Libertà di cambiare

Come un orologio fermo può segnare l’ora esatta due volte al giorno, così anche il nostro Presidente del Consiglio può fare delle proposte interessanti.

Da buon ex palazzinaro sa bene che l’edilizia è uno dei grandi motori economici di un paese, di sicuro il meno delocalizzabile (se non per la mano d’opera).

Se non ci facciamo accecare dal filtro ideologico come hanno fatto i nostri vetero-maestri d’architettura, sottoscrittori del manifesto contro la legge sull’edilizia (http://www.repubblica.it/speciale/2009/appelli/legge-ed-edilizia-del-governo/index.html), potremo vedere anche la metà piena del bicchiere che ci è stato offerto.

palazzina

Questa palazzina è per sempre.

Analizziamo la situazione attuale: il patrimonio edilizio italiano è trattato dalla normativa come un qualcosa di immodificabile, indistruttibile, eterno.

La maggioranza degli edifici esistenti sul nostro territorio è stata costruita a partire dal secondo dopoguerra. La qualità media di questi edifici sotto il profilo energetico, funzionale ed estetico è terrificante. Abbiamo saccheggiato il territorio disseminando le costruzioni, abbandonando un modello di città compatta. A differenza di altri paesi europei, in molte aree italiane non esiste più il confine tra città e campagna.

Eppure se si va a richiedere un permesso di costruire in un piccolo comune dell’alto Lazio, come è capitato al sottoscritto, il proprietario del fondo ti affianca un tecnico locale “perché così non rischiamo”. Se si va a richiedere il permesso di cambiare colore ad un fabbricato intensivo di un quartiere romano periferico, come è successo al sottoscritto, il geometra a capo dell’ufficio tecnico ti nega l’autorizzazione perché “archité, sto’ colore nun se può guarda’, stona coll’artri affianco (che sono di color cacca)”, però visto che sa che stai lavorando per un importante impresa aggiunge “fallo uguale, tanto nun te controlla nessuno”.

In quarant’anni è stata una mostruosa macchina burocratica, il cui fine è quello di alimentare se stessa e gli amici connessi, incapace di salvaguardare il nostro paese.

Quando il governo di un territorio non si basa sull’incentivo alla convenienza del rispetto delle regole comuni ma su quello dell’obbedienza a incomprensibili regole vessatorie, il risultato è il condono edilizio. Un rito catartico che si ripete con una cadenza fisiologica.

Pianificare, pianificare.

Vogliamo parlare di pianificazione? Il Comune di Roma, dopo decenni di travaglio finalmente approva il nuovo Piano Regolatore. Dopo un iter travagliatissimo nel quale si sono scontrate le componenti verdi e quelle immobiliariste sui metri cubi costruibili e sulle aree verdi da salvaguardare nella cinta romana, finalmente viene partorito questo piano sofisticatissimo, corredato di ottomila tavole, definizioni, indici e compagnia bella regolato secondo il principio delle “nuove centralità”: tutti i quartieri nuovi costruiti devono avere un mix funzionale (uffici, negozi, abitazioni, ecc.) ben dosato che riduca al minimo la necessità di spostarsi in altri quartieri. Peccato che immediatamente dopo l’approvazione del piano, prima delle elezioni comunali (che la sinistra ha perso chissà perché?) si sia andati in deroga al piano: contrordine compagni si fanno quartieri-dormitorio perché così piace ai costruttori!

Però ora che abbiamo cambiato amministrazione, sicuramente i nuovi arrivati, censori della vecchia amministrazione, cambieranno registro.

Ebbene, il sindaco Alemanno ha deciso che per ovviare alla mancanza di abitazioni si può costruire su aree agricole, a macchia di leopardo, con un unico criterio basato sulla distanza dalla metropolitana.

E il piano? Carta straccia.

Ma dove vivono gli italiani?

Ho sentito dire all’on. Dario Franceschini che la maggior parte della gente vive in palazzi multipiano. Non è vero. La maggior parte delle abitazioni italiane è fatta di piccole case mono e bifamiliari. La maggiore aspirazione degli Italiani è di trasformarsi in “tavernicoli”. Ci sono regioni, come il Veneto, dove non c’è più spazio per costruire o allargare strade perché è stata costruita al margine di esse una ininterrotta sequenza di case e capannoni, capannoni e case.

Dobbiamo distinguere quindi le possibilità d’intervento a seconda delle tipologie edilizie: come non è vero che non è possibile intervenire su edifici multipiano (basti vedere gli esempi di riqualificazione energetica ed estetica che hanno operato su esempi berlinesi) così è vero che nelle piccole abitazioni mono-bi-quadrifamiliari, con minori vincoli strutturali e spaziali, c’è la maggiore possibilità di riqualificazione.

Come intervenire.

Cominciamo a fissare dei punti per trarre profitto da questa proposta di Berlusconi:

  1. Il patrimonio edilizio comune (cioè non di pregio) deve essere facilmente modificabile a patto che la modifica risponda alle esigenze attuali della sostenibilità ambientale.
  2. Più si riqualifica un edificio più si può premiare il promotore dell’opera attraverso cubature aggiunte. Le riqualificazioni possono essere volte al contenimento energetico o alla riqualificazione estetica. Per fare un esempio un edificio ad emissioni zero può essere ricostruito con una cubatura maggiore di uno con un contenimento energetico inferiore. Se esiste un progetto integrato (che preveda di sanare tutte le superfetazioni o di modificare l’aspetto generale delle facciate) di riqualificazione estetica di un edificio non vincolato, questo non può essere respinto da un’amministrazione, fatti salvi i casi in cui esista un vincolo. Anzi diamo un incentivo alla voglia di cambiare.
  3. Passiamo dal concetto di piano regolatore, con vincoli rigidi imposti dall’alto, al concetto di piano autoregolatore, dove io, proprietario, posso apporre modifiche al mio fabbricato se non ledo i diritti degli altri abitanti interni e limitrofi. Di quali diritti parlo? Dei diritti alla luce solare, alla vista che hanno i miei vicini, alla stabilità delle strutture dello stabile e dei terreni circondanti il mio edificio, al rispetto delle falde acquifere, alle emissioni che emetto con la tecnologia e materiali che uso, agli scarichi di combustioni e acque reflue che produco.
  4. Modifichiamo la normativa in modo che sia conveniente intensificare le costruzioni in ambienti già semiurbanizzati per salvaguardare le aree rurali coltivate e non che non siano state compromesse o quasi dall’urbanizzazione. La sopravvivenza delle generazioni a venire si baserà sulla salvaguardia delle aree coltivate e delle foreste.
  5. Distinguiamo, come già detto, le possibilità di intervento a seconda delle tipologie edilizie, fatti salvi limiti inderogabili come altezze massime, distacchi e altri.

In Italia, fino al XX secolo gli edifici erano sottoposti ad una continuo e proficuo aggiornamento funzionale ed estetico. La città mutava continuamente seguendo le esigenze delle persone e i mutamenti culturali della società. L’organismo urbano era un work-in-progress dove gli errori delle generazioni precedenti venivano corrette dalle successive. Ora è una palude immobile nella quale si ritiene che le modifiche dell’esistente possono essere solo peggiorative.

Io dico lasciatemi essere arbitro delle mie scelte, lasciatemi plasmare la città con il segno del mio tempo.

Quelli che verranno dopo di me giudicheranno cosa sarà opportuno mantenere e cosa cambiare di ciò che ho fatto.


12 Commenti a “Libertà di cambiare”

  1. Emmanuele Pilia scrive:

    Non so se essere sicuro sulla tua analisi. Sarà che io sono aprioristicamente un antiberlusconiano convinto, quindi mi puzza sempre un poco, e dunque il mio giudizio può essere fortemente filtrato. Però considero che una normativa come questa abbia lo stesso congenito problema di tutte le altre simili italiane: la superficialità d’applicazione. Ci si basa su giudizi obiettabili e poco scientifici, quindi vedo molto difficile l’applicazione di un decalogo delle opere da salvaguardare, o dei modi e tempi di ampliamento. Alcune aree urbane sono molto sature e non rispettano standard, quindi questo potrebbe essere un modo per raggiungerli, ma sarà così? Difficilmente credo, dato che un privato farà battaglia aspra prima che ceda il proprio diritto. Quindi gli standard in percentuale cadranno ancora di più.
    Insomma, mi pare tanto una normativa creata senza pensare troppo alle conseguenze.

  2. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Caro Pilia, ho altrettanti dubbi come te e se possibile anche di più. Ma ormai sono convinto che la situazione italiana è inaccettabile e mi aggrappo a tutto per poter smuovere le acque, anche a costo di sbagliare. In certo casi è forse più proficuo orientare in una direzione abbastanza condivisa che tentare l’ostruzionismo tout court. Comunque ti ringrazio del tuo interessante commento e per la tua attenzione.

  3. Amate l’architettura,
    Partirei da questa tua definizione: «Io dico lasciatemi essere arbitro delle mie scelte, lasciatemi plasmare la città con il segno del mio tempo.»
    L’Italia negli ultimi quarant’anni è stata plasmata a discapito delle regole ‘Urbanistiche’ con lo spirito del proprio tempo.
    Lo spirito e la cultura dei ‘costruttori edili’: POSTmoderna, POSTiccia e POSTdatata.
    Questa legge è perfetta per gli edili meno cemento/meno economia – più cemento/più economia.
    Non leggo spunti per una nuova architettura, ma condivido le tesi di Boeri su una riflessione non scandalista e banale su questa idea (personale) del governo.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

  4. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Stefano Boeri esprime (http://www.vivicentro.org/edilizia-serve-realismo-e-non-appelli-di-s-boeri-vp24694.html?highlight=pubblico) con parole più chiare e concetti più definiti del mio intervento un pensiero che grandemente condivido. Resta il fatto che l’immobilismo della burocrazia e l’applicazione di regole non sufficientemente flessibili ai bisogni della società ha prodotto la cultura dell’abuso edilizio. La mia riflessione è incentrata su questo tema che Boeri esprime magnificamente: “Ma proprio l’estensione geografica (si potrebbe dire geopolitica) di queste dinamiche, la loro sostanziale indifferenza alle norme urbanistiche, ci dicono che oggi oltre che richiamare con forza il rispetto di poche regole di difesa del paesaggio, non possiamo evitare di chiederci come orientare in modo non deterministico questa energia diffusa e potente. E magari imparare a orientarla, senza pretendere di governarla a colpi di gratificanti petizioni di principio.”

  5. qfwfq scrive:

    Caro Giulio,

    Approfitto delle tue proposte per approfondirne un tema che, oltre che ai professionisti, ritengo interessi direttamente anche i committenti.
    Tra le proposte ventilate da Berlusconi c’è quella di rendere autorizzabili le trasformazioni territoriali in regime di autocertificazione.
    L’obbiettivo dichiarato è quello di snellire le procedure autorizzative, azzerando totalmente il potere burocratico di porre dei vincoli pesanti agli interventi di trasformazione.

    Come funziona adesso per la richiesta di un permesso a costruire.
    Il proprietario di un terreno incarica un professionista di redigere un progetto (se va bene, altrimenti chiama direttamente l’impresa).
    Il progetto viene redatto più o meno secondo le esigenze funzionali ed estetiche del committente; Supponiamo che il progettista sia stato coscienzioso e abbia anche una buon bagaglio di conoscenze tecniche ed urbanistiche: il progetto quindi rispetta anche le normative dei regolamenti edilizi, di igiene, il PRG, le norme antincendio, le norme di tutela dei beni archeologici e paesaggistici, rispetta la carta dell’agro, i limiti sulla emissione di radiazioni elettromagnetiche, non emette sostanze inquinanti, non produce rumori molesti, possiede posti auto a sufficienza, non prevede numero eccessivo di persone al suo interno, non aggetta, non superfeta, rispetta le norme del Codice Civile, non prevede alberi o piantumazioni arboree minacciate dalla specie asiatica che imperversa nell’area, non aiuta la zanzara tigre, è colorato come dice la carta dei colori, non disturba il volo del codibugnolo, è autorizzato dal vicino, prevede la cuccia del cane regolamentare, ha la botola del gatto e la piccionaia, rispetta anche i bambini, è accessibile dai disabili, usa materiali ecocompatibili, consuma poca energia, rispetta i vincoli idrogeologici, non occupa il cono di atterraggio degli aerei, rispetta la normativa per le zone sismiche e quella delle paludi pontine, in caso di edificio preesistente ha verificato le precedenti licenze (i comuni le richiedono, le dovrebbero avere loro, le richiedi a loro, non sanno ritrovarle ma insistono perché tu ne certifichi i contenuti, anche se l’immobile è li da 40 anni e si suppone che oramai se nessuno l’ha identificato e abbattuto, un motivo ci sarà…), piace alla regione, alla provincia e alle comunità montane, ha il certificato di destinazione urbanistica, rispetta le norme CEI e piace alla CEI, non disturba Gesu Cristo, Dio ed Hallà, ed infine risponde anche ai gusti del committente.
    Questo progetto deve ancora passare il vaglio del tecnico, anzi, dei tecnici, perché il geometra del comune in genere è solo la punta di un iceberg di funzionari e tecnici che dovranno emettere un parere sul progetto.
    Ciascuno di loro, anche il più coscienzioso e onesto (tralasciando i disonesti, che per linearità di trattazione, supponiamo non esistere) in virtù del ruolo rivestito, si sentirà in diritto e dovere di decidere autonomamente la corretta interpretazione di questa o quella norma, spesso stravolgendo con effetto domino l’intera progettazione; spesso in contrasto con il parere del collega accanto; spesso bloccando l’iter autorizzativo per mancanza di specifici documenti (che magari l’ente stesso dovrebbe avere già); spesso applica criteri di valutazione obsoleti; spesso critica, senza averne titolo aspetti estranei alla propria competenza; infine tende discreditare la professionalità del progettista che vede il suo lavoro messo in discussione, spesso senza alcun riscontro oggettivo.
    Di fronte a questo che succede; immaginiamo che il committente sia solidale con il progettista, che abbia piena fiducia in lui (invoco la linearità della trattazione), i due caparbi insisteranno, risponderanno colpo su colpo alle richieste dell’ente pubblico, integrando, contestando, insistendo, migliorando e de specificando il progetto.
    In ogni caso entrambi avranno ben presente la vera forza del funzionario: “non ti sta bene? Fammi causa!”; basta questo a far piegare il più potente dei potenti, perché quando non vedi l’ora di realizzare un progetto (una casa, un’impresa, una attività qualsiasi), cedi subito perche sai che non puoi o non vuoi permetterti di aspettare che un giudice ti dia ragione (dopo quanto? Tre anni? Quattro?).
    Alla fine di questa estenuante lotta che sempre per brevità di trattazione si suppone profumatamente compensata dal committente al consulente, il progetto potrà finalmente essere cantierizzato.
    Risultato: ciò che tuttora per legge potrebbe essere autorizzato in tempi non superiori a 4 mesi (parlo di progetti complessi) richiede se va bene almeno due anni.
    Quanto vale un anno per chiunque? quanto vale per chi si costruisce una casa e sta in affitto? quanto per chi costruisce per investire? quanto per una azienda produttiva? quanto per chi aspetta di usare un bene per la collettività?

    Cosa succederebbe se di colpo i funzionari perdessero il loro potere di decidere, o meglio di rallentare e bloccare ogni singolo tassello del processo autorizzattivo? Di sicuro il loro potere di controllo a posteriori si trasferirebbe ad un’altra fase, quella della verifica a posteriori; quanti funzionari dovrebbero cambiare modalità di lavoro e muoversi per la città a verificare il rispetto delle normative. Immagino che anche allora committente, progettista, e in questo caso anche impresa esecutrice, si troverebbero a subire più o meno le stesse vessazioni, ma con un potere di interdizione notevolmente diminuito e stavolta con onere di prova trasferito al funzionario, che per bloccare un cantiere in corso dovrebbe mettere nero su bianco le motivazioni esponendosi, almeno formalmente, a tracciare eventuali.

    Ovviamente uno scenario del genere, per funzionare, per garantire i diritti della collettività, per prevenire gli abusi, per non diventare “Deregulation” presuppone l’esatto contrario della assenza di controllo, che sintetizzerei in questi punti:
    1. obbligo di ripartizione delle competenze (titolarità esclusiva delle specifiche competenze)
    2. uniformazione dei regimi normativi tra i comuni e le amministrazioni locali (che spesso applicano criteri diversi
    3. uniformazione delle interpretazioni
    4. potenziamento delle azioni di controllo sul territorio, mirate specificamente alla prevenzione degli abusi
    5. Istituzione di un archivio pubblico dei progetti realizati liberamente consultabile
    6. snellimento delle procedure giuridiche in caso di contestazione
    7. Istituzione di sportelli consultivi per l’emissione di pareri preliminari si specifici argomenti non adeguatamente coperti dalla normativa

    Con affetto QFWFQ

  6. mara scrive:

    caro Giulio,
    che dire? sono felice di non aver dedicato la mia vita lavorativa all’urbanistica!!!!!
    un abbraccio mara

  7. Master scrive:

    Ho molta fiducia nel piano casa, non perchè viene da questo governo e non mi interessa neanche di sapere chi lo farà, ma di avere uno strumento in più per dare una spinta all’edilizia che può veramente essere il motore che ci trainerà fuori da questa crisi.
    Bisogna dare a mio avviso molto più spazio, più libertà e più respiro all’iniziativa privata.

  8. luca scrive:

    Caro GP, gran bella iniziativa questo blog, ricco di spunti interessanti.

    Questo thread poi sulla libertà di cambiare è così potenzialmente complesso che mi sento un poco a disagio non essendo come sai un urbanista o un architetto.

    Qualche banalità, di cui chiedo scusa.

    Non sono di coloro che buttano a mare le ideologie se esse sono accompagnate da un minimo di sale nella zucca.
    E come persona che una volta si sarebbe detta di sinistra sono molto poco tenero sopratutto con le persone di sinistra.
    Forse perchè ritengo, un poco utopicamente se vuoi, o ideologicamente se preferisci – che debbano essere “migliori” – passami in termine un poco forte – delle altre non per grazia ricevuta ma per pratica quotidiana tra “pianti e stridor di denti”.
    Tutto sommato si tratta di provare a lasciare questo mondo un poco migliore di come lo abbiamo trovato.

    Sul nostro presidente del consiglio non ho da dire niente che non abbia già detto lui, da grande comunicatore, molto meglio di me.
    L’Italia è un paese in buona sostanza conservatore, e a mio parere ha il governo e il presidente che si merita.

    Sui punti che elenchi alcuni mi paiono largamente condivisibili, altri un poco meno.
    Per quello che ne capisco, ossia poco.

    Premiare l’attenzione alla “sostenibilità” ad esempio con cubature maggiori mi appare pericoloso assai; specie laddove il concetto di sostenibilità non è semplice da misurare con uguale metrica.
    Non vorrei che una buona idea trovasse una cattiva applicazione proprio in deroga a quel concetto di “sobrietà” che deve guidare ogni prassi ecologista – nella accezione ampia del termine.

    Concordo appieno sul punto 4 che proponi.

    Sul punto 3 mi addentro veramente in un terreno non mio; lasciare però ad una concezione “anarchica” lo sviluppo urbanistico di un soggetto mi pare pretendere troppo dal buon cuore delle persone – e dei costruttori in genere.
    Forse ci sarebbe bisogno SOLO di piani fatti decentemente – Cederna non ha ancora insegnato niente sia alla destra che – ahimè sopratutto – alla sinistra, e decentemente rispettati.

    Non mi sento di aggiungere altro; come ben sai mi muovo meglio nel mondo immaginario di Munoz e Pratt che in quello reale che così bene descrivi in questo tuo pensiero.

    Fatti sentire, ciao.

  9. Giulio Paolo Calcaprina scrive:

    Riporto il commento (sulla proposta di Berlusconi) di Luigi Prestinenza Puglisi dalla sua PressTLetter, la newsletter da lui curata.
    “Credo che se si fosse giocato al rilancio invece che al muro contro muro si sarebbe potuto trasformare il piano casa in un’occasione per favorire la demolizione di edifici pessimi e il miglioramento della città. Bastava introdurre, invece che premi generalizzati, premi di cubatura anche più cospicui ma finalizzati. Mi sembra un errore, invece, criticarlo rifacendosi a una cultura urbanistica faraginosa e spesso illogica e che, oltretutto, ha portato a città pessime. In ciò, come si vede da altri commenti apparsi in questo numero o nei precedenti, credo di essere in disaccordo con diversi collaboratori alla presS/Tletter. Bene: segno che siamo una rivista libera e pluralista…. Mannaggia 😉 (LPP”

  10. qfwfq scrive:

    Invece ci ritroviamo una bella legge che consentirà di risolvere l’emergenza mansarda!
    e la spinta all’economia? (altro tema: in genere è l’economia che spinge il mattone, da noi il mattone spinge l’economia, boh!)
    e le tutele ambientali? (belli i paesaggi della nostra italia, costellati di casette in mattoni e superfetazioni!)
    e il fabbisogno abitativo delle grandi città?
    e il costo degli appartamenti?

    sul Sole24ore del 3 aprile Buzzetti dell’ANCE denuncia il fatto che la norma si sarebbe potuta applicare ai capannoni industriali, con molta più facilità, e con molte ripercussioni positive sull’economia e sull’impatto ambientale.

    Un’altra occasione persa per fare architettura?

  11. ARCHITETTO Alessio Bonetti scrive:

    CARO GIULIO, CONDIVIDO QUELLO CHE DICI E POSSO ANCHE SOTTOSCRIVERE. MI MANCA UN PEZZO DEL PUZZLE PERO’. QUAL’è L’IDEA DI CITTA’? QUESTA LEGGE SI PUò MONTARE IN TROPPI MODI E OTTENERE IMMAGINI DIVERSE. VISTA L’ESPERIENZA ITALIANA NON MI FIDEREI TROPPO DEGLI ITALIANI COME FA BERLUSCONI.GLI ITALAINI HANNO UN SENSO ESTETICO MORTIFICANTE (SE NON SI PARLA DI SCARPE E ABITI IN LINO). PROVO PIUTTOSTO UN SENSO DI INQUIETUDINE NEL VEDERE L’ENNESIMA MANCANZA DI ORIENTAMENTO. PERCHE’ NON PROPORRE DEI TEMI E INDIRE CONCORSI DI IDEE? brevetti? possibili applicazioni? pianificazione? PERCHE’ NON SI CHIEDE AGLI ARCHITETTI IL LORO PARERE?
    COME DICEVA TAFURI…”RISCHI DI CREDERE DI AVER AZZANNATO L’OSSO ED INVECE TI SEI MORSO LA CODA?

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