovo Ospedale, e si candida a diventare, non solo idealmente, campo base che invita tutti a sollevare lo sguardo. Questo nuovo complesso parrocchiale diventa punto di convergenza di diverse comunità cristiane a cui viene affidata la responsabilità di disegnare l’architettura pastorale di un vasto territorio, che abbraccia più parrocchie, a cui viene chiesto non di recidere le proprie radici antiche ma di estenderle in uno spazio più ampio rispetto a quello offerto dal campo visivo del proprio campanile. Questo nuovo edificio di culto viene intitolato all’apostolo Paolo: “il maestro e dottore che ha annunciato la salvezza a tutte le genti”; il grande missionario che, spinto “dall’amore per Cristo” e mosso dalla “sollecitudine per tutte le Chiese”, “ha illuminato le profondità del mistero”. La preghiera di dedicazione, nella sua sapiente costruzione, suggerisce alcune invocazioni che vorrei sottolineare, rivolgendomi con infinita gratitudine a tutti coloro che, a diverso titolo, hanno voluto, progettato e realizzato questo tempio, che si affaccia su un ampio sagrato, che lascia percepire la profondità del respiro cattolico e l’intensità dell’abbraccio apostolico della Chiesa. “Chiesa santa, vigna eletta del Signore, che ricopre dei suoi tralci il mondo intero e avvinta al legno della croce innalza i suoi virgulti fino al cielo. Chiesa beata, dimora di Dio con gli uomini, tempio santo costruito con pietre vive sul fondamento degli apostoli, in Cristo Gesù, fulcro di unità e pietra angolare. Chiesa sublime, città alta sul monte, chiara a tutti per il suo fulgore dove splende, lampada perenne, l’Agnello, e si innalza festoso il coro dei beati”. Il rito della dedicazione suggerisce, anche nel tempo di Pasqua, il passo di Neemia in cui è presentato il popolo di Gerusalemme riunito intorno allo scriba Esdra, per ascoltare la proclamazione della legge di Dio (cf. Ne 8,2-4.5-6.8-10). Questo brano è sigillato da un’affermazione che suona come un’acclamazione: “La gioia del Signore è la nostra forza”. Questa solenne formula di benedizione interpreta l’esultanza di questa assemblea che, nella pienezza della gioia pasquale, mentre dedica a Dio questo tempio, domanda al Lui, “tre volte Santo”, di “avvolgere della sua Santità” questa casa di preghiera e di donare a tutti noi, tempio vivo della sua grazia, “quella fede che animò san Paolo e lo fece apostolo e missionario delle genti”.
    (Tutt’oggi.info) A volte gli edifici piacciono ai committenti, altre volte no, a volte si rifanno alle Sacre Scritture, altre volte al mare o alle onde, a volte il tempo decreta il successo, altre volte no (per esempio il volume, se non erro, della Cappella Sistina dovrebbe avere le misure del tempio di Re Salomone) e gli architetti ingiustamente o giustamente in alcuni casi devono cedere e cambiare nazione.
    Non per fare polemiche, sinceramente, credetemi, per capire.

  12. alessio scrive:

    Umiltà! Si, certo, l’Arch.Pagliardini ha ragione.
    HA RAGIONE ANCHE QUANDO PARLA DEI GEOMETRI-CREATIVI. COME DETTO IL GEOMETRA DEVE STIMARE E MISURARE. COME SI TROVA SU WIKIPEDIA: La parola geometra ha la stessa genesi di geometria che, dalla composizione di due parole greche “geo” e “metros”, rispettivamente, terra e misura, rivela la vocazione originale del geometra: quella cioè di agrimensore, ossia “misuratore della terra”.
    QUINDI COMINCIAMO DA UNA PARTE: I GEOMETRI FACCIANO IL LORO MESTIERE COME PREVISTO DA LEGGE. PUNTO E BASTA FACCIAMO QUESTA COSA UNA VOLTA PER TUTTE SI O NO?

    VENIAMO ALL’ALTRO “FLAGELLO”… L’ARCHITETTO
    L’Università, io, l’ho fatta al Politecnico di Milano e li gli insegnamenti che si danno
    NON
    “sono impostati sulla mancanza di regole, sulla ricerca dello stupefacente, sul fatto che ad ogni architetto il suo linguaggio, che l’architetto viene educato ad essere un artista. Ognuno dunque si sente autorizzato a sprigionare la sua fantasia”.
    Non generalizziamo troppo perchè le facoltà sono diverse e ognuna si porta un carico di responsabilità enorme.

    Vorrei farle delle domande per capire meglio il nostro dibattito:
    Cosa intende di preciso quando parla di “INTORNO”?
    Cosa intende di preciso quando parla di “DISSONANTE”? E DISSONANTE RISPETTO A COSA?
    PERCHE’ L’ARCH. Lèon Krier HA I REQUISITI DI CUI LEI PARLA?
    NON ‘è LA SUA OPERA bizzaria? volontà di stupire? falsa creatività? licenza? FUORI DAL TEMPO?
    VOGLIAMO RICONOSCERE ALL’HOMO SAPIENS SAPIENS UNA SUA EVOLUZIONE?

  13. alberto scrive:

    Riguardo alla committenza e all’umiltà:
    dal blog del prof.Giorgio Muratore “Archiwatch” by G.B. prendiamo alcune frasi dell’intervento di Mons. Giuseppe Betori, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, al momento della presentazione del progetto Fuksas, Una chiesa in via del Roccolo (Palazzo Trinci 10.11.03)

    “(…)Certo, la forma di chiesa che Massimiliano Fuksas propone è nuova, fortemente innovativa, pur nella sua assoluta semplicità, forse proprio in virtù di essa. E’ una forma che non si rifà a modelli. Si aggiunge a tante forme di chiese che popolano i nostri anni. Questa molteplicità ci infastidisce, ma è l’esito del pluralismo culturale e anche teologico che segna questo tempo. Non c’è spazio per le nostalgie, né per improponibili riesumazioni. Occorre l’umiltà di raccogliere i segni di un mondo nuovo, in cui dialogano forme esemplari, capaci di creare tradizione, senza essere trasgressioni. Questo mi sembra sia il progetto di Massimiliano Fuksas (….)”.

  14. Leggendo il commento di Stefano Serafini, mi rendo conto che c’è tanto lavoro da fare, bisogna partire dalle scuole per educare i cittadini all’architettura.
    Caro Stefano, sei sicuro che se fossi vissuto al tempo di Borromini ne avresti parlato come ne parli oggi ?

  15. Stefano Serafini scrive:

    Ciao Antonio Marco,

    sicura è la morte. Tuttavia, e converso, dubito si possa essere (sottilmente) sicuri anche del contrario, cioè che avrei avvertito S. Ivo alla Sapienza come un pugno allo stomaco, al modo del cubo di Fuksas.

    Il discorso non è storicistico (“i classici non sapevano di essere classici”, ecc.), ma riguarda le coordinate ermeneutiche dalle quali si guarda ai nostri prodotti culturali (e l’architettura è un prodotto culturale). Variate tali coordinate, è chiaro che si può leggere tutto e il contrario di tutto – al modo dell’ispirato monsignore.

    Il punto al quale volevo portare l’attenzione è però un altro. Il dibattito fra opinioni soggettive, più o meno colte, più o meno estetizzanti, o peggio fra “gusti” diversi, mi sembra meno interessante. Certo, l’esempio estremo della chiesa non aiuta a chiarirlo: meglio sarebbe rifarsi a edifici dalla funzionalità “quotidiana”, ad es. la palestra di Paliano alla quale ho fatto riferimento, nella quale piove.

    Forse esiste un problema di scollamento fra “estetica”, “funzionalità”, “committenza” e “fruitori”, un problema esaltato da un’estrema stilizzazione intellettuale della realtà – che è anche un effetto, mi si passi il termine in disuso, della “coscienza di classe” dell’architetto di grido, cosmopolita, globale e altoborghese.

    Lui e il suo monsignore a braccetto, tra contratti milionari e jet set, vedono mirabilie nel cubo di cemento, nei suoi significati, nei suoi codici. L’operaio di Foligno – insomma, il fruitore, colui che va in chiesa per la messa – prova ribrezzo e sconcerto.

    Io aggiungerei che anche la piana natura del folignate avrebbe qualcosa da dire, ma torneremmo nel soggettivo 😉

  16. PEJA scrive:

    @ Pietro Pagliardini:
    Mi pare dal tuo commento che non consideri come organico alla cultura l’ipocrisia, la sporcizia, il modo di fare della gente. Questo mi pare grave, perché è un evidente corprirsi gli occhi di fronte alla realtà. Se le città italiane fanno ribrezzo, la colpa è dei geometri, dei creativi, o delle cause che ho elencato? Veramente credi che il fatto che non esista una architettura italiana contemporanea derivi soltanto dalle università? Davvero credi che il fatto che gli architetti dotati, ma senza spinta nei concorsi, e che quindi non possono farsi vedere, non siano un problema alla crescita qualitativa delle città?
    Che la democrazia preveda qualche imbroglio, è una nozione che definisce molto bene le tue idee in merito, e che non mi permetto di criticare: non vorremmo finire a manganello ed olio di ricino! A me pare che sto parlando di architettura, e solo di architettura. Per quanto mi riguarda, anche lo stato della didattica, è architettura. Mi spiace che non lo vedi, e come al solito aggredisci il tuo interlocutore sperando non so che.

  17. qfwfq scrive:

    In realtà quello vuole veramente l’operaio di Foligno (una nuovissima sottocategoria sociologica dopo la mamma del berlusca e l’uomo qualunque) credo che non lo sappia nemmeno lui; figuriamoci se lo sappiamo noi architetti (sul ponte di Calatrava i giudizi delle massaie veneziane si sono spaccati).
    Culturalmediaticamente parlando, l’accelerazione e la moltiplicazione contemporanea delle informazioni hanno portato ad una sostanziale trasversalità del gusto, per cui diventa estremamente difficile assegnare aprioristicamente il primato di uno stile a questa o quella categoria sociale.

    Immagino che ci siano schiere di vescovi “conservatori”, che ritengono la Chiesa un’icona rassicurante della tradizione, pertanto inviolabile nelle sue forme, ed altri, come quelli che hanno commissionato la chiesa di Foligno, che ne apprezzano lo slancio futuristico, magari sono solo fuorviati dall’abbaglio della fama che sprigiona l’archistar.

    Così come ci saranno almeno due operai folignesi che la pensano diversamente tra loro.
    Ultimamente si sono visti alcun casi di radicalizzaizone ideologica come per il ponte sullo stretto o per il museo dell’Ara Pacis; in quel caso è abbastanza facile sapere come la pensa chiunque sulla base dello scheramento politico; ma si tratta di episodi.

    Magari ci sarà qualche bancarellaro di Foligno che detesta quel cubo di cemento, ma vedrà di buon occhio la maglietta con l’icona stampata da vendere ai turisti (molti giapponesi), i quali magari ora potrebbero ricordarsi nei loro programmi di viaggio che c’è anche Foligno da visitare; e magari scopriranno anche che Foligno ha un meraviglioso centro storico, un museo, un paesaggio circostante meraviglioso, ecc.
    Magari la maggioranza dei Folignesi detesta la chiesa, un po’ come i parigini detestavano la Torre Eifel; magari tra 5 o 10, o anche 50 anni ci saranno comitati di cittadini pro chiesa;
    Magari qualche folignese sta pensando di costruirsi la sua villetta con le forme e gli stili di Fuksas (aaaah, orrrore!), dando vita ad un nuovo tipo, una nova forma di paesaggio; magari il pronipote di Leon Krier si batterà perchè non si deturpi lo spirito del contesto originato dal “Maestro” Fuksas.
    Vero è che persiste nella cultura media contemporanea, la tendenza a misurare la bellezza e la qualità in funzione del tempo, per cui l’antico è sempre, indiscriminatamente, sinonimo di bello e di ben fatto,
    non solo,
    parole e termini come “contesto”, paesaggio, sono spesso abusate per definire una sorta di ordine precostituito ed inviolabile.
    Per contro, tutto cio che esprime il suo essere dichiaratamente “Contemporaneo”, sembra non avere diritto di esistenza nella società che pure è contemporanea in ogni altra sua manifestazione; a meno che non si tratti di qualcosa di ideologicamente trasparente, spiritualmente rinunciatario non è dato esistere per l’architettura. L’importante è non avere velleità estetiche; meglio una schiera di case abusive ed anonime; meglio le villette neoclassiche che si ricominciano a vedere qua e la;
    quelle sì che tengono conto del paesaggio!
    Magari invece la mano del signore manderà un’altro terremoto che raderà al suolo l’intera opera FuKsiana, e a nessuno verrà voglia di ricostruirla com’era e dov’era.
    Chissà?
    Chi può veramente dirlo!
    Chi detiene il diritto alla realtà del contesto!
    Chi ha posto la parola fine all’evoluzione del territorio e del paesaggio!
    Chi può sapere che giudizio daranno i nostri nipoti delle nostre opere?
    Ma almeno queste opere facciamole!
    Se non ci diamo la chanche, l’opportunità di dichiaraci ed esprimerci come società; se non ci consentiamo la facoltà di fare, di costruire, di dichiarare il nostro modo sbagliato di essere, come potremo correggere o farci correggere per i nostri errori.

    ciao

  18. alberto scrive:

    “5. Il barocco in Sapienza: l’età di Innocenzo x (1644-11655)
    Con il pontificato di Innocenzo X Pamphili, già nunzio a Madrid e di simpatie spagnole, la Sapienza vide dal 1648 al 1653 la ripresa dei lavori in S. Ivo, interrotti subito dopo la commissione del 1632. Nella ripresa, però, il progetto definitivo venne a discostarsi da quello originale con profonde modifiche: queste, oltre al grande intervallo trascorso, hanno fatto supporre agli studiosi una prudenza di carattere politico da parte di Borromini, specie dopo l’esito del processo a Galileo, e un suo inclinare verso il partito spagnolo, di conseguenza avverso ai Barberini. Certamente egli aveva bisogno di protezione, poiché il cantiere, giunto nel 1652-1653 al coronamento con la famosa lanterna della chiesa, ebbe a che fare con gravi problemi statici. Legata a tali circostanze è la famosa autodifesa del 1655, in cui il maestro, esasperato dalle critiche e dalla lentezza dei lavori, vincola se stesso e i propri eredi a garanzia della fabbrica. (….)“
    Luoghi della cultura nella Roma di Borromini.
    Retablo. Biblioteca Vallicelliana.
    Barbara Tellini Santoni, Alberto Monodori Sagredo
    Per nostra fortuna S.Ivo è stata terminata. Un grande e da ciò che si evince dai testi e non solo, l’estetica della sua opera era contemporanea al dibattito culturale del ‘600, molto ricco anche oltre il barocco.

  19. Stefano Serafini scrive:

    Ma allora va bene anche la merda d’artista. E sì, in effetti va benissimo, e come il cubo, o come il Quadrato nero di Malevic, essa parla perfettamente del nostro tempo, senz’altro meglio di una chiesa tradizionale che appartiene ormai a un altro universo. E così parla di noi una petroliera spezzata che riversa il suo contenuto in mare. Ma che senso ha? Dove porta?

    Sull'”operaio di Voghera”, accolgo di buon grado l’obiezione di qfwfq, ma anche qui si torna a una sorta di “democrazia pilotata e illuminata” che – considerazioni a parte sulla scomparsa della classe – non è altro che la vecchia pantomima del capitale divenuto spettacolo, il quale compie la propria epifania (con retroscena contrattuale). Si può accettare questa forma di fascismo, naturalmente (lo facciamo in fondo ogni volta che scendiamo al supermercato o accendiamo la tv… beh, lo facciamo ormai continuamente – oggi ho visto un simbolo politico, che associa le sigle “comunisti” e “consumatori uniti”). Ma credo sia lecito provare a uscirne mandando a quel paese le migliori icone della nostra schiavitù, e la loro sardonica strafottenza con la quale ci propongono un tempio-tomba a forma di cubo di cemento milionario nel folignate.

    Sulla realtà del contesto, oserei dire che il diritto ce l’ha il contesto. Ossia, è sempre e soltanto un problema epistemologico quello intorno al quale stiamo girando (problema al quale accennava il mio modesto riferimento alla “coscienza di classe”). Un problema sulla cui presunta insolubilità gente come Fuksas se la ride di grasso, sbertucciandoci. Già questo ridere è nichilismo, e logica premessa di orrore architetonico.

    Infine, non so gli altri, ma io non mi annovero fra i passatisti: ovviamente non è vero che sia bello solo ciò che è antico. La mia critica al cubo (non solo non mi piace, ma mi fa attivamente schifo, lo trovo un orrore sul piano estetico, funzionale, sociale, ambientale e morale) non generalizza a tutta l’architettura contemporanea. Né certamente assolve villette e palazzine. Il vero problema non è SOLO la chiesa di Foligno, ma certamente essa ne è una straordinaria, brillante, paradigmatica (e consapevole, perché Fuksas è tutto fuorché un fesso) sintesi.

    Saluti cordiali.

  20. Amate l’architettura,
    sono rimasto perplesso da questo post.
    Da circa un anno sto indagando sul peso critico dei blog di architettura in Italia.
    Il panorama che mi si è aperto è ‘povero’ la maggior parte dei blogger perdono tempo in critiche da bar e presunte regole ‘architettoniche’ da far rispettare. Pochi sono innovativi e soprattutto i più scaltri hanno capito che l’insulto crea visibilità.
    Questo post imita il peggio dei blog da bar.
    Perché queste provocazione da bassa lega, trasposta dalla logica ‘insultante’ televisiva del massimo ascolto?
    Amate l’architettura non si proponeva altri obiettivi?
    Coraggio! Creiamo qualcos’altro non cadiamo nelle solite banalità. C’è bisogno di dar spazio alla nostra architettura: complessa, plurima, elettrica e democraticamente non regolata.
    Infine, vi chiedo ma Massimiliano ha costruito una chiesa a forma di cubo?
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.: Mettere nello stesso calderone La Cecla è da superficiali. La Cecla non è contro l’architettura ma contro il potere dell’architettura utilizzato dai potenti per redimere il popolo, la stessa logica utilizzata dai massoni conservatori nella loro auspicata architettura tradizionalista, ma questa è un’altra storia, occorre attenzione.

  21. Peja, io non aggredisco nessuno, tanto meno aggredisco te. Il fatto è che io giudico vero qualunquismo ridurre ogni dibattito e ogni evento ad un procedimento penale. Non è così. Guarda il terremoto e le sconcezze che sono state dette “a caldo”, tanto per fare audience e spettacolo. La mafia che ha costruito con la sabbia di mare e non è vero. Ma non ci vuole mica tanto a capire che per case costruite 30 anni fa, quando gli inerti non costavano niente (in una zona ricca di inerti) non avrebbe avuto alcun senso economico farsi 140 km per andare ala mare a prendere la sabbia di mare!!!!! E poi la sabbia di mare avrebbe determinato crolli o almeno cedimenti ben prima e senza terremoto. La mafia che ha costruito case che cadono, e non è vero perché pochi edifici in c.a. sono crollati, oltre, purtroppo, alla casa dello studente. L’ospedale non è crollato e due amici ingegneri, di cui uno docente universitario, che sono stati sul posto a fare rilevazioni con l’Università di Firenze mi hanno detto che l’ospedale è grandissimo e solo un’ala è danneggiata, pochi pilastri su qualche centinaio. L’ospedale è stato concluso da pochi anni ma è iniziato negli anni 70 e, si da il caso, che prima si costruiscano le strutture.
    E la storia della mancanza di agibilità, fatta passare come se fosse stata una possibile causa di non conformità costruttiva? In realtà l’agibilità mancava perché non era stata accampionata, cioè iscritta al catasto!!!!!! Ma lo sai quanti edifici pubblici non sono accampionati perché è un onere per il Comune? Cosa vuoi che c’entri il catasto con la costruzione e la sicurezza di un edificio. Ma nessun giornalista che abbia fatto un servizio per denunciare questi gravissimi errori di informazione. Il messaggio che passa è: tutti hanno rubato e gli edifici sono caduti!
    Gli edifici agibili immediatamente sono oltre il 50% e tieni conto che chi fa le perizie si mantiene su valori prudenziali, ovviamente. Molti altri sono agibili con interventi lievi, in genere dovuti ai tamponamenti che, però, è previsto che si possano lesionare, dato che solo gli edifici strategici devono rimanere agibili. La logica della legge non è che gli edifici non si danneggino ma che non crollino e non uccidano persone.
    Certo che ci saranno anche responsabilità penali, e magari anche per dolo, ma ridurre una tragedia immane ad un fatto giudiziario è scandalismo che tutti dovremmo denunciare e rifiutare.
    E l’altra, che in Giappone non sarebbe successo niente? Bugia immensa: nel 1998, mi pare in una città oltre 7000 morti. Noi siamo un paese antico con un patrimonio di centri storici enorme ed è chiaro che siamo più sensibili a questi eventi.
    Ricordo che in terremoto abbastanza recente in California anche i viadotti stradali hanno ceduto.

    Questa vicenda dell’Abruzzo dovrebbe proprio farci riflettere sull’attendibilità della TV e della stampa e dovrebbe insegnarci a diffidare di molte delle notizie che ci vengono propinate.
    Vedo però che sei d’accordo sul fatto che una società completamente (apparentemente) onesta è quella del manganello e dell’olio di ricino (o della falce e il martello, per par condicio), cioè una dittatura!

    Quanto alla creatività ti invito a leggere un bellissimo libro di Paolo Marconi, Il recupero della bellezza, Skira. Costa 29,00 euro ma li vale tutti. Quando capiremo che di “creativi” veri ne nascono pochi in un secolo e che la stragrande maggioranza dovrebbe seguire regole e avere un atteggiamento di umiltà e di modestia nei confronti della città e dell’ambiente, avremo architettura e città migliori. Sì, Peja, la creatività è un problema e anche molto grave.
    Ma io non ti aggredisco, io esprimo le mie opinioni.
    Saluti
    Pietro

  22. Cari amici, non pensavo di sollevare tutto questo vespaio con il mio post.
    Io volevo soltanto porre l’attenzione sul fatto che, secondo me, in Italia in riferimento all’Architettura, ci sono problemi ben più gravi della chiesa di Fuksas di Foligno. Credo che sia sbagliato interagire con una serie di attacchi personali e non, ritengo più giusto un approccio costruttivo e non distruttivo. La mia critica a Salingaros, Sgarbi, Langone, Pagliardini e la Cecla …. nasce dal fatto che spesso loro sono soliti odiare e non amare, noi invece vogliamo amare l’architettura, ma soprattutto vogliamo che si faccia più architettura in Italia e meno edilizia.
    Propongo a tutti di smorzare i toni.

  23. Stefano Serafini scrive:

    Caro Marco Alcaro,

    parlo per me: il tono apparentemente acre della polemica non ha nulla di personale. Ho ad es. visto la casa che Fuksas ha disegnato per se stesso, e la trovo bellissima. Mi fa anche piacere che sia – oltre che bravo – capace di vendere la propria immagine, e di ottenere importanti contratti, segno di una personalità capace e intelligente.

    Il “vespaio” è forse dovuto al fatto che l’argomento toccato è cruciale, e che all’incrocio dell’architettura si incontrano temi sociali, politici e filosofici di grandissimo spessore.

    Salingaros e Pagliardini, cioè gli autori di cui ho letto qualcosa, non mi sembrano affatto odiatori, ma deliziosi amatori del bello, come deliziose, e profonde, sono le proposte di Christopher Alexander. Non è giusto farli passare per critici sterili e passatisti, né offenderli ad personam, come ho visto fare su altri blog, senza discutere neppure quanto di propositivo essi offrono. Non mi espongo su Sgarbi e La Cecla, dei quali non conosco gli scritti.

    In conclusione mi sembra che il tuo intervento sia stato utile, e sia anche condivisibile la tua considerazione sul “peggio” che avvelena l’Italia. Senz’altro è più facile colpire l’emblema (e però sovente è anche più necessario, poiché quell’emblema diventa un bastione di riferimento per i molti); ma la critica alla mediocrità diffusa, al malfatto che incombe sulle nostre città dal dopoguerra in avanti meriterebbe altrettanto spazio ed altrettanta energia.

    Cordialmente

  24. Marco,
    non ti crucciare. L’importante è capire che c’è bisogno di veicolare ‘l’architettura’ e non manuali di sopravvivenza.
    C’è bisogno di non scadere nei soliti tristi dibattiti tra architetti ‘sull’architettura perfetta’.
    C’è bisogno di ridare senso al mestiere del architetto.

    —> Pietro,
    Altra informazione, significa non trasporre le stesse tesi che si possono leggere sul ‘Foglio’, ‘Libero’ e ‘Il giornale’, io vivo in terra di mafia e so com’è stato costruito il Nord e molta edilizia in Italia. Io non faccio finta di vedere. Non ho padroni.
    Basta, con questa retorica di falsa informazione di ‘sinistra’. Non credo più nei meccanismi dei sessantottini e dei contro sessantottini, ambedue ciechi su posizione nette e ahimè incapaci di costruire e vedere il ‘futuro’.
    Le regole servono solo per una società adolescenziale, incapace di crescere e di autoregolamentarsi (cioè avere il senso del limite). Io credo in una società che sappia costruire civiltà.
    Per me questa chiesa ha il senso del limite, è civile, è creativamente condivisibile ed è un’architettura di qualità.
    L’architettura non è tassonomica ma plurima, non è identitaria ma altera, non è tradizionale ma geografica, non è classificabile ma sfuggente.
    L’architettura più bella in Italia è quella meno regolata e contraddittoria.
    Infine, l’architettura non si trova nelle pagine dei manuali, ma camminando.

    —> Stefano Serafini,
    si possono condividere tutte le posizioni ma non chi vuole imporre un’idea di architettura alla società, ai progettisti, al popolo perché teme che qualsiasi altra idea sia nefasta, mediaticamente pilotata o artisticamente arrogante (queste sono tesi semplicistiche che sfuggono all’analisi della complessità del nostro tempo).
    Vedi, Massimiliano Fuksas da architetto non pretenderebbe mai, che gli architetti lo imitassero.
    Sarebbe dequalificante per se e per il lavoro degli architetti emuli.
    Io credo in un’architettura da creare mediando con l’economia, la società, le norme e il disegno architettonico.
    Un’architettura senza il processo creativo decreterebbe la morte dell’architettura.
    Non credi?

  25. qfwfq scrive:

    in realtà c’è da augurarsi che il dibattito, colto o banale che sia, si mantenga.
    Io mi sono laureato nei primi anni 90, e mi ricordo chiaramente il senso di vuoto culturale che si respirava sui nostri temi, la totale assenza dell’architettura da qualsiasi dibattito pubblico.
    Non si costruiva niente (dopo i mondiali il nulla), ancor meno si dibatteva, e quando per caso qualche concorso si concludeva con un vincitore, le strategie baronali e i veti incrociati erano tali da bloccare qualunque cosa
    C’era chi si vantava che l’unica vera architettura fosse quella teorica, quella disegnata sui fogli e non contaminata dalla realtà costruita.
    Ora che qualcosa, faticosamente si realizza, posso avere la mia personale opinione sulle specifiche opere, ma non sulla importanza che il fare architettura (anche sbagliata), il costruire opere Architettonicamente “Significative”, sia sempre e comunque una cosa positiva.

    Non condivido assolutamente la visione negativa che si vuole dare alla creatività come concetto.
    I creativi “veri” non nascono tutti i giorni, siamo daccordo (secondo Zevi ne nasce uno ogni 500 anni), gli altri non fanno che imitiare, ma in un clima di regole e vincoli come il “contesto” italiano è molto più probabile che nascano…. e muoiano!
    La presenza di molteplici spiriti creativi non ha mai rovinato alcun ambiente o contesto urbano; vogliamo dire che Firenze, Roma, venezia, napoli, ecc. sono più brutte perchè sono disseminate di monumenti; forse il colosseo sarebbe più bello se non ci fosse S.Pietro? o se non ci fossa San Carlo, o l’Ara Pacis, o Palazzo Farnese, ecc.
    il punto è proprio che la cultura media accademica italiana è pervasa di regole dettate dalla cultura del restauro e della conservazione, che si è affannata a dettare regole e proncipi sulla inviolabilità del contesto urbano, mentre la realtà costruttiva (quella degli speculatori edilizi e degli abusivismi) devastava alelgramente quel contesto che si voleva proteggere
    ciao

  26. Io vorrei che fosse chiara una cosa: i miei giudizi, anche se contro l’architettura della creatività, contro i grandi gesti, contro l’architettura delle archistar, anche se dichiaratamente di parte (esattamente simmetrici, però, a quelli di chi ama genericamente l’architettura moderna) non sono MAI contro le persone, salvo non essere chiamato in causa.
    Io rivendico la mia libertà di formulare i miei giudizi, qualsiasi essi siano, e di alzare anche i toni, purché essi non siano CONTRO gli altri. Se si ritiene che siano offensivi o non piacciono l’amministratore ha la possibilità di non pubblicarlo, e pazienza, ma in genere so dove fermarmi e non provo alcun interesse a litigare con gli altri, tanto meno con persone che non ho mai visto in faccia.
    Gli unici toni che devono essere abbassati sono quelli di carattere personale.
    A me piace la provocazione, a me piace lo scontro, ma non quello fisico, quello delle idee; e mi piace venire in un blog dal titolo AMATE L’ARCHITETTURA (moderna) per fare presente che io ritengo MODERNISSIMA l’architettura tradizionale.
    Libero ognuno di pensare il contrario ma basta, per favore, con i piagnistei e con le prediche.

    APPENDICE:
    quando dichiaro la mia avversione alla creatività spero sia chiaro che non è una mia trovatina dell’ultim’ora ma ha nobili predecessori in gente del calibro di Muratori, Caniggia, Maffei, Marconi, e da un pò di tempo addirittura anche Gregotti, ecc.
    Creatività è un termine preciso che non può essere interpretato come se intendessi dire che l’architettura deve essere progettata da stupidi o ottusi. E se anche Zevi dice che di geni ne nascono uno ogni 500 anni vuol dire che per un genio creativo dobbiamo beccarci sulla terra 500 anni di scempi progettati da falsi creativi. Il rischio è troppo alto per giocare.
    Saluti
    Pietro

  27. Pierfrancesco Rossi scrive:

    Io sottoscrivo in pieno, parola per parola questo blog di Marco Alcaro.
    Zevi, ne sono sicuro, avrebbe difeso senza riserve il lavoro di Fuksas come avrebbe difeso la teca dell’Ara Pacis di Meyer e gran parte dell’ARCHITETTURA (sempre troppo poca) che si riesce a fare in Italia.
    A qualcuno forse da fastidio avere troppa libertà espressiva?
    Ridicolo!
    Mi ricordo quando in facoltà bisognava lottare contro il delirio postmoderno e l’ottusità di camminare avanti guardando indietro.
    Quest’atteggiamento di critica verso il modernismo è la controprova della decadenza culturale che già da almeno 20- 30 anni riempie le accademie, le facoltà e i circoli culturali italiani.
    Noi italiani non sappiamo più innovare: non siamo più un riferimento per l’architettura, per il design e l’arredamento. Meno che mai per le arti figurative in genere.
    Pensiamo solo a conservare ciò che è stato fatto in passato perché forse non siamo in grado di lasciare un segno concreto del pensiero artistico contemporaneo.
    I corsi di progettazione architettonica ed i loro docenti sono perennemente in ritardo rispetto alle nuove idee, meno che mai riescono a proporre qualcosa di innovativo.
    In questo squallore generale, qualcuno ha la geniale idea di lanciare strali e critiche a chi sta semplicemente comunicando con gli strumenti dell’architettura contemporanea, per scrivere un’altra pagina di storia dell’architettura contemporanea.
    Per fortuna le Architetture restano (sindaci permettendo) mentre le parole si perdono nel vento.

  28. Master scrive:

    Utilizzare capri espiatori come la chiesa di Fuksas o la teca dell’Ara Pacis è una pratica tipica in Italia dove si critica per sport tutto e non si propone mai una soluzione.
    Ho letto diversi articoli dei personaggi da te citati e mi hanno fatto sorridere perchè si arrampicano sugli specchi per trovare argomenti di critica a questo o a quel progetto come fossero il male assoluto. Ho pure letto di improbabili cospirazioni intenazionali contro l’architettura tradizionale e a favore dell’architettura moderna … credo che la cosa più saggia da fare di fronte a questa gente è riderci sopra e attendere che i soggeti in questione se la prendano contro qualche altro malcapitato di turno.

  29. simonardi scrive:

    Cari architetti che parlate di architettura come se fosse solo un argomento da dibattere, tendenze, idea di arte e di bello, di immortalità ecc… ma ci avete mai pensato che l’architettura ha una ricaduta su chi ci abita dentro o intorno alle vs opere ? Io abito a Foligno, e da qualsiasi parte vada vedo sempre ‘sto blocco di cemento opprimente. Penserete voi architetti con la mente aperta :”la solita provinciale ignorante”. Ebbene non credo di essere provinciale anche se abito in provincia e ho una cultura medio-alta, viaggio il mondo e quando mi trovo di fronte ad un vero capolavoro mi emoziono, sia esso antico o moderno. Il problema è che quando su una cosa orribile si mette una firma importante voi non avete il coraggio di dire che è orribile, servilismo intellettuale, paura di essere tagliati fuori, carriere precluse. Io invece mi sento libera di dire che fa schifo, questo cubo da qualsiasi parte lo guardiate fa schifo. Lo avete guardato inserito nel contesto circostante? È una mazzata. Avete considerato che quella che voi considerate una trovata tecnologica geniale, mi riferisco al cubo interno sospeso) quando ci sei sotto di dà un’idea di oppressione pazzesca , stai lì preoccupato pensando che cada da un minuto all’altro. Avete considerato che nonostante la maestosità dell’edificio questa trovata geniale ne restringe fortemente la vivibilità all’interno che risulta essere angusto e non spazioso ? Vi interessa sapere che ora che siamo a luglio all’interno della chiesa ci sono 40 gradi e manca l’aria. Con tutta la tecnologia a disposizione, manca l’aria, come mai quando entro anche in pieno agosto in una qualsiasi cattedrale fa fresco? L’aria che manca sommata al cubo che pensi ti stia per cadere in testa pensate che stimolino il fedele a pensare a cose divine? La chiesa non è fatta per questo? Non parliamo poi dei giochi di luce che le fenditure dovrebbero provocare, Fuksas promette fasci di luce convergenti sull’altare. Quando ci dobbiamo andare a vederli? Durante l’equinozio d’autunno? Perché io con tutto lo sforzo che ho fatto, i fasci di luce non li ho visti.
    Insomma concludo dicendo che se questo ecomostro lo avesse progettato il più bravo architetto di Foligno tutti lo avrebbero bocciato, ma c’è sopra una firma importante e nessuno se la sente di ammettere l’evidenza, come chi non aveva nulla da perdere e gridò : “Il re è nudo” io grido: “il cubo fa schifo”
    Ci tengo a precisare che io non ce l’ho con Fuksas che fino ad oggi ho ammirato molto per alcune sue opere precedenti, ariose, armoniose; ma accidenti Fuksas a Foligno “ha toppato” come si dice qui, vogliamo farglielo sapere oppure lasciamo che riempia il mondo di cubi di cemento?

    http://www.youtube.com/watch?v=Es_dF96etBc

    dateci uno sguardo

  30. gigi scrive:

    MA INVECE DI FAR COSTRUIRE UNA CHIESA DI QUESTO GENERE PERCHE’ NON PENSANO A COME MIGLIORARE FOLIGNO CHE FA VERAMENTE SCHIFO? IO VENGO DA FUORI (AREZZO)MA SONO 2 ANNI CHE ABITO QUI E 7 ANNI CHE VENGO IL FINE SETTIMANA E NON HO MAI VISTO COSTRUIRE NIENTE DI NUOVO, PER ES. L’EX ZUCCHERIFICIO, TUTTO QUELLO SPAZIO RIDOTTO ALL’ABBANDONO, PER NON PARLARE DI QUANTI SUPERMERCATI HANNO APERTO UNO ATTACATO ALL’ALTRO, LE STRADE CHE FANNO SCHIFO DA QUANTO SONO ROVINATE…….NON ORGANIZZANO MAI NIENTE PER I GIOVANI E FINIRA’ CHE QUESTA CITTA’ RIMARRA’ IN MANO AGLI EXTRACOMUNITARI….IL CENTRO ORMAI E’ DESERTO SIA IN INVERNO CHE IN ESTATE…L’UNICA COSA CHE VI E’ RIMASTA E’ LA QUINTANA.
    NON HO TROVATO UNA PERSONA CHE MI ABBIA DETTO “BELLA FOLIGNO” CHIUNQUE SENTO MI DICE: “MA CHE CI SEI VENUTA A FARE…..” E APPENA POSSO ME NE ANDRO’.
    MA A VOI FOLIGNATI NATI E CRESCIUTI QUI E’ POSSOBILE CHE NON VI IMPORTA NIENTE DELLA VOSTRA CITTA’….DI CHI COMANDA CHE SI PRENDE TUTTI I VOSTRI SOLDI E NON INVESTE SU FOLIGNO…..

  31. Nicola scrive:

    ma che razza di domanda idiota è questa?
    il vero problema è negare che interventi tanto poco curati sul nostro paesaggio disastrato siano di per se un problema.
    vuoi una risposta ….SI……la chiesa di Fuksas è un problema!….non è il solo, non è l’unico….ma di sicuro è uno fra i tanti problemi…..è un problema il fatto che un comune bello come foligno punti per il prorpio rilancio su un’architettura GRIFFATA!….xkè questo è….solo un oggetto con una griffe (Fuksas per l’appunto) di poca qualità e che punta solo sul prestigio del proprio marchio!
    il progetto è terrificante…ma davvero….fa voglia di diventare atei!!!!
    ma è ancor più pauroso è che non lo dica nessuno solo xkè piace Fuksas in genere!
    ….basta troppo olio per un carciofo(mi riferisco al progetto).

  32. ludovico scrive:

    Un saluto a tutti,io abito a La Spezia,abbiamo le cinque terre o Portovenere che hanno magnifiche architetture che all’epoca furono costruite ed in gran parte progettate dalla gente dei borghi stessi.Erano degli ignoranti, ma hanno creato dei capolavori.Abbiamo la Cattedrale di Cristo Re progettata da architetti di grido,che è un ecomostro indecente e che andrebbe abbattuta.Proviamo a riflettere……Gli Architetti erano Brunelleschi,Alberti,Michelangelo…….Non quei cani che escono oggi dalle università!!! Mi spiace per qualche eccezione ma purtroppo la bruttezza dell’architettura contemporanea e’ sotto gli occhi di tutti.Imparassero almeno a costruire edifici che resistono ai terremoti! Ma non sono assolutamente in grado ed anche questo lo sappiamo benissimo!!

  33. Giulio Pascali scrive:

    @ludovico
    il tuo ragionamento è abbastanza comune ma per certi versi incoerente.
    Il fatto è che la distanza storica ci porta ad appiattire la prospettiva delle cose che sono avvenute tanti anni fa, spesso idealizzandole.
    Tanto per fare un esempio Brunelleschi costruì la sua famosa cupola proprio contrastando il sistema medioevale con il quale si erano costruite le città e le catedrali fino ad allora.
    Tra l’architettua romanica e gotica e “l’International Style” rinascimentale c’è un abisso, sia in termini culturali che ideologici e formali. Citare il borgo medioevale con i maestri del rinascimento significa avere le ideee un poco confuse.
    Quanto al giudizio che i contemporanei davano delle nuove architetture, anche personaggi che noi oggi definiamo maestri furono contestati.
    Basti pensare che quando si decise di costruire la nuova basilica di San Pietro, in molti si opposero perchè volevano mantenere il vecchio impianto paleocristiano. Bramante fu oggetto di notevoli attacchi personali e opere satiriche che definivano orrendo il suo progetto di cupola. I costi della realizzazione poi furono alla base delle contestazioni che diedero origine alla riforma luterana.
    Ora posso capire che a te non piaccia la cattedrale del Cristo Re (in mezzo a una città come La Spezia poi che non è che brilli per la sua bellezza) progettata tra l’altro da uno dei maestri riconosciuti del razionalismo itlaiano (riconosciuti al livello mondiale); diciamo che almeno potresti lasciare alla storia il compito dare alle oper ela loro giusta collocazione.
    è curioso come proprio quelli che più si riempiono la bocca del valore storico dell opere, poi non sappiano mai porsi in una prospettiva storica quando devono esprimere giudizi sulla contemporaneità

  34. ludovico scrive:

    Grazie Giulio per la tua risposta che ho apprezzato ed in parte condivido.Vorrei precisare alcune cose: in merito alla Cattedrale di Cristo Re so benissimo che porta la firma dell’arch.Adalberto Libera (grande maestro) di cui preferisco ricordare i magnifici progetti dell’età giovanile anziché quello della Cattedrale della Spezia (ampiamente rimaneggiato da altri) e di cui peraltro non vide neppure l’inizio dei lavori. Il fatto poi che la città’ della Spezia non brilli per bellezza lo condivido pienamente ,ma bisogna dire che il tessuto urbano risalente a prima della seconda guerra mondiale è dignitoso,mentre la parte “moderna” e’ inequivocabilmente un obbrobrio. Lascio alla storia, come giustamente mi inviti a fare, il compito di dare a certe opere la giusta collocazione ma al contempo mi permetto di far notare che parliamo di strutture in cemento armato che la storia non la vedranno mai: l’inesorabile degrado del C.A. sta gia’ dando i suoi frutti e ci liberera’ da queste realizzazioni!P.S. pensare che nell’ambito delle costruzioni moderne si è creduto per decenni ,a dispetto di ogni buon senso e con tanto di benedizione di professori e luminari,che il C.A. fosse un materiale “eterno”.Mi sorge perfino il dubbio che qualcuno ci creda ancora………

  35. Giulio Pascali scrive:

    Grazie a te.
    Si il cemento delle prime ore denuncia oggi molti limiti di durabilità.
    La tecnologia però fornisce già oggi una vasta gamma di soluzioni, sia per recuperare il patrimonio esistente, sia per realizzare il nuovo senza sorprese.
    Personalmente ritengo che il 90 % dell’edilizia realizzata nel dopoguerra andrebbe semplicemente rasa al suolo.
    Solo che quella a cui mi riferisco io è, appunto, l’edilizia ordinaria; quella anonima, frutto di speculazione edilizia fine a se stessa, senza un pensiero o un’idea di progetto. Quelle ceh ha deturpato realmente il paesaggio italiano.
    Le opere realizzate da architetti, anche quelle più discusse, anche quelle che presentano errori grossolani, se sono frutto di un pensiero, di un’idea di progetto meritano di essere salvaguardate; magari riadattate, recuperate e destinate ad altre funzioni.
    Demolirle avrebbe lo stesso sapore della demolizione di Petra da parte dell’ISIS, e io personalmente vorrei discostarmi da quell’atteggiamento.
    ciao

  36. ludovico scrive:

    Ciao Giulio,la tua risposta è talmente equilibrata da “costringermi”a mettere da parte le mie polemiche e provocazioni.L’unica cosa su cui non sono affatto convinto è l’aspetto del C.A. . Ho notato che anche laddove si è provveduto al restauro rimuovendo il calcestruzzo soggetto a carbonatazione,si sono trattate le armature con prodotti per bloccarne l’ ossidazione ,si è ripristinata l’ integrità con malte speciali ed infine si sono trattate le superfici con protettivi,dopo qualche anno il problema si è nuovamente presentato.Perfino elementi strutturali realizzati a regola d’arte ,prefabbricati con calcestruzzo di qualita’elevatissima con getti assolutamente non porosi , hanno denunciato tali e tanti problemi di durata da essere( dopo svariati interventi di risanamento) sostituiti da strutture in acciaio perche’ non piu’ sicure da un punto di vista statico( figuriamoci sismico).Ora anche fingendo che ad oggi i problemi della carbonatazione,fessurazione,ossidazione delle armature,correnti galvaniche,siano stati risolti, non possiamo dimenticare che il calcestruzzo con il passare degli anni,da materiale semi- elastico,diventa materiale plastico,e i differenti coefficienti di dilatazione dei materiali (acciaio e calcestruzzo) provocano fisiologicamente il venir meno della forte coesione fra i due materiali (alla base della teoria del c.a.). Quando ferro e calcestruzzo non sono più’ coesi la struttura e’ giunta a fine vita.L’unica soluzione per prolungarne l’agonia potrebbe essere quella degli aumenti di sezione e nuove armature con costi ed esiti da rendere spesso più’ conveniente demolire.Ora quello che voglio dire è che se i progettisti contemporanei vogliono essere accettatidalla gente comune (come me),debbono imparare ad innovare davvero,utilizzare materiali moderni,realizzare strutture in grado di interagire con l’ambiente ad esempio con le azioni sismiche (e qui stendiamo un velo pietoso).Che senso ha progettare “finti” edifici avveniristici realizzati con tecniche e materiali superati? A proposito mi pare che la chiesa di Fuksas sia proprio un nostalgico blocco cemento armato.

  37. Giulio Pascali scrive:

    dalla competenza che riveli sembri tutto tranne che “gente comune”
    🙂
    a questo punto stiamo anche convergendo

    La mia esperienza recente a L’Aquila mi ha convinto di alcune cose:
    – il patrimonio edilizio del dopoguerra fa schifo; condivido che sarebbe molto meglio abbatterlo; questo però potrebbe significare comunque l’insorgere di problemi non facilemente risolvibili
    – tendiamo ad idealizzare il patrimonio storico; nel caso di L’Aquila molti fanno finta di non vedere che proprio il centro storico è stato maggiormente danneggiato dal terremoto; segno che gli antichi non costruivano certo meglio di noi; in compenso però gli interventi sulla città più moderna sono risultati più semplici (infatti sono partiti prima), pur con le difficoltà che tu stesso hai evidenziato
    – parte dei problemi di recupero sono stati determinati, paradossalmente proprio dalla ultima nroma antisismica approvata in fretta e furia dopo il terremoto; nel caso di cui mi sono occupato, adeguare il fabbricato secondo la nuova norma è risultato più onereoso della ricostruzione, per avere poi un edificio rattoppato e poco funzionale (era un edificio industriale)
    – per certi versi si tende anche ad idealizzare il cemento, però come sempre alla fine si tratta di fare attenzione a come si impiege e realizza; molte chiese sono venute giù a causa di interventi di consolidamento fatti (male) utlizzando il cemento; dove gli interventi con il cemento sono stati fatti con criterio, le chiese hanno tenuto
    Sono daccordo, alla fine il cemento comuncia ad essere un materiale vecchio….

  38. catino scrive:

    benaltrismo
    [be-nal-trì-ʃmo] n.m., pl. -i
    tendenza a spostare l’attenzione dal problema in discussione ad altro che si addita come più importante o più urgente

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