Contro il concetto di patrimonio inviolabile e contro il vincolo

12 aprile 2009

Ho di recente letto Manifesto del Terzo paesaggio, di Gilles Clément.

E’ uno scrittore, giardiniere, paesaggista, entomologo, ed ingegnere agronomo francese.

Definirlo è complesso poiché egli non incarna una figura professionale collocabile e definibile. Lo si può definire Paesaggista – scrittore, filosofo – giardiniere, ma il modo che scelto, pur non conoscendolo di persona, è uomo appassionato della vita naturale.

Questa passione la ho portato a teorizzare il giardino planetario e il giardino in movimento, concetti da cui è scaturito il Manifesto del Terzo Paesaggio.

paesaggio

Ho approcciato questo libro alla ricerca di più risposte partendo da alcune domande:

Questo testo è la introduzione a un modo di leggere lo spazio che ci circonda? Come si colloca l’architettura?

Come leggere, da architetto, un libro scritto da un paesaggista come Gilles Clement che ritiene l’architettura come una forza contraria che ostacola la biodiversità e il paesaggio?

La  concezione biologica, non economica, del territorio,  e la assunzione del concetto di paesaggio come essere vivente come può convivere con la minerale natura dell’architettura?;

Se il manifesto scritto da C. può essere uno strumento nelle mani del paesaggista è possibile che si inneschi un dispositivo traslabile proficuamente in quelle dell’architetto?

Considerazioni

Il Terzo paesaggio “riposa sull’idea che i lotti abbandonati o i frammenti non curati del giardino planetario siano il rifugio della biodiversità terrestre, e che in questi si trovi il nostro avvenire biologico” (Alessandro Rocca, “Il Giardino nomade. Il Viaggiatore permanente”, In: Gilles Clément – Nove giardini planetari. A cura di Alessandro Rocca, 22 Publishing srl, Milano, 2007, p. 36.).

Nell’elaborazione del Manifesto GC non cita mai il paesaggio, il verde, il biologico. Compaiono piuttosto le parole spirito, politica, equilibrio, potere, progetto, vita.

La disciplinata impostazione concettuale e scientifica che imposta nel testo contiene in se il germoglio di ragionamenti forse trasferibili in ambiti come per esempio quello dell’architettura e della società.

Se per quest’ultima si può intendere che le risorse più ricche per il nostro futuro politico e per lo sviluppo sociale siano i rami non controllati dal sistema attuale, lo stesso si può pensare per l’architettura?

Se gli spazi non controllati sono quelli che sfuggono al checkup economico e sociale come può l’architettura avvalersi di questi principi per sviluppare ipotesi future?

L’architettura è un organismo visibile solo alla scala umana. Dalla sua scala prescinde la sua esistenza?

Se il terzo paesaggio individua residui e riserve come spazi concreti sui quali intervenire e creare interrelazioni lo stesso approccio potrebbe essere adottato sulla città contemporanea intesa globalmente (dal satellite) come un microsistema? (non come insieme di microsistemi).

Come possiamo interpretare il termine “vivente” in campo architettonico, riferendoci in senso stretto al tema della progettazione o della composizione?

In che termini l’architettura della città può accogliere in se il tema del vivente vegetale senza che esso sia marginalmente risolto in aiuole e parchi? Come eliminare il recinto, la linea che separa naturale da minerale?

Se la città è un essere vivente perché in Italia le è negato uno sviluppo, una evoluzione naturale?

Se applicassimo le teorie di Darwin o di Lamarck (pur diverse fra loro) alla città, ci accorgeremmo che da un lato, l’organismo “centro storico” è più vicino alla pratica della mummificazione che a qualsiasi teoria dell’evoluzione e dall’altro, la periferia è laboratorio per il largo uso della clonazione di abominevoli esseri auto-simili.

Mi si risponderà che la città non è un organismo in senso stretto, risponderò che è sicuramente figlia dell’Homo Sapiens Sapiens.

I danni di questo atteggiamento paleo-fantascentifico non sono qui citati perché ovvi, ma resto tuttavia sconvolto per quello che accade oggi in Abruzzo.
Penso che il mio ruolo sia quello di offrire gratuitamente il mio studio professionale per la progettazione di un centro storico e di strutture necessarie agli abitanti delle zone colpite da Madre Natura e dalla cieca, ingiustificabile, bigotta, colpevole, ipocrita ignoranza di chi non ha saputo limitare i danni.

Come per GC mi è Inevitabile infine è il rinvio, per l’architettura al Terzo stato.

Fa riferimento al pamphlet dell’abate Emmanuel Joseph Sieyès del 1789: «Che cos’è il terzo stato? Tutto. Che cosa è stato finora? Nulla. Che cosa chiede? Chiede di essere qualcosa».

E l’architettura? Anche.


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